Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 17

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[Illustrazione: _E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di que' che si usavano allora...._ pag. 148.]

Il cavaliere mise in opera la ricetta suggeritagli dall'eremita, e nonostante non durò poca fatica ad accordare quell'arpa.

«Le manca una corda» diss'egli «e l'altre non sono gran fatto in buon essere.»

«Ho piacere che vi siate accorto del disordine. Gli è segno che non siete novizio nell'_arte giocosa_[23]. Ma nel malanno di queste corde ci hanno colpa il vino e l'intemperanza. Glie l'aveva detto io, ad Allan-Dale, il _menestrello_ del Nord, di non toccare quest'arpa dopo aver votato la settima tazza. Non mi badò. Ecco quello che n'è avvenuto. Alla vostra salute, mio fratello, ed ai vostri buoni successi nell'_arte giocosa_.»

Così parlando si appressava dignitosamente al labbro la tazza, e continuava ad imprecare l'intemperanza del _menestrello_ del Nord.

In questo l'arpa fu accordata fin quanto lo permetteva lo stato cui era ridotta, e il cavaliere dopo aver fatte colle dita le solite prove, chiese all'eremita se desiderava una _serventese_ in _oc_, o una _lai_ in _oui_, o un _virelai_[24] o finalmente una ballata in Inglese.

«Una ballata, una ballata!» rispose l'eremita; «che vale cento volte meglio di tutti gli _oc_ e di tutti gli _oui_ della Francia. Io sono inglese inglesissimo, ser cavaliere, come lo era il mio glorioso avvocato san Dunstano, e degli _oc_ e degli _oui_ fo quel conto, ch'ei faceva degli artigli del demonio. In questa celletta non si ha da cantare che inglese.»

«Or bene, vi farò udire una ballata composta da un canterino ch'io conobbi in Terra Santa.»

Il canto del cavaliere tal fu da scorgersi che s'ei non era perfetto maestro nell'_arte giocosa_, certamente aveva avute ottime lezioni. L'arte gl'insegnò a trar buon partito dalla sua voce, comunque fosse poco estesa, e volta più all'aspro che al melodioso. Potea pertanto meritarsi applausi da giudici anche più abili di quello che l'eremita lo fosse, e maggiormente perchè il cantore mostravasi tanto commosso dalle cose espresse nella ballata, che parea riguardassero lui medesimo, circostanza, da cui le note d'accompagnamento acquistavano anima e forza maggiore.

La ballata era la seguente, ed intitolavasi:

_Il ritorno del Crociato._

Figlio di padri eroi, campion di Cristo, Un cavalier che prove peregrine Diè di valor nel disputar l'acquisto Del Gran Sepolcro all'aste saracine, Non ebbe appena il patrio suol rivisto, Caldo d'amor, cinto di lauri il crine, Sotto il veron di lei per cui sospira, Nunzia le fè del rieder suo la lira.

Salve, fior di beltà! Se ancor gradito T'è questo suon, ravvisa il tuo guerriero Vincitor del Pagan, da' suoi tradito, Gli rimasero sol lancia e cimiero, E il suo valor ch'è dono tuo. Tu ardito Di gloria il festi a imprender il sentiero; Che i rischi ad affrontar con fermo viso Lo allettò il guiderdon d'un tuo sorriso.

Se fei perder l'arcion, morder l'arena D'Icone al formidabile soldano, Tuo nome resse questo acciar; tu piena L'alma di senno e di vigor la mano Rendevi a me; tu m'addoppiasti lena Quando turba infedel per me al Giordano Tinse del proprio sangue i flutti e i lidi Imprecando Macon sordo a' suoi gridi.

Non fia che i trofei laudi ond'io fui chiaro, Nè i vanti in un di tua beltà rammenti. A tarda etade i nomi andran del paro Del cavalier, di quella i cui possenti Vezzi alle imprese il cavalier spronaro; E un vate vulgherà: corse ai cimenti Il campion di Sorìa con fermo viso, E gli fu guiderdon d'Elma un sorriso.

