Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 25
«Nulla di più facile» rispose Wamba. «_Pax vosbiscum_ è un talismano, che viene a proposito tutte le volte. Andate o venite, bevete o mangiate, benedite o scomunicate, _pax vobiscum_ sempre. Queste parole giovano ad un frate quanto una bacchetta ad un mago, o un manico da scopa ad una strega. Pronunziate solamente in tuono grave e solenne: _Pax vobiscum_: cavalieri, scudieri, uomini a piedi e a cavallo, tutti sentono l'effetto dell'incanto. Credo che se mi conducono domani alla forca, cosa verisimile assai, proverò l'efficacia del _Pax vobiscum_ col cerimoniere incaricato d'aggiustarmi il capestro attorno al collo.»
«Quand'è così, ho fatto presto ad assumere gli ordini religiosi. _Pax vobiscum_. Non lo dimenticherò. Addio, nobile Atelstano; addio, mio povero matto, che hai il cuor miglior della testa, vi salverò tutti, o morirò nel tentarlo. Il sangue dei nostri re Sassoni non verrà sparso, finchè rimarrà stilla del mio in queste vene; nè un capello cadrà dal capo di un fedele servo, che rischiò tutto pel proprio padrone, finchè il braccio di Cedric potrà sollevarsi in sua difesa. Addio.»
«Addio, nobile Cedric» disse Atelstano. «Ricordatevi che per sostener bene la parte di frate, vi è d'uopo accettare quanti reficiamenti vi vengono offerti.»
«Addio, nostro zio» soggiunse Wamba: «badate a non dimenticarvi del _Pax vobiscum_.»
Munito di questo duplice avvertimento, Cedric si dipartì dai compagni, nè tardò molto a far prova dell'efficacia del talismano raccomandatogli, come potentissimo, dal suo buffone. In un andito basso, stretto ed oscuro, che a quanto ei credea, dovea condurlo nella sala di ricevimento, s'incontrò in una giovane.
«_Pax vobiscum_» le diss'egli, traendosi da un lato per lasciarla passare.
Si arrestò questa, e con voce soave gli rispose: «_Et tibi quaero; domine reverendissime, pro misericordia tua._»
«Sono alquanto sordo» replicò Cedric in buon sassone, e accorgendosi tosto di aver parlato un idioma sospetto, disse fra sè medesimo: «Vadano al diavolo il matto e il suo talismano! Ho rotto la lancia mia al primo scontro.»
Non era cosa molto straordinaria in que' tempi il trovare un ecclesiastico duro d'orecchio, allora che gli si parlava il latino, e la persona che gli volse quei detti sapeva assai bene tal lingua.
«Per amor del cielo! reverendo padre» ella gli disse in sassone «degnatevi di porgere qualche spirituale conforto ad un prigioniere ferito che trovasi in questo castello. Non gli negate tale atto di compassione, che il vostro santo ministerio chiede da voi. Nessuna fra le buone azioni di vostra vita avrà mai portato tanto utile al convento cui appartenete.»
«Figlia mia» rispose grandemente imbarazzato Cedric «è già spirato il tempo concedutomi per rimanere in questo castello. Mi è d'uopo uscirne subitamente per tal affare che risolve di vita o di morte.»
«Non vi opponete alla mia preghiera, o buon padre; ve ne supplico, invocando que' voti che avete giurati voi stesso, di non lasciare cioè morire privo de' vostri avvisi e soccorsi spirituali un uomo oppresso, un uomo in pericolo.»
«Venga la peste a questo maladettissimo incontro!» sclamò Cedric, e stava per esalare la sua impazienza in termini anche meno addicevoli all'abito che in allora ei vestiva, quando a quel colloquio si frammise la voce stridula d'un'altra donna. Era costei Ulfrida, l'antica abitatrice della torre.
«Come sta, giovane imprudente?» gridava la vecchia. «È questa la gratitudine alla bontà con cui vi ho tratta dal vostro carcere? Costrignere questo venerabile religioso ad andare nelle furie per liberarsi dalle importunità d'un'ebrea?»
«Un'ebrea!» sclamò Cedric, cui non parea vero aver trovato tale pretesto a spacciarsi. «Lasciatemi passare, o donna; non mi toccate; la vostra sola presenza basta a lordarmi.»
«Venite di qui, padre mio» disse la strega; «voi non siete pratico del castello; mi farò io vostra guida. Seguitemi, perchè devo parlarvi. Quanto a voi, maledetta da Dio fino nel sangue, andate nuovamente nella camera del ferito, e rimanetevi sin ch'io ritorni. Guai a voi se l'abbandonate ancora senza mia permissione!»
