Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 20

Chapter 203,738 wordsPublic domain

«Ah!» sclamò egli, vôlto ai suoi barbari condottieri, «io avea ingiuriato i ladri, e gli scorridori che infestano questi boschi col supporre individui delle lor bande coloro che mi arrestarono. Avrei potuto con egual fondamento confondere le volpi della mia patria e i lupi arrabbiati delle francesi foreste. Ditemi, sciagurati, è la mia vita che il vostro padrone desidera, o pretende impossessarsi delle mie sostanze? Non è cosa tollerabile, è egli vero, che rimangano, ancora sulla Inghilterra solamente due Sassoni, il nobile Atelstano ed io, i quali tuttavia possedano il lor retaggio! Che si tarda adunque a darci morte, a compir l'opera della tirannide togliendoci e dominii e vita dopo averne rapita la libertà? Se Cedric il Sassone non può salvar l'Inghilterra, egli è contento di morire essendosi sagrificato per essa. Dite al tiranno vostro padrone, che lo prego solamente a rimettere in onorevole libertà lady Rowena. Nulla ei può temer da una donna, e periscono con noi tutti quelli che avrebbero potuto parteggiare per la sua causa.»

Ma tal discorso non ebbe maggior risposta che il primo; e giunsero finalmente alla porta del castello, innanzi alla quale Bracy sonò il corno tre volte. Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatoio, la cavalcata entrò nel cortile. Fatti scendere da cavallo i prigionieri furono condotti in una sala, ov'erano apparecchiati reficiamenti per essi, reficiamenti ricusati da tutti fuorchè dal solo Atelstano. Ma il discendente del santo re Confessore non ebbe tempo di far intero diritto al merito di quella imbandigione, perchè gli venne annunziato com'egli e Cedric dovessero andar a starsi in una stanza spartata da quella che assegnavasi a lady Rowena. E poichè sarebbe stata inutile ogni resistenza, si videro nella necessità di seguire le loro scorte in un grande appartamento sostenuti da due ordini di pilastri di macigno, quai ne vediamo anche oggidì nei refettorii de' monasteri e nelle sale serbate alle adunanze capitolari.

Dopo avere disgiunta dalle persone del suo seguito lady Rowena, la condussero, veramente usando compitezza, ma non consultando l'inclinazione, in un'ala del castello. Tal distinzione di mal augurio, fu parimente conceduta a Rebecca. Vane tornarono le ferventissime e interminabili supplicazioni del padre, che messo a tali strette giunse fino ad offerire denaro per non venir separato dalla figlia. «Cane d'un miscredente!» gli disse una di quelle guardie «quando avrai veduto il canile che t'aspetta, non ti dorrai se non ne partecipa la figlia tua.» E senz'altre discussioni furono tratti il padre da una parte, la figlia dall'altra. Toltesi indi l'armi alle persone del seguito di Cedric e d'Atelstano, e dopo essere stati frugati per ogni dove, vennero chiusi nella prigion del castello. Lady Rowena non potè nè manco ottenere la consolazione di serbare Elgitta presso di sè.

L'appartamento, entro cui stavano rinchiusi i nostri due capi Sassoni, perchè d'essi primieramente incomincieremo a far discorso, comunque allor trasformato in una prigione, fu in altri tempi la sala maggiore del castello; ma poi sottratto a quest'uso, perchè fra le cose, che il nuovo occupante aggiunse a quell'edifizio, sia per affortificarlo, sia per renderlo aggradevole, noveravasi una grande sala, le cui soffitta reggeano pilastri più leggieri ed eleganti, ed abbelliti di fregi, che i Normanni avevano già introdotti nell'architettura.

Cedric trascorreva a grandi passi quel luogo tutto assorto nelle considerazioni che gl'inspirava la indignazione sulle cose presenti e sulle passate. La negghienza intanto d'Atelstano a questo tenea vece di filosofia e di rassegnazione nel fargli tutto sopportare, fuorchè gl'incomodi fisici dell'istante. Laonde il dolore della condizione cui vedevasi ridotto, gli si facea sentire sì lievemente, che le animate esclamazioni di Cedric, appena e a quando a quando soltanto, otteneano qualche segno di approvazione da lui.

