Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 15

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«Per paura dei Sassoni!» soggiunse sghignazzando Bracy «se bastano i nostri spiedi da caccia per mettere a stremo cotesti orsi!»

«Tregua ai vostri motteggi, miei cavalieri» si pose di mezzo Fitzurse. «Crederei ben fatto» aggiunse indi volgendosi al Principe «se vostra Altezza assicurasse il buon Cedric, che tai discorsi, i quali possono veramente sembrare alquanto aspri ad un orecchio straniero, furono tenuti sol per scherzo, e che nessuno di noi avea intenzione di fargli oltraggio.»

«Di fargli oltraggio!» rispose il Principe, ricomponendo il volto ai cortesi modi ed urbani. «Gli è quanto alla mia presenza non vorrò mai. Ascoltatemi, milordi, bevo alla salute di Cedric, di lui medesimo, poich'egli ricusa di bere alla salute del proprio figlio.»

La tazza passò da mano a mano in mezzo ai maligni viva di quei cortegiani, dai quali viva però non si lasciò adescare Cedric. Se non possedea soverchio acume di spirito, ben era un presumerlo troppo goffo nell'immaginarsi che tal palliamento bastasse a fargli dimenticare l'insulto dianzi sofferto. Tutto quanto ei potè sopra sè stesso fu lo starsene silenzioso finchè il Principe propose altro brindisi ad onore di ser Atelstano di Coningsburgo.

Questo cavaliere chinò il capo, e corrispose a sì fatto onore votando d'un fiato, dopo averla colmata di squisito vino, la tazza che avea fra le mani.

«Ora, miei signori, che abbiamo data soddisfazione ai nostri ospiti» disse il Principe, cui il capo scaldavasi alquanto per la forza de' vapori del vino «gli è giusto ch'eglino a lor volta ne contraccambino d'egual cortesia. Nobile _Thane_» si volse a Cedric «permetteteci domandarvi un favore, ed è di nominare voi stesso qualche Normanno, il cui nome v'imbratti meno le labbra, indi annegare entro questo bicchiere ogni amarezza, che il solo suono di sì fatto nome potesse a vostro avviso lasciare dietro di sè.»

Intanto che il Principe Giovanni ponea tal partito, Fitzurse si alzò e postosi con disinvoltura all'orecchio del Sassone, gli diè per consiglio non lasciasse sfuggire sì propizia occasione di por termine ad ogni astio fra le due schiatte col nominare il principe Giovanni. Niuna cosa rispose il Sassone a questo politico suggerimento. Ma alzatosi, ed empiuta fino all'orlo la tazza, volse al Principe tali detti: «Vostra Altezza mi chiede ch'io nomini un Normanno, al quale nel portare un brindisi io non arrossisca. Gli è chiedermi un penoso sforzo, il confesso, qual s'ella comandasse allo schiavo di cantar le lodi di chi lo tiene fra i ceppi, al vinto, oppresso da tutti i mali che derivano dalla conquista, di celebrare i vanti del conquistatore. Ciò nondimeno acconsento. Sì: ne nominerò uno, primo per grado come per valore, il migliore, il più nobile della sua schiatta, e chiunque ricuserà ripeterne il nome, lo divulgo qual vile, qual uomo sfornito d'ogni sentimento d'onore, e lo dico e lo sosterrò a pericolo della mia vita. Cavalieri, alla salute di Riccardo-Cuor-di-Leone[20].»

Giovanni, il quale certamente aspettavasi, che il proprio nome coronasse la diceria del Sassone, si scosse in tutta la persona all'udire sì all'improvista pronunziar quello d'un fratello infelice, ch'ei però paventava. Quasi a non saputa di se medesimo, s'appressò al labbro la tazza, pronto indi a posarla sulla tavola per leggere negli occhi de' convitati l'impression fatta in essi da un brindisi tanto improvviso. Molti, comportandosi da antichi ed abili cortegiani quali erano, seguirono fedelmente l'esempio del Principe, accostando il bicchiere alla bocca, e tosto riponendolo dinanzi a sè. Altri lasciandosi trasportare da un istinto più generoso, sclamarono con entusiasmo: «Viva il re Riccardo, e possa egli ben presto esserci restituito!» Pochi furono, e in tal novero si trovavano Frondeboeuf e il Templario, che neanco portarono la mano alla tazza, rimasti immobili, e pignendosi il disdegno in ciascun lineamento delle loro fisonomie. Niun v'ebbe però in quella comitiva che osasse apertamente contradire a tal brindisi.

