Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 22

Chapter 223,697 wordsPublic domain

«Non vi lasciate sedurre da tale idea» rispose Bracy «il tempo vi darà a diveder com'è falsa. Pensate piuttosto che il vostro amante, cioè l'amante che preferite, trovasi in questo castello, ferito, privo di protezione, e pensate che la vita di lui è il cancello posto tra Frondeboeuf e la cosa che Frondeboeuf antepone a tutte le bellezze dell'universo. Vi immaginate forse che costasse molto a Reginaldo il rompere questo cancello con un colpo di pugnale? Forse vi confidate in ciò, ch'ei non oserebbe condursi a tal atto di aperta violenza. Sia pur anche. Ma un finto medico può amministrare al ferito tale ricetta che lo guarisca per sempre da tutti i mali. Ma la persona incaricata di servirlo durante l'infermità, può ritrargli il capezzale di sotto la testa, e dar tale sforzo alla sua gola, che impedendogli il respiro, gli agevoli il passaggio all'altro mondo[32]. Così o colla prima o colla seconda delle additate maniere, Ivanhoe perirebbe, senza che Frondeboeuf potesse venir sospettato autore della sua morte. Dite così di Cedric.....»

«Cedric!» sclamò lady Rowena «il mio nobile, il mio generoso tutore! Ah! ben merito le sventure che mi opprimono, poichè ho potuto dimenticarlo, tutta intesa coll'animo alla sorte del figlio suo.»

«Sì: anche il destino di Cedric dipende dalle vostre deliberazioni» soggiunse Bracy «e lascio a voi la cura di meditare su ciò.»

Fino a tale istante, lady Rowena avea sostenuta quest'affliggentissima scena con un'ammirabile intrepidezza, ma fu merito in gran parte del non aver essa riguardato nè come così serio, nè tanto imminente il pericolo. La sua natural indole era quella che i fisonomisti generalmente attribuiscono alle carnagioni bianche, mansueta, timorosa e sensiva; e sol doveva ad educazione una tempera d'animo alquanto più forte. Usa a veder cedere ad ogni sua menoma brama i voleri d'ognuno, e persino del medesimo Cedric, imperiosissimo ver tutti gli altri, ella avea acquistato quella specie di coraggio e di sicurezza, che sono in noi l'effetto della consuetudine di vedere costantemente propensi e chini ai nostri voleri coloro coi quali trascorriamo la nostra vita. Non sapea quasi Rowena formare a sè stessa l'idea di resistenza ai propri disegni, e molto meno l'altra di vedersi costretta cedere agli altrui comandi.

Dopo avere girati gli occhi attorno di sè, quasi cercando soccorsi, che le era impossibile allora il trovare, dopo aver mandate alcune esclamazioni sconnesse, e che non presentavano verun significato, alzò le braccia al cielo prorompendo in lagrime e abbandonandosi alla disperazione la più violenta. Niuno l'avrebbe veduta in tale stato senza provarne pietà, e lo stesso Bracy sentivasi commosso a proprio malgrado, benchè per vero dire imbarazzato più ancora. Egli scorgea d'essersi spinto troppo innanzi perchè gli fosse lecito tornare addietro, e per altra parte lady Rowena ridotta era in tale stato che nè i ragionamenti nè le minacce più omai potevano sopra di lei. Bracy trascorrea in lungo ed in largo l'appartamento, ora tentando modi a calmare l'avvenente Sassone, ora studiando a qual partito dovesse appigliarsi.

«Se mi lascio intenerire» così ragionava egli fra sè medesimo «dai pianti e dal dolore di questa inconsolabile divinità, qual frutto raccorrò io dalla tentata spedizione, fuorchè vedere andate a male le belle speranze, alle quali m'abbandonai, e per le quali mi son cimentato a tanti pericoli? E mi toccherà inoltre sofferire i motteggi del principe Giovanni e de' miei colleghi! Pure non mi sento fatto per la parte che impresi a sostenere. Non mi regge l'animo vedere intrepido que' begli occhi che si stemprano in lagrime, que' vezzosi lineamenti sformati dall'agonia della disperazione. Oh almeno si foss'ella mantenuta negli atteggiamenti e nei modi della primiera alterezza! ovvero avessi io, pari a Froudeboeuf, munito il cuore d'un triplice bronzo!»

