Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 14

Chapter 143,757 wordsPublic domain

Gli arcieri avanzatisi un dopo l'altro, lanciarono le loro frecce con prontezza uguale alla maestria, e di ventiquattro che successivamente scoccarono, dieci aggiunsero la mira, le altre le andarono sì da presso, che avuto riguardo a quella distanza, tutti i saettatori si meritarono encomii. Ma chi ogn'altro superò in tal cimento fu Uberto, il boscaiuolo di Malvoisin, poichè due frecce partite dal suo arco si conficcarono nel cerchio disegnato in mezzo al bersaglio; e fu quindi acclamato vincitore.

«Ebbene! Locksley» disse il Principe all'arciere, ch'ei volea umiliare «ti senti ora in voglia di venire a prova con Uberto, o ti chiamerai vinto rimettendo arco e frecce all'inspettore de' giuochi?»

«Poichè dunque non v'è altra via di levarsi d'impaccio» rispose Locksley «tenterò la fortuna, purchè, quando avrò mandate due frecce al bersaglio che mi verrà additato da Uberto, egli ne indirizzi una a quel bersaglio che a mia volta gli mostrerò.»

«Nulla avvi di più giusto» rispose il Principe «e acconsento a quel che mi chiedi. Uberto, se tu porti vittoria su questo millantatore, io colmerò di monete d'argento il corno da caccia assegnato al vincitore.»

«L'uomo non può fare che quanto può» rispose Uberto «ma il mio bisavolo lanciò ad Hastings tal freccia che gli fruttò molto onore. Spero non mostrarmi indegno d'essergli pronipote.»

Allora venne cambiato lo scudo che fu primo bersaglio, ponendone in sua vece un nuovo egualmente grande. Uberto, che qual vincitore nell'altro cimento avea il diritto del primo tiro, impiegò assai tempo nel fissare la mira e nel misurare la distanza, tenendo intanto fra le mani l'arco ricurvo e la freccia collocata sulla corda. Finalmente, fatto un passo avanti, alzò l'arco sintantochè la metà di esso gli fosse parallela alla guancia, poi ritrasse con forza la corda verso il proprio orecchio. Scoccò fischiando la freccia, conficcandosi nel cerchio descritto in mezzo allo scudo, ma senza toccarne esattamente il centro.

«Voi non metteste attenzione al vento, o Uberto» gli si volse il suo competitore, che in ciò dire tendeva il proprio arco «altrimenti avreste fatto tiro migliore.»

Dopo di che, senza voler nemmeno il fastidio di fisare un istante la mira, Locksley si pose nel luogo assegnato a tal prova, e scoccò l'arco sì sbadatamente in apparenza da potersi credere ch'ei non avesse contemplato nè poco nè molto il bersaglio. E discorreva ancora quando uscia dall'arco la freccia. Pur questa andò vicina al centro due pollici più di quella d'Uberto.

«Per la luce di Dio!» sclamò il Principe mettendo gli occhi addosso ad Uberto «se ti accade lasciarti vincere da questo sciagurato, sei degno della galera.»

Uberto aveva un intercalare, che solea frammettere in tutti i discorsi: «Quando anche l'Altezza vostra dovesse appiccarmi, l'uomo non può fare che quanto può. Per altro, mio bisavolo lanciò ad Hastings certa freccia....»

«Maladetto sia tuo bisavolo e la tua intera generazione!» sclamò interrompendolo il Principe. «Tendi l'arco, sciagurato, e mira diritto quanto il sai. Altrimenti, povero te!»

Cedendo a sì incalzanti esortazioni, tornò Uberto al suo luogo, ove non dimenticando l'avviso datogli dall'avversario, calcolò la divergenza che potea derivare alla sua freccia da un lieve fiato di vento alzatosi allora, poi lanciolla con tal maestria che infilzò al giusto il centro del bersaglio.

«Viva Uberto! viva Uberto!» esclamò quella moltitudine superbendo di vedere un arcier del paese che riportava la vittoria su d'uno straniero. «Viva in eterno Uberto!»

«Tu non saprai colpire più giusto, o Locksley» disse all'altro il Principe con insultante sorriso.