Dopo essersi assaporato per ben un minuto il riportato trionfo, Cedric si volse al compagno: «Alziamci, nobile Atelstano; noi qui rimanemmo quanto bastava per ben corrispondere alla cortesia del principe Giovanni, che adempì sì degnamente verso di noi gli uffizi della ospitalità. Chi d'ora in poi vorrà conoscere a fondo i modi rozzi e grossolani de' Sassoni, può venire a trovarci nelle case de' nostri maggiori, noi non le abbandoneremo più per l'avvenire. Almeno or sappiamo che cosa sia un banchetto reale, e ci siamo acquistata un'idea della normanna urbanità.»

Dette le quali cose, levossi ed uscì seguito da Atelstano, e da molt'altri commensali, che Sassoni al par di questi, si tennero offesi dai sarcasmi lanciati dal principe Giovanni e da' suoi cortegiani.

«Per l'ossa di san Tommaso!» disse il Principe dopo che furono partiti «questi tangheri di Sassoni ci han soperchiati, e se ne sono iti cogli onori del trionfo.»

«_Conclamatum et poculatum est_» disse il priore Aymer «sarebbe ora di ritirarsi.»

«Il Reverendissimo» disse Bracy «avrebbe forse qualche bella penitente da confessar questa sera? La sua premura di partire mel fa credere!»

«No, ser cavaliere» rispose l'Abate «ma mi tocca far molte miglia prima di arrivare al tugurio della mia abbazia.»

«Ve' come ne lasciano!» disse il Principe fattosi all'orecchio di Fitzurse; «la paura si è già impadronita di loro, e primo ad abbandonarmi è il Priore.»

«Non temete, o Principe» risoggiunse Waldemar. «Mi dà l'animo persuaderlo a trovarsi a York, quando ci raduneremo colà giusta i fatti accordi. Ser Priore» disse indi ad alta voce «vorrei dirvi tra voi e me alcune cose prima della vostra partenza.»

Già tutti i commensali si erano sbandati, eccetto le persone del seguito del principe Giovanni, e coloro che si erano manifestati apertamente suoi partigiani.

«Ecco il bel frutto de' vostri consigli!» disse il Principe che lanciò un guardo d'indignazione sopra Fitzurse. «Alla mia mensa persino vengo affrontato da un matto di Sassone, e al solo udirsi il nome di mio fratello tutti mi sfuggono quasi avessi un male contagioso.»

«Non dovete incolparne me, o Principe» ripigliò Fitzurse «bensì la vostra inconsideratezza e permettetemi il dir leggerezza. Ma non è ora il momento a rampogne che sarebbero inutili. Bracy ed io andremo a trovare questi vigliacchi e ne direm loro tante affinchè tocchin con mano ch'essi non son più a tempo di dare addietro.»

«Sarà fiato perduto!» sclamò il principe Giovanni, che trascorreva a lunghi passi la sala dimostrando massima agitazione, aiutata in buona parte dai fumi del vino. «Sarà fiato perduto! Eglino han viste le note scritte sul muro; hanno scorte l'orme della zampa del leone sopra la sabbia; ne hanno intesi i ruggiti, che rintronarono dall'ultima estremità della foresta: nulla varrà più a rianimare in essi il coraggio.»

«Piacesse a Dio, che vi fosse cosa atta a riaccenderlo in lui.» disse Fitzurse a Bracy. «Il nome sol del Fratello è per esso un martirio. Son pur da compiangere i consiglieri d'un principe sfornito di coraggio e di risolutezza così al bene siccome al male!»

CAPITOLO XV.

«In me uno schiavo, un docile stromento «Sol di sue brame, ei vede in me. Non tardo «Il disinganno fia. Fra le tempeste «Del parteggiar, ch'ei ribellando adduce, «Egli sel compri. A me schiudasi arringo «Di me più degno. Chi dirammi stolto? BASILIO. _Tragedia_