Agitato fra tali considerazioni non trovò altro di meglio che pregar replicatamente lady Rowena a tranquillarsi, procurare di farla certa che non era in lei vero motivo di darsi in preda a cotanta disperazione; non aver egli avuto in animo di cagionarle un'angoscia così violenta, essere stato condotto da un eccesso di passione a prorompere in minacce ch'ei si sarebbe vergognato di mandare ad effetto. Ma in mezzo ai conforti che cercava procurarle, venne sorpreso dal suono per tre volte replicato di quel corno, che nel tempo medesimo avea messi in trambusto tutti gli abitanti del castello, e che avea rotto il corso degli spartati loro divisamenti agli altri complici di Bracy, come vedremo ancora del Templario. De' tre confederati forse fu Bracy quegli che men si dolse del contrattempo, perchè il suo colloquio con lady Rowena era giunto a tal termine che gli divenivano cose egualmente scabrose il troncarlo ed il continuarlo.

A tal passo crederemmo quasi mancare ad un dovere col non offerire ai nostri leggitori qualche prova, più ancora degli incidenti nella nostra storia narrati, atta a convincerli quanto sia conforme alla verità la trista dipintura che loro abbiamo presentata intorno i costumi di quella età. Egli è uno sgradevole argomento di considerazione il vedere che que' prodi baroni, i quali colla nobile resistenza che opposero alle smodate pretensioni della Corona, assicurarono la libertà dell'Inghilterra e i privilegi del popolo inglese, sieno stati feroci oppressori eglino medesimi, ed abbiano commessi atti abbominevoli, non solamente contrarii alle leggi della lor patria, ma a quelle eziandio dell'umanità. Sfortunatamente un solo di que' molti tratti che il giudizioso Henry attinse nelle opere degli scrittori contemporanei a que' giorni, basta a dimostrare, che la finzione stessa potrebbe appena aggiugnere alla cupa orridezza di tempi sì disastrosi.

A quali atrocità potessero condursi per isfogare la violenza de' propri appetiti i baroni e i signori de' castelli, tutti Normanni, lo dimostra la descrizione delle crudeltà da essi usate, sotto il regno di Stefano[33], descrizione a noi trasmessa dall'autore della Cronaca Sassone.

«Essi opprimevano il popolo» dic'egli «obbligandolo a fabbricare castella, poi fabbricate queste, le empivano di malvagi, o per meglio dire di demonii incarnati, il cui ministerio era impadronirsi delle persone d'entrambi i sessi più distinte e per loro ricchezza più nominate; e queste venivano gettate entro carceri ove soggiacevano a supplizi più crudeli di quanti ne abbia un martire mai sopportati. Alcuni di tali infelici eran sepolti nel fango, altri, sospesi o pei piedi o pel collo o pei polsi, venivano sovrapposti ad ardenti braciai. Talvolta con nodose corde ne fasciavano i capi e strigneano la legatura finchè i nodi penetrassero nel cervello delle vittime, talora le gettavano in sotterranei zeppi di vipere, di rospi e di serpenti.»

Rimprocceremmo noi medesimi di crudeltà, se continuando fino al suo termine questo orribile racconto, prolungassimo ai leggitori una ingrata sensazione oltre all'uopo necessario allo scopo che ci eravamo prefissi.

Altra prova, e forse la più forte di quante possano arrecarsi a dimostrare i frutti amari allor prodotti dalla conquista si è, che l'imperatrice Maria, comunque nata dal re di Scozia e imperatrice d'Alemagna, figlia, sposa e madre di monarchi, fu costretta, mentre, giovine, soggiornò nell'Inghilterra ove ricevè educazione, ad assumere il velo monastico siccome unica via di sottrarsi alle licenziose persecuzioni de' nobili Normanni. Tal fu la particolarità che, siccome unico motivo de' professati voti, ella addusse dinanzi al gran consiglio del clero Inglese, affinchè questi voti medesimi venissero annullati; e quell'assemblea ammise la validità della scusa; poi chiarendo le circostanze dalle quali questa sovrana fu spinta ad abbracciare uno stato cui non avea vocazione, da ogni obbligo monastico la liberò; dal quale atto rimase autenticata nel modo il più solenne l'esistenza di tal effrenata dissolutezza che fece l'obbrobrio di quel secolo. Non v'era chi negasse, diceasi, che dopo la conquista dell'Inghilterra operata da Guglielmo, i Normanni venuti con esso, superbi di tanto segnalata vittoria, non obbedivano ad altre leggi fuorchè alle proprie passioni. Non solamente spogliavano di beni e poderi i Sassoni debellati, ma faceano guerra aperta, e in brutal modo, all'onore delle lor mogli e dei loro figli. Indi fu che così di sovente le vedove e le donzelle pertenenti all'antica nobiltà del paese, si ritiravano nei conventi, ove abito religioso vestivano, non mosse da claustral vocazione, ma perchè, non rimaneva ad esse una via più sicura a serbare puro ed incontaminato l'onore.

