Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 19

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Ma il silenzio mal si confaceva all'umore di Wamba, che lo interruppe finalmente, susurrando a mezza voce all'orecchio del camerata, ed accennando il pendaglio e il corno da caccia che tenea tuttavia fra le mani: «Gurth, se non mi sbaglio, ho veduto guadagnar questo premio che non è molto.»

«Ed io» disse Gurth, parlando anche più sommesso «scommetterei tutti i porci del mio padrone, che tre giorni fa, o a dir meglio tre notti fa, ho udito la voce del bravo arciere che guadagnò questo premio, e che or ne fa scorta.»

«Amici» si volse ad essi Locksley, che ad onta di tutte le loro cautele gli aveva intesi «poco rileva ora quel ch'io mi sia e che cosa sia. Se arrivo a liberare il vostro padrone, avrete un motivo di riguardarmi come il migliore fra gli amici dell'Inghilterra. Ch'io mi chiami poi sotto tale o tal altro nome, ch'io tiri bene o mal l'arco, ch'io ami diportarmi a luce di giorno o a chiaro di luna, sono cose le quali non v'appartengono, e sulle quali fareste meglio a non prendervi fastidio.»

«Mettemmo la testa nella gola del lione» disse Wamba all'orecchio di Gurth. «Dio ne aiuti, che la possiam cavar fuori!»

«Zitto!» rispose Gurth. «Guardati dal disgustarlo con alcuna delle tue follie. Quanto a me, ho le mie buone ragioni a sperare che tutta questa faccenda andrà a finir bene.»

CAPITOLO XIX.

Soave è al peregrin poichè ha smarrita La via, se ascolta in fondo della selva Il salmeggiar di vigile eremita. _L'eremita della fontana di s. Clemente._

Solamente dopo tre ore di accelerato cammino, Wamba, Gurth e la misteriosa lor guida, giunsero ad un diradamento di selva, nel cui mezzo sorgeva enorme quercia, che coll'estese braccia spargea vasta ombra da tutti i lati. Cinque o sei uomini, vestiti di giustacuor verde non men di Locksley, stavano, a quanto parea, dormendo, sdraiati attorno dell'albero, intanto che a qualche passo distante da essi camminava innanzi e indietro un loro compagno posto di sentinella.

Questa, all'udire il calpestio de' nostri viaggiatori che ad essa si avvicinavano, diede ai compagni il segno di stare all'erta; ed essi balzati in piede, afferrarono gli archi, preparandosi a lanciar le freccie ver quella parte, d'onde credessero venir un pericolo. Ma non tardò il lor capo a darsi a conoscere; al minaccievole atteggiamento succedettero i segnali di rispetto e di subordinazione.

«Dov'è Mugnaio?» chiese Locksley.

«Su la strada di Rotheram.»

«Con quanti uomini?»

«Con sei, e con buona speranza di bottino; così ne assista san Nicolò!»

«Lodo la pietà vostra. E ove trovasi Allan-Dale?»

«Dalla parte di Watling, ad appostare con quattro uomini il priore di Jorvaulx.»

«Ottimamente. E fra' Giocondo?»

«Nella sua celletta.»

«Vado a cercarlo. Voi intanto mettetevi attorno per radunarci nostri colleghi; e raccoglietene quanti mai vi vien fatto raccoglierne, perchè abbiamo a far caccia di certo selvaggiume che non fuggirà al nostro avvicinarsi, ma si volterà contra noi. Che tutti sieno qui un'ora prima dell'alba — Aspettate un momento» ei soggiunse, mentre quelli già s'apparecchiavano ad eseguire il primo comando. «Io dimenticava la cosa la più essenziale. Che un di voi prenda la strada di Torquilstone, del castello di Frondeboeuf. Una banda di furfanti che hanno ardito addossarsi il nostro uniforme, conducono colà prigionieri Cedric il Sassone e la sua comitiva. È questo un insulto che si fa alla nostra gloria, e vuole il nostro onore che sia punito. Teneteli ben di mira, perchè quand'anche giugnessero al castello prima che le nostre forze fossero raunate, converrebbe ad ogni costo studiar modo di vendicarsi e di sottrarre dalle branche di costoro i prigionieri che s'arrogarono di fare, vestiti dei nostri panni. Seguitateli da vicino, e il miglior camminatore fra voi si assuma tale incarico e quello di ragguagliarmi di tutto.»