Rebecca si ritirò. Ulfrida, alla quale era stata affidata la cura del ferito, fu mossa da desiderio di parlar col sant'uomo, di cui seppe tosto l'arrivo al castello. Incaricò quindi del proprio ministerio l'ebrea, che trasse di prigione ella stessa. Ognun s'immagina come la Israelita accettasse di buon grado sì fatto ufizio. Pronta poi questa ad afferrare tutte le possibilità di scampo ove credea vederne un raggio, pensò ai soccorsi o se non altro ai consigli che a tal uopo avrebbe potuto somministrarle il creduto frate. Spiò pertanto il momento in cui stavasi per partire colla speranza di destarne la compassione a favore dei prigionieri; ma vedemmo come ella incagliò ne' concetti divisamenti.
CAPITOLO XXVI.
«Qual d'atroci misfatti orribil tela «A disvelarmi t'apparecchi? Assai «Quant'or so d'essi già non è? qual pena «A tai colpi serbò l'inesorata «Destra d'un nume punitor, che il mio «Labbro ti spieghi hai d'uopo? Ebben! ribrezzo «Forzerommi a frenar. Favella. Io t'odo.» CRABBE.
Poichè Ulfrida a furia di grida e di minacce, ebbe respinta Rebecca nell'appartamento dell'infermo, condusse Cedric, che la seguiva ben di mal animo, in una piccola stanza, indi ne chiuse diligentemente la porta. Posti poi sulla tavola un fiasco di vino e due tazze d'argento, lo invitò a sedersi dicendogli col tuono piuttosto di chi afferma un fatto, che di persona vogliosa d'istruirsene: «Voi siete sassone, padre mio! — Non lo negate» continuò costei quando vide che il supposto frate esitava a rispondere «le voci del mio idioma naturale sonano bene a questo orecchio benchè le ascolti sì di rado, e sol quando escono dal labbro di alcuni miseri servi digradati, cui questi feroci normanni addossano il peso delle fatiche le più vili ed abbiette. Sì, voi nasceste sassone, o padre, e sicuro, quant'è sicuro che siete un servo di Dio, di libera condizione. Me ne fe' prova il vostro accento, e gran diletto n'ebbi in udirlo.»
«Dunque non vengono qui mai preti sassoni?» disse Cedric; «pure mi sembra che il loro dovere sarebbe di consolare, soccorrere i figli della lor patria.»
«No, non ne vengono; o se ne vengono preferiscono il partecipare eglino pure de' banchetti co' nostri conquistatori al dovere d'udire i gemiti de' loro compatriotti. Almeno è questo che si vocifera, perchè io so ben poche cose. Son più di dieci anni che in questa rocca non ho veduti altri preti fuorchè l'indegno cappellano normanno, compagno de' notturni sollazzi di Frondeboeuf, e che ora è andato a render conto delle sue dissolutezze al tribunal supremo. Ma voi siete un Sassone, un religioso sassone, gli è mestieri ascoltiate la mia confessione.»
«Sono Sassone, e nol posso negare, ma non merito il nome di sacerdote. Lasciatemi partire. Vi giuro, tornerò, o vi manderò uno de' nostri religiosi che sarà meglio di me al caso per udire quanto avrete da confidargli.»
«No; non giugnerebbe a tempo. Il gel della morte potrebbe avere addiacciata quella lingua, che in questo momento è abile a parlarvi, nè vorrei scendere nel sepolcro, qual brutale fiera, siccome vissi; ma non ho, se nol cerco dal vino, il vigor bastante ad incominciarvi l'orribil racconto.»
Indi trangugiò un bicchier pieno di vino con tanta avidità, che parea temesse lasciarne una stilla alla tazza. — «Questo liquore m'infiamma la fantasia» ella disse «ma non m'allegra il cuore» e tornando a mescere ne presentò una tazza a Cedric. «Fate altrettanto, padre mio, se volete essere in forza ad ascoltare la mia confessione.»
Cedric avrebbe voluto esentarsi da tale scambievolezza; ma l'impazienza della vecchia nello stimolarlo andava quasi a disperazione, laonde si risolvè a cedere; dopo di che, mostrandosi questa soddisfatta dell'usatale compiacenza, continuò così il suo racconto.