«Sì» Cedric diceva, un poco favellando con sè stesso, un poco indirigendosi ad Atelstano «gli è in questa sala medesima, che mio padre stette a convito con Torquil Wolfganger, allorchè questo nobile Sassone ricevette il prode quanto infelice Aroldo, che marciava in que' dì contro i Norvegi collegatisi a Tosti ribelle. Fu in questa sala, che Aroldo diede quella sì altera risposta all'ambasciatore d'un fratello voltosi contro di lui. Quante volte acceso da quell'entusiasmo il mio genitore mi fe' racconto di tale storia! Allorchè l'inviato di Tosti fu ammesso in questa sala, che vedete sì grande, ella non bastava perchè vi capisse tutta la folla dei nobili capi Sassoni, gareggianti di porsi attorno al loro re, e tutti ammessi alla sua mensa!»

Tali ultimi accenti scossero la fantasia d'Atelstano. «Spero» dice egli «che non dimenticheranno, quando sarà mezzogiorno, di mandarne il desinare. Ci hanno appena dato il tempo di far colezione. Poi non mi piace il cibarmi subito sceso da cavallo, ad onta che i medici lo dian per consiglio. Il mio appetito in quel punto non mi serve mai bene.»

Cedric continuò il suo racconto senza por mente che Atelstano lo avesse interrotto.

«L'inviato di Tosti s'innoltrò in questa sala, nè la fisonomia di lui dava a divedere che lo intimidissero i minaccevoli sguardi de' circostanti; indi postosi dinanzi al trono del re, rispettosamente lo salutò. — Ser Re, gli disse, quali patti può sperare da voi il fratel vostro, Tosti, se dimettendo l'armi, vi chiede la pace? — La tenerezza d'un fratello, rispose il generoso Aroldo, e il bel ducato di Nortumberlandia. — E se Tosti accetta queste condizioni, riprese a dire l'inviato, quali terre concederete voi al confederato fedele del mio commettente, ad Hardrada, re di Norvegia? — Sei piedi di terreno, alteramente Aroldo rispose, e solamente perchè lo dicon gigante, gli concederemo forse qualche piede di più. — Rintronò di applausi la sala, e ciascun capo prese la tazza, e fu bevuto all'onore del giorno in cui Hardrada entrerebbe in possesso di tal dominio dell'Inghilterra.»

«Mi unirei di buon cuore a que' plaudenti» Atelstano soggiunse «perchè la sete mi attacca la lingua al palato.»

«L'inviato» continuò Cedric malgrado il poco vezzo che d'udire sì fatta storia mostrava Atelstano «riportò tal duplice messaggio a Tosti e al confederato di Tosti. Allora le mura di Stamford divennero spettatrici di quella terribile pugna, in cui dopo operate cose di prodigioso valore, Tosti e il re di Norvegia morsero la polve con diecimila de' loro soldati. Chi avrebbe creduto il giorno schiaratore di sì nobile trionfo, esser pur quello che vide veleggiare i navigli normanni, que' navigli che approdarono alle coste della contea di Sussex? Chi avrebbe creduto che l'infelice Aroldo non dovesse omai possedere nel suo reame più de' sette piedi di terra da lui conceduti al sovrano della Norvegia? Chi avrebbe creduto, che voi, nobile Atelstano, voi uscito del sangue di Aroldo, io figlio di un guerriero, che non fu tra i minori sostegni del trono dei re Sassoni, diverremmo prigionieri d'uno spregevol normanno, in questa sala medesima, fatta celebre per ricordanze tanto gloriose?»

«Ella è una cosa molestissima» rispose Atelstano; «però vorrei sperare ce ne spacciassimo pagando un ragionevol riscatto. Ma qual che siasi l'intenzion di costoro, per lo meno non dovrebbero avere quella di affamarne. Il giorno s'innoltra; e non vedo nessun apparecchio di mensa. Osservate per quella finestra, nobile Cedric, e dall'altezza del sole giudicate voi medesimo, se sia vicino o no mezzogiorno.»

