Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 16
Il sole, stato fin a quel punto bussola alla corsa del cavaliere, già si era nascosto alla sinistra di lui dietro le montagne della contea di Derby, e più ch'egli inoltravasi, tanto meno sapea se si fosse avvicinato alla meta dell'impreso viaggio, o se in vece ne avesse di gran lunga sviato. Fra le diverse viottole che in quel bosco s'incrocicchiavano studiava conoscerne la più ricalcata, sperando lo condurrebbe alla capanna d'un qualche taglialegne; ma niuna maggiore certezza acquistando a tale proposito, giudicò meglio abbandonarsi all'accorgimento del suo corridore, perchè l'esperienza gli aveva insegnato, come l'istinto di sì fatte bestie sia talvolta guida più sicura, che non i calcoli più accurati de' lor padroni.
Il palafren generoso, benchè stanco di avere tutto quel giorno portato in groppa un cavaliere di quella statura e complessione, e carico inoltre di pesante armatura, non appena dalle briglie, scorrenti libere sul proprio collo, s'avvide di essere abbandonato a sè medesimo, riprese nuovo coraggio e nuova lena. Di fatto per lo innanzi parea sentisse appena gli sproni, ed ora quasi altero di questa prova di fiducia datagli dal suo padrone, rialzò il capo, e più vivace divenne il suo trotto. Ei scelse per vero un cammino diverso dalla dirittura seguita fin allora dal Cavaliere, ma questi tenne la sua risoluzione lasciandosi condurre a grado del corridore.
Quanto accadde il fe' contento d'avere operato in tal guisa, perchè la viottola su cui si trovava, a mano a mano mostrossi più larga, nè andò guari che lo squillo d'una campanella il rendè accorto di non essere distante da qualche chiesetta o romitaggio.
Poco di poi trovossi ad un diradamento della selva, ove da un lato alzavasi in linea perpendicolare una rupe, coperta di edera quasi per ogni dove, e sparsa qua e là di macchie di bosso, e sparsa pure di quercie, le cui radici conficcandosi entro i crepacci del masso pieni di terra, vi trovavano nudrimento. A questa rupe appoggiavasi una casuccia, le cui muraglie erano tronchi d'alberi congiunti fra loro da glutine di terra e muschio arboreo impastati insieme. Un giovine abete, rimondo di tutti i suoi rami, alla cui parte superiore era posto per traverso un grosso troncone, presentava al guardo un informe emblema della Croce. A poca distanza sgorgava dal dirupo una sorgente d'acqua purissima, che cadea prima entro ad un sasso scavato, e da lavoro umano ridotto a rustico bacino; indi sfuggia con grato mormorio lungo un letto che ella si era coll'andar degli anni formato, sintantochè, dopo alcuni giri per la pianura di quell'anfiteatro, perdeasi affatto nella vicina foresta.
Presso di questa fontana vedeansi le rovine d'una picciola cappella, il cui tetto in parte era diroccato; edifizio, che quand'anche fu nel medesimo suo splendore, non può essere stato più lungo di sedici nè più largo di dodici piedi. La soffitta, la cui altezza serbava proporzione coll'altre dimensioni accennate, stavasi in quattro archi sostenuti da grossolani pilastri; due de' quali allora faceano compagnia al resto di que' diroccamenti. L'atrio ornato di fregi a ghirigori, quai ne osserviamo ancora nelle antiche chiese sassoni, era collocato sotto d'un portico, cui sovrastava un campanile, munito di quella campanella, il cui suono pochi istanti prima erasi udito dal Cavalier Nero nella foresta.
Alla vista di tal romitaggio, ei si tenne sicuro di ottenere ricovero per quella notte dall'anacoreta che vi stanziava; perchè gli eremiti abitatori de' boschi, avevano in que' tempi siccome lor debito di concedere ospitalità ai cavalieri smarriti, e soprappresi dal giugnere della notte. Scese pertanto da cavallo, e senza perder tempo ad esaminare le minute locali particolarità che abbiamo descritte, picchiò coll'estremità della sua lancia alla porta, con fermissima opinione che gli verrebbe aperta.
Gli convenne picchiar due volte prima d'avere una risposta, nè il tenore di questa fu tanto cortese qual s'era egli dato a presumerlo.