«Non credeste ch'io fossi nata nell'abbiezione a cui mi trovate. Io era libera, d'alto legnaggio, ricca, felice, ben veduta, onorata; ora sono schiava, avvilita, infamata. Fecero di me quel che di donna può farsi i miei padroni fintantochè durommi avvenenza; itane questa, divenni per essi scopo di sprezzi, di derisione, d'abborrimento. Potete voi maravigliar, padre mio, s'io detesti il genere umano e soprattutto la schiatta da cui ogni mia calamità mi deriva? Questa vecchia increspata e decrepita può ella dimenticare d'essere figlia di chi, sol che aggrottasse il sopracciglio, facea tremare mille vassalli, d'essere figlia del nobile _thane_ di Torquilstone?»
«Tu la figlia di Torquil Wolfganger!» sclamò Cedric surto in piedi e palesando segni di estrema sorpresa. «Tu la figlia di quel nobile Sassone, dell'amico, del fratel d'armi del padre mio!»
«Di tuo padre?» replicò Ulfrida. «Sta dunque presente a' miei sguardi Cedric il Sassone, perchè il nobile Everardo di Rotherwood non ebbe che un figlio, il cui nome è troppo ben conosciuto fra i nostri concittadini. Ma poichè sei Cedric di Rotherwood, a che quest'abito di frate? Venisti in tanta disperazione da credere impossibile la salvezza della tua patria? O cercasti all'ombra del chiostro un asilo contro la tirannide de' crudeli nostri oppressori?»
«Poco rileva qual ch'io mi sia» rispose Cedric, tornato a sedersi. «Prosegui, sciagurata donna, il tuo racconto colmo d'orrori e, non ne dubito, di delitti.»
«Sì: debbo narrarti delitti, neri delitti, tali empietà, per le quali non v'è speranza di perdono, divenutemi insopportabile peso, empietà che tutte le fiamme del purgatorio non basterebbero ad espiare. Sì: in questa rocca tinta del nobile e puro sangue del mio genitore, de' miei fratelli, esser io vissuta per isbramare i diletti del loro assassino, di tai diletti avere io stessa partecipato, essere stata ad un tempo la schiava e la complice de' costui traviamenti; tutte queste circostanze mi fan colpevole di delitti moltiplicatisi ad ogni fiato d'aria che ho respirato.»
«Sgraziata!» proruppe Cedric. «Così dunque intanto che gli amici del tuo povero padre, intanto che ogni vero Sassone, versava lagrime di sangue sulla morte di lui deplorabile, sulla strage de' tuoi fratelli, su quella di te medesima, perchè ognuno ha sempre avuto per fermo che Ulrica fosse soggiaciuta al destino di tutti i suoi, tu vivevi per meritare il nostro odio, la nostra esecrazione? tu vivevi presso il vile tiranno che sperse tutto quanto dovevi tenerti più caro, che si bagnò le mani nel sangue dell'innocente fanciullezza, l'infame, per cui opera non sopravvive un sol rampollo maschile della chiara prosapia di Torquil Wolfganger! Tu intanto ti stringevi a costui con vincoli di amore illegittimi!»
«Illegittimi, non v'ha dubbio, ma non vincoli d'amore,» soggiunse Ulrica che gli è omai inutile il rammentare sotto altro nome costei, e quello d'Ulfrida, ella lo aveva assunto dopo lo sterminio della sua gente. «Non alligna amore sotto queste vôlte sacrileghe, e sarebbe più agevol cosa il trovarlo ne' regni d'abisso. Amore no! ed è l'unico rimprovero ch'io non debba fare a me stessa. L'odio contra Frondeboeuf, contra ognuno della sua schiatta, era la sola passione da cui mi sentissi compresa fin negl'istanti, che si sarebbe detto notare nell'ebbrezza de' piaceri i miei sensi.»
«Voi l'odiavate e viveva! E come? non v'erano dunque nel castello di Torquilstone, nè azze, nè coltelli, nè punteruoli? Eravate voi sì vilmente affezionata all'esistenza, da preferire un'infame vita al rischio di perderla! Giuro a Dio, aveste ragione che il castel d'un Normanno non lascia più d'una tomba traspirarci segreti cui dà ricovero. Se mi fosse venuto unicamente il sospetto che la figlia di Torquil vivea tal vita coll'infame sterminatore della propria famiglia, la mia spada, sì, la spada di un vero Sassone, avrebbe trafitta costei fin tra le braccia del suo corruttore.»
