Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 24

Chapter 243,730 wordsPublic domain

«Per san Michele, o Bracy!» rispose Frondeboeuf «vorrei che tale avventura riguardasse voi solo. Questi furfanti non si sarebbero compromessi con una impudenza al di sopra di quanto si può immaginare, se non sapessero d'esser ben sostenuti. Le nostre selve non mancano di cacciatori e banditi, e so che costoro nulla meglio desiderano quanto il vendicarsi della severità che adopero nel mantenere in vigore le leggi intorno la caccia. Basti io vi dica, mi limitai, non è molto, contro uno di questi ribaldi, preso in fragranti, a farlo attaccare alle corna d'un cervo selvaggio che lo mise morto in cinque minuti. Lo credereste? I maladetti lanciarono contro di me più frecce, di quante ne ebbe lo scudo che fu bersaglio agli arcieri nel torneo d'Ashby. Ebbene! Engelredo!» si volse ad uno scudiere che vide entrare nello stesso momento «sono andati a fare scoperta come ordinai? Si sono presi dati certi sul numero di questi sciagurati?»

«A quanto si può giudicare» rispose lo scudiere «sono almeno dugent'uomini, radunati nel bosco rimpetto al castello.»

«Va benissimo!» soggiunse Frondeboeuf. «Ecco, miei garbati cavalieri a che mi son cimentato per compiacervi, per prestarvi il mio castello divenuto teatro alle vostre frascherie! Vi siete regolati con tanto bella prudenza, che m'avete raccolte d'intorno tutte le vespe di questo contado.»

«Dite piuttosto tutti i pecchioni» soggiunse Bracy: «una banda di vili, d'infingardi, che invece di procacciarsi il pane con un lavoro qualunque, vivono ne' boschi a spese de' daini che ammazzano, e dei viandanti che costoro svaligiano. Son pecchioni, ve lo ripeto, privi di pungolo.»

«_Privi di pungolo!_» riprese a dire Frondeboeuf. «Di grazia, che nome date voi a quelle frecce lunghe tre piedi contro cui non vale armatura se non è di Spagna, e sicure di colpire il bersaglio, non fosse largo più di mezza _corona_?»

«Vergognatevi, ser cavaliere» sclamò il Templario. «Pensiam piuttosto a raccogliere la nostra gente ed a fare una buona sortita. Un cavaliere, uno de' nostri armigeri basta a mettere in fuga una ventina di questi sgraziati.»

«Basta certo» rispose Bracy. «Ma mi vergognerei a sollevare sol la mia lancia contro di tale ciurmaglia.»

«Voi direste bene, se si avesse che fare con Turchi o Mori, ser Templario, o con contadini francesi, valoroso Bracy. Ma costoro sono inglesi, bravi, ottimi arcieri, nè avremmo sovr'essi altro vantaggio fuor di quello fornitoci dalle nostr'armi e da' nostri cavalli, vantaggio ancora che ne gioverebbe di poco ogni qual volta avessero il giudizio di tenersi nei boschi. Poi che parlate or di sortita? Se appena abbiam gente a sufficienza per difenderci nel castello! I migliori de' miei armigeri, non meno che la vostra compagnia franca, o Bracy, or trovansi a York. Qui mi rimane una ventina d'uomini, compresi anche quelli che v'accompagnarono nella vostra ideata spedizione.»

«Vorrei però sperare» soggiunse il Templario «che i vostri timori non si estendessero tanto da pensare che questi malandrini possano attrupparsi in numero bastante da prendere d'assalto il castello!»

«Ciò non dico, benchè non mi sia ignoto come costoro sono guidati da un capo ardito a tutto; ma fortunatamente per noi non hanno nè macchine da guerra, nè scale per tentare quello che dite; mancano in oltre di esperienza militare, quindi il mio castello può sfidare i loro sforzi congiunti.»

«Dovreste fare una cosa» soggiunse lo schernitore Templario. «Spedire un messaggio ai vostri confinanti per sollecitarli ad armare la loro gente in soccorso di tre cavalieri, che stanno entro la forte rocca di ser Reginaldo Frondeboeuf, assediati da un matto e da un guardiano di porci.»

«Lo scherzo non viene a tempo, ser di Bois-Guilbert, e se il volessi, non avrei nemmeno confinanti a cui volgermi. Malvoisin è a York con tutti i suoi vassalli; dite lo stesso degli altri miei colleghi, e sarei a York io medesimo senza questa vostra infernale intrapresa.»