«Va per la tua strada, chiunque tu sia» udì rispondersi con voce forte e aspro tuono «nè stornar oltre il servo di Dio e di san Dunstano dalle devote sue pratiche della sera.»
«Buon Padre» rispose il cavaliere «io sono un povero viaggiatore smarrito fra questi boschi. Se mi concedete ospitalità per questa notte, sarà un atto di cristiana carità che farete.»
«Fratello mio, tutt'altro che poter far carità! La Beatissima Vergine e san Dunstano han pensato bene ch'io la ricevessi dagli altri. Le mie vittovaglie son tali, che un cane non vorrebbe farne meco a metà, e mi corico sopra una cuccia che la sdegnerebbe per sua lettiera un cavallo, niente niente avvezzato ai suoi comodi. Va dunque per la tua strada, e il cielo ti benedica!»
«Come volete che la trovi, la mia strada, per mezzo a un bosco e fra le tenebre della notte? Vi supplico, reverendo padre, apritemi almeno la porta, e venite voi ad additarmi il cammino.»
«Oh! il cammino è facilissimo da trovarsi. Quel sentiero che sta rimpetto a questa mia piccola cella, guida ad una valle paludosa attorniata da un fiumicello che dovrebbe esser guadoso, perchè da molto tempo non abbiam piogge forti. Ma bada nell'accostarvi, perchè le rive ne son dirupate e presentano molti precipizi. Ti troverai indi in una cattiva strada, anzi in una strada rotta...»
«Nient'altro poi! paludi, acque da guadare, precipizi, strade rotte!» sclamò il cavaliere. «Ser eremita, quand'anche foste il più santo di tutti gli anacoreti, presenti e futuri, non riuscite a persuadermi di affrontare una tale strada nel cuor della notte. Se, come dite, vivete dell'altrui carità non è in voi il diritto di ricusarla agli altri. Apritemi dunque tosto la porta del vostro romitaggio, o per dio! non mi costrignete ad atterrarla.»
«Amico viaggiatore» l'eremita replicò «non mi costrigner tu a mettere in opera le armi carnali, che il cielo in mia difesa mi ha concedute. Potresti far cattivo contratto.»
Gli abbaiamenti che, proferite queste parole, si fecero udire, palesarono al cavaliere, come l'eremita chiamasse per suoi ausiliari alcuni cani, dimoranti non v'ha dubbio in qualche angolo di quella casupola. Laonde irritato dagli apparecchi che faceva il cenobito per vincerla nel dato rifiuto, urtò la porta con una spinta sì vigorosa, che parve crollassero i pilastri di legno cui si reggea.
«Abbi pazienza, abbi pazienza, amico viaggiatore» soggiunse allora l'anacoreta, che non avea troppa voglia di arrischiar la sua porta ad una seconda spinta di tale natura «vengo ad aprirti, ma pensa a quel che fai, perchè, per san Dunstano! te ne avrai da pentire.»
Immantinente apertasi la porta, l'eremita, che era un uomo vigoroso e ben complesso, coperto del suo cappuccio, e cinto a traverso le reni da una corda di giunchi, si mostrò al cavaliere, e d'una mano teneva accesa una torcia, e coll'altra un nodoso bastone, o quasi una clava. Due cani di enorme statura gli stavano a fianco, aspettando, a quanto pareva, dal loro padrone il segnale di lanciarsi sopra dello straniero. Ma poichè il lume della torcia fe' vedere al romito d'aver che fare con un cavaliere armato di tutto punto, cambiò tosto deliberazione, e licenziati i suoi due confederati assunse più urbani modi, non quindi umili, e austera alterezza ne trapelava. Invitò nondimeno il cavaliere ad entrare entro la casa, cercando scuse alla prima accoglienza fattagli dalla consuetudine che avea di non aprire la porta a nessuno dopo il tramonto del sole, e ciò per tema de' ladri e dei malandrini che infestando que' boschi, non portavano nemmen rispetto a san Dunstano, o alle persone che al servigio di questo santo si dedicavano.
Entrato nella cella il cavaliere, si guardò attorno, e non vedendo che un letto di foglie, un crocifisso di quercia male scolpito, un messale, una tavola di grezzo sasso, due sgabelletti, e pochissimi altri cattivi arnesi domestici, sì gli disse: «Padre mio, la povertà della vostra cella dovrebbe dispensarvi dall'aver paura de' ladri, quand'anche non aveste que' due fedeli ausiliari, che a statura dovrebbero esser buoni per atterrare un cervo e trovar pochi uomini che lor resistessero.»