Mentre l'ospite cantava in tal guisa, l'eremita porgea attenzione, come farebbe un critico di mestiere che assistesse alla prima rappresentazione d'un'opera; col capo a metà inclinato sul petto, con occhi pressochè chiusi: mani spesso giunte, e facendo a vicenda passare un pollice sovra l'altro, alcune volte battendo il tempo colle mani e col piede. Se gli parea che la voce del cantore non si spiegasse quanto, almeno a giudizio di lui che stava ascoltando, lo volevano le leggi dell'armonia, aggiugnea, quasi per aiutarlo a torsi d'impaccio, la propria voce. Ma poichè il cavaliere si tacque, il nostro anacoreta trovò leggiadrissimi e la ballata e la musica e il canto.

«Però» aggiunse «io sospetto, che il prode cavaliere, eroe di questa ballata, abbia vissuto lungo tempo coi Normanni, e quindi sposati que' lor modi da cascamorto. S'egli abbandonò la sua donna per correre i campi della Palestina, non dovea forse, tornando, aspettarsi ch'ella si mostrerebbe cortese di grati sorrisi ad un amante stato più assiduo di lui nel corteggiarla? Che gli giovava andar a cantare sotto le finestre di lei una ballata, accolta cred'io in tale occasione come il miagolare d'un gatto sotto le grondaie? Ma ci pensi egli. Senza cercar altro, io beverò al buon successo degli amanti, ma veri amanti. Voi non siete, a quanto parmi, in questo novero, ser cavaliere.» Ciò gli disse dopo aver osservato, come egli temendo che sì frequenti e copiose libazioni gli alterassero il cervello, prendea la mezzina dell'acqua per temperare il suo vino.

«E che? non mi diceste voi venir quest'acqua dalla fontana di san Dunstano, del glorioso vostro avvocato?»

«Certamente, e battezzò infedeli a migliaia, ma in tutta la leggenda di questo santo non si dice mai che abbia battezzato il vino. Ciascuna cosa in questo mondo vuole essere adoperata all'uso per cui Domeneddio la creò. San Dunstano conosceva quanto le potesse conoscere chiunque altro, le prerogative di frate Giocondo.»

Dette le quali cose, l'eremita prese l'arpa, e cantò sovr'essa le seguenti strofette foggiate sopra un'antica canzonetta inglese.

_Frate Giocondo._

Ti do un anno, e se il vuoi secoli, Scorri Francia e Spagna e il mondo, Chi è felice? _Fra' Giocondo_ Sol felice puoi mirar.

Giovin prode ai corvi d'Asia Lasciò l'ossa; in duol profondo Sta la moglie? _Fra' Giocondo_ Sol la puote consolar.

Per morir sta un Grande; e il cruccia De' peccati il grave pondo. Chi lo allieva? _Fra' Giocondo_ Il cappuccio e il suo cordon.

Ricchi e grami, i santi il bramano E chi pur di colpe è immondo. Va per tutto _Fra' Giocondo_ Che ogni casa è sua magion.

Se lo sposo al desco tollera Occupar loco secondo, Chi sta primo? _Fra' Giocondo_; E la moglie ancor più fa.

Chi vuol far tenerla al diavolo De' piacer vedendo il fondo; Viva, gridi, _Fra' Giocondo_, Il cappuccio e la pietà!

«Benissimo! sull'onor mio, e mi piace che avete cantati gli encomii della vostra tonaca. Ma a proposito di diavolo, sant'eremita di Copmanhurst, non temete voi che una volta o l'altra venga a farvi visita in mezzo a qualche passatempo, non del tutto canonico,»

«Non del tutto canonico!... E via! disprezzo quest'accusa e la metto sotto i miei piedi. Penso a compiere come si dee tutti i doveri dell'ordine cui appartengo, mattutino, prima, terza, sesta, vespro, compieta, recito giorno e notte e _pater_ e _ave_ e _credo_....»

«Eccetto però nelle ore del chiaro di luna, nella stagione del salvaggiume...»

«_Exceptis Excipiendis_. È questa la risposta che il vecchio abate mi suggerì d'aver pronta ogni volta che qualche laico m'avesse chiesto, s'io adempissi esattamente tutte le minuzie prescritte dal nostro istituto.»

«Ottimamente, reverendo padre, ma il diavolo non conosce eccezioni, e non dorme mai; voi sapete che ei fa le giravolte attorno come leone che rugge!»