«Sarà vicino; ma nè manco a quella finestra mi posso volgere, senza che una tal vista mi porti ad altre considerazioni non meno penose, benchè non si riferiscano sì immediatamente allo stato in cui ci troviamo. — Quando fu fatta quella finestra, mio nobile amico, i nostri maggiori non conoscevano l'arte di fabbricare il vetro, e molto meno quella di dipingerlo. L'orgoglio del vostro avolo, del padre di Wolfganger fu quello che tirò dalla Normandia un artigiano, e ciò a solo fine di vedere il proprio castello arricchito delle decorazioni di tal nuovo lusso, che imbratta di colori fantastici la pura luce del cielo. Questo straniero venne fra noi tapino, mendico, umile fino ad essere abbietto, pronto a far di berrettone all'ultimo servo delle nostre case. Tornò via superbo, carico d'oro; e portò fra' suoi compatriotti le notizie dell'opulenza e della semplicità de' nobili Sassoni. Tal nostra pazzia era stata antiveduta e predetta da Hengist e dalle sue rozze tribù; e per questa sola ragione conservavano religiosamente i costumi dei loro padri. Fu nel dipartircene, che incominciammo a chiamare fra noi questi stranieri, a farne i nostri servi di confidenza, i nostri amici, a prender da essi le loro arti e i loro artisti; a disprezzare le costumanze semplici de' nostri antenati. In somma noi eravamo infiacchiti dal lusso normanno, prima che l'armi normanne ci soggiogassero. Oh! i nostri cibi, non guastati dalla stessa ricercatezza, goduti in pace e libertà, valeano ben meglio di tutti que' delicati camangiari, la cui ingordigia ci ha messi co' piedi e co' pugni legati nelle mani de' nostri conquistatori.»

«In questo momento» tal fu l'osservazione d'Atelstano «non v'è cibo semplice che non mi sembrasse vivanda delicatissima. Ma io trasecolo, nobile Cedric, come voi serbiate sì minutamente la ricordanza degli avvenimenti trascorsi ch'è un pezzo, quando poi dimenticate l'ora del pranzo.»

«Ah! lo vedo» disse a sè medesimo impazientito Cedric «gli è un perder tempo il parlargli d'altra cosa che del suo appetito. L'anima di Ardicanuto s'è impossessata di quel corpo. Non sa che sia diletto se non se a mensa e col bicchiere alla mano. Mio Dio!» soggiunse riguardandolo compassionevolmente «e sarà vero che un esterno sì nobile, sì dignitoso, nasconda un'anima tanto goffa, tanto grossolana? E sarà vero che la grand'opera della rigenerazione dell'Inghilterra debba reggersi ad un perno così diffettoso? Potrebb'essere che lady Rowena, divenutane finalmente sposa, gli desse un poco di quella sua anima generosa e nobile, ridestasse in lui i sentimenti di patrio amore, che vorrei anche sperarlo, non sono fuorchè intorpiditi. Lady Rowena! Ma e come adesso pensare a ciò, se ella, Atelstano ed io siam fra le mani d'un bruttale, d'un mascalzone, e forse il siamo perchè si teme che il lasciarci liberi metta in pericolo i crudeli nostri oppressori!»

Mentre Cedric stava assorto in così affliggenti contemplazioni, si vide aprir la porta della sala, innanzi a cui presentossi uno scudiere scalco, che avea in mano una bianca verga, distintivo della sua carica. A questo personaggio d'alto affare, che movea gravemente i passi, teneano dietro quattro servi, che portavano una tavola imbandita di vivande, la cui vista, il cui odore, parve facessero dimenticare ogn'altra idea ad Atelstano. Mascherati erano costoro, non meno dello scudiere scalco che li guidava.

«Che significano queste maschere» tai detti volse a quella gente Cedric; «e a che giovano? Crede forse il vostro padrone che noi ignoriamo ove ne abbian condotti o il nome di chi ne tien prigionieri? Ditegli» continuò il Sassone premuroso di cogliere tale occasione per negoziare la sua libertà «dite a Reginaldo Frondeboeuf, che vediam bene come per trattarne in sì fatta guisa egli non possa avere altro motivo se non se una insaziabile cupidigia di arricchire a nostre spese. Ebbene! cediamo alla sua rapacità, come date eguali circostanze, cederemmo a quella d'un assassino. Proponga egli il riscatto che pretende, e lo pagheremo se sarà proporzionato alle nostre facoltà.»

Lo scudiere scalco per tutta risposta fece un rispettoso inchino.