«Il boscaiuolo» rispose l'eremita «mi ha permesso di conservarli a mia difesa in questa solitudine, fintanto almeno che nel paese domini maggior sicurezza.»
Sì dicendo adattò la sua torcia in una ventola di ferro conficcata entro uno di quegli alberi, che faceano uffizio di parete, e ravvivando il fuoco coll'aggiugnervi legne secche, sedè sopra uno sgabello a canto della tavola, accennando di fare la stessa cosa al cavaliere.
Adagiati che si furono entrambi, l'un guatò l'altro con molta serietà, e continuarono per alcuni istanti a squadrarsi, essendo cosa probabile, che ciascun di loro andasse ruminando in sua mente, se mai gli era occorso di trovarsi al cospetto di altr'uomo più vigoroso e più risoluto.
«Spettabile eremita» gli disse finalmente il cavaliere «se non mi rattenesse la tema d'interrompere le pie meditazioni in cui vi giudico assorto, avrei tre cose da chiedere alla Reverenza vostra. Prima di tutto, ove devo mettere il mio cavallo? Seconda, potete darmi da cena? Finalmente, ove dovrò io passare la notte?»
«La regola del mio istituto mi prescrive» rispose l'eremita «di non rompere il silenzio che ad un caso d'estrema necessità: vi risponderò dunque per gesti fin quanto mi sarà possibile.» Additandogli indi successivamente due angoli di quel tugurio. «Lì scuderia!» gli disse «là, vostra stanza di riposo!» Preso indi da uno scaffale un piattello su di cui stavano pochi ceci secchi, lo pose sulla tavola dinanzi all'ospite: «Vostra cena!»
Alzando le spalle il cavaliere, uscì di quell'abituro per levar dall'albero, cui lo aveva legato, il cavallo e condurlo in casa; ove, dopo averlo con gran cura alleggerito di tutto arnese, si levò il mantello per coprirne la schiena di quella bestia sì affaticata.
Atto di umanità, che parve commovesse molto l'eremita, il quale si diede ad esaminare il corridore profferendo le parole: «Nobile animale!» A tal sentenza succedè il ricordarsi, che il boscaiuolo nell'ultima visita fatta al romito, lasciò ivi qualche poco di foraggio. Dopo d'avere espresso laconicamente quest'atto di sua reminiscenza, uscì d'una porta situata in fondo della stanza; poi tornò portando seco un fascio d'ottimo fieno e una conveniente misura di biada che pose innanzi al cavallo dell'ospite. Poi uscito una seconda volta, ritornò con un sacco di felce secca, che distese nell'angolo da lui contrassegnato, siccome stanza di riposo del cavaliere, da cui venne ringraziato di tal cortesia, indi ognun di loro si rimise al suo sgabello presso la tavola, ov'era sempre il piattello de' ceci secchi. Il Romito allora recitò un lungo benedicite in latino, o in latino almeno egli credea, poichè sarebbe stato difficile il ravvisarvi gran che le tracce d'una tal lingua. Diede indi il primo esempio della masticazione al suo ospite col mettersi tre o quattro di quei ceci alla bocca, che ampia era ed armata di ottimi denti, acuti e candidi quanto quelli d'un cinghiale possono esserlo.
Il cavaliere, volendo imitarlo a questo desco, si tolse l'elmo, il corsaletto, e molta parte d'armatura, laonde l'eremita potè vedere una testa coperta di capelli biondi oltre ogni dire, naturalmente ricciuti, occhi vivacissimi che al pari de' lineamenti indicavano sagacia, e animo grande ed intraprendente, basette d'un color alquanto più cupo de' capelli, un uomo alfine in cui, giudicandolo dalla fisonomia, l'ardire conformava coll'altezza della statura.