Tal era la dissolutezza de' tempi, e tal la prova somministratane da un atto pubblico dell'assemblea del clero Inglese, che Eadmer ne ha serbato. Noi crediamo pertanto non avere d'uopo di maggiori documenti ad accertare come e le tristi scene da noi presentate, e quelle che ne toccherà presentar tuttavia, non possono sicuramente incontrar nota di scostarsi da quanto è verisimile.

CAPITOLO XXIII.

«Così lion poichè n'ha il cor ferito «Di lionessa amata il grato aspetto, «A palesarle amor tempra il ruggito.» _Douglas._

Intantochè ne' diversi spartimenti del castello accadeano le scene dianzi descritte, ne appresentava un'altra l'ebrea Rebecca entro una delle torri che Frondeboeuf avea fatto costruire a ciascun angolo del castello. Ivi ella era stata condotta da uno de' suoi immascherati rapitori, i quali la introdussero in una picciola stanza, ove trovossi alla presenza di vecchia sibilla, intesa a filare e a canticchiare, o per meglio dire a borbottare un'antica ballata sassone, quasi accompagnandone il tempo colle volte che imprimeva al suo fuso. Sollevò essa il capo in veggendo entrare la bella Israelita, e fisò sovr'essa uno sguardo invido e maligno, accoglienza usata che l'avvenente giovinezza riceve dalla vecchiaia giunta a laidezza, tanto più se con queste due qualità si mette per terzo compagno un talento malefico.

«Su via, strega» sì disse una delle guide di Rebecca «spacciati, e sgombra di qui; tal è il comando del nobile nostro padrone; gli è duopo che tu ceda luogo ad una salvaggina più appetitosa di quel lurido tuo carcame.»

«Sì» disse brontolando la vecchia. «Così si pagano i miei servigi. Fu un tempo che bastava una mia parola per far cacciare il migliore fra gli uomini d'armi di questo castello. Or mi tocca ubbidire agli ordini dell'ultimo mozzo di scuderia.»

«Madonna Ulfrida» disse l'altro di que' due galantuomini «non è questo il momento di far considerazioni, ma di obbedire e subito. Sai che non ci vuol duro orecchio quando il padrone comanda. Tu hai goduto al tuo tempo quant'altri mai possa godere. Il tuo sole ebbe il suo mezzogiorno, or corre al tramonto; e somigli a vecchio caval di battaglia messo nello stato di riforma; corresti di galoppo, or non se' più buona nè manco al trotto. Su via, sbrigati e libera il campo.»

«Siete due cani» soggiunse la vecchia «e possa divenirvi sepolcro un canile! Voglio che Zernabok, il demonio degli antichi Sassoni, mi strappi di qui a brani, se esco prima d'aver filato tutto il lino avvolto all'intorno di questa rocca.»

«Ne renderai conto al padrone» disse un di costoro; poi ritiratisi entrambi, la lasciarono con Rebecca, cui movea nausea in uno e spavento la presenza di tale orca.

«Da che parte soffia mai il vento quest'oggi, e qual affare diabolico stan macchinando?» borbottò la vecchia, allorchè i due condottieri di Rebecca furon partiti. Poi fisando con maligne occhiate Rebecca: «Veramente non è difficile l'indovinarlo; occhi vivaci, capelli neri, pelle bianca come la carta, prima che un sapiente l'abbia empiastrata con quella sua morchia nera.... Sì, sì! apparisce chiaro il perchè l'abbiano mandata in una torre ove non abito che io sola, in una torre d'onde un grido è inteso come se chi lo manda stesse sepolto diecimila tese sotto terra... Mia bella giovinetta, tu avrai gufi per vicini quanti ne vuoi e ne udirai gli stridori; quelli poi che tu metterai, non vi sarà un'anima che gli ascolti... Ma ell'è forestiera» e intanto esaminava il turbante e le vesti di Rebecca. «D'onde vieni? Sei tu Saracina o Egiziana? Perchè non rispondi? Non sai che piangere? O saresti muta?»