Quella brigata si sbandò prendendo varie diritture a norma degli ordini ricevuti, e il loro capo, seguitato sempre da Gurth e da Wamba che il riguardavano con una tal qual rispettosa tema, mosse alla volta di Copmanhurst.

Giunti al picciolo diradamento di foresta, ad un lato del quale vedeansi il romitaggio, e la cappella a metà diroccata di Copmanhurst, Wamba disse sotto voce a Gurth: «Se la è la casa d'un ladro, si conferma la verità dell'antico proverbio: _Presso la chiesa, lontano da Dio_; e pei sonagli del mio berrettone! sì che la cosa è vera! Ascolta solo come si salmeggia bene nel romitaggio.»

Di fatto il pietoso anacoreta cantava allora una canzon da taverna, e in quel momento il cavalier Nero ne ripeteva a coro con esso il ritornello.

Il sugo di pergola Dà forza al pensiero, Sereno fa il cor. Che tardi tu a mescere? Hai fiasco e bicchiero. Ve' come zampilla! Non perdasi stilla Del grato licor!

«Affè non cantano male» disse Wamba che aveva accompagnate colla sua le voci dei due cantori, «ma per il nome di tutti i santi! chi sarebbesi aspettato di udire l'intonazione d'un tal mattutino nella cella d'un eremita?»

«Oh! per me non ne sono punto maravigliato» rispose Gurth. «Mi assicurano che l'eremita di Copmanhurst è un uomo che si dà bel tempo, e che non si fa scrupolo d'ammazzare un daino. M'hanno anche detto che il boscaiuolo ha mosse doglianze contro di lui all'ufiziale regio, e che d'ora in poi gli sarà proibito di portar cappuccio e cocolla.»

Intanto ch'essi in tal modo discorrevano, Locksley co' suoi replicati picchii alla porta scompigliò non poco l'anacoreta e il suo ospite. «Per la mia cocolla!» disse l'eremita fermandosi a metà d'una cadenza «sta a vedere che abbiamo ancora altri viaggiatori smarriti! non vorrei per l'onore del mio cappuccio che ne sorprendessero in mezzo a questi santi esercizi. Tutti hanno i lor nemici, ser Neghittoso, e vi potrebbe esser gente tanto maligna da confondere il modo cordiale con cui ho accolto, in questa breve durata di tre ore, un viaggiatore affaticato come eravate voi, da confonderlo dissi con una gozzoviglia da dissoluti, da briachi: e la dissolutezza e l'ubbriachezza son vizi, grazie a san Dunstano, contrari così alla mia indole come alla mia professione.»

«Guardate che vili calunniatori si danno!» soggiunse il cavaliere. «Così stesse in me il castigarli. Ma avete ragione, santo eremita. Tutti abbiamo i nostri nemici, e in questo regno vivono tali persone che, costretto a vederle in faccia vorrei essere coperto del mio elmetto, non mai a viso scoperto.»

«Copritevi dunque col vostro elmo, ser cavaliere, e fate presto quanto la vostra indole ve lo permette. Intanto vado a riporre nell'armadio segreto il fiaschetto, le tazze e il rimanente del pasticcio, e perchè non ascoltino quel ch'io mi operi al di fuori, fatemi da secondo in ciò che adesso stò per cantare. Pensate solamente al tuono della cantilena, non vi prendete fastidio delle parole. Sarà molto se le saprò io profferire.»

Detto ciò, e mentre facea scomparire gli avanzi del banchetto, intonò con voce forte e sonora un _De profundis_, intanto che il cavaliere, riponendosi in fretta la sua armatura, e ridendo di tutto cuore lo accompagnava colla sua voce.

«Che mattutino del diavolo cantate voi dunque a tal ora?» sclamò Locksley picchiando una seconda volta.

Il romore di quel canto, e fors'anche le copiose libazioni che fatte avea l'eremita, gli furono cagione di non riconoscere la voce che gli parlava, quindi rispose col solito formolario: «Tirate diritto per la vostra strada, e non disturbate ne' lor divoti esercizi due servi di san Dunstano.»

«Cane d'un eremita!» udì rispondersi verso la strada. «Non ravvisi la voce di Locksley?»

«Va ottimamente» disse l'eremita voltosi all'ospite. «Non v'è da temer cosa alcuna.»

«Ma chi è questo straniero? Rileva a me di saperlo.»

«_Chi è?_ Vi dico che è un amico.»

«Ma qual'è quest'amico. Può esserlo di voi, non di me.»