«Oh! faccia le giravolte e ruggisca finchè gli pare e piace. Una staffilata ch'io gli applichi colla mia cintura lo fa mugghiare, come mugghiò sotto san Dunstano, che gli acchiappò il naso colle molle arroventate. Non ho mai avuto paura di uomini viventi. Figuratevi se voglio averla del diavolo, nè di tutte le sue diavolerie. San Dunstano, san Vinifredo, santo Sviberto, e quel po' di merito ch'io possa avere, mi mettono in istato di sfidarlo, ad onta della sua coda e delle sue corna. Ma per dirvi un segreto, mio degno amico, non parlo mai di queste cose che dopo aver recitato mattutino.»

Cambiò allor d'argomento; ed aveano entrambi passati due o tre ore bevendo, ridendo, cianciando e cantando, allorchè il rumore di replicati picchii alla porta del romitaggio dieder loro altre faccende.

E da che proveniva sì fatto interrompimento? Ciò è quanto non ci è permesso spiegare, se prima non andiamo a raggiugnere altra brigata, perchè ad imitazion dell'Ariosto, non ci siam fatta una legge di accompagnar fedelmente per ogni dove i personaggi della nostra storia.

[Illustrazione: _Dette le quali cose, l'eremita prese l'arpa, e cantò sovr'essa...._ pag. 151.]

CAPITOLO XVII.

«N'aspettano boscaglie ov'han soggiorno «La damma e il capriol, d'alberi ingombre, «Che col mutuo intralciar lor rami, al giorno «Fann'onta e intempestive adducon l'ombre. «Corriam, già annotta. All'orrido dintorno «Chi fisa luci d'ogni tema sgombre? «Colà inviar teme Dïana i raggi; «Che li rispingon, quasi mura, i faggi. _La foresta d'Ettrick._

Fin d'allora, che il figlio di Cedric il Sassone cadde privo di sentimento sull'arena d'Ashby, il grido di natura, primo ad usar la sua forza nel cuore del padre, avrebbe fatto sì che questi ordinasse ai propri servi di prendere in custodia Ivanhoe, ed usargli ogni cura la più amorevole. Ma contrastava altro riguardo affacciatosi un istante dopo all'animo di Cedric. Ei non potea risolversi a riconoscere pubblicamente un figlio, ch'egli avea sbandito dalla propria casa e in formale guisa diseredato. Dopo alcuni momenti di lotta fra l'amor proprio e la tenerezza paterna, egli avea preso una via di mezzo, che fu chiamare a sè Osvaldo, e commettergli di valersi d'alcuni della sua gente per far trasportare il ferito cavaliere nella sua tenda, ove poi lo stesso Osvaldo sarebbe rimasto a vigilare affinchè non gli mancasse veruna sorte di soccorsi. Nè il coppiere di Cedric avea perduto tempo nell'accignersi ad eseguir tal comando, ma prima ch'egli potesse avvertire i quattro uomini del seguito di Cedric per condurli con sè, e, prima ch'ei fosse pervenuto, rompendo la calca, all'arena, altre persone aveano trasferito altrove Ivanhoe, che fu cercato invano nella sua tenda, senza potersi rilevare che cosa ne fosse accaduto; sicchè parea fosse stato portato via dalle fate.

E facilmente il nostro Osvaldo, superstizioso siccome lo erano tutti i Sassoni, avrebbe così spiegata la sparizione d'Ivanhoe, se non veniva ad interrompergli il corso delle meditazioni la presenza d'un uomo, vestito presso a poco da scudiere, e in cui ravvisò le sembianze di Gurth, suo camerata, il quale inquieto sulla sorte del suo padrone, disperato perchè più dell'altro non lo ritrovava, e ansioso sol di cercarlo per ogni dove, dimenticò le cautele necessarie alla sicurezza di sè medesimo. Osvaldo si fece tosto un dovere di arrestarlo qual fuggiasco servo sopra di cui dovea pronunziar sentenza Cedric.

Non quindi trascurò di assumere nuove informazioni per sapere contezze del figlio del suo padrone, e la sola cosa ch'ei giunse a scoprire si fu, come alcuni servi ben messi aveano collocato il cavaliere Diseredato nella lettiga appartenente ad una persona di sesso femminino, stata spettatrice del torneo, e lo aveano tratto indi fuor della lizza; ma ove poi lo avesser condotto niuno sapea raccontare. Tai notizie pertanto egli arrecò al suo padrone, facendosi seguire da Gurth, che considerava siccome una specie di disertore.