L'eremita, quasi studioso di corrispondere alla confidenza che l'ospite in lui dimostrava, si mandò indietro il cappuccio, mostrando a sua volta una testa rotonda qual può averla soltanto un uomo di circa trentatrè anni. Larga erane la cherca e neri ed increspati i capelli che le stavano attorno, nè dall'aspetto scorgeasi certamente ch'ei facesse astinenza, o vita austera di cenobita. Le guancie di lui tinte d'un bel vermiglio spiravano la freschezza d'una salute floridissima, in quegli occhi sormontati da due foltissime sopracciglia, pressochè indivise fra loro, leggeansi coraggio e brio, intantochè la robustezza de' muscoli, delle membra e de' nervi lo indicavano pasciuto di alimenti ben altri che ceci secchi. Alla qual cosa non mancò di fare attenzione il cavaliere, che dopo avere non senza fatica stritolata una mezza dozzina di quei ceci, chiese all'ospite qualche cosa di liquido che lo aiutasse a trangugiarli.
Nè fu tardo il romito a mettere sulla tavola una mezzina colma d'acqua limpida e pura. «Viene» egli disse «dalla fontana di san Dunstano, da quella fontana, ove il santo battezzò da un dì all'altro cinquecento Danesi pagani. Che il nome ne sia benedetto in eterno!» Indi accostò alle proprie labbra la mezzina, il pomposo encomio però che ei di quell'acqua prodigiosa avea fatto non l'indusse a beverne più d'una sorsata.
«Reverendo padre» gli disse finalmente il cavaliere «affè, questi ceci secchi, che mangiate in sì discreta quantità, e quest'acqua cui appena attignete possedono una virtù miracolosa. (L'eremita lo guarda) Sì; miracolosa. Chi vi contempla giudicherebbe voi un uomo fatto per mettere, cacciando, un cervo alle strette, o per cimentarvi valorosamente a duello con qualunque gagliardo competitore, anzichè a passare la vita vostra in un deserto leggendo il breviario e salmeggiando.»
«Gli è perchè, ser cavaliere, i vostri pensieri san di carne, come generalmente ne puzzano tutti quelli de' laici ignoranti. La santa Vergine e san Dunstano si compiacquero di benedire l'alimento al quale mi sono ridotto, come il cielo benedì una volta i cibi che i santi fanciulli Sidrach, Misach e Abdenago, preferirono al vino e alle vivande da cui temettero lordura per averle offerte loro un saracino.»
«Oh santo padre, su la cui cera ha piaciuto al cielo operar tal miracolo, permettereste ad un umile peccatore il chiedervi il vostro nome?»
«Perchè no? In questo cantone vengo nominato l'eremita di Copmanhurst. Vi aggiungono, gli è vero, l'epiteto di santo, ma io non ci sto, sentendomi indegno di vedere aggiunto al mio nome un tal predicato. E voi, prode cavaliere, vorreste indicarmi il nome del mio ospite?»
«_Perchè no_, eremita di Copmanhurst? _In questo cantone vengo nominato_ il cavaliere Nero. _Vi aggiungono, gli è vero, l'epiteto di_ Neghittoso; _ma io non ci sto, sentendomi indegno di vedere aggiunto al mio nome un tal predicato_.»
L'eremita non potè starsi dal sorridere a tal risposta dell'ospite.
«Ser cavaliere Neghittoso» gli disse di poi «m'accorgo esser voi un uomo di spirito e ad un tempo prudente. Siete stato avvezzo alla licenza delle corti e de' campi, al lusso delle capitali, e capisco bene che la semplicità del vitto monastico non vi si affà nè punto nè poco. Credo... sì, mi ricordo ora che il boscaiuolo, quando fu a vedermi l'ultima volta, oltre a quel resto di foraggio, lasciò qui alcune cose da mangiare. Io non le ho toccate per un rispetto alle regole del mio istituto; e adesso poi, assorto, come lo sono sempre, in profonde meditazioni, non pensava ad offerirvele.»
«Santo eremita, lo avrei giurato» sclamò il cavaliere. «Appena ho veduto fuor del cappuccio la vostra testa, mi sono convinto, che in questo romitorio dovea trovarsi qualche vivanda più sostanziosa. Il vostro boscaiuolo è un galantuomo. Di fatto, chi è che vedendo una bella dentatura come la vostra condannata a macinare questi miserabili ceci, quel largo vostro gozzo a non essere innaffiato che da una sì trista bevanda, chi è dissi, cui non venga desiderio procurarvi alimenti più confacevoli? Tutta questa roba» soggiunse accennando la frugale imbandizione di quel desco «è appena buona da dare al mio cavallo. Vediam dunque subito in che si stia la munificenza del degno boscaiuolo.»