«_Qual'è questo amico?_ È più facile l'interrogazione di quel che sia la risposta! Però or che ci penso: è l'onesto boscaiuolo del quale vi ho già parlato.»

«Onesto boscaiuolo, come voi pio eremita?»

«Tal quale.»

«Apritegli dunque, se non amate che egli vi sfondi la porta.» In quel momento appunto Locksley picchiava per la terza volta.

I cani sulle prime non mancarono d'abbaiare, ma il loro instinto avendo fatto che s'accorgessero chi fosse la persona nuovamente giunta, si diedero a raspare la porta quasi chiedendo essi pure che gli venisse aperto.

S'aperse finalmente questa porta, e Locksley, entrò unitamente ai suoi due compagni.

«Eremita» disse Locksley in veggendo il cavaliere «dove hai tu pescato questo nuovo collega?»

«Un fratello del nostro ordine» rispose sorridendo il romito «noi abbiamo passato insieme in orazione la notte.»

«Credo bene ch'ei sia un individuo della chiesa militante[25]. Da qualche giorno ne vediam molti a correre i campi. Ma ciò non fa alla questione. Oggi abbiamo bisogno della nostra gente, sieno cherici o secolari. Dunque tu ne farai la buona grazia di lasciare la cocolla e il rosario per armarti d'arco e di chiaverina.» Indi traendolo in disparte: «Tu sei matto a quanto mi pare. Perchè dar ricetto nella tua abitazione ad un cavaliere che non conosci? Hai forse dimenticati i nostri regolamenti?»

«_Ch'io non conosco!_ Lo conosco quanto un mendicante conosce la sua scodella.»

«Presto dunque! il suo nome.»

«_Il suo nome!_ come se fossi uomo da bere in compagnia d'un altro senza saperne il nome! Si chiama il cavalier Neghittoso.»

«Tu hai bevuto più del bisogno, eremita, e voglia Dio che tu non abbi cianciato nella stessa proporzione.»

«Arcier valoroso» si volse a Locksley il cavaliere «non fate rimproveri al mio giocondo albergatore. Ei non ha potuto negarmi ospitalità, perchè già l'avrei costretto a concedermela.»

«_Costretto!_» replicò l'eremita. «Aspettate ch'io abbia cambiata questa cocolla in un giustacuor verde, e vedremo chi sia buono di costrignermi a cosa che non mi garbi.»

Così parlando gittò la cocolla in un canto del romitaggio, e lasciò vedersi in camiciuola e brache verdi, pregando Wamba l'aiutasse ad addossare il giustacuore ch'era del colore degli altri arredi.

«Credete voi» disse Wamba «ch'io possa in buona coscienza aiutare un santo eremita a trasformarsi in un cacciatore o in un.... non so che cosa?»

«Non temere» rispose l'eremita. «Se commetto qualche peccatuzzo in giustacuor verde, la virtù della cocolla lo cancella all'atto di rivestirla.»

«Ser cavaliere» disse Locksley, tanto che l'eremita dava termine alla sua acconciatura «non potete negarlo. Il vostro coraggio fu quello che decise della vittoria nel secondo dì del torneo.»

«E quando ciò fosse, arcier valoroso, che conseguenza ne vorreste indurre?»

«Di riguardarvi come un uomo propenso ad assumere le parti del debole e dell'oppresso.»

«Ciò è debito d'ogni vero cavaliere, e ben mi spiacerebbe se si potesse sol sospettare ch'io non l'adempiessi.»

«Desidererei dunque che foste altrettanto buon Inglese come prode cavaliere, perchè l'impresa di cui m'accade parlarvi, gli è vero che per sè medesima va nella classe de' doveri d'un uomo onesto, ma riguarda soprattutto quelli che ad ogni verace Inglese s'aspettano.»

«Quand'è così non potevate volermi meglio. Non v'è nessuno cui stiano più a cuore di me gli interessi d'un Inglese, sia pur l'ultimo fra essi.»

«Ascoltatemi dunque, e vi farò consapevole d'un mio disegno, al quale se siete veramente quello che vi dimostrate, potete onorevolmente cooperare. Una banda di scellerati, addossando l'abito d'individui che valgono assai meglio di loro, si sono impadroniti delle persone di Cedric il Sassone, della pupilla di lui, del suo amico Atelstano di Coningsburgo, e di tutta la lor comitiva; or li conducono al castello di Torquilstone, situato in questa selva, e appartenente ad un nobile normanno. Chiedo a voi, se qual prode cavaliere e verace Inglese, volete soccorrerci a liberarli.»