Non mai ragno che abbia trovata rotta la sua tela si è dato più fastidi a racconciarla di quanto ne costò a Waldemar Fitzurse il raccozzare gli sbanditi baroni che parteggiavano per Giovanni. Pochi entrarono in tale fazione mossi da genio, nessuno da sincero affetto alla persona del Principe. Era pertanto d'uopo a Fitzurse rammentar loro i vantaggi, che aveano trovato fin a quel tempo nell'essere protetti dal ridetto Principe, e in uno mostrare ad essi una prospettiva più seducente per l'avvenire. Quindi ai giovani nobili, ligi soltanto al piacere, offeriva le lusinghe d'una licenza ancor più sfrenata. Cercava spronar gli ambiziosi largheggiando loro di speranze, d'onori; e le promesse di nuove signorìe e di più ampie ricchezze adoperava ad adescare gli animi interessati. Concedea gratificazioni a' condottieri di bande assoldate, argomento il più possente sugli spiriti loro, e in mancanza del quale tutti gli altri sarebbero tornati a vuoto; benchè però l'operoso ministro abbondasse anche più nel promettere che nello sborsar danaro effettivo. Ma certamente non trascurò veruna di quelle pratiche le quali erano in suo potere, sia per far risolvere quelli che stavano tuttavia perplessi, sia per ridestare il coraggio in chi ne smarriva. Ei parlava del ritorno del re Riccardo, come d'avvenimento privo d'ogni probabilità. Allorchè però e dai volti esitanti di coloro cui ragionava, e dalle ambigue loro risposte s'avvide, che il timore appunto di tale tornata li tenea grandemente commossi, trovò più espediente l'asserire con coraggio, che quand'anche ella si fosse verificata, non doveano perciò cambiare nè punto nè poco i lor politici divisamenti.

«Se Riccardo torna fra noi» diceva Fitzurse «non verrà che per arricchire i suoi crociati, impoveriti e quasi morti di fame. E ciò a spesa di chi? Di coloro che nol seguirono nella spedizione di Terra Santa. Verrà per farsi rendere severissimo conto da tutti que' sudditi che nel tempo di sua lontananza commisero alcune veniali colpe contra le leggi del paese o contra gl'interessi della corona; per punire i Templari e gli Ospitalieri d'aver data preferenza a Filippo di Francia nel durare delle guerre in Palestina; finalmente per trattar quai ribelli tutti i partigiani del principe Giovanni. È la possanza di Riccardo che vi spaventa? Non sia ch'io gli tolga col mio dire i meriti di forte e valentissimo cavaliere; ma non viviamo già nel secolo del re Arturo, quando un campione sfidava solo tutto un esercito. Supposto ancora che tornasse Riccardo, tornerebbe solo, privo d'amici e di seguito; le ossa de' suoi guerrieri stanno ad imbiancare le pianure della Palestina. I crociati che si sottrassero alla morte, comparvero qui quali veri mendicanti, qual vedemmo Wilfrid d'Ivanhoe; e son poi sì pochi che non abbiam nulla a temerne. Che rileva il suo diritto di primogenitura?» aggiugneva volgendosi ad altri, cui tale considerazione mettea qualche scrupolo. «Sarà per Riccardo un titolo più sacro alla corona di quel che il fu al duca Roberto di Normandia, figlio primogenito del Conquistatore? Eppure a questo Roberto vennero successivamente, e per voto unanime della nazione, preferiti Guglielmo il Rosso ed Enrico, fratelli di lui secondogeniti. E non avea in sè forse tutte le prerogative, ch'uom può far valere in favor di Riccardo? Prode cavaliere, capitano peritissimo, generoso verso gli amici e verso la Chiesa; crociato ei parimente, e di più conquistò il Santo Sepolcro[21]. Eh! ma tutto questo non gli fruttò di non morire cieco e prigione nel castello di Cardiffe in pena d'essere stato recalcitrante alla volontà del popolo, ch'era tutt'altra fuorchè d'avere lui per padrone. Siamo noi ne' quali è il diritto di scegliere nella reale famiglia quel che ne sembra più atto a governare, o se così piaccia il dire, meglio fatto a proteggere gli interessi della nobiltà. Potrebbe anche darsi, che, parlando di meriti personali, il principe Giovanni stesse un po' sotto a Riccardo; ma quando poi si pensi, che questi ricomparisce con in mano il coltellaccio della vendetta, intantochè il primo ne comparte privilegi, onori, ricchezze, e' non mi pare affè ci sia molto a deliberare su la scelta fra i due pretendenti.»