L'eremita diè una scaltra occhiata all'ospite, e mostrò comica incertezza in tutta la fisonomia. Parea titubasse ancora nel fidarsi dello straniero. Ma l'aspetto di questo avea tant'aria di sincerità, ne traspirava tal buona fede e schiettezza, anche il sorriso ne appariva d'uomo gioviale e ad un tempo ingenuo, che finalmente l'eremita mise da un lato i sospetti, e trasportatosi verso il fondo della sua celletta, aperse un armadio i cui battitoi erano un segreto architettato con accuratezza ed ingegno, e ne trasse uno smisurato pasticcio ch'ei collocò sulla tavola. Il cavaliere ne fè tosto la sezione valendosi del pugnale che gli pendea dal cinturino, senza perdere indi tempo a porsi in istato di giudicare del merito delle cose.
«È passato molto tempo, reverendo padre, dacchè l'onesto boscaiuolo vi ha fatto visita?» domandò all'eremita il cavaliere, che intanto mangiava con appetito quel pasticcio, sembratogli veramente squisito.
«Due mesi circa» rispose senza far attenzione a quello ch'ei rispondeva il romito.
«Vivadio! tutto è miracoloso in questo romitaggio. Io, vedete! avrei scommesso, che il selvaggiume di cui è fatto questo pasticcio saporosissimo, volava, non è una settimana, per questi boschi.»
Osservazione che scompigliò alquanto l'eremita, cui produceva non poca modestia il veder l'ospite che dava sì vigoroso assalto e facea sì belle brecce nel pasticcio, intanto ch'egli colle precedenti proteste di astinenza si era tolta da sé medesimo la possibilità di partecipare a tale fazione.
Ma da quest'angoscia lo liberò il cavaliere: «A proposito! ser eremita» gli disse ristandosi d'improvviso dal mangiare «ho viaggiato in Palestina, e mi ricordo che in questi paesi vi è un'usanza per cui tutt'uomo che ne convitti un altro, assaggia pel primo le vivande presentate al commensale, e ciò per provargli ch'esse non contengono nulla di pregiudizievole. Dio mi liberi dal sospettare in voi sinistre intenzioni; ma se ho a dirvela, vedrei volontieri che vi uniformaste a sì fatta usanza.»
«Quando sia per compiacervi, ser cavaliere» rispose l'eremita «e per non lasciare in voi veruna inquietezza, mi esenterò questa volta dalla professata astinenza.» E dir ciò e metter le mani (che forchette allor non si usavano) in mezzo al pasticcio furono un medesimo tempo.
Così rotto il diaccio da tutte due le bande, l'ospite e il commensale parea gareggiassero a chi dava prove di miglior appetito, nella qual lotta l'eremita superava di molto il cavaliere, benchè questi, secondo ogni apparenza, dovea essere più da lungo tempo digiuno.
«Eremita di Copmanhurst» allora si fece a dire il cavaliere «giocherei il mio cavallo contro uno zecchino che il rispettabile boscaiuolo cui abbiamo l'obbligazione di quest'ottimo pasticcio, lasciò anche quanto è convenevole a fargli onore con innaffiarlo condegnamente. Tal particolarità certamente non meritava di rimanere impressa nella memoria d'un anacoreta sì rigido come voi siete. Mi tengo per fermo che se tornaste a guardare, là in fondo della vostra celletta, trovereste qualche bevanda, anche migliore dell'acqua attinta alla fontana di san Dunstano.»
Il romito tornò di nuovo a dar occhiate maliziose sull'ospite, poi s'alzò sorridendo, e aperto una seconda volta l'armadio d'onde avea tolto il pasticcio, ne trasse un gran fiasco di cuoio, che potea contenerne otto di ordinaria capacità; indi il pose sulla tavola unitamente a due tazze d'osso che avevano i cerchi d'argento, dopo la quale aggiunta fatta alla cena, stimò bene congedare un inutil ritegno; laonde senza preamboli empì entrambe le tazze, e presane una sclamò: «alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso» indi la votò colla massima disinvoltura.