«Io l'ho qual mio debito. Vorrei però sapere chi vi siate, voi che mi parlate in favore di queste persone.»

«Io sono... un uomo senza nome, ma l'amico del mio paese. Per ora gli è d'uopo vi contentiate di non saperne di più, la qual cosa dovrebbe esservi tanto meno difficile che desiderate voi stesso di rimanere incognito. Credete nondimeno che allorchè ho data una parola, ella è inviolabile quanto s'io portassi speroni d'oro.»

«Lo credo senza fatica. Sono avvezzo a legger nelle fisonomie, e dalla vostra apparisce che dobbiate essere uom d'onore e risoluto. Non vi farò quindi maggiori interrogazioni, limitandomi a dirvi che m'adoprerò di buon grado alla liberazione di questi oppressi prigionieri, dopo di che spero ci conosceremo meglio e avremo luogo d'essere l'un l'altro contenti.»

«Così dunque» disse all'orecchio di Gurth Wamba, che dopo avere data la sua opera all'acconciarsi dell'eremita, pian pianino s'era avvicinato agli interlocutori ed in tempo d'udire la conclusione del dialogo «così dunque avremo un nuovo confederato, il cui valore, voglio almeno sperarlo, dovrebb'essere di miglior lega che non la religione del romito e l'onestà della nostra scorta; perchè, ti parlo chiaro, quel Locksley mi presenta la fisonomia d'un vero scorridore, e il reverendo cenobita d'un ipocrita il più sfrontato.»

«Zitto Wamba, zitto!» rispose Gurth. «Tutto ciò può essere verità, ma tutte le verità non è bene il dirle. Poi. Se venisse anche il diavolo colle sue corna ad offerirmi soccorso per mettere in libertà il nostro padrone e lady Rowena, non so se avessi tanta religione da ricusarne l'offerta.»

Dopo che l'eremita ebbe cambiato di abito, come dicemmo, trasse dal suo armadio segreto le proprie armi, ed imbracciò lo scudo che sul sinistro omero gli posava; il coltello da caccia gli pendea dal cinturino che reggeva pure un buon numero di freccie, e teneva in mano l'arco ed una specie di chiaverina. Primo ad uscire dal romitorio, quando ne furono fuori tutti gli altri, chiuse accuratamente la porta, tra la quale e la soglia ascose la chiave.

«Ma, sei tu veramente in istato di poterne esser giovevole?» a costui chiese Locksley. «I fumi del vino che hai bevuto non ti annebbiano niente il cervello?»

«Non posso negarti, che mi sembra veder tutti gli alberi ballare d'intorno a me, e che le mie gambe non mi permetterebbero di ballare con essi, ma il potere di san Dunstano è grande, e tra poco, il vedrai, non parrà nè manco ch'io abbia bevuto.»

Così dicendo, s'accostò al bacino di sasso, entro cui, come dicemmo, cadea l'acqua della sorgente, scorrendo poscia in piccolo ruscello, e detto la _fontana di san Dunstano_. Ivi stesosi col ventre a terra, bebbe tanta di quell'acqua, che parea volesse inaridire la fonte.

«Santo eremita di Copmanhurst» sclamò il cavalier Nero «quanto tempo è che non vi siete sbramato sì lautamente di quest'acqua?»

«Due anni e tre mesi, e fu una volta che un bariletto di Canarie lasciò sfuggire il liquor contenuto per una fessura non canonica; allora mi convenne stare alla bevanda somministratami dalla liberalità del mio santo avvocato.»

Dopo avere indi immerso e faccia e mani nella fontana, rialzossi, e brandita la sua chiaverina: «Ove sono» gridò «questi malviventi, questi rapitori di giovinette che non hanno voglia di farsi rapire da essi? Mi porti il diavolo se non mi basta l'animo d'atterrarne una dozzina!»

«Oh! non istate a bestemmiare, santo eremita» sclamò il cavalier Nero.

«Che eremita, in nome di Dio? Non v'è più eremita, cavalier Neghittoso. Per san Giorgio e pel suo Dragone! quando ho buttato via il cappuccio, non son più un incappucciato; e allorchè ho indosso il mio giustacuor verde, sono in istato di bere, bestemmiare, spiegazzar gonnelle, al pari di qualsivoglia armigero di questo regno.»