«Forse sì!» rispose colla massima calma Locksley, e dopo avere mirato con qualche maggior attenzione di prima, mise dall'arco la freccia che colpendo in dirittura quella dell'avversario la fece in pezzi. Della qual maestria tanto meravigliarono gli astanti, che non si contentarono nell'applaudire d'usar le frasi consuete. «Costui non è un uomo» si diceano fra loro gli arcieri «bensì un diavolo. Quanto ei fa è un prodigio. Nè tal prodezza si è mai più veduta, dacchè fu teso il prim'arco nell'Inghilterra.»

«Ora» disse Locksley «domando alla Grazia vostra la permissione di mettere uno di que' bersagli che si costumano nel Nord; e sia onore all'arcier valoroso che varrà a disputare il premio a tal prova e a meritarsi un sorriso dalla giovane contadinella, che toccò più gagliardamente il suo cuore.»

Facendo indi alcuni passi per allontanarsi: «Ordinate» soggiunse, voltosi al Principe «se così vi piace, che alcune delle vostre guardie mi seguano. Non vado che a tagliare una bacchetta nella foresta.»

Giovanni fe' cenno ad alcuni armigeri d'accompagnarlo, per tema che scomparisse; ma una diffidenza sì fuor di luogo eccitò indignazione nel popolo, che non potè starsi dal manifestarla con parole; laonde il Principe avvisò meglio ritrattar l'ordine, e permettere a Locksley che andasse solo nel bosco.

Tornò egli quasi nel medesimo istante portando seco una bacchetta di salice, lunga in circa sei piedi, ben diritta, e grossa alquanto più d'un pollice. Datosi a ritondarla con tutta la calma dell'animo, andava chetamente facendo le sue osservazioni: «essere ingiuria ad un buon saettiere il proporgli una mira sì larga, siccome uno scudo lo era. Quanto a lui, e nel paese ove nacque, varrebbe lo stesso mirar contra la tavola rotonda del re Arturo, intorno a cui si tenevano sessanta cavalieri; tal bersaglio essere buono per fanciulli di sette anni. — Ma» soggiunse indi camminando con aria deliberata verso l'estremità del viale, e conficcando nel suolo la bacchetta di salice, che a suo modo avea preparata «se v'è alcuno che raggiunga tal mira alla distanza di trenta passi, questo io chiarisco buon arciere, degno di portare arco e turcasso davanti un re, fosse anche lo stesso Riccardo il Grande.»

«Mio bisavolo» disse Uberto «lanciò ad Hastings tal freccia che gli fruttò molto onore; ma non gli saltò mai in capo di far suo bersaglio una bacchetta che appena si vede. Io non tenterò quel ch'ei non tentò. Se questo arciere tocca il bersaglio ch'egli medesimo ha posto, mi do per vinto; sarà segno ch'egli ha il diavolo dentro la pelle. Finalmente poi l'uomo non può fare che quanto può, nè io voglio avventurarmi colla certezza del mal esito.»

«Cane d'un poltrone!» sclamò il Principe coll'usata sua sfrontatezza. «A te, Locksley, scocca. Se la tua freccia aggiugne la bacchetta, concederò io pure esser tu il primo fra quanti arcieri io m'abbia veduti. Ma innanzi compartirti un titolo sì onorevole voglio prove irrefragabili della tua abilità.»

«Farò quanto posso, come dice Uberto» rispose Locksley. «L'uomo non può fare che quanto può.»

Nel pronunziar tali accenti, Locksley tese nuovamente il suo arco, ma questa volta per vero dire lo esaminò con maggior cura, e ne cambiò la corda, che coll'uso fattone replicatamente avea perduta in parte la sua rotondità. Contemplò indi lo scopo, e misurò coll'occhio la distanza, intantochè gli spettatori, quasi non si facendo lecito di respirare, ne miravano ansiosi ogni moto. L'arciere giustificò l'alta opinione, che concetta erasi della sua maestria. La freccia spaccò la verga di salice contro di cui venne lanciata. L'aria rintronò d'applausi e il principe Giovanni, egli stesso, col dimostrare ammirazione a Locksley, parve abbiurasse la propria ingiustizia. «Questi venti nobili, e il corno da caccia son tuoi» diss'egli all'arciere. «Ben il meritasti. E te ne saranno sborsati altri cinquanta in questo istante medesimo, se acconsenti di venire arciere nella nostra guardia. Perchè non vidi nè braccio più vigoroso del tuo nel curvare un arco, nè più giusto occhio nell'indirigere al suo scopo una freccia.»

