Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 28

Chapter 283,768 wordsPublic domain

«Lady Rowena non assistè al banchetto» disse Rebecca, la cui risposta superò in esattezza l'interrogazione d'Ivanhoe «e da quanto seppi dallo stesso intendente tornerà a Rotherwood col suo tutore Cedric. Venendo al fido vostro scudiere Gurth....»

«Che ascolto?» esclamò Ivanhoe. «Voi ne sapete il nome!... Ah sì, dovete saperlo, ei ricevette dalla generosa vostra mano cento zecchini.»

«Vi prego non parlare di ciò. Ben mi avvedo come talora la lingua esprima le cose che il cuore vorrebbe nascondere.»

«Il mio onore però vuole ch'io rimborsi vostro padre di questa somma» disse Ivanhoe con serio tuono.

«Da qui ad otto giorni farete quanto vi piacerà; ma sino a quel punto non pensate ad altro, ve ne prego, che ad affrettare la vostra guarigione.»

«Sia il voler vostro, eccellente fanciulla, diverrei un ingrato, se ad esso non mi conformassi. Ma torniamo al mio povero Gurth, e cesso dal farvi interrogazioni.»

«Spiacemi il dover annunziarvi com'ei si trovi fra' ceppi per ordine dello stesso Cedric. Ma» soggiunse ella tosto accorgendosi del dolore che sì fatto annunzio destava nell'animo del suo infermo «l'intendente Osvaldo nel narrarmi ciò aggiunse altre cose intorno la fedeltà di questo servo e l'affetto in cui lo teneva Cedric; tal disgrazia momentanea essere sol derivata a Gurth da un eccesso d'amore verso il figlio del padrone medesimo, colpa che non avrebbe tardato ad ottenere perdono da Cedric, se non fossero sopraggiunte nuove circostanze ad aumentare in questo il mal umore; ed a qualunque evento, e se non cede lo sdegno nel padrone, conchiuse dandomi tal certezza l'intendente, i colleghi di Gurth e soprattutto il gioviale Wamba, s'erano assunti d'agevolargli qualche modo di fuga lungo la strada.»

«Il cielo secondi le loro intenzioni! Par mio destino il portar disgrazia a tutti coloro che dimostrano premura ed affetto per me. Il mio monarca mi ha onorato e distinto, ed ecco il suo fratello che si arma per contendergli la corona. Il rispetto che ho dato a divedere per una donna, onor del suo sesso, le ha fruttato molestie e in tal qual modo l'ha compromessa. Un fedel servo si è avventurato per soverchio zelo ed amore alla mia persona; corre rischio di divenir vittima della collera di mio padre. Voi vedete quindi, o giovinetta, qual maligna stella sovrasta all'infelice cui soccorrete. Che non v'affrettate a lasciarlo in preda del suo maligno destino per tema di parteciparne voi pure?»

«Lo stato di cordoglio e di spossatezza in cui siete, vi fa interpretare troppo svantaggiosamente i disegni della Providenza. Io vedo sotto ben altro aspetto le cose. Voi foste restituito alla patria vostra, allorchè ella avea istantaneo bisogno d'un cuor leale e d'un braccio valoroso; voi umiliaste, quand'era andata fuor d'ogni limite, la baldanza de' nemici di voi e del vostro Re. Finalmente vedete come l'Eterno vi ha fatto trovare sin nell'ordine di persone il più spregevole agli occhi vostri una mano capace di ritornarvi a salute. Prendete dunque coraggio, e tutto sperate dal cielo, che sembra aver serbato il vostro braccio a giovare con qualche alta impresa la patria. Addio. Dopo bevuto il liquore che sto per inviarvi, procurate di gustare qualche riposo, a voi necessario per sopportar meglio domani i travagli del viaggio.»

Tai ragionamenti persuasero Ivanhoe che poco dopo bevè la pozione calmante e narcotica apprestatagli dalla Israelita avvenente, e n'ebbe conforto d'un sonno placidissimo e non interrotto, onde la sua pietosa assistente, non trovando alla domane alcun sintomo di febbre in lui, giudicò che poteva essere trasportato senza tema d'alcun pericolo.