«Via, via! nostro cappellano» disse Locksley «marciamo come si dee e in silenzio. Tu parli solo più che non farebbe in giorno di festa tutto un convento, quando l'abate s'è coricato. Non è tempo questo da perdere in ciance, ma di pensare a raccogliere le nostre forze; e affè ne avremo bisogno se ci tocca dare l'assalto al castello di Frondeboeuf.»

«Che ascolto?» sclamò il cavalier Nero. «Egli è Frondeboeuf che arresta i sudditi del re in sulla strada maestra? Da quando in qua è egli divenuto un oppressore, un assassino?»

«Quanto a oppressore lo è sempre stato» disse Locksley.

«E quanto ad assassino» aggiunse l'eremita «son certo, lo è dieci volte più di molti assassini che ho l'onor di conoscere.»

«Avanti, eremita, avanti» disse Locksley «e taci una volta. Il nostro assunto ora è di trovarci presto al luogo dell'adunata, non di mettere alla luce cose, che è decenza come prudenza il tenere velate.»

CAPITOLO XX.

«Oh quanto fu volger di lune e soli «Dacchè quest'atrio, sì famoso un giorno. «Fama, gioia, beltade in un raccolte «Non mira più! nè sotto a queste antiche «Gotiche vôlte omai sona che voce «Dall'età spente; voce che ai nipoti «In fero tuon rimembra le virtudi «De' lor grand'avi che l'avel ricopre! ORRA, _Tragedia_.

Mentre le persone di cui favellammo vegliavano alla liberazione di Cedric e dei suoi compagni, gli armigeri che se ne erano impadroniti, li guidavano al luogo di sicurezza, ove divisato aveano tenerli prigioni. Ma sendo oscurissima la notte, e questa razza di scorridori mal pratica delle giravolte della selva, accadde che si videro costretti a molte pause, ed anche una o due volte a tornare addietro, per accertarsi meglio della strada che doveano tenere. Ed ebbero d'uopo del ritorno dell'aurora per rimanere convinti che si trovavano sulla buona strada; la qual cosa avendoli confortati non poco, incominciarono ad affrettare il cammino.

Allora i due finti capi di banditi vennero fra loro a tal parlamento.

«Bracy» disse il Templario «gli è tempo che ci lasciate per prepararvi al secondo atto della nostra commedia, e sostener la parte di cavaliere liberatore.»

«Ho fatte altre considerazioni» rispose Bracy «ed ho risoluto di non abbandonar la mia preda sintantochè io non l'abbia posta in sicuro nel castello di Frondeboeuf. Allora solamente mi mostrerò a lady Rowena sotto il mio consueto abito, e farò, spero, perdonare all'impeto dell'amorosa passione, la violenza di cui confesserommi colpevole.»

«E qual motivo di grazia vi ha fatto cambiare disegno?»

«Questa cosa poi, cred'io, non riguarda che me medesimo.»

«Vorrei però sperare, ser cavaliere, che a tal cambiamento non avessero data origine i sospetti ingiuriosi al mio onore, destatisi, o per meglio dire che Fitzurse cercò destare, nell'animo vostro.»

«Oh! in tali cose non prendo consigli che da me medesimo. Lo sapete il proverbio: _il diavolo ride se il ladro ruba al ladro_, e per altra parte sappiamo che il fuoco e le fiamme dell'inferno non ratterrebbero un templario dall'abbandonarsi all'impeto delle sue passioni.»

«Nè il condottiero d'una banda franca dal temere per parte d'un amico e d'un collega que' trattamenti ch'egli è solito fare agli altri.»

«A nulla or giova il rimprovero di rimbalzo. Mi basta conoscere quai principii di morale professi l'ordine de' Templarii per non somministrarvi da me medesimo l'occasione di togliermi una preziosa conquista che tanti rischi mi costa l'assicurarmi.»

«Ma nella presente circostanza che temete, o Bracy? Vi sono però conosciuti i nostri voti.»

«E anche in qual guisa li rispettate. I codici amorosi, ser Templario, vengono interpretati assai liberamente in Palestina, e nella presente bisogna non mi sento di confidar nulla alla vostra coscienza.»

«Ebbene, Bracy, sappiate dunque la verità. Non saprei che farmi della vostra dea dagli occhi azzurri. Contemplando le nostre prigioniere ho veduti due begli occhi neri. Quelli, quelli mi han conquistato.»

«Che ascolto? Vi degnereste della cameriera?»

«No, sul mio onore. I miei sguardi non si abbassano tanto; pure fra le nostre prigioniere trovo una preda che equivale ben alla vostra.»