«Ah sì? tu avresti usato tale atto di giustizia al nome di mio fratello, al nome di Torquil? Allor veramente meriti il nome di Sassone che ti fu imposto[40]. Però sappilo. Nel ricinto medesimo di queste mura esecrate ove il delitto, come tu dicesti, sta avvolto in vel di sepolcro, allorchè io udiva pronunziare il nome di Cedric, carica qual mi vedi e di delitti e d'obbrobrio, io mi confortava in pensando, che vivea tuttavia l'uomo opportuno a far vendetta della nostra nazione. Pure io medesima, Cedric, ho gustati alcuni istanti di tale vendetta. Più d'una volta ho seminata la discordia fra' nostri nemici; più d'una volta ne ho apprestata la perfida coppa per cambiar le sale dei conviti in arene tinte di sangue. Quest'occhi miei si sono pasciuti delle lor ferite, le mie orecchie hanno uditi come concenti i loro gemiti. Guardami, Cedric; non trovi tu forse ancora in queste sembianze sformate dal delitto e dagli anni qualche lineamento che ti rimembri Torquil?»
«Ah taci, Ulrica, non mi far tale inchiesta» rispose Cedric in tuono di chi è compreso da dolore e da orrore ad un tempo «quest'orme di somiglianza son quelle che possono ravvisarsi tra l'uom vivente e il suo cadavere uscito fuor della tomba per la forza d'uno spirito maligno trattosi ad animarlo.»
«Ma questi lineamenti animati da uno spirito infernale si coprirono colla maschera d'un angelo di luce, allorchè pervennero a spargere dissensioni ed odii tra Frondeboeuf e il figlio di lui Reginaldo. Le tenebre degli abissi dovrebbero celare i frutti che ne derivarono; ma s'aspetta alla vendetta lo squarciar la cortina che vela un misfatto capace di far uscire gli estinti fuor de' sepolcri. Da lungo tempo la discordia agitava le sue faci sui capi d'un padre tiranno, e d'un figlio degno di lui; da lungo tempo io nudriva segretamente ne' loro petti lo snaturato livore, onde ardevano l'un contra l'altro; e questo livore al fine scoppiò tra il festeggiar d'un banchetto. Il mio oppressore seduto alla domestica mensa soggiacque sotto i colpi del proprio figlio[41]. Tai sono gli atroci arcani che queste vôlte nascondono. Crollate, mura che ne cignete» sclamò costei girando tutt'all'intorno gli occhi a guisa d'ossessa «e seppellite sotto le vostre rovine tutti coloro che furono iniziati in questo orribil mistero.»
«E di te, figlia del delitto e della sventura, che avvenne dopo la morte del più crudele fra i nemici della tua stirpe?»
«Indovinalo se ardisci tanto: ma statti dal domandarmelo. Continuai a vivere nell'obbrobrio, sintantochè la vecchiezza, un'anticipata vecchiezza, venisse ad improntar sul mio volto gli schifosi lineamenti della mia anima. Allora fui vilipesa, schernita entro quel luogo medesimo ove comandai per l'addietro, costretta limitare a sterili imprecazioni le mie vendette, condannata ad udire dalla torre assegnatami qual dimora, il festoso strepito di que' tripudi, cui un giorno partecipai, e le grida e i gemiti delle nuove vittime dell'oppressione che successivamente queste carceri racchiudevano.»
«Ulrica! e con un cuore che, vorrei ingannarmi, sospira ancora la carriera de' delitti da te trascorsa, come ardisci volgerti ad uomo che addossa quest'abito? Che potrebbe far per te lo stesso sant'Odoardo se fosse qui in vece mia? Questo re confessore ebbe sì grazia dal cielo di poter guarire la lebbra del corpo, ma quella d'un'anima indurata nella colpa!... Dio solo può operare una tal guarigione.»
«Non quindi ti lascio ancora partire, crudele profeta, che m'annunzi la collera del cielo. Dimmi, se il puoi, qual sarà la conclusione delle immagini nuove e spaventose che turbano la mia solitudine? Perchè delitti dopo tanto tempo commessi tardano ad affacciarmisi alla mente con tutta la presenza della loro orridezza? Qual destino aspetta oltre al sepolcro colei, ch'ebbe per suo destino su questa terra il vivere fra le sciagure e le colpe? Amerei meglio tornare a Woden, a Mista, a Scrogula e a tutti gli Dei de' pagani miei antenati, anzichè patire anticipatamente i terrori che m'assalgono nel durar del giorno, e funestano i sogni delle mie notti.»