Venne collocato nella lettica medesima entro cui lo ricondussero dal torneo, nè si trascurò sollecitudine atta a rendergli più agiato un tal viaggio. Non vi fu che una cosa sola non potutasi vincere da Rebecca a pro dell'infermo. Isacco, simile al viaggiatore arricchito di Giovenale, avea sempre dinanzi agli occhi la paura de' ladri, consapevole per altra parte che fossero Normanni o Sassoni, cavalieri o scorridori, niuna di queste classi o schiatta si facea scrupolo dispogliarlo. Impiegando però quanta giornata potea nel cammino, brevi e poche pause ei concedeva alle bestie e a chi le governava, cui mancavano quasi gl'istanti di prendere un poco di nutrimento. Tal fu la cagione per cui si trovò molto innanzi a Cedric e ad Atelstano, partiti bensì nello stesso tempo di lui, ma che aveano fatta quella lunga fermata da noi descritta al convento di san Vittoldo. Nondimeno, o ne avesse merito il balsamo della dotta Miriam, o vero la robusta tempera d'Ivanhoe, non derivò da questo sforzato cammino alcuno di quegli inconvenienti che per la salute del ferito avea temuti Rebecca.

Fors'anche altri motivi segreti avea l'impazienza che facea Isacco tanto sollecito di accelerare il viaggio. Gli è certo che questa diede ben presto origine a dispareri tra lui e gli uomini da esso noleggiati per servirgli di scorta. Essi erano Sassoni, tenerissimi quindi del buon desco e di tutte le loro comodità, com'era l'usanza del paese, usanza che lor meritò dai Normanni gl'ingiuriosi titoli d'infingardi e ghiottoni. Se aveano acconsentito prestar servigio all'Ebreo facoltoso, fu colla speranza di vivere a spese sue lungo tempo; e sol quando s'accorsero com'ei volea correr tanto, conobbero d'avere sbagliati i propri conti. Cominciarono quindi a diffondersi in rimostranze sul danno che da tal modo di viaggiare sofferivano le loro bestie; ma parlavano ad un sordo nel presentarle ad Isacco. Vi fu in oltre caldissima disputa tra lui ed essi intorno la quantità di birra e vino che pretendevano a ciascun pasto. Da tutte le ridette circostanze divenne che all'approssimarsi del pericolo il più paventato da Isacco, ei si vide abbandonato dai malcontenti mercenari, sulla cui protezione avea fondato speranze dopo essersene sì male assicurata la fedeltà[43].

Così trovavasi derelitto in mezzo alla selva colla sua figlia e coll'infermo, allorchè si scontrarono in lui Cedric e Atelstano come vedemmo, e vedemmo parimente in qual guisa le due congiunte brigate cadessero in potere di Bracy e de' confederati di Bracy. Niuno de' supposti masnadieri pose grande attenzione alla lettica, che fors'anche avrebbero lasciata ove la trovarono, se non era la curiosità di Bracy, il quale non aveva anche riconosciuta lady Rowena, coperta da un velo assai fitto. Egli suppose pertanto che potesse entro la lettica starsi la donna divenutagli scopo d'impresa sì perigliosa. S'affrettò quindi ad aprire la ridetta lettica, nè poco fu la sua maraviglia allo scorgere il ferito cavaliere, che credendosi caduto fra le mani di sassoni scorridori, presso i quali l'essere conosciuto per quel ch'egli era divenisse salvaguardia così per sè come per gli altri suoi compagni, si annunziò per Wilfrid d'Ivanhoe tostamente.

Anche in mezzo alla leggerezza e agli sregolamenti della sua vita, Bracy avea sempre conservato qualche principio di onore cavalleresco. Non solamente quindi non venne ad alcuna estremità contro l'uomo in cui temea giustamente il proprio rivale, e privo allora d'ogni difesa, ma si astenne accuratamente dal far partecipe della sua scoperta Frondeboeuf, il quale al certo non si sarebbe ristato per riguardi dall'uccidere immantinente colui che potea disputargli la signoria d'Ivanhoe. Non quindi però Bracy si avvisava di restituire a libertà un rivale preferito da lady Rowena come troppo il davano a credere gli avvenimenti del torneo, e come d'altra parte ei non doveva ignorare, per essere cosa generalmente notoria, il bando che a cagione di questo amore avea sofferto dal paterno tetto Wilfrid; chè l'usare sì nobilmente con un tale emulo era sforzo superiore alla generosità di Bracy, il quale prese quindi un temperamento di mezzo fra il bene ed il male, cosa unica di cui si sentisse capace. Pose adunque due de' suoi scudieri a ciascuna banda della lettica, ordinando loro di non permettere a chicchessia d'avvicinarvisi. Giusta le istruzioni che trasmise ai medesimi doveano rispondere a qualunque interrogazione venisse lor mossa, quella essere la lettica di lady Rowena, ove aveano collocato un proprio compagno ferito. Giunti a Torquilstone, e nel tempo che il signor della rocca e il Templario pensavano unicamente a mettere in opera i concetti divisamenti, l'un contra l'Ebreo, l'altro ver la figlia dell'Ebreo, gli scudieri di Bracy trasferirono Ivanhoe in un appartamento separato della rocca, continuando a farlo credere un lor compagno. E tal menzogna volsero anche in propria scusa, allorchè Frondeboeuf fin ne' primi momenti di agitazione che seguirono l'udito squillo del corno e la disfida degli assedianti, si mise in ronda attorno al castello, e giunto al luogo ove stavano il ferito e coloro che il custodivano, rampognò questi perchè non s'erano tosto condotti sopra i bastioni appena dato il segnal dell'allarme.