«Ebbene» si fece a dire Bracy «gli è meglio inviare a York, e mandare a' nostri che tornino addietro. Codesta ciurmaglia non resisterà cinque minuti tosto che veda spiegata la bandiera d'una compagnia ardimentosa, e sollevate le lance de' miei prodi fratelli d'armi.»

«E chi poi s'incarica del messaggio?» domandò Frondeboeuf. «Verrà trattenuto, perchè... lasciate a que' mascalzoni la cura d'impossessarsi d'ogni sentiere! Però!... mi suggerisce ora un'idea» aggiunse dopo avere pensato un istante. «Ser Templario, voi dovreste sapere scrivere come leggete bene. Se potessimo trovare il calamaio del mio cappellano, morto l'ultime feste di Natale, in mezzo ad un bordello!...»

«Se non m'inganno» si fece a dir lo scudiere rimasto ad un angolo della sala nel durare della discussione «se non m'inganno questo calamaio, lo ha conservato la vecchia Barbara, come una memoria di quel sant'uomo. L'ho intesa dire esser egli stato l'ultimo ad usarle uno di que' tratti d'urbanità, che le donne gradiscono tanto dagli uomini.»

«Corri dunque a cercarlo» gli comandò tosto il padrone «e allora ser Templario, vi detterò io la risposta da farsi a questo cartello così pieno di tracotanza.»

«Gli risponderei più di buon grado colla punta d'una lancia che con quella d'una penna» rispose questi. «Nondimeno sia fatta la vostra volontà!»

Apprestato tutto quanto vi voleva per iscrivere, Frondeboeuf dettò le seguenti cose a Bois-Guilbert, sedutosi innanti una tavola.

«Ser Reginaldo Frondeboeuf, e i nostri cavalieri suoi collegati e confederati, non accettano disfide venute loro dalla parte di vassalli, servi o banditi. Se colui che assume il nome di _Neghittoso Nero_ ha vero diritto agli onori della cavalleria, dee sapere che si è digradato da sè medesimo col mettersi in tal compagnia; nè può quindi domandare verun conto a cavalieri di nobil lega. Quanto ai prigionieri che abbiamo fatti, vi sollecitiamo per un moto di cristiana carità, a mandar loro un prete, se vi riesce di rinvenirlo, il quale possa ascoltarne i peccati e riconciliarli con Dio, perchè è nostra mente deliberata vengano decollati in questo giorno medesimo. I loro capi collocati su i nostri baluardi proveranno in qual lieve conto da noi si tengan coloro che hanno tai difensori. Il solo servigio, vi ripetiamo, che possiate prestare ai medesimi è d'inviar loro un prete, perchè li conforti nell'ultim'ora.»

Dopo che tal lettera fu piegata, Frondeboeuf la fidò allo scudiere, affinchè la trasmettesse al messo apportatore della disfida, il quale stava aspettando risposta alla porta del castello.

Compiuta per tal guisa la propria commissione, l'araldo de' confederati tornò al quartier generale posto all'intorno di una venerabile quercia, distante dal castello tre gittate d'arco all'incirca. Colà Wamba e Gurth co' loro ausiliari, il Cavalier Nero, Locksley e Fra' Giocondo, aspettavano impazienti di sapere qual risposta verrebbe fatta alla loro intimazione. Li circondava a qualche distanza molta mano d'arcieri, i cui abiti e le audaci fisonomie additavano la consueta lor professione: più di dugento erano già riuniti, ed altri ancora se ne aspettavano. Quelli fra essi che venivano riconosciuti siccome capi, si contraddistinguevano soltanto dal rimanente di quella truppa per una penna attaccata al berrettone; chè quanto all'uniforme, all'armi, a tutto in somma l'aggiustamento, l'un dall'altro non si poteva discernere.

In questo mezzo, un'altra banda, ma non sì forte nè in armi nè per disciplina, adunavasi in quel luogo; ed erano i vassalli di Cedric, che uditone appena l'imprigionamento, si fecero accompagnare da grande numero di contadini de' dintorni, tutti ansiosi di salvare, chi un ottimo padrone, chi un generoso compatriotta. Erano loro uniche armi le falci, i coreggiati, gli attrezzi degli aratri, ed in fine ogni strumento d'agricoltura, perchè i Normanni, conformatisi in ciò all'ordinaria politica de' conquistatori, non avean permesso ai Sassoni di conservare o di portar armi. Laonde sì fatta truppa non potea per sè medesima incutere grande spavento agli assediati; ma crescendo il numero degli assedianti ne rendea più formidabile l'apparenza, ed in essi aggiugnea quello zelo di cui era infiammata ella stessa per una causa cotanto giusta.