«Non andate in collera mia buona madre» rispose Rebecca.

«Dicesti assai, non occor altro» soggiunse Ulfrida «le volpi si conoscono dalla coda, e dalla lingua gli Ebrei.»

«Per amor del cielo! raccontatemi quel ch'io debba temere, e qual conclusione avrà la violenza onde qui m'hanno condotta: o forse a motivo della religione che professo si vuol la mia vita? Ne farò senza lamentarmi il sacrifizio a Dio.»

«La tua vita, carina! Eh! che vantaggio o diletto ritrarrebbero eglino dalla tua morte? Sta pur sicura che la tua vita non corre pericolo alcuno. Ti toccherà sorte non dissimile da quella ch'io stessa provai. Di fatto, un'Ebrea non può pretendere d'essere trattata meglio d'una nobile donzella Sassone... Guardami, io era giovane al pari di te ed anche più bella, allorquando Frondeboeuf, padre di Reginaldo, s'impadronì a viva forza di questo castello. Mio padre e i miei sette fratelli gli disputarono, d'appartamento in appartamento, palmo a palmo, il loro retaggio. Del sangue di questi si tinse ogni stanza, ogni scala. Sino al fanciullo in fascie tutti vennero trucidati; e il gel della morte non avea tuttavia addiacciati quegli esanimi avanzi, il lor sangue non era per anche rappreso, che già il vincitore mi aveva fatta sua preda.»

«Nè vi sarebbe alcuna via di fuggire, di sottrarmi a costoro?» esclamò Rebecca. «Qual ricco guiderdone v'avreste del soccorso che foste pronta a concedermi!»

«Fuggire! sottrarti!» replicò Ulfrida. «Non ci pensare nemmeno. Per uscire di qui non v'è che una porta, quella della morte; e questa ancor si apre tardi» soggiunse costei dimenando il capo. «Però gli è un conforto il meditare che ci lasciam dopo altri viventi, i quali non saranno meno miserabili di noi sulla terra. Addio, Ebrea... Ebrea o Cristiana, credilo pure, il tuo destino sarebbe sempre lo stesso, perchè hai che fare con gente, la quale non conosce nè scrupoli nè compassione. Addio, dunque; il lino della mia rocca è finito, e le tue faccende non sono ancor cominciate.»

«Rimanete! deh rimanete!» sclamò Rebecca. «Non fosse che per ingiuriarmi e maledirmi, la vostra presenza sarà sempre per me una specie di protezione!»

«Protezione a voi! Se non potrebbe proteggervi neanche la madre di Dio![34] Guardatela» aggiunse Ulfrida accennando a Rebecca un'effigie della Beata Vergine scolpita informemente sulla parete. «Vedetela là. Provate se potete indurla ad allontanare da voi il destin che vi aspetta.»

La vecchia strega uscì, pronunziati questi accenti che accompagnò d'uno schernitore sorriso, onde le grinze di quel suo volto si difformarono di nuova schifezza. Indi chiuse, dando doppia volta alla chiave, la porta. Rebecca la udì scender le scale, maledicendo ad ogni passo i gradini perchè li trovava tropp'alti.