«Un compagno ferito!» sclamò egli con accento di collera ad un tempo e di sorpresa. «Non maraviglio ora, se bande di villani e di scorridori ardiscono mettere assedio ai castelli, poichè coloro che li dovrebbero difendere si son dati al mestier d'infermieri. Su i bastioni, sciaurati! su i bastioni! o v'ammaccherò l'ossa a furia di piattonate.»

Gli scudieri di Bracy gli risposero con fermezza «niuna cosa desiderar eglino tanto siccome l'unirsi agli altri nella difesa della rocca assediata; essere però importante, ch'ei, Frondeboeuf, s'incaricasse di scusarli presso il loro padrone, da cui solo aveano ricevuto il comando di prestare assistenza a quel moribondo.»

«Che moribondo?» sclamò il brutal castellano. «Fra poco sarem moribondi tutti, vel prometto io, se si continua a dormire così! Quanto al vostro infermo, non dubitate, ho chi vi solleverà da sì fatto incarico. Ulfrida, olà Ulfrida!» sclamò con voce da stentore «maladetta vecchia strega di sassone! Sei sorda del tutto? Vien qui presto. Abbi cura di questo infermo giacchè è detto che se ne debba aver cura. E voi pensate a far uso dell'armi. Eccovi due balestre. Correte ad una feritoia, ed ogni freccia che scoccherete trapassi il cuore d'un Sassone.»

I due scudieri, che simili alla maggior parte de' lor colleghi, detestavano lo starsi senza far nulla, quanto amavan le pugne, si trasferirono giubilanti al posto ad essi indicato. Per tal modo trovatosi Ivanhoe affidato ad Ulfrida, o per dir meglio ad Ulrica, costei che avea sol voglia di nudrir la mente con immagini di risentimento e di vendetta, rassegnò l'impiego avuto presso il ferito a Rebecca.

CAPITOLO XXVIII.

«Aggiugni quel veron. Come a te lice, «Quai del conflitto sian le sorti or guata. _Schiller._

Gl'istanti del maggior pericolo sono sovente per l'uman cuore gl'istanti di aprirsi con maggior forza alla tenerezza e alla soavità degli affetti. Una agitazione se è troppo vivace ne mette in minor cautela su di noi medesimi, e ne astringe senza volerlo a palesare que' sensi, che in tempo di maggior calma avremmo almeno saputo nascondere, quand'anche ne fosse mancato vigore per allontanarli da noi. Trovatasi presso Ivanhoe Rebecca, maravigliò ella stessa del sentimento di piacere cui cedea in un momento che l'attorniavano pericoli per ogni dove, e poco dopo essersi quasi abbandonata alla necessità della disperazione. Avea sotto le dita il polso dell'infermo, e chiedendogli contezza di sua salute, gli accenti di lei spiravano tal che di patetico, da cui svelavasi come ella sentisse per Ivanhoe maggior premura di quanto avrebbe voluto confessare perfino a sè stessa. La mano le tremava, gli accenti le languivano le labbra, e solamente la richiamò alcun poco a sè medesima la fredda interrogazione del ferito: «Siete voi, giovinetta?» interrogazione onde fu obbligata a rammentare, che l'affetto impadronitosi dell'animo di lei nè era nè doveva essere corrisposto. Le sfuggì un sospiro che potea intendersi appena; poi le interrogazioni da esse indiritte al cavaliere sullo stato di sua salute presero il tuono tranquillo dell'amicizia. Ivanhoe le rispose di star meglio oltre quanto avrebbe osato sperare egli medesimo «e ne ringrazio» aggiunse «le vostre sollecitudini, o mia cara Rebecca.»