Ai capi di questo esercito raunaticcio venne consegnata la lettera del Templario, ed ebbe incarico l'eremita di farne lettura.

«Pel pastorale di san Dunstano!» sclamò il degno anacoreta «per quella beata verga che ritrasse più agnelle smarrite all'ovile di quante alcun altro santo ne abbia fatti entrare nel Paradiso, io non intendo nulla di questi scarabocchi, nè saprei fin dirvi se sia scrittura araba o francese.»

Mise dunque la lettera nelle mani di Gurth, che scotendo il capo la fece passare a Wamba. Questi la scorse coll'occhio imitando, a guisa di scimia, le contorsioni che avea veduto fare qualche volta a chi credea saper leggere, e persuaso dar ad intendere di possedere la medesima abilità. Poi fatto uno scambietto presentò il foglio a Locksley.

«Se le lettere grandi fossero archi, e frecce le piccole» disse l'arciere «potrei riuscire a qualche cosa; ma mi è tanto possibile intendere questo scritto quanto colpire un daino lontano dodici miglia di qui.»

«Vi farò dunque io da dottore» disse il cavalier Nero, e tolta la lettera di mano a Locksley, la lesse alla presta, indi agli altri ne spiegò in sassone il contenuto.

«Decollare il nobile Cedric!» sclamò Wamba. «Per la santa Croce! Ser Cavaliere, siete ben certo di non ingannarvi?»

«No, mio degno amico» rispose il cavaliere «vi tradussi fedelmente quanto si contien nella lettera.»

«Per san Tommaso di Cantorbery!» sclamò Gurth «ne è dunque forza impadronirci del castello, dovessimo strapparne colle mani ciascuna pietra!»

«Temo che le mie mani non sieno buone a questo lavoro» soggiunse Wamba «e mi prendo piuttosto imbrattarle di calcina per rifabbricare un muro colle pietre che avrai tu strappate.»

«Gli è uno strattagemma che costoro hanno ideato per guadagnar tempo» soggiunse Locksley. «Non ardirebbero commettere un delitto, di cui saprei fare una terribile vendetta.»

«Mi piacerebbe» allora disse il cavalier Nero «che alcuno di noi potesse introdursi nel castello onde scoprire il numero e gli apparecchi degli assediati. Anzi, poichè domandano che si mandi un ecclesiastico ai lor prigionieri, sarebbe questa una bella occasione pel nostro santo eremita di compiere un'opera buona, spettante al suo ministerio, e ad un tempo di ottenere gli schiarimenti che ne abbisognano.»

«Che la peste affoghi te e il tuo suggerimento!» sclamò il buon romito. «Ho l'onor di dirvi, ser cavalier Neghittoso, che quando dimisi il cappuccio di anacoreta, lasciai parimente con esso il mio latino e la mia santità; e addossato una volta il giustacuor verde, voglio piuttosto ammazzar dieci daini che confessare un Cristiano.»

«Ho ben paura» disse il cavalier Nero «che non si trovi fra noi un solo capace di sostener la parte di prete.»

L'un guardava l'altro tacendo.

«Già lo vedo» entrò in mezzo Wamba «il matto dee sempre esser matto, e toccherà al matto rischiare il collo in un'impresa che ai savi mette paura. Sappiate dunque, miei cari cugini, che ho portata sopravveste nera prima del berretton coi sonagli, e sarei a quest'ora frate, se non mi fossi accorto d'aver l'ingegno necessario ad esser un matto. Spero pertanto che coll'aiuto del cappuccio e della cocolla del degno eremita, e per la virtù della scienza e della santità che saranno sicuramente infuse a questi venerabili arredi, mi troverò in essere di arrecare consolazioni e spirituali e terrestri, così al nostro buon padrone Cedric come ai compagni della sua disgrazia.»

«Credi tu ch'egli abbia bastante accortezza a sostener bene una tal parte?» domandò il cavalier Nero a Gurth.

«Non saprei dirvi nulla» questi rispose «ma se non riesce, sarà la prima volta, che non avrà cavato buon partito dalla pazzia.»