«Scusatemi, gran Principe» rispose Locksley; «ma ho giurato di non accettare servigio, quando non fosse presso il re Riccardo, vostro fratello. Questi venti nobili, io li rimetto ad Uberto, non men segnalatosi in tal giorno di quello che nella giornata di Hastings si segnalò il suo bisavolo. Un riguardo di modestia, a quel che penso, gli fe' ricusare l'ultima disfida, ma non dubito che non avesse, com'io, giunto il bersaglio.»

Uberto ricevette con tal qual contraggenio il presente dello straniero, che sollecito a quanto parve di non tenere più lungo tempo in sè volta l'attenzione del pubblico, si perdè tra la folla non lasciandosi più vedere.

Forse non si sarebbe sottratto con tanta facilità agli sguardi del Principe, se la mente di questo fosse stata più sgombra, nè assorta ne' più serii argomenti su i quali gli era d'uopo alfin meditare. Giovanni chiamò a sè il ciamberlano, che dava il segno della partenza agli spettatori, ordinandogli condursi tosto ad Ashby a cercare l'ebreo Isacco per ogni dove.

«Raccomandategli» disse «di spedirmi duemila scudi prima che il sole tramonti. Già sa le guarentie da me offertegli per tale prestanza. Ad ogni evento fidategli in pegno questo anello. Quanto alla rimanente somma ch'ei s'è obbligato a fornirmi, gli è d'uopo mi sia spedita a York prima che passino sei giorni. Se manca, gli fo tagliare la testa. Forse lo troverete lungo la strada, perchè il miscredente assisteva al torneo. Può darsi anzi ch'egli non sia molto lontano.»

Il maresciallo forzando di speroni s'indirisse alla volta d'Ashby. Il principe, risalito a cavallo e seguitato da grande numero di cavalieri, prese la stessa strada per osservare egli stesso gli apparecchi del banchetto da lui annunziato a compimento di questa giornata.

CAPITOLO XIV.

Ai ludi, ove di prisco animo ardito Fêr mostra i prodi, succedè fra poco A ristorarli splendido convito. A canto alla sua donna prendea loco Ogni campion che ai rai di due pupille Di gloria e amor rinnovellava il foco. _Warton._

La festa annunziata dal principe Giovanni dovea celebrarsi nel castello d'Ashby. Ma tale castello in que' giorni era ben lungi dal somigliare a quell'edifizio, le cui maestose rovine anche oggidì eccitano gratamente la curiosità del viaggiatore, e gli rimembrano il palagio fabbricato in appresso da lord Hastings che fu una fra le prime vittime immolate alla tirannide di Riccardo III. Nell'età, cui questa storia si riferisce, la città e il castello d'Ashby appartenevano a Ruggero di Quincy, conte di Winchester, che allora stavasi in Terra Santa, abitandone intanto la rocca il principe Giovanni, che senza scrupolo usava a suo grado delle cose tutte del proprietario. Voglioso in tale sera di sopraffar gli ospiti con una straordinaria ostentazione di lusso, comandò non si omettesse veruna cosa affinchè il banchetto fosse splendido quanto mai si potea.

I provveditori della casa principesca, che in tali occasioni godeano d'una sovrana autorità, fecero man bassa in quei dintorni per procacciarsi qualunque cosa potesse far bella mostra alla mensa del lor padrone. Parecchi inviti erano stati fatti, e più che mai abbisognante in quei giorni di cattivarsi favore da tutti, il principe Giovanni, estese cotali inviti non solamente alle famiglie normanne stanziate in Ashby o nelle vicinanze di questa città, ma alle più reputate fra le sassoni e le danesi. Comunque spregiati nelle circostanze ordinarie, gli Anglo-Sassoni erano troppo numerosi per non rendersi formidabili se avessero preso parte nelle civili sommosse, delle quali parea imminente lo scoppio; onde ogni buona ragione di politica consigliava l'amicarsene i capi.