«Ei mi nomina la sua cara Rebecca» ella diceva a sè stessa «ma d'un tuono freddo e indifferente, che mal s'accorda col significato di tali voci. Il suo cavallo di battaglia, il suo cane da caccia, gli stanno più a cuore della povera figlia di Israele, scopo soltanto del suo disprezzo!»

«I patimenti fisici» continuò Ivanhoe «mi sono men duri da sopportare che le inquietudini dello spirito. Dai discorsi fatti da due armigeri rimasti finora presso di me, intesi com'io sia prigioniere; e nel cavaliere che li fece partire per dar opera a qualche fazion militare, scorsi il feroce Frondeboeuf; cosa da cui conchiudo trovarmi io nel castello di questo tiranno. Se ciò è, qual modo mi rimane a soccorrere lady Rowena e mio padre?»

«Egli non parla nè d'Isacco nè della figlia d'Isacco» proseguì meditando Rebecca; «noi non teniamo parte veruna nei suoi pensieri. Il cielo mi punisce, e a ragione, d'aver volti i miei troppo a lungo sopra di lui.» Dopo essersi in cotal guisa accusata dinanzi a sè medesima, narrò ad Ivanhoe le particolarità ch'ella sapeva, vale a dire che Bois-Guilbert e Frondeboeuf comandavano nella rocca; che molta mano di nemici la circondava, che non le era noto quai fossero gli assedianti. Lo ragguagliò di più del sacerdote cristiano giunto nel castello, e che a quanto parea dovea essere meglio istrutto del modo in cui si stesser le cose.

«Un sacerdote cristiano!» sclamò Ivanhoe. «Mi è d'uopo vederlo. Rebecca, fate ogni possibile per trovarlo, e condurlo alla mia presenza. Raccontategli come un uomo pericolosamente infermo ne implora spirituale soccorso, ovvero su di ciò ditegli quanto giudicate meglio, purch'io lo veda. Certamente è a me necessario il prendere o tentar di prendere una risoluzione; ma come il potrei ignorando quai cose succedano esternamente?»

Rebecca, studiosa di compiacere Ivanhoe, si avventurò al tentativo, poi mandato a vuoto, come vedemmo, dal giugner d'Ulrica; giacchè e l'una e l'altra donna stavano in agguato per trarre a sè quando passava il supposto frate. La Israelita pertanto ritornando all'infermo gli annunziò il cattivo esito della tentata prova.

Se la cosa spiacque ad Ivanhoe, non gli diede agio a fermar l'anima su tale rincrescimento il romore che da lungo tempo udivasi per tutto il castello, e che prodotto dagli apparecchi di difesa si fe' di repente più gagliardo cambiandosi in tumulto e clamori. Le frettolose pedate degli armigeri che correano su i bastoni faceano rintronare gli angusti anditi e le scale onde pervenivasi ai merli ed alle feritoie. A tale strepito aggiugneansi le voci de' cavalieri che eccitavano i soldati, indicando loro le cose da farsi; ma queste voci venivano spente il più delle volte dal fragor dell'armi e dalle grida di coloro cui venivano indiritti i comandi. Comunque terribile di per sè stessa una tale scena, le dava più orrido aspetto l'idea della successiva che da questa venia presagita, orrore non privo d'una certa sublimità di immaginazione, che anche in tai momenti sollevò la mente di Rebecca facile ad aprirsi alle grandi impressioni. In mezzo al pallor delle guance gli occhi le scintillavano, e scorgeasi nella voce di lei una mescolanza di tema e d'entusiasmo allorchè si diede a declamare, traducendolo al suo compagno, il versetto del sacro testo. «Si vedono sfavillar l'aste e gli scudi; s'odono il fischiar delle frecce, l'imperar dei duci, il gridar degli armati.»

Ma Ivanhoe, simile al cavallo bellicoso rimembrato nel decorso di questo tratto sublime, fremea d'impazienza sulle ferite che il rattenevan supino, e ceduto avrebbe quanto egli avea sulla terra per partecipare ai combattimenti, che questi confusi strepiti prenunziavano.