«Metti dunque l'abito da eremita, mio bravo figliuolo» disse il cavalier Nero «e fa che il tuo padrone ci renda conto dello stato del castello. Debbono essere in pochi a difenderlo, e v'è a scommettere cinque contr'uno che un assalto vigoroso e improvviso ce ne farebbe padroni. Ma il tempo stringe. Ti affretta.»

«Intanto» disse Locksley, «noi ci serreremo sì addosso alla piazza che non possa uscirne una mosca a portar altrove, fuorchè a noi medesimi, le notizie di chi sta dentro. Tu puoi quindi, amico mio, assicurar que' malvagi che pagherebbero caro, ma assai, un sol capello torto ai lor prigionieri.»

«Pax vobiscum» disse Wamba della di cui acconciatura si prese incarico l'eremita.

Indi composta l'andatura alla gravità dignitosa e solenne d'un prior di convento, partì per eseguire la commissione che si era assunta.

CAPITOLO XXV.

«Allo spron vidi ritrosi «Corridori i più brïosi; «Talor stringer vidi il morso «Per frenar di rozza il corso. «Così ancor talvolta il matto «Cangia d'indol tutt'a un tratto, «E dal frate il breviario «Prende in prestito e il rosario, «La cocolla e i santi accenti «Che a Dio volgono le genti. _Antica ballata._

Allorchè Wamba, vestito della cocolla e del cappuccio dell'eremita, e cinto di corda i fianchi si presentò innanzi alla porta del castello di Frondeboeuf, il siniscalco gli chiese il nome e qual cosa volesse.

«_Pax vobiscum_,» rispose il matto. «Sono un povero fraticello dell'ordine di s. Francesco, che vengo qui per adempire agli ufizi del mio ministerio verso alcuni prigionieri custoditi in questo castello.»

«Tu sei un frate ben temerario» gli rispose il siniscalco «poichè ti presenti in un luogo, ove uccello vestito delle tue penne non ha cantato da vent'anni, eccetto quell'imbriacone del nostro cappellano, morto, che Dio l'abbia in gloria! son pochi mesi.»

«Tu non pensare ad altro fuorchè dire al tuo padrone che mi trovo qui; ti fo sicurtà ch'ei darà gli ordini perchè io venga accolto, e l'uccello canterà in guisa da farsi udire da tutta la rocca.»

«Ottimamente! ma bada bene, che se il mio padrone mi sgrida, poichè gli avrò portata questa ambasciata, farò prova, te lo giuro, se la tua cocolla è buona targa contra una freccia.»

Intimatagli tale minaccia, scomparve, e corse annunziando a Frondeboeuf la strana notizia d'un frate che stava dinanzi alla porta del castello chiedendo ingresso. Rimase indi non poco maravigliato in udir l'ordine d'introdurlo subitamente, e fattosi accompagnare da alcune scolte, per tema d'una sorpresa, s'affrettò ad aprire la porta al supposto ecclesiastico.

Tutto il coraggio che avea francheggiato Wamba all'assuntosi incarico, poco men che affatto si dileguò, trovatosi alla presenza d'uom formidabile e temuto siccome lo era Reginaldo di Frondeboeuf, laonde pronunziò il suo _Pax vobiscum_, che credea soccorso infallibile a sostener bene la parte fratesca, lo pronunziò dissi, con tuono men fermo che dianzi. Buon per lui che Frondeboeuf, avvezzo a veder tremare innanzi a sè persone d'ogni grado, non formò alcun sospetto sulla timidezza di cui il buffone avea dato segni in quel punto!

«Chi siete voi, e d'onde venite, o venerabil padre?» gli addomandò.

«_Pax vobiscum_» replicò Wamba facendo un po' di coraggio «io sono un povero servo di s. Francesco, che attraversando queste selve, caddi in mano di ladroni: _quidam viator incidit in latrones_, dice la Scrittura Santa, i quali ladroni m'hanno imposto di trasferirmi a questo castello per adempire i doveri del sacro mio ministerio verso due persone condannate dalla onoranda vostra giustizia.»

«Va bene, e sapete voi dirmi il numero di questi ladroni?»

«Valoroso cavaliere, _nomen illis legio_, il loro nome è legione.»

«Frate, rispondimi chiaro quanti son di numero questi banditi, o altrimenti il tuo cappuccio non ti salverà dal mio sdegno.»

«Oh Dio! _eructavit cor meum_, cioè, il mio cuore crepò di spavento trovandomi in mezzo a loro. Credo bene che fra arcieri e contadini sommino circa a cinquecento.»