In questo mezzo, la natura avendo preso intero predominio sullo stoicismo patriottico che le facea guerra nel cuore del _thane_ Sassone, questi si stava nelle più vive angoscie, finchè Osvaldo fosse tornato. Ma appena ei seppe che altre persone, da Cedric tosto giudicate amiche d'Ivanhoe, s'erano prese l'incarico di lui, e che, com'era verisimile, e come tosto il Sassone immaginò, gli avrebbero prestato ogni soccorso dovuto al suo stato, allora l'amor paterno fe' luogo nuovamente all'orgoglio e al risentimento, radicato in lui contro quella ch'ei chiamava ribellione del figlio.

«Ne accada quel che ne sa accadere» disse in quell'istante «a me poco rileva, e poco ancor mi rileva, se coloro per amor de' quali riportò le ferite, si prendono adesso cura di medicargliele. Si distingua, si distingua, giacchè è la sua vocazione, nelle frascherie de' bagattellieri di questa normanna cavalleria, egli che avrebbe dovuto mantenere l'onore e la gloria de' Sassoni suoi antenati adoperando l'azza e la spada, armi antiche della nostra patria!»

«Se per mantenere l'onore de' propri antenati» disse lady Rowena «basta ad un uomo, l'intraprender con prudenza e l'eseguire con coraggio, essere il più prode de' prodi, e segnalarsi altrettanto per dolcezza e per sommessione, chi può negare tai pregi ad Ivanhoe?... Sarà ora la sola voce d'un padre?....»

«Tacete, lady Rowena, ve ne prego, è questo il solo punto su di cui non possiamo andare intesi. Accignetevi ad intervenire al banchetto del Principe. L'invito è stato fatto con modi cortesi, onorevolissimi, in somma usando tai riguardi, che questi superbi Normanni ben rade volte hanno dati a dividere a persone Sassoni dopo la fatale giornata di Hastings. Voglio trovarmi al banchetto, se non fosse altro, per provare a cotesti orgogliosi, come un Sassone sappia sopportare la sventura d'un figlio, che ha atterrati i più valorosi fra i loro campioni.»

«Io non vi sarò al certo» rispose con fermezza lady Rowena; «e voi, temete piuttosto che quanto esaltate, siccome intrepidezza e coraggio, non venga invece attribuito a freddezza, anzi a durezza di cuore.»

«Per parte vostra farete ciò che meglio v'aggrada. Quanto a cuore freddo e duro, lo mostrate piuttosto voi che sacrificate gl'interessi d'un popolo gemente sotto il peso della schiavitù ad una passione inutile quanto cieca. Vado in traccia del nobile Atelstano, e ci condurremo noi due al banchetto di Giovanni d'Angiò.»

E così fecero; e già vedemmo al proposito dello stesso banchetto le particolarità più meritevoli d'essere ricordate. Usciti di quella mensa i due Sassoni, insieme alla lor comitiva, montarono a cavallo, e raggiunta lady Rowena, tutti di conserva si apparecchiarono ad abbandonare Ashby. In mezzo alle faccende di quella frettolosa partenza si offerse per la prima volta a Cedric, dopo essere, così diceasi, disertato, il povero Gurth; e poichè il Sassone, come fu narrato, non uscì di buon umor del banchetto, aveva appunto d'uopo di qualcheduno su di cui sfogare la collera; e Gurth ne fu la vittima disgraziata.

«Legatelo» sclamò «legatelo! Osvaldo, Udiberto! Sciagurati, che vi avvisaste di lasciare in libertà questo furfante!» I compagni di Gurth senza osare la menoma rimostranza a favore di quello sventurato, gli legarono le mani dietro la schiena, al qual severo trattamento l'ex-scudiere si assoggettò senza mettere una sola querela. Unicamente rampognando con uno sguardo il suo padrone aggiunse tali parole: «Ciò m'accade perchè amo il vostro sangue più del mio sangue medesimo.»

«A cavallo e avanti» sclamò Cedric.

«E mi par bene che non vi sia tempo da perdere» aggiunse Atelstano «perchè, se non galoppiamo sul serio, la cena che ci ha preparata il degno abate Wattheof non varrà più nulla.»