«Per l'antico Testamento!» sclamò Bracy. «Forse la bella ebrea?»

«Ebbene! chi oserà trovarci a ridire?»

«Nessun ch'io mi sappia. Ma la vostra coscienza non vi rimproccerebbe una tresca aperta con un'Ebrea?»

«La coscienza d'un uomo che ha ammazzato trecento Saracini può essere più tranquilla di molte altre, nè ha bisogno di atterrire ad ogni minimo peccatuzzo, come il farebbe la coscienza d'una villanella nel presentarsi al confessionale la vigilia di Pasqua.»

«Eh! infine spetta a voi di sapere i privilegi del vostro onore. Pur vedete! avrei giurato che, più ancora degli occhi della leggiadra Ebrea, vagheggiaste i danari dell'usuraio suo genitore.»

«Non dirò che il danaro d'Isacco non abbia il suo merito. Ma credete voi che Frondeboeuf avesse voluto prestarne il proprio castello senza speranza di partecipare allo spoglio? Or dunque, io gli cedo Isacco per sua porzion di bottino, e come gli è giusto ch'io parimente abbia la mia, ho posti gli occhi sulla bella Rebecca. Adesso che vi son noti i miei divisamenti, tornerete alle prime massime? Voi vedete che per parte mia non vi resta alcuna cosa a temere.»

«No, no; le prime massime le ho affatto abbiurate, nè voglio perder le tracce della mia preda nemmeno un istante. Le cose che mi avete raccontate possono essere verissime, ma non mi fido della coscienza d'un uomo, che avendo ammazzati trecento saracini, si è assicurato un sì vistoso capitale d'indulgenze da non atterrirlo un peccato veniale di più.»

Intantochè i nostri due eroi duravano in tale disputa, Cedric si sforzava, ma invano, onde rilevare da' suoi custodi chi fossero, e da quai disegni mossi coloro che il tenevano prigioniere.

«Voi siete Inglesi, giusta ogni apparenza» ei dicea loro «e vivadio! vi conducete come se foste Normanni. Sarete, non ne dubito, miei vicini, e dovreste quindi esser ancor miei amici, perchè qual è nom inglese de' miei dintorni che possa volermi male? Persin fra voi, che vi siete rifuggiti ne' boschi onde sottrarvi alla persecuzione, fra voi contra i quali sta un bando che vi mette fuori della società, trovasi taluno che è ricorso più d'una volta alla mia protezione, e l'ha ottenuta, perchè mi faceano pietà le vostre sventure e i vostri patimenti, e le mie maledizioni andavano addosso alla tirannide, sola cagione del genere di vita che abbracciaste, e che non sarebbe mai stato il vostro. Che cosa dunque volete fare di me? Da quest'atto di violenza qual vantaggio potete voi ripromettervi? E nulla mi rispondete? Peggiori delle belve feroci nella vostra condotta, siete ancor muti com'esse?»

Ma tutti questi discorsi nulla valevano a fare che que' ribaldi parlassero. Troppe buone ragioni aveano di serbar il silenzio, perchè a romperlo li potessero indurre nè le querele, nè i rimproveri di Cedric. Continuarono a marciare con frettoloso passo, sintantochè in fondo ad un viale di grandi alberi, si presentasse Torquilstone, castello antico, il quale per diritto di usurpazione apparteneva in quei giorni a ser Reginaldo Frondeboeuf. Tal era la forma di questa picciola rocca. Dal mezzo di essa alzavasi un'alta torre di base quadrata, e circondata di edifizi più bassi, che dominavano un cortile di superficie circolare. Intorno al muro di ricinto stagnava una fossa, cui somministrava le acque un vicino ruscello. Frondeboeuf, che per suo cattivo animo si crescea continuamente il numero de' nemici, avea aggiunte nuove fortificazioni al castello col far costruire alte torri ad ogn'angolo del medesimo. L'ingresso erane da una parte per un ponte levatoio che terminavasi ad una pesante porta di ferro fiancheggiata da due torricelle, dall'altra per un portello di soccorso di stretto andito, che confinava con un fortino innalzato ad esterna difesa.

Non appena le cime delle torri di Torquilstone, che tappezzate d'edere e di porracine rifletteano i raggi del sol nascente, ferirono il guardo di Cedric, non gli rimase più dubbiezza alcuna sull'origine della cattività cui soggiaceva.

[Illustrazione: _Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatojo, la cavalcata entrò nel cortile._ pag. 177.]