«E ditegli ancora» soggiunse Atelstano «che lo sfido a duello ad ultimo sangue, sia a piedi o a cavallo, e in quel sicuro luogo che gli sarà in grado di scegliere dopo trascorsa d'otto giorni la nostra liberazione. S'egli ha onore, se è cavaliere, non ricuserà un tale cartello.»

Lo scudiere replicò l'inchino e partì.

Simil disfida poteva essere intimata con qualche maggior dignità; perchè Atelstano nel pronunziarne gli accenti avea piena la bocca, e affaccendate assai le mascelle, circostanza che aggiunta a naturale perplessità tolse alla maggior parte di questo cartello quel tuono minaccevole con cui il discendente de' re Sassoni s'intendeva d'accompagnarlo. Nondimeno Cedric n'ebbe qualche speranza che il suo collega cominciasse a risentirsi, quanto l'onore il volea dell'insulto sofferto da entrambi, e si consolò; perchè a dir vero ad onta del rispetto ch'ei portava al sublime legnaggio, d'onde Atelstano scendea, cominciava a prender nausea d'un tanto durare nell'indolenza. Laonde afferrò la mano dell'amico, e gliela strinse di tutto cuore, come per dargli un contrassegno di approvare questo nobile sfogo di generosi sentimenti, ma si raffreddò alquanto in Cedric l'entusiasmo del giubilo che avea concetto, allorchè udì Atelstano esclamare «ch'ei vorrebbe combattere dodici uomini eguali a Frondeboeuf per uscir più presto d'un esecrabil castello ove si metteva aglio in tutte le vivande.» Comunque spiacesse a Cedric che il suo collega cedendo alla sensualità avesse fatta simile ricaduta nell'antica negghienza, pure si pose a desco rimpetto a lui, e die' a divedere che se le sventure del suo paese lo rendeano immemore dell'ora della mensa, non quindi avea perduto il buon appetito ed altre simili qualità lodevoli de' Sassoni antenati, del che diede valevoli prove, sedutosi a mensa.

I prigionieri non aveano ancora terminato il pranzo, allorchè li distolse da un affare sì rilevante, almeno per Atelstano, il suono d'un corno che venne per tre volte ripetuto con tanta violenza, come se chi gli dava fiato fosse stato un cavaliere errante, venuto a liberare giovane beltà racchiusa entro la rocca e possessore del magico strumento atto a farla crollare. I due Sassoni s'alzarono in piedi correndo alla finestra, senza però potere appagare la propria curiosità, perchè tutti quegl'invetriati guardavano nel cortile. Pure tale squillo pareva annunziasse avvenimento d'alta importanza, e tanto più il diedero a credere il tumulto e l'agitazione che poco dopo si misero per tutto il castello.

CAPITOLO XXI.

«I miei scudi! la figlia! — La figlia, oh Dio! gli scudi. _Il mercante di Venezia._

Poichè i due capi Sassoni videro inutili i loro sforzi ad appagare la curiosità, pensarono ad appagare almen l'appetito tornando a rimettersi a mensa. Noi li lasceremo intesi a tale lavoro, per fare una visita ad Isacco d'York, condannato ad una ben rigorosa cattività.

Il povero Ebreo era stato confinato in un sotterraneo umido e malsano, il cui pavimento stava di sotto all'altezza della fossa che circondava il castello. Non vi penetrava luce fuorchè per uno spiraglio alto sì che il prigioniere non vi giugneva colla mano. Anche in pieno meriggio vi regnava soltanto una specie di crepuscolo, e questo cambiavasi in buie tenebre molto tempo prima che l'altre parti del castello rimanessero prive della luce del giorno. Parecchie catene e ferri rugginosi, saldamente attaccati alle pareti, sembravano aver servito ad uso di prigionieri, de' quali si fossero temuti il vigore e il coraggio. A crescere ivi l'orrore, alcune ossa umane indicavano che, almeno un prigioniere, altra volta era morto e rimasto privo di sepoltura in quello spaventevol soggiorno.

Ad una estremità della caverna trovavasi immenso forno di ferro, pieno di carbone, alla cui parte suprema stavano per traverso spranghe di ferro corrose dalla ruggine.