Ma tanto s'affrettarono i nostri viaggiatori che prevennero la disgrazia da Atelstano temuta. L'abate di San-Vittoldo, uscito egli medesimo d'antica famiglia sassone, e parente di Cedric alla lontana, ricevette i nobili viaggiatori con tutti i riguardi dell'ospitalità sì propria a questa nazione, nè la cena del convento cedea quanto a splendidezza al pranzo del Principe. Rimasero a desco fino a notte molto innoltrata; nè si disgiunsero dall'Abate che la mattina del dì successivo, dopo essergli stati compagni e partecipi ad una sontuosissima colezione.

Allorchè la cavalcata uscia dalla corte del monastero, occorse un avvenimento di tal natura da far sinistra impressione in menti sassoni, perchè non v'era in tutta l'Europa un popolo che nell'essere superstizioso, e nel credere soprattutto ai presagi sopravvanzasse quella nazione. Non potea ciò dirsi de' Normanni, che essendo una schiatta mescolata, e che avea fatto qualche maggior passo nella carriera della civiltà, non tenea più una gran parte di quei pregiudizi, che i suoi progenitori le aveano apportati dalla Scandinavia; e sotto simile aspetto potea vantarsi più istrutta de' popoli conquistati.

Nell'istante adunque di cui favelliamo, la tema di qualche arcana disgrazia venne inspirata da un profeta, certamente ragguardevolissimo, da un grosso cane nero e magro, che seduto sulle zampe di dietro alla porta del monastero, mise lamentevoli ululati, allorchè uscirono i primi cavalieri, poi seguì la cavalcata abbaiando e scorazzando da destra a sinistra.

«Padre mio» disse a Cedric Atelstano, che per un rispetto avuto all'età spesso usava seco di questo titolo «questa musica niente mi garba.»

«Nè a me maggiormente, nostro zio» disse Wamba. «Temo che ci tocchi pagare i violini senza ballare.»

«Il mio parere» disse Atelstano (cui era andata a sangue l'ala dell'Abate, la quale indipendentemente dalla fama di cui godeva questa spezie di birra fabbricata ne' dintorni di Burton, era, come ognun può immaginare sceltissima) «il mio parere sarebbe che si tornasse all'abbazia, e si differisse al dopo pranzo il partire. Gli è sempre di cattivo augurio incominciar di mattino un viaggio scontrandosi in un frate, in un leppre o in un cane che abbai.»

«Oibò!» sclamò Cedric impazientendosi. «Basta appena la giornata al cammino che dobbiamo fare. Poi quel cane io lo conosco, è il cane di Gurth, disertore al pari del suo padrone.»

Irritato indi che quell'animale non la finisse mai d'abbaiare, s'alzò in punta de' piedi sulle sue staffe, e dato di mano ad una chiaverina, la vibrò contro il povero Fangs, perchè quel cane era Fangs, che avendo seguito l'orme del suo padrone, e festoso d'averlo trovato, gli manifestava in tal guisa il giubilo di potere starsi con lui nuovamente. Poco mancò che non ne rimanesse inchiodato sul suolo; ma per sua buona fortuna il ferale strumento gli scalfì unicamente una spalla, onde la bestia ferita fuggendo immantinente dalla presenza del corrucciato _thane_ andò a mettersi all'ultime file del retroguardo.

La tentata uccisione di un suo fedele compagno fu per Gurth cosa amara e più difficile da perdonarsi dei lacci stessi che lo impacciavano; laonde, dopo avere fatto un moto, inconsiderato siccome inutile, per portarsi le mani alle ciglia, chiamò Wamba, che visto di mal umore il padrone, avea avuta la prudenza di mettersi egli pure al retroguardo. «Wamba, fammi una finezza, prendi una falda del tuo mantello e rasciugami gli occhi. La polvere mi fa piangere, e come vedi non posso prestarmi questo servigio da me medesimo.»

Wamba lo compiacque, indi marciarono qualche tempo l'uno a canto dell'altro senza profferire parola. Finalmente Gurth, sentendo una necessità di disacerbare l'affanno che lo premea si volse al compagno: «Amico Wamba, fra tutti que' matti che si prestano a servire Cedric, tu sei il solo matto che abbia saputo rendergli gradevole la tua follia. Va adunque a trovarlo, e digli che Gurth non vuol più saperne di servirlo, e che da questo proposito nol moveranno, nè amore nè timore. Egli può bene caricarmi di ceppi, farmi battere colle verghe, ed anche mettermi a morte, ma non mai costringermi ad ubbidirlo. Va dunque e digli, che Gurth, figlio di Beowolf, si emancipa da sè medesimo.»