«Poffar Dio!» sclamò il Templario, che entrando nella sala udì tale antifona «le vespe si sono adunate a grossi sciami. Gli è ora di sterminare questa razza malefica.»

Poi tratto in disparte Frondeboeuf: «Conoscete quel frate?» gli chiese.

«Io no» rispose Frondeboeuf: «sarà di qualche lontano convento, perchè non mi ricordo averlo mai veduto.»

«Quand'è così non è prudenza l'affidargli un messaggio a voce. Converrà piuttosto valersi di lui per far tenere un ordine scritto al corpo franco di Bracy, onde venga tosto in aiuto del condottiero. Intanto, anche per non dar a sospettare d'alcuna cosa a questo incappucciato, sbrighiamoci di mandarlo a fare il suo mestiere preparando alla morte quei cani di Sassoni.»

Frondeboeuf, chiamato un servo, lo incaricò di condur Wamba all'appartamento, ove Cedric e Atelstano eran richiusi.

La prigionia, cui si vedea condannato Cedric, ne irritava ogn'istante più la naturale impazienza. Correva da un'estremità all'altra della stanza a lunghi passi, com'uomo che dovesse allora far impeto sul nemico, o dar assalto alla breccia, or parlava da sè medesimo, or volgeva i petti ad Atelstano, che con gravità stoica aspettava l'esito di tale avventura digerendo tranquillamente il pranzo del mezzogiorno, nè molto angosciandosi sulla durata di quella cattività, che pensava egli, finirebbe come tutti i mali di questa terra, quando al cielo fosse piaciuto.

«_Pax vobiscum_» fu l'introduzione di Wamba, che alterò allora la propria voce. «La benedizione di san Dunstano, di san Dionigi, di san Dultocco, e di tutti i santi del Paradiso piovano sulle vostre teste!»

«_Salve et tu_» rispose Cedric. «A qual fine venite qui, padre mio?»

«A fine d'esortarvi che vi prepariate alla morte»[38].

«Alla morte!» sclamò Cedric «tal cosa è impossibile. Li conosco scellerati, li conosco capaci di tutto. Ma non crederò mai ardiscano commettere un delitto che sarebbe sì notorio e al quale non li provocammo.»

«Eh! pur troppo, il far conti sulla umanità di costoro, egli è un persuadersi di rallentare un cavallo furibondo con una briglia di fil di seta.»

«L'udite dunque, Atelstano?» allora soggiunse Cedric. «Solleviamo pure al cielo le menti, e apparecchiamoci all'ultimo atto di nostra vita. Gli è anche meglio morir uomini che vivere schiavi.»

«Son pronto» rispose Atelstano «a tutto quanto la costoro scelleratezza saprà ordinare. Mi vedrete andar alla morte con quella calma, onde io era solito mettermi a mensa.»

«Ebbene! buon sacerdote» soggiunse allora Cedric «preparateci a tal passaggio da una vita all'altra.»

«Adagio, adagio, nostro zio!» disse tosto il buffone che ripigliò il tuon naturale di voce. «Si ci può ben pensare due volte prima di fare questo capitombolo pericoloso.»

«Per l'anima mia!» sclamò Cedric «non m'arriva nuova tal voce!»

«Lo credo anch'io. È la voce del vostro fedele servo, del vostro buffone» disse Wamba mandando addietro il cappuccio. «Se voi aveste seguiti i consigli d'un matto non vi trovereste a questo passo spinoso: ma se volete seguirli adesso non tarderete a cavarvene.»

«Che intendi tu dire?» chiese Cedric.

«Col vestir questa cocolla e questo cappuccio, col cingere questo cordone, soli ordini di cavalleria ch'io abbia portati in mia vita, vi sarà facile uscir della rocca. Lasciatemi poi qui col vostro cinturino e col vostro mantello e sosterrò io le vostre veci.»

«Lasciarti in mia vece!» sclamò Cedric «ma ti faranno appiccare, mio povero matto!»

«Sia! Non quindi vi farò disonore. Spero che Wamba, figlio di Witless, sospeso pel collo ad una catena, non presenterà immagine men dignitosa che la catena d'Aldemann sospesa al collo del suo bisavolo[39].»

«Ebbene, Wamba! accetto la tua proposta, ma con un patto. Il cambiamento di vesti che volevi fare con me, lo farai col nobile Atelstano.»