Sì fatti ragionamenti e molt'altri, che lo scaltrito consigliere del principe Giovanni seppe adattare, e all'indole de' suoi ascoltatori, e alle circostanze particolari in cui ciascun d'essi era posto, produssero l'effetto ch'egli se ne riprometteva sugli animi de' baroni, partigiani del principe, cioè d'indurne la maggior parte a promettere di trasferirsi all'assemblea divisata a York; onde concertarvi conchiudentemente i modi di mettere l'Inglese corona sul capo al fratello del legittimo Re.

Incominciava ad essere notte, allorchè Fitzurse, stanco, estenuato dagli sforzi operati a persuadere tal gente, e pur giubilante del buon successo ottenuto, si scontrò in Bracy, che dimessi i pomposi abiti onde avea sfoggiato al banchetto, vestiva in vece giustacuore e due brache lunghe scendenti alla gamba di panno verde, e armato d'un coltello da caccia, e d'un arco che tenea fra le mani. Un elmetto di cuoio copriane la testa, pendendogli dall'omero un corno da caccia e un fascio di freccie dal centurino. Certamente se in tutt'altro luogo lungi dal castello fosse passato vicino a Fitzurse, questi non avrebbe posto mente a persona acconciata in sì fatta guisa, ma poichè gli si presentò nel vestibolo, lo riguardò con maggior attenzione, sicchè riconobbe il cavaliere Normanno messo in abito d'arciere inglese.

«Che significa un tale travestimento da maschera?» domandò, preso da un poco di mal umore, Fitzurse. «È egli questo l'istante di pensare a nuove mattezze, allorchè sta per essere deciso il destino del nostro signore, del principe Giovanni? Nè avreste voi più saggiamente operato, col procurarci com'io feci, di confortare gli spiriti titubanti di questi nostri imbecilli, simili a ragazzi saracini nella paura che li prende al solo pronunziar loro il nome di Riccardo-Cuor-di-Leone?»

«Pensai a' miei affari» rispose con tutta la calma Bracy «siccome voi pensate ai vostri.»

«_Siccome pensai ai miei!_ Io non ho avuto in mente altra cosa che gl'interessi del principe Giovanni, comune nostro proteggitore.»

«Ottimamente Waldemar! ma qual è lo scopo di tutta questa premura? Il vostro interesse medesimo. Non mi darete a credere d'averne altro.... Che giova farmi il viso burbero? Ci conosciamo ben l'uno e l'altro. L'ambizione è il regolatore di tutte le opere vostre, il piacere lo è delle mie. Qui poi la differenza dipende da quella de' nostri anni. E rispetto al Principe, ne portiamo entrambi la stessa opinione. Sappiamo e voi ed io quanto ei sia lungi dal possedere le prerogative che si vogliono ad un re, troppo perplesso per averne la risolutezza, d'indole troppo dispotica per averne la bontà, troppo sfrontato e presuntuoso per conoscere l'arte di farsi amare dai sudditi, e finalmente troppo incostante e pusillanime per saper mantenere, ottenendola, una corona. Con tutto ciò abbiam sposato la sua causa. E perchè? Perchè è sotto d'un tale sovrano che Fitzurse e Bracy sperano d'innalzarsi. Per questo, e non per altro, lo soccorriamo, voi colla vostra politica, io colle lancie della mia compagnia franca.»

«Per Dio! ho meco un ausiliare che promette bene!» soggiunse Fitzurse impazientendosi «un uomo che pensa unicamente a corbellerie, e ciò nei momenti i più rilevanti!... E qual è dunque in nome di Dio, il motivo di un tale travestimento or che la crisi è seriissima?»

«Voglio» rispose Bracy continuando nel suo tuono di calma «procacciarmi una moglie secondo l'usanza della tribù di Beniamino.

«Eh! dove eravate col capo ieri, allorquando dopo la ballata che il _menestrello_ cantò, il priore Aymer ne fece il racconto di quella mortal lite insorta un giorno fra la tribù di Beniamino e tutte le altre tribù d'Israele. Ne disse pure che queste si armarono, tagliarono a pezzi la cavalleria della tribù contraria, giurarono per la santissima Vergine di non permettere mai che donne della loro razza si maritassero con que' Beniamiti, i quali camparono da quel macello; aggiunse che i secondi mandarono a supplicare il santo Padre perchè in sì brutta faccenda gli aiutasse de' suoi consigli, che conformandosi ai suggerimenti del capo della chiesa i cavalieri Beniamiti offersero un torneo splendidissimo, in mezzo al quale rubarono tutte le giovani donzelle che vi accorsero, e per tal via si provvidero di mogli senza l'uopo di domandarne il consenso a nessuno[22].»