«Matto, come mi vedi» rispose Wamba «non farò mai la pazzia che mi suggerisci. Cedric ha ancora una chiaverina da impiegare, e sai che rare volte manca il suo scopo.»

«Questo scopo gliel diverrò io medesimo, non me ne importa; e quanto non vuoi dirgli tu, gli dirò io. Ieri abbandonò il figlio, il mio giovine padrone che s'avvoltolava nel proprio sangue; oggi, innanzi ai miei occhi, ha voluto ammazzare l'altra sola creatura vivente che mi abbia mostrato amicizia su questa terra; per sant'Edmondo, per san Dunstano, per san Vittoldo, per sant'Odoardo il confessore e per tutti i santi sassoni del calendario» Cedric non giurava mai per santi che non fossero di schiatta sassone, e tutta la sua gente ne imitava l'esempio «non gli perdonerò in sempiterno.»

«Ma a quanto credo» soggiunse Wamba che spesse volte si assumea le parti di pacificatore «il nostro padrone ebbe in animo di mettere paura a Fangs non di ferirlo. Si è alzato sulle staffe per essere più sicuro di far passare la chiaverina al di sopra della testa di questa bestia, e così sarebbe andata la cosa, se Fangs non avesse fatto uno sgraziato salto in quel momento medesimo. Però tutta la ferita sta in una scalfitura, che mi prendo incarico di guarir io con un empiastro di pece da un soldo.»

«Se lo credessi» sclamò Gurth «se lo potessi credere! Ma no, ho visto io partire la chiaverina, e il colpo era bene addrizzato. L'ho intesa a fischiar per l'aria con tutta la perfidia di chi la lanciò, poi dopo ho veduto lui, Cedric, che ha abbassati gli occhi a terra, come di rabbia per non avere colpito a segno. No, pel porco di sant'Antonio! non moverò più un piede per servirlo.»

Furon questi gli ultimi detti del porcaiuolo disertore, nè i reiterati sforzi di Wamba valsero d'indi in poi a fargli aprir bocca.

Intanto Cedric e Atelstano che marciavano avanti a tutti di quella brigata, la discorrevan fra loro sullo stato interno del paese, sulle dissensioni che teneano in trambusto la reale famiglia, sulle dispute feudali, onde i Nobili normanni erano nemici gli uni degli altri, e finalmente sulle occasioni che potevano tuttavia presentarsi ai Sassoni oppressi per iscotere il giogo de' Normanni, o certamente per farsene temere e rispettare, col favore delle turbolenze che sembravan vicine; argomenti tutti che mettevano in estasi Cedric. La restaurazione della sassone indipendenza gli stava a cuore con tanta gagliardia, che a tale speranza avea volontariamente sagrificato e la sua domestica felicità e gli interessi del proprio figlio; ed ecco in qual modo.

Ad operare questo grande cambiamento politico facea d'uopo di una perfetta unione fra i Sassoni, e che si lasciassero regolare da un capo egualmente riconosciuto da tutti. La necessità di eleggere un tal capo fra i discendenti del real sangue sassone si manifestava di per sè stessa, e per altra parte aveano messo ciò per condizione espressa dell'opera che presterebbero que' partigiani, ai quali Cedric confidò i suoi segreti divisamenti e le sue speranze. Ora la prerogativa di sangue regio trovavasi appunto in Atelstano, ultimo rampollo maschile della sassone dinastia. Comunque ei non avesse i pregi d'ingegno necessarii ad un capo di fazione, pure l'apparenza esterna erane dignitosa, nè difettava di coraggio, addestratosi in oltre all'armeggiare, pareva anche inclinato a ben ascoltare i consigli di chi ne sapea più di lui, e lodato veniva per buona indole d'animo. Ciò nullameno ad onta de' diritti che si univano in esso a farlo capo della sassone confederazione, molti inchinavano a preferire i diritti di lady Rowena, che discendeva in retta linea dal grande Alfredo, e il cui defunto padre, già capo di confederazione, rinomato per coraggio, saggezza e generosità, vivea tuttavia con onore nelle ricordanze de' suoi concittadini.