«Alla vostra, degno eremita» corrispose tosto il cavaliere. «Ma spiegatemi di grazia il perchè un uomo fornito di nervi e muscoli come i vostri, e di tutte in oltre le prerogative che abbisognano ad un buon commensale, abbia presa la deliberazione di confinarsi in questa solitudine. Fareste ben meglio, se non m'inganno, a portar lancia e scudo e far bella mostra di voi a buone tavole e in buona compagnia; anzichè rimanervi qui a mangiar ceci secchi e bever acqua, o anche a vivere dei doni che vi fa il vostro amico boscaiuolo. Per lo meno se mi trovassi nello stato vostro vorrei spassarmi a cacciare i daini del re. Ve n'ha tanti in queste selve, nè vi sarebbe chi s'avvisasse far lamento d'un daino ucciso ad uso del cappellano di san Dunstano.»
«Ser Neghittoso» rispose l'eremita «tai discorsi sono rischiosi, e vi consiglio a non avventurarli una seconda volta. Io sono un eremita fedele al re, come lo sono a san Dunstano. Se mi facessi lecito di dar la caccia al selvaggiume del mio principe, non sapete voi che rischierei d'andar prigione e fors'anche sulla forca, da cui stenterei col mio cappuccio a salvarmi?»
«Nondimeno, vi dico la verità. Se abitassi qui in vece vostra, non potrei trattenermi dall'andar qualche volta, allorchè è bella la luna, a diporto, e recitando anche il mio mattutino, se mi abbattessi in una torma di daini, la saluterei con qualche frecciata. Ditemi in vostra coscienza, non vi prendete mai questo diletto?»
«Amico Neghittoso, voi avete veduto tutto ciò che vi potea rilevar di vedere nella mia cella, e avete pur veduto oltre a quanto meritava di trovarmi condiscendente un uomo che vi si è annicchiato a viva forza. Udite un mio consiglio. Godete del bene che il cielo vi manda, e non vi prendete briga del modo onde vi derivi. Empite la vostra tazza, bevete, mangiate, siate il ben venuto, ma non mi sforzate con nuove indiscrete interrogazioni a provarvi che se avessi voluto sul serio resistervi non sareste qui.»
«Ma voi stimolate la mia curiosità, che non potete credere quanto; e siete l'eremita più misterioso fra quanti ne ho conosciuti. Oh! bisogna ch'io vi conosca anche meglio prima di separarmi da voi.... Quanto alle vostre minaccie, sappiatelo, santo anacoreta, trovaste tal uomo, il cui mestiere è far fronte a tutti i pericoli che gli s'appresentano.»
«Alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso; io rispetto il vostro valore, ma non porto altrettanta buona opinione della vostra discretezza. Se voi volete battervi meco ad armi eguali, vi addosserò tal penitenza, che di qui ad un anno non commetterete più peccati di curiosità.»
«E quali sono queste vostr'armi, valoroso eremita di Copmanhurst?»
«Incominciate dalla cesoia di Dalila e dal chiodo di Iaele, e venite fino alla scimitarra di Golia, nè v'è arme fra queste colla quale io non sia capace di farvi fronte; se però mi lasciate la scelta, osservate mio degno amico, queste due bagattellucce.»
E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di que' che si usavano allora. Il cavaliere, che accompagnava col guardo ogni atto dell'eremita, vide che questo armadio contenea parimente molti archi, un archibuso, e dardi e frecce; in oltre un'arpa ed altri arnesi che non pareano fatti per un cenobita.
«Fratello eremita» allora disse il cavaliere «non vi farò più indiscrete interrogazioni. Quanto ho veduto in quest'armadio risponde a tutte le domande che avessi potuto volervi indirigere. Ma osservo un'arme» soggiunse prendendo l'arpa «colla quale più volentieri che con qualunque altra, mi piacerebbe battermi vosco.»
«Spero, ser cavaliere, che non abbiate dati giusti motivi a meritarvi il soprannome di Neghittoso. Ma a dirvela non so che pensare. In somma, siete mio ospite, nè sarò io quegli che metta alla prova il vostro coraggio, se ciò non sia di piena vostra volontà. Dunque se sapete qualche buona canzone sarete sempre il ben venuto al mio romitaggio di Copmanhurst, e san Dunstano farà forse che vi troviate, o qualche fetta di pasticcio, o alcun poco di cacciagione. Sediamoci, beviamo, cantiamo, e si colmino le nostre tazze, perchè ci vorrà qualche tempo ad accordar l'arpa. Il vino aiuta la chiarezza della voce e l'aggiustatezza dell'udito; e in quanto a me gli è d'uopo che il sugo di grappoli m'arrivi sino all'ugne prima di poter cavar qualche suono dal mio strumento.»