«Non sono sacerdote» disse Cedric stogliendo gli occhi pieni di ribrezzo da quella vivente immagine del delitto, della sventura, della disperazione «non son sacerdote, bench'io ne porti le vesti.»
«Sacerdote o laico, tu se' il sol timorato di Dio, il solo amico degli uomini, ch'io veda la prima volta dopo vent'anni. Mi dici tu di darmi alla disperazione?»
«Io.... io t'esorto al pentimento. Prega Dio, fa penitenza, e possa tu trovar grazia al cospetto della misericordia celeste! Ma non mi è lecito rimaner teco più a lungo.»
«Un istante! non abbandonarmi in tale stato, figlio dell'amico di chi mi diede la vita. Non abbandonarmi; o.... paventa, che il demonio, regolatore fin qui della mia vita, non mi tenti ora a vendicarmi del disprezzo, della barbarie ond'usi verso di me. Credi tu che se Frondeboeuf ravvisasse Cedric nascosto sotto quelle vesti nel suo castello, ti durerebbe a lungo la vita? Già i suoi occhi stan fisi sopra di te, come quei del falcone sulla sua preda.»
«Ebbene» soggiunse Cedric «mi strazino gli artigli e il rostro di questo uccello da preda; il labbro di Cedric non pronunzierà quindi accento che il cuore di Cedric dismentisca. Morrò qual Sassone, fedele alla mia parola, franco nelle mie azioni. Ritirati. Non toccarmi. L'aspetto medesimo di Frondeboeuf mi sarebbe meno odievole che non lo è la presenza d'una creatura fattasi vile, abbietta al pari di te.»
«Sia! non mi sforzo più a trattenerti; parti, dimentica la tua feroce virtù, dimentica come la miserabile che ti sta innanzi nacque dall'amico del tuo genitore. Parti, se i miei patimenti mi hanno separata da tutto il genere umano, da coloro ch'io avea diritto di trovar soccorrevoli, m'assumerò sola l'incarico di mie vendette; niuno mi aiuterà; ma tutti udranno la fama di quanto avrò osato operare. Addio. Il tuo sprezzo ha rotto l'ultimo filo che mi teneva ancora unita alla stirpe degli uomini. Il vedo. Neanco l'atrocità delle angoscie che provo può meritarmi compassione da un sol de' miei simili!»
«Ulrica!» soggiunse Cedric, commosso da questi ultimi accenti, «non hai tu dunque serbata la vita in mezzo a tanto abisso di sciagure e di colpe che per abbandonarti alla disperazione allorquando appunto i tuoi occhi si dischiudono sopra i tuoi falli, allorquando il pentimento dovrebbe aprirti una strada al tuo cuore?»
«Mal conosci il cuore umano, o Cedric. Per condursi com'io mi condussi, per dar luogo ai pensieri che in me allignarono, gli è d'uopo che si colleghino sfrenato amor del piacere, sete insaziabile di vendetta, desío d'illimitata autorità. Tai sentimenti inebbriano troppo l'anima che lor si abbandona per lasciarle più mai la facoltà di pentirsi. Sopravvissi all'età delle passioni; le rughe del volto m'han tolta, gli è vero, la funesta prevalenza di cui feci abuso; fin le idee di vendetta in me son ridotte a desiderii impotenti. M'ha giunta, accompagnato da tutte le sue serpi, il rimorso, sol presentandomi immagini di cordoglio inutile sul passato, di disperazione inesorabile sull'avvenire; ma mi ha giunta a malgrado del mio cuore, che non quindi si è aperto al pentimento. La tua vista però ha creata in me un'anima novella, e mi facesti a ragione comprendere nulla esservi d'impossibile a chi non paventa la morte. Per la forza de' tuoi detti mi trasparirono nuovi modi a vendetta, e siane certo, gli afferrerò. Tal brama fin ora si divise con altre passioni l'impero di questo spirito, ad essa omai mi dedico interamente; e vo' possa dir tu medesimo, che qualunque sia stata la vita d'Ulrica, seppe morir degna figlia del nobile Torquil. Ti sarà noto al certo, che molta mano di nemici sta raccolta attorno a questo malauguroso castello. Va a metterti lor capo, e allorquando vedrai una rossa bandiera sventolare sulla torre d'oriente, comanda l'assalto, fa impeto su i Normanni. Ti prometto che non saranno privi di faccende nell'interno della Rocca, e ad onta de' costoro archi, dei costoro archibusi, i tuoi soldati arriveranno a scalar queste mura. Addio. Segui il tuo destino e abbandonami al mio.»