Sì tetro spettacolo avrebbe potuto addiacciare un'anima ben più forte di quella d'Isacco: pure, in tale istante di vero pericolo, era egli più tranquillo che allorquando s'atterriva da sè medesimo pascolando idee vaghe d'incerti rischi. Così il lepre, a quanto asseriscono i cacciatori, sopporta più tormentosa agonia, allorch'è inseguito dal veltro, che nell'atto di dimenarsi sotto i suoi denti[26]. Gli è probabile che i Giudei, usi a vivere fra perpetui spaventi, avessero apparecchiato lo spirito a quanto d'orribile la tirannide poteva inventare contr'essi, e che poi divenendo la vittima di qualche violenza, fossero almeno immuni dalla sorpresa, più atta a infiacchir l'animo di quanto il sia lo stesso terrore. Aggiungasi non essere stata quella la prima volta che Isacco trovavasi in sì cattivi frangenti. Egli avea pertanto una specie di guida e conforto nell'esperienza, e potea sperare di sottrarsi ai suoi persecutori, come avea fatto altre volte. Stava in oltre per lui quella inflessibile ostinazione, quella risolutezza indomabile, onde gli Ebrei il più delle volte si apparecchiavano a sofferire quanti tormenti poteva inventar l'oppressione anzichè cedere alle ingiuste domande dei loro tiranni.

Fermo quindi nel disegno di resistere ai patimenti, Isacco raccolse, ravvolgendosele a mezza vita, le vesti a fine di salvarle dall'umidità indi sedè sopra un sasso, unico scanno che fosse in quel carcere. Quelle sue mani ch'ei si teneva incrocicchiate sul petto, que' disordinati capelli, quella lunga barba, quel suo mantello foderato di pelliccia, e quel grande berrettone giallo, osservati alla incerta luce del fievol raggio diurno che lo spiraglio tramandava, avrebbero offerto un argomento degno del pennello di Rembrandt, se questo illustre pittore fosse vissuto a que' giorni. Il nostro Ebreo passò tre ore senza cambiar postura, allorchè dopo essersi fatte udire alcune pedate di persone che scendevan la scala, vennero tolti con orrido fracasso i catenacci della prigione, e s'aggirò stridendo su i cardini suoi quella porta, per cui entrava Reginaldo, al quale tennero dietro due schiavi saracini del seguito del Templario.

Frondeboeuf, cui la natura largheggiò d'un'atletica complessione e d'un vigore formidabile, avea trascorsa tutta la sua vita nel far la guerra e, quand'era tempo di pace, nel commettere aggressioni contra alcuno de' suoi vicini. Non mai titubò nella scelta de' modi onde aumentare di ricchezze e possanza. A tale indole di costui conformavano i lineamenti ruvidi, selvaggi e feroci, e le stesse cicatrici, di cui spesseggiava il suo volto, e che a tutt'altri avrebbero conciliato il rispetto dovuto ad impronte onorevoli di valore, in esso raddoppiavano piuttosto l'orrore e lo spavento dalla presenza di lui inspirati. Questo tremendo barone vestiva un giustacuore di cuoio, bene stretto ai suoi muscoli, e logoro in più luoghi dall'armatura che sovente egli imbracciava. Sola arme eragli un pugnale a sinistra del cinturino, e in tal qual modo contrabbilanciava un mazzo di chiavi che gli pendea dalla parte destra.

I due schiavi mori che lo seguivano aveano dimesso lo sfarzoso loro abito orientale, che fece luogo a lunghe brache e camiciuole di tela grossolana, le cui maniche rialzate fino al gomito davano a costoro l'aspetto di beccai quando vanno in macellaria a compiere le fazioni del lor mestiere. Ciascun d'essi portava un canestro coperto, e appena entrati, si fermarono dinanzi alla porta, nel chiuder la quale Frondeboeuf pose la massima cura. Indi accostatosi a lenti passi all'Ebreo, fisò gli occhi sopra di lui quasi volendo far prova se avessero l'influsso che viene attribuito ad alcuni serpenti, di ammaliare cioè la lor preda. E per vero sarebbesi creduto che il torvo e feroce occhio di Frondeboeuf avesse tal virtù malefica sul suo misero prigioniero. A bocca spalancata, cogli occhi fisi in Frondeboeuf, dimentico de' propositi di coraggio cui fatti avea, il povero Isacco fu preso da tale e tanto spavento, che non trovò la forza di moversi per sorgere in piedi e dar qualche dimostrazione di rispetto al tiranno, o per accostare soltanto la mano al berrettone. Attratte ne divenner le membra, e parea impicciolisse da sè medesimo la propria statura, onde occupare il minore spazio possibile.