«No, per san Dunstano! Non vi sarebbe una ragione di far questo. Gli è ben giusto che il figliuolo di Witless si sagrifichi per salvare il figliuol d'Everardo; ma non è ancora divenuto matto abbastanza per voler morire in vece d'un uomo, i cui maggiori non erano niente per lui.»

«Uomo scortesissimo!» sclamò Cedric. «I maggiori d'Atelstano erano i monarchi dell'Inghilterra.»

«Sarà benissimo; ma il mio capo sta troppo bene diritto sulle mie spalle, onde io mi senta di farlo mettere di traverso per amor loro. Dunque, mio buon padrone, o accettate per voi medesimo tale partito, o non v'abbiate a male se esco libero di questa rocca, come vi sono entrato.»

«Lascia morire il vecchio albero» disse Cedric «e salva la giovane pianta, speranza della foresta. Salva il nobile Atelstano, virtuoso Wamba. Gli è il dovere di chiunque abbia sangue sassone nelle vene. Tu ed io sazieremo la rabbia dei nostri infami oppressori, intantochè egli libero e sicuro, susciterà a vendetta gli indignati nostri concittadini.»

«No, mio buon padre, no» sclamò stringendo le mani a Cedric Atelstano, perchè se qualche circostanza veniva a trarlo dalla indifferenza divenutagli abituale, non mancava d'esternar sentimenti degni dell'alto suo nascere «vorrei piuttosto rimanere una intera settimana in questo carcere, non nudrito che di pan nero e dell'acqua, soliti alimenti dei prigionieri più abbietti, che dovere la mia libertà ad uno sforzo generoso tentato dalla fedeltà di un servo, unicamente a favore del suo padrone.»

«Ascoltatemi, zio nostro Cedric, e voi cugino nostro Atelstano. Si va dicendo che voi siete uomini savi ed io un matto; ma lasciate questa volta che il matto risolva la contesa, e vi risparmi la briga di farvi cerimonie l'un coll'altro; perchè io sono come l'asino di Iohn Duck, il quale non voleva ch'altri lo montassero fuori del padrone. Il mio padrone è Cedric, e a solo fine di salvarlo venni fin qui; s'egli non vuole consentire tornerò via per la medesima strada. Un servigio offerto non è poi un volante, che si possa mandarlo da una racchetta all'altra, ed io non voglio essere appiccato per uom vivente, se non è per chi mi fu signore sin dacchè nacqui.»

«Consentite, nobile Cedric» soggiunse Atelstano «nè perdete sì bella occasione. La vostra presenza incoraggerà i miei amici a tentar ogn'impresa a fine di salvarne tutti. Se rimanete qui, ogni speranza per noi è finita.»

«E vi è forse al di fuori qualche speranza prossima di soccorso?» chiese Cedric volgendosi a Wamba.

«E che speranza!» rispose l'eroe buffone. «Sappiate, che col farvi vestire questa cocolla, vi metto addosso un abito di generale. Cinquecento uomini! nè son lontani di qui che due passi. Ed io pompeggiava questa mattina fra' loro capi. Il mio berrettone da matto era un elmo di buona tempera, la mia squarcina di legno una sciabola ben affilata. Vedremo se fan buon negozio acquistando nel loro campo un savio in vece d'un matto. Non vorrei che nel cambio perdessero dal lato del valore quanto acquisteranno da quello della prudenza.»

Nel dir tai cose cambiava d'abito con Cedric.

«Addio, mio padrone» allora gli disse. «Usate, vel raccomando, indulgenza al povero Gurth e al suo cane Fangs; poi fate che il mio berrettone buffonesco, sospeso alle pareti della gran sala di Rotherwood, ricordi sempre com'io diedi la vita pel mio padrone da vero matto, ma da matto fedele.»

Pronunziò tali ultimi accenti con tuono metà scherzevole, metà serio, onde gli occhi di Cedric si fecero molli di pianto.

«La tua memoria verrà conservata» diss'egli «sintantochè affetto generoso e fedeltà vivranno in onor sulla terra; ma io spero trovare strada di salvare il nobile Atelstano, la mia diletta Rowena, e te ancora, mio povero Wamba, perchè non creder mai che il tuo padrone arrivi a dimenticarti!»

Stava Cedric per uscir della stanza, allorchè s'arrestò d'improvviso.

«Non conosco altra lingua fuor della mia, salvo poche parole del lor maledetto normanno. Come potrò farmi credere un frate?»