Rebecca in quell'ora andava incontro a pericoli assai maggiori di quelli che potean sovrastare a lady Rowena. Non era cosa improbabile che qualche ombra di rispetto venisse conservata verso l'erede di nobile famiglia sassone. A quai riguardi doveva aspettarsi una giovane che apparteneva ad una schiatta proscritta e perseguitata? Pure l'Ebrea godeva un vantaggio sopra la Sassone; e le derivava dalla consuetudine di meditare, da una forza di spirito ben superiore agli anni che avea, dalla conoscenza de' pericoli fra cui la sua gente sempre avvolgevasi, le quali circostanze la facean più ricca di modi onde far fronte agli oltraggi che la minacciavano. Fornita d'un'indole ferma e dedita ad indagare fin dalla sua verdissima giovinezza, nè la pompa o l'opulenza di cui sfoggiava il padre suo fra le domestiche mura, nè quanto vedea di simile nelle case d'altri doviziosi Israeliti, l'accecarono mai tanto da non iscorgere come precaria fosse la sua condizione. Pari a Damocle seduto a quella rinomata mensa, ella vedea fra lo splendore del lusso cui era avvezza, la spada ad un sol capello sospesa sul capo di tutta la sua popolazione. Tali considerazioni le avevano fortificata la mente, e fatta pieghevole alle leggi del destino un'indole, che sotto diversa combinazione di cose sarebbe forse divenuta altera, disdegnosa, ostinata.

Dall'esempio e da' comandi paterni Rebecca aveva imparato a condursi con urbani modi verso chiunque le si fosse avvicinato, tranne però l'imitare il padre nella servile abbiezione. Troppo nobilmente altero avea sortito l'animo questa giovane, che sarebbe venuta in dispregio a sè medesima col farsi lecito un atto sol di viltà; ma tal orgoglio era ad un tempo modesto, laonde si sommettea rassegnata allo stato in cui, come partecipe dell'obbrobrio attribuito a' suoi confratelli, l'avea posta il cielo, mentre però godeva dell'interno convincimento di aver diritto nella pubblica stima ad un più alto grado di quello cui le permetteva aspirare il dispotismo arbitrario de' pregiudizi religiosi.

Preparatasi pertanto di buon'ora alle avversità, aveva acquistata la fermezza necessaria a sopportarle. La condizione, cui trovavasi in quel momento, chiedea di fatto molta presenza di spirito, e quanto ne aveva ella, il raccolse attorno di sè.

Sua prima cura pertanto fu l'investigare ogni parte di quella stanza. Ma non vedea modi d'uscirne, perchè chiuso erane accuratamente l'uscio, nè dopo aver fatte ricerche attentissime, s'accorse che vi fossero porte, nè alle pareti nè orizzontali sul suolo o visibili o segrete. Nemmeno vi si potea assicurare da altrui sorpresa perchè l'unica porta che v'era non andava munita di catenacci interni. Non osservavasi che un muro grosso e continuo all'intorno, le tavole che formavano il pavimento, oltre all'essere di robustissimo legno, scorgeansi ottimamente connesse; nè presentavano la menoma fenditura. La sola finestra da cui ricevea luce quel luogo, potea darle qualche speranza, perchè scendendo sino al suolo dell'appartamento, nè guarnita d'inferriata, metteva ad un verone, o a dir meglio esterno terrazzo, largo incirca tre piedi, e così ideato che vi potessero capire alcuni arcieri, ogni qual volta fosse stato d'uopo difendere il castello assalito da quella banda. Ma non tardò ella ad avvedersi come tal pianerottolo fosse in isola, e privo di comunicazione con tutto il rimanente dell'edifizio. Sotto di questo terrazzo, alto più di sessanta piedi da terra, stava un cortile lastricato di grosse pietre.

Non le rimanea quindi altro conforto che il coraggio della rassegnazione, e quella ferma confidenza nel cielo che è retaggio dell'anime nobili e generose. Comunque le promesse onde la Scrittura conforta il popolo eletto, mal interpretate da Rebecca, divenissero per lei articolo di fede, ella non maravigliava però della condizion presente de' suoi confratelli, essendosi avvezza a considerarla come uno stato di prova, ed a ridursi nella speranza che verrebbe a' figli di Sion il lor giorno di vedere risorgere la propria gloria ecclissata e l'antica prosperità. Nell'espettazione di sì avventuroso momento, tutte le cose ch'ella vedea intorno a sè le annunziavan esser quello uno fra gl'istanti di persecuzione, predetti dai Profeti, e quindi debito di lei il sottomettersi senza querela ai voleri del Cielo. Riguardandosi pertanto siccome una fra le vittime della comune sciagura, erasi da lungo tempo accostumata a contemplare con intrepidezza i disastri che le potessero accadere, e ad invigorire il proprio animo per sofferirli senza avvilirsi.