«Credo bene ricordarmi di tale storia, ma se non m'inganno, voi o il Priore l'avete alquanto sfigurata. E la conclusione?...»

«Non v'ho detto che questa notte voglio procacciarmi una moglie secondo la usanza della tribù di Beniamino? Sì: questa notte, così travestito, mi getto addosso a quella mandria di porci sassoni, partita or dal castello, e mi porto via la bella lady Rowena.»

«Siete matto, Bracy? Pensate che comunque Sassoni, son ricchi e potenti, e tanto più rispettati dai loro concittadini, perchè appunto la ricchezza e la possanza si fecero il retaggio di ben pochi fra gl'individui di questa nazione.»

«E non dovrebbero esserlo d'alcun di loro, perchè la grand'opera della conquista potesse dirsi compiuta.»

«Sia! ma almeno questo non è il momento di pensarci. Lo scoppio a cui ci accostiamo impone al principe Giovanni la necessità di cattivarsi il favore del popolo, e quando aveste compiuta la vostra bellissima impresa, egli stesso, il Principe, non potrebbe negargli un atto di giustizia....»

«Non glielo neghi, se ha questo coraggio, e s'accorgerà qual differenza passi fra una schiera di buone lancie come le mie, e un attruppamento di cenciosi sassoni che non sanno qual cosa sia nè ordine nè disciplina. Però, voi andate parlando senza conoscere in ogni sua particolarità il mio divisamento. Tutto il biasimo di tale impresa cadrà su i banditi che infestano i boschi della contea d'York. Con questo abito non sembro uno de' più ardimentosi di tale ciurma? Ho fatto spiare i passi de' nostri Sassoni e questa notte dormiranno al convento di San Vittol..... Withold..... Dico bene? insomma d'un di que' loro santi sassoni, presso a Burton. Domani piombiamo sopra costoro, come falchi sulla lor preda. Subitamente dopo, ricomparisco sotto le naturali mie forme, e facendo la parte di cavalier generoso, libero la mia Infante dalle mani de' suoi rapitori; me la conduco al castello di Frondeboeuf, o in Normandia; nè farà di sè mostra al pubblico che divenuta sposa a Maurizio di Bracy.»

«Ammirabile divisamento! e sì bene inteso, che a dirvela, dubito se sia tutta farina del vostro sacco..... Venitemi sincero, Bracy. Chi vi ha ajutato ad immaginare sì bello stratagemma, e quel ch'è più, chi v'aiuterà a metterlo in esecuzione? perchè i vostri armigeri sono a York.»

«Oh! non ho difficoltà a dirvelo. Il templario Brian di Bois-Guilbert mi sarà ausiliare in un'impresa che di concerto abbiamo ideata. Egli e la sua gente metteranno, come ho fatt'io, abito di scorridori, lasciandosi indi vincere dal valor del mio braccio.»

«Per l'anima mia! gli è un divisamento degno de' due sapienti intelletti, che si combinarono per concertarlo. Ma più di tutto ammiro la vostra antiveggenza, o Bracy, che lasciate la _Infante_ in custodia del vostro ragguardevole confederato. Una sola cosa vi dico. Può darsi che riusciate a toglierla dalle mani de' suoi amici sassoni, ma levarla poi dagli artigli di Bois-Guilbert, oh! è un affare assai spinoso. Egli è un falco avvezzo, sì, a ghermir bene la preda, ma non così di leggieri a lasciarsela portar via.»

«Che dite? Egli è Templario; nè quindi potrà mai divenirmi competitore nel disegno di sposare lady Rowena. E quanto poi al formare altre idee non legittime sopra quella, cui divisai fregiar del mio nome, oh vivadio! se foss'anche egli solo tutto il capitolo del suo ordine, non ardirebbe farmi simile oltraggio.»

«Poichè vedo, o Bracy, essere inutile ogni considerazione a sbandirvi dal capo tale pazzia, se tanto in voi è forte l'ostinazione, fate a modo vostro; ma almeno che questa pazzia non sia lunga come ne è male scelto il momento! e abbiate se non altro la cura di perdere men tempo che potete.»

«Vi ripeto, Fitzurse, che è un affare di poche ore. Dopo domani mi vedrete a York comandando i miei armigeri valorosi, e pronto a secondare tutti i divisamenti ideati dalla vostra politica. Ma i miei colleghi mi aspettano. Addio. Vado, come è impresa di vero cavaliere, a conquistarmi il sorriso della beltà.»