«Oh potess'io trascinarmi solamente a quella finestra!» egli esclamava. «Vedere almeno le nobili imprese di cui s'avvicina l'istante! Scoccare una freccia, sollevare un'azza, non fosse che per portare un sol colpo, ma che divenisse quello della nostra liberazione!... Inutili voti! Il mio corpo è spossato, siccome inerme è il mio braccio.»

«Non ismaniate così nobile cavaliere» gli disse Rebecca. «Lo strepito d'improvviso ha cessato. Forse non si vien oltre alle mani.»

«Voi non sapete nulla di tali cose!» le rispose con tuono d'impazienza il cavaliere. «Tale istante di taciturnità annunzia solamente che gli armigeri presero il luogo assegnato loro su i baluardi, annunzia che aspettano il momento dell'assalto. Quanto avevamo udito fin qui era unicamente il tuono foriero d'una procella lontana; è giunta l'ora che questa scoppierà in tutto l'apparato del suo furore.... Sì! gli è d'uopo ch'io tenti raggiugnere quella finestra.»

«Oltrechè non vi riuscireste» rispose Rebecca «ne verrebbe un ritardo notabile alla vostra guarigione.» Poi non vedendo una miglior via di calmarne le smanie: «Mi vi collocherò io medesima» con fermezza soggiunse «e vi darò conto di tutte le cose che succedono al di fuori.»

«Ciò non farete e ve lo proibisco» sclamò Ivanhoe con vivacità, «Ogni finestra, ogni apertura di questa rocca sarà d'ora innanzi scopo agli arcieri; e una freccia lanciata a caso....»

«Verrebbe a tempo» disse con sommessa voce Rebecca, e saliva intanto i gradini che conducevano alla finestra.

«Rebecca, mia cara Rebecca,» Ivanhoe continuò «non avvisaste mai questi essere passatempi da giovinetta. Non vi avventurate a ricevere qualche ferita e forse il colpo di morte. Vorreste voi procacciarmi l'eterno rimorso d'esserne stato io la cagione e che tal rimembranza avvelenasse il rimanente di que' giorni che voi m'avete salvati?... Almeno, se non posso smovervi dalla vostra idea, copritevi con quello scudo che la combinazione fa essere in questa stanza.»

Si attenne a tal suggerimento Rebecca, la quale munitasi dello scudo indicatole da Ivanhoe si collocò alla finestra con sì fatto accorgimento, che senza correre molto pericolo potea osservare tutto quanto accadea, e rendere Ivanhoe consapevole degli apparecchi d'assalto che si faceano dagli assedianti; divisamento che la situazione medesima di quella stanza favoriva assaissimo. Posta ad un angolo del corpo principale di questo edifizio, e scopriva tutte quante le cose operate al di fuori, e dominava le difese esterne, contra cui pareano doversi indirigere i primi sforzi degli assalitori. Si stavano tai difese in un fortino, nè alto, nè ampio di soverchio, ed inteso ad assicurare la porta di soccorso d'onde Frondeboeuf diede uscita a Cedric. Una fossa separava dal castello questo fortino, talchè se il nemico si fosse anche impadronito di esso, non perciò diveniva padrone della rocca, essendo facile il torgli colla medesima ogni comunicazione abbattendo i panconcelli che faceano ufizio di ponte. Il portello d'onde usciasi dal fortino corrispondeva in dirittura alla porta di soccorso, cinto essendo di forti pallizzati tutto il lavoro. Dal numero d'uomini messi a difendere un tal punto Rebecca giudicò, che contr'esso principalmente gli assediati temessero l'impeto dei nemici, e in tal giudizio si confermava al vedere come il maggior nerbo delle truppe assedianti si fosse collocato rimpetto al fortino medesimo, che era omai cosa evidente divisar eglino prender d'assalto, e riguardarlo siccome quella mira da cui si ripromettevano speranza di migliore successo.

La nostra Ebrea comunicò le osservazioni fatte ad Ivanhoe, non senza aggiugnere come un ragguardevole stuolo d'arcieri tenesse il lembo della foresta, non potersi però assegnarne il numero attesochè la maggior parte di essi gli alberi nascondevano.

«Indicatemi sotto qual bandiera campeggino» soggiunse Ivanhoe.

«Bandiera! non iscorgo nè bandiere, nè insegne.»