Ella non potè nullostante ristarsi dal tremare, e mutar colore allorchè udì alcuno salir la scala che conduceva alla stanza, e soprattutto poi chè apertasi la porta, vide entrare un uomo di grande statura, e vestito come gli altri malandrini, autori della sua prigionia. Il berrettone che gli scendea fino al sopracciglio nascondeva la parte superiore del costui volto e tenea il mantello incrocicchiato alto in guisa da non discernerne la parte inferiore. Sotto sì fatto travestimento, com'uomo che s'accignesse a cosa di cui vergognasse egli medesimo, chiuse con ogni riguardo la porta, prestandosi indi al cospetto dell'atterrita sua prigioniera. Comunque più ardimentoso di coloro da' quali avea preso l'abito in prestanza, parve nondimeno esitante nello spiegare a Rebecca il motivo di tale visita. La giovane Israelita, che giudicava il personaggio alle vesti, immaginò non difficil cosa amicarselo coll'appagarne l'avarizia, onde profittò del tempo per torsi una sontuosa collana e due ricche smaniglie, che a lui presentò sì dicendo:

«Amico, accettate questi gioielli, e per amor del cielo, abbiate compassione del vecchio mio genitore e di me. Tal presente non è privo di valore, ma è una minuzia a confronto di quanto saremmo pronti a retribuire per liberarci da questo castello, immuni d'oltraggi.»

«Bel fiore di Palestina» rispose il Templario, ricusando i gioielli offertigli «le perle che mi offerite sono orientali, ma cedono in candore alla bianchezza de' vostri denti; e il fuoco di questi brillanti languisce al paragone dello splendore che mandano quelle pupille. Oltrechè, fin d'allora che abbracciai questa professione, giurai con voto di anteporre sempre la beltà alle ricchezze.»

«Non fate danno a voi medesimo» rispose Rebecca «abbiate pietà di noi. Provveduto d'oro, niun'altra cosa vi mancherà; col maltrattarci non vi guadagnate fuorchè rimorsi. Il padre mio soddisferà di buon grado ogni vostra brama, e se vorrete avvisar giusto, il danaro che otterrete vi potrà agevolare la via di rientrare nella società, valervi il perdono delle passate colpe, e mettervi fuor del bisogno di commetterne nuovamente.»

«Il ragionamento è assai ben inteso,» rispose Guilbert in francese, trovando forse qualche difficoltà a continuare il colloquio in lingua sassone, come lo aveva incominciato Rebecca «ma sappiate, vezzoso giglio della valle di Bacca, che il padre vostro or già si trova fra le mani di un valente alchimista, il quale avrà la virtù di fonderne i _shekel_ e trasmutarli in verghe d'oro. Il venerabile Isacco soggiace adesso a tal preparazione che gli farà rinunziare a quanto ha di più caro nel mondo senza l'uopo ch'io mi adoperi o preghi a tal fine. Quanto a voi, l'amore e la bellezza debbono pagare il vostro riscatto, nè d'altro ne accetterei.»

«Voi non siete uno fra gli scorridori che infestano queste selve!» disse Rebecca valendosi dell'idioma stesso adoperato dal Templario. «Io me lo era già immaginata; non si è mai dato che uomo di tal professione ricusi simili offerte, e niuno fra i masnadieri sassoni usa il dialetto in cui m'avete parlato. Voi siete un Normanno, forse un nobile Normanno. Deh! tal mostratevi negli atti, nè dovrete arrossire nel lasciarmi vedere il vostro volto scoperto.»

«E voi che colpite sì a segno nell'indovinare» rispose Bois-Guilbert abbassando il bianco mantello che gli nascondea una parte del viso «voi non siete una figlia d'Israele, bensì l'incantatrice d'Endor, colla differenza che possedete in oltre giovinezza e beltà. Il diceste, bella rosa di Sahron. Io non sono uno scorridore, ma un cavaliere e cavalier Normanno di alto legnaggio, e mi sarà più diletto l'adornarvi di nuovi gioielli che togliervi quelli sotto cui fate sì bella mostra di voi.»

«E che v'aspettate dunque da me se non v'aspettate ricchezze?» soggiunse Rebecca. «Qual cosa può esservi di comune tra noi? Voi Cristiano, io Ebrea; la nostra unione è proibita dalle leggi della Chiesa e da quelle della Sinagoga egualmente; voi non potete pensar a sposarmi.»