«Di vero cavaliere!» replicò Waldemar, guardandogli dietro mentre s'allontanava «di vero pazzo dovresti dire, di ragazzo che dimentica le cose più serie per correre dietro ad una farfalla..... E guardate! son questi gli strumenti, cui m'è d'uopo ricorrere! E per chi? per un principe presuntuoso quanto imprudente, e che sarà, potrei scommetterlo, ingrato padrone, come si è dato a divedere figlio ribelle, fratello snaturato!.... Ma egli a sua volta è una delle molle ch'io fo giocare per me! Oh mi riserbo a scoprirgliene il segreto, se mai gli venisse il coraggio di separare i propri da' miei interessi.»

Le meditazioni dell'uom di stato vennero interrotte dalla voce del principe, che da un appartamento interno gridò: «Waldemar! Waldemar Fitzurse!» Si levò allora di capo, cioè dalla fantasia, il berrettone di futuro cancellier d'Inghilterra, carica alla quale agognava la smisurata ambizione del normanno cortegiano, e si affrettò ad ascoltar gli ordini del suo futuro monarca.

CAPITOLO XVI.

«D'un beato eremita a piè del monte «Stassi la casa; letto suo la felce. «Legumi il pasto, e bee l'acqua del fonte. «Prosteso al suolo sopra la dura selce, «Orando spende notti e giorni interi. «Fuorchè di Dio, non ha il sant'uomo pensieri.» PERNEL.

Il leggitore non può avere dimenticato che nel secondo dì del torneo, chi decise della vittoria fu un incognito cavaliere, che gli spettatori soprannominarono il Neghittoso Nero, a motivo dell'indifferenza, anzi indolenza che diede a divedere sull'incominciar della giostra. Il ridetto cavaliere abbandonò la lizza nell'atto che veniva acclamato vincitore, e fu poi vana ogni indagine per trovarlo quando ne sarebbe stata necessaria la presenza onde il premio toccasse a chi decise la vittoria col suo valore. Intanto adunque che gli araldi d'armi si sfiatavano a chiamarlo col nome di Cavalier Nero, ei camminava verso settentrione, evitando le vie più frequentate, e tenendosi alle scorciatoie che attraversavano la foresta. Passò la notte in una piccola osteria fuor di mano, ove incontrò nondimeno un _menestrello_, da cui seppe come essendo scomparso il cavaliere nominato vincitore al torneo, il premio fosse stato conferito al cavaliere Diseredato.

All'alba del giorno successivo, ei si partì colla intenzione di arrivare, quanto più presto il poteva, al termine del viaggio da lui divisato; al qual uopo il dì innanzi aveva governato il suo cavallo in modo ch'ei potesse resistere a lunga corsa senza molto bisogno di pause. Ma non andò tanto avanti, com'egli sperava, perchè le viottole di questa foresta erano sì tortuose, che al cader della notte si trovava tuttavia lungo la frontiera occidentale della contea d'York. Gli fu quindi mestieri incominciar a pensare sul modo di trovare qualche nudrimento, così per sè medesimo come pel suo palafreno ed anche un ricovero nel durar della notte. Il luogo ch'ei trascorrea, non mostrandosi adatto nè all'una nè all'altra di tali cose, parea non gli rimanesse miglior espediente di quello solito in simili circostanze, ad adoperarsi dai cavalieri erranti, intendo lasciar pascolare alla fortuna i loro cavalli, e in quanto a sè medesimi, seder per terra; cogli omeri appoggiati ad un albero, e pingendosi alla mente la sovrana de' loro pensieri. Ma sia che il cavalier Nero non avesse una Dulcinea, o che fosse _neghittoso_ in amore, qual sulle prime apparì nel torneo, il meditare su i vezzi o i rigori d'amata donna non gli offeriva pascolo bastante per fargli dimenticare i disagi e la fame, e per tenergli luogo di letto e di cena. Non fu quindi riguardo molto gradevole agli occhi suoi, quando volgendoli intorno, non si vide cinto che di selve, le quali per vero dire erano frastagliate da parecchi sentieri, ma questi anzichè condurre a qualche abitazione, pareano piuttosto fatti dalle bestie selvagge, ospiti di quel bosco, e da' cacciatori che le inseguivano.