Il cavaliere Normanno sollevava il capo, e concedea intero rialzo alla propria statura, di per sè medesima gigantesca, come aquila che solleva alteramente le penne prima di piombare addosso all'indifesa sua preda. Fermatosi tre passi lontano dal sasso, su di cui stava seduto l'infelice Ebreo, fe' cenno d'accostarsi ad un de' suoi schiavi, al qual comando obbedì il negro satellite, levando fuor del canestro un paio di grandi bilance, e diversi pesi che depose a piè di Reginaldo, tornato indi presso il suo collega che non si era scostato dalla porta.

Anche ogn'atto di queste due scolte era lento e solenne, come di persone che tenessero concentrate le proprie idee a sostenere esattamente la loro parte in una imminente scena d'orrore.

Sì cupo silenzio venne finalmente rotto da Frondeboeuf, che tal complimento volse ad Isacco.

«Maledetto cane, uscito di razza pur maledetta!» e il tuono malauguroso di questa frase lo apparve anche più perchè il ripetè ogni eco di quella vôlta «vedi tu queste bilance?»

Lo sgraziato Ebreo non ebbe forza di rispondere che chinando, in modo di chi afferma, la testa.

«Ebbene! fa di mestieri che su queste tu mi pesi mille libbre d'argento di peso e titolo della Torre di Londra.»

«Beato Abramo!» sclamò Isacco, cui il senapismo di tal proposta fe' ricuperare la voce «chi v'è al mondo che abbia mai pensato a far domanda sì esorbitante! Quali occhi d'uomo han mai visto tanto argento? Quand'anche frugaste tutte le case degli Ebrei d'York, non arrivereste a metterlo insieme.»

«Non sono poi uomo irragionevole. Se l'argento è sì raro, non fo difficoltà a ricever oro, e prenderemo un ragguaglio di sei libbre d'argento per ogni marco di questo metallo. Non vedo altro espediente per risparmiare al tuo miserabil carcame tai supplizi che tu stesso non te li puoi figurare.»

«Abbiate compassione di me, nobile cavaliere. Io son vecchio, stremenzito, povero, e fin immeritevole della vostra collera. Che onore è per voi lo stritolare un povero verme della terra?»

«Che tu sia vecchio può darsi, ed è un'infamia di coloro che ti hanno lasciato invecchiare nel tuo mestier d'usuraio. Voglio anche credere stremenzito, perchè qual è il giudeo che abbia o braccio o coraggio? Ma quanto a povero, tutto il mondo sa che sei ricco.»

«Vi giuro, nobile cavaliere, per tutto quello che credo, per tutto quello che crediamo voi ed io....»

«Ebreo, non spergiurare, e bada colla tua ostinazione di non mettere tu medesimo il suggello al tuo destino prima di aver ben veduto e ponderato il trattamento che ti sta aspettando. E non pensar già ch'io dica così a solo fine di spaventarti, o di vantaggiare della viltà ereditaria in tutta la tua genia. Ti giuro per quello che tu non credi, per l'evangelio che la nostra santa madre Chiesa ne insegna[27], pel potere ch'ella ha di legare e disciogliere, per le chiavi del cielo che le furono confidate, per tutte queste cose io giuro essere presa, e inevitabilmente presa la mia risoluzione, e giuro sarà eseguita. In questo carcere, come devi accorgertene, non si celia. Vi son morti, senza che mai più siasi inteso parlar di loro, prigionieri, le diecimila volte più di te ragguardevoli. Ma la lor morte fu un passatempo a confronto di quella che t'ho serbata. Te la sentirai venir lentamente e in mezzo a patimenti d'inferno.»

Indi fe' cenno agli schiavi di avvicinarsi, e parlò ad essi nella loro lingua, ch'egli avea imparata nella Palestina, ove fors'anche divenne maestro nelle atrocità. I Saracini apersero i lor canestri, donde trassero legne, un piccolo mantice, e un fiasco d'olio. Intanto che batteasi l'acciarino per accendere il lume, un di costoro aggiustava le legne nel forno di ferro da noi descritto, affinchè potessero infiammare il carbone collocatovi entro al quale scopo prestamente aggiunsero col soccorso del mantice.