«Non comprendo. Da quando mai s'è inteso dire, che uomini marcino contra un castello senza spiegare bandiera? Nè saprete almeno darmi qualche indizio su i capi della spedizione?»

«La persona che si fa contraddistinguer dall'altre è un cavaliere coperto di negra armatura. Egli è il solo armato di tutto punto. A quanto sembra il rimanente di quelle schiere ne riceve i comandi.»

«Scorgete voi quale stemma ne fregi lo scudo?»

«Qualche cosa che somiglia ad una spranga di ferro e ad un catenaccio, e queste cose, s'io non erro, dipinte in azzurro sopra fondo nero.»

«Spranghe di ferro e catenacci! Non conosco qual cavaliere possa portar tale stemma, e lo direi mio nello stato a cui mi vedo ridotto. E l'impresa?»

«Come leggerla, se a questa distanza si discerne a fatica lo stemma, e ciò anche allora che lo scudo ripercuote i raggi del sole?»

«Nè assolutamente vedete altri capi?»

«Niuno da questa parte. Se ne troveranno forse dall'altra, perchè è credibile non essere il punto di castello ove guardiamo il sol bersaglio all'assalto. Ma eccoli che s'inoltrano.... Dio di Sion, ne proteggi! Quale spettacolo spaventoso! Coloro che marciano i primi si coprono di grandi scudi, e spingono innanzi una specie di muraglione fatto di tavole. Gli altri che li seguono dan volto agli archi, e adattano ad essi le frecce. Dio di Mosè, perdona alle creature che sono l'opera delle tue mani!»

Ma ne fu interrotto il dire dall'acuto squillo de' corni sassoni, segnal dell'assalto, cui dall'alto de' baluardi risposero le trombe e i timballi normanni per provare ai nemici di non temerli. Aumentavano il tumulto le grida che venivano dalle opposte parti: _San Giorgio per l'Inghilterra!_ eran le voci che gli assalitori mettevano. _Innanzi Bracy! — Beauséant, Beauséant! — Frondeboeuf alla riscossa!_ gridavano tutti insieme, ciascuno a norma del capo che li guidava, i drappelli degli assediati.

Ma la querela non era tale del certo da ristarsi in sole grida; e ai disperati sforzi degli avversari, gli assediati opposero una resistenza non men vigorosa. Gli arcieri, cacciatori di mestiere ed avvezzi quindi a ben valersi dell'arco ne' boschi, miravano con tanta aggiustatezza, che ciascuna apertura di muro ove qualche difensore si facea vedere, divenia bersaglio d'un nembo di frecce, delle quali ben poche andavan perdute: ognuna d'esse avea il suo destino, e le indirigeano ad ogni feritoia, ad ogni finestra, ove scorgevano nemici, o dove credevano possibile che se ne trovassero. Queste vigorose salve uccisero due o tre uomini della guarnigione, e molti ne ferirono. Ciò nullameno grandemente affidati nella bontà delle loro armature, e nel vantaggio di munita situazione, gli armigeri di Frondeboeuf e i loro confederati poneano nel difendersi un'ostinazione eguale all'accanimento degli assalitori, su i quali faceano piovere una continua grandine di pietre e frecce, e d'ogni genere d'attrezzi da gitto che danneggiavano gli assedianti più di quanto eglino, e peggio armati ed alla scoperta, potessero nuocere agli assediati. Il continuo fischiar delle frecce si udia meno, sol quando più forte era il gridare d'una delle due parti che avesse la peggio.

«Ed io dovrò qui restarmi come un frate nel suo chiostro» sclamò Ivanhoe «intanto che gli altri risolvono la lotta da cui la mia libertà o la mia morte dipendono? Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno.»

Con un coraggio fattosi in lei più vigoroso dopo una preghiera ch'ella volse colla mente al cielo in questo breve intervallo, Rebecca tornò alla finestra, prendendo ogni possibile cautela onde quelli ch'eran di fuori non la scorgessero.

«Ebbene! che vedete, o Rebecca?»

«Non vedo che un nuvolo di frecce, tanto fitto che i miei occhi ne sono abbarbagliati e incapaci di discernere color che le scoccano.»

«Non faranno nulla, se non cercano impossessarsi del castello a viva forza. Che giovano mai le frecce contra muraglie e baluardi di pietra? E il cavaliere che ha per suo stemma il catenaccio, come si conduce? Mi rileverebbe saperlo, perchè tal capitano, tai soldati.»

«Nol vedo.»