Cedric stava per chiederle alcuni schiarimenti intorno ad uno stratagemma sì imperfettamente abbozzato, allorchè la voce di Frondeboeuf, novello Stentore, si fece udire.
«In che dunque si perde questo frate sfaccendato» sclamava costui «per la Vergine di Compostella! ne farò un martire se mai qui indugiasse per eccitare cattive idee ne' miei servi.»
«Una coscienza sinistra» disse Ulrica «è un verace profeta. Ma non vi disanimate, o Cedric, partite, intonate il cantico di guerra dei Sassoni, e se i Normanni rispondono col cantico di Rollo, del ritornello s'incaricherà la vendetta.»
Dette tai cose, ella scomparve prendendo una porta segreta, intantochè Reginaldo entrò nell'appartamento, e patì molto sforzo Cedric nel salutare con ingannevole umiltà l'orgoglioso barone, che con lieve chinar di capo gli rendette il saluto.
«I vostri penitenti ebbero un lungo colloquio con voi, padre mio. Me ne congratulo per parte loro. È l'ultimo che hanno avuto con chicchessia. Gli apparecchiaste voi alla morte?»
«Erano preparati a qualunque evento» rispose Cedric balbettando quanto meglio poteva il francese «e vi erano preparati sin d'allora che seppero in potere di chi si trovavano.»
«Che ascolto, ser frate? voi avete un accento che puzza maladettamente di Sassone.»
«Venni allevato nel convento di san Vittoldo di Burton.»
«Intendo. Sarebbe stato meglio per te se tu nascevi Normanno; e sarebbe anche stato meglio il mio caso, ma ne' momenti di bisogno uom non può sempre scegliere i suoi messaggieri. Questo convento di san Vittoldo è un nido di gufi, che sarà opera buona il disperdere. Oh! verrà l'istante che la cocolla non gioverà ai Sassoni più di quel che li proteggono le loro sarcotte.»
«Sia fatta in tutto la volontà del Signore!» disse Cedric con voce tremante di rabbia, il qual tremito Frondeboeuf credè effetto della paura.
«Tu già, ben me n'accorgo, nella tua spaventata immaginazione vedi i miei armigeri alle porte del refettorio, delle celle del tuo convento. Però, prestami un servigio, e qualunque cosa possa accadere ai tuoi confratelli, il canile ove stai non sarà tocco, vi dormirai tranquillamente come la lumaca entro il suo nicchio.»
«Fatemi dunque conoscere i vostri voleri» soggiunse Cedric celando a stento il fremito interno dell'animo.
«Seguimi per quest'andito, e uscirai per la porta di soccorso.»
Indi mostrando il cammino al supposto ecclesiastico, lo istruì in tali termini delle cose che desiderava da lui.
«Tu vedi, ser frate, questa mandria di porci sassoni che ha ardito circondare il mio castello. Di' loro quanto ti verrà in mente affinchè credendo a stremo la rocca, destreggino quarant'otto ore. Intanto, tu porterai subito.... Ma aspetta, sai tu leggere, ser incappucciato?»
«La roba scritta, no; ma posso leggere il mio breviario, perchè conosco le lettere stampate, ringraziando sempre la Beatissima Vergine e san Vittoldo.»
«Affè è il messo che mi voleva!» borbottò Reginaldo fra' denti. «Dunque prendi questa lettera, e portala al castello di Filippo di Malvoisin. Tu dirai esser io quegli che la spedisce, ma che fu scritta dal templario Brian di Bois-Guilbert; che lo prego farla giugnere a York con tutta la prestezza che può mettersi da un uomo fornito di buon cavallo. Digli ancora che non si turbi per noi, che i nostri armigeri son freschi per affrontare i cimenti, e ben apparecchiati dietro le fortificazioni. Sarebbe un'infamia per noi il provare alcuna sorte d'inquietezza innanzi una banda di cenciosi, avvezzi a fuggire al solo vedere spiegate le nostre bandiere, al solo udire lo scalpitare de' nostri corridori. Te lo ripeto, o frate, cerca nel tuo cervello qualche stratagemma atto a persuadere questi furfanti dell'utilità di tenersi nel loro campo sintantochè arrivino i nostri amici. La mia vendetta è desta. Ella è un falcone che non prende più sonno sinchè non abbia ghermita la preda.»