Tutti sì fatti riguardi il Principe avea ponderati, venuto quindi nella ferma deliberazione di usare a questi ospiti, che spesso non vedeva alla sua mensa, ogni sorte di compitezze e cortesie, a cui dinanzi non gli avea per vero dire avvezzati. E certamente ei possedea sovra ogni altro l'ingegno di sagrificare all'interesse la propria opinione, e di fingere sentimenti che non provava; ma per sua sfortuna la leggerezza e la petulanza, ingenite in lui, o più presto o più tardi scoppiavano, e gli toglievano il frutto che avrebbe potuto ritrarre da adoperata dissimulazione.

Ei diede un saggio di tal leggerezza, o piuttosto straordinaria demenza, allorchè il padre suo, Enrico II, lo inviò nell'Irlanda per conciliarsi l'affetto degli abitanti di quel reame, incorporato testè coll'Inghilterra. I capi Irlandesi s'affrettarono di movere incontro al giovane Principe per fargli omaggio e offerirgli l'amplesso di pace. Ma anzichè accoglierli colle addicevoli dimostrazioni di benevolenza, il principe Giovanni, nè meno matti di lui i suoi cortigiani, non seppero resistere alla tentazione di tirare per le lunghe lor barbe que' magnati, la qual condotta gli è inutile il soggiungere quanta indignazione eccitasse negl'Irlandesi. Citammo simile esempio, onde il leggitore possa di per sè stesso farsi un'idea dell'indole di Giovanni e delle sue continue imprudenze, nè quindi maravigliar del contegno che gli vedrà serbare co' novelli suoi ospiti.

Consentaneo per allora ai propositi fatti a sè stesso, il principe ricevè Cedric e Atelstano con riguardo il più segnalato, e quando il primo d'essi fece le scuse di lady Rowena, che adducendo qualche incomodo di salute si era esentata dall'accettar quell'invito, Giovanni non pose acerbità nel manifestarne il proprio rincrescimento. Cedric e Atelstano erano entrambi vestiti all'usanza degli antichi Sassoni, abito non ridicolo di per sè stesso, pur diverso tanto da quello degli altri convitati, che il principe Giovanni si diede poscia gran merito presso Waldemar Fitzurse per aver saputo contenersi da un improvviso scroscio di risa alla vista di quell'aggiustamento, fatto bizzarro dal confronto delle costumanze d'allora.

E per vero dire ad occhi sol guidati dalla ragione, la breve tonaca e il lungo mantello de' Sassoni dovevano apparire vesti più leggiadre, e soprattutto più comode assai, che non quelle lunghe giubbe normanne, larghe sì che sembravano zimarre da carrettai, e quelle cortissime mantelline, che non difendendo nè dal freddo nè dalla pioggia, chi le portava, fatte non sembravano ad altro se non se a mettere in mostra tutte le pelliccerie ed i ricami che l'arte d'un sartore potea sovr'esse adunare; usanza di cui lo stesso imperatore Carlo Magno ravvisò i molti inconvenienti. «A che giovano» ei dicea «questi tabarri sì corti? A letto! Non son neanche buoni a coprirci. A cavallo! non ci riparano nè dal vento nè dall'acqua. Seduti! non salvano le nostre gambe nè dall'umidità nè dal freddo.»

Nondimeno ad onta dell'imperiale censura, i mantelli corti continuarono ad essere in grand'uso fino all'età che or descriviamo, e massimamente presso gli Angioini. Tutti i cortigiani del principe Giovanni li portavano, non si stando dal motteggiare i mantelli lunghi dei Sassoni.

Le persone invitate presero luogo intorno ad una mensa riccamente imbandita. I molti cucinieri usi ad accompagnare il Principe in simili viaggi aveano adoperato tanta maestria e tanto ingegno nel variare le forme delle diverse vivande, che non meno de' moderni professori nell'arte della cucina, rendeano cosa impossibile ai convitati l'indovinare a prima vista la natura de' cibi cui stavano per assaggiare. Focacce, pasticcierie d'ogni genere, e cibi ghiotti, non soliti in quei dì a vedersi che sulle mense dell'altissima nobiltà, screziavano gradevolmente quella vista senza togliere la simmetria, cui compievano fiaschetti di vini i più delicati posti di distanza in distanza.

Generalmente parlando l'intemperanza non era vizio caratteristico dei Normanni. Più difficili da contentare che ghiotti, cercavano bensì la squisitezza nelle vivande, ma rifuggivano da ogni genere di sregolamento, la qual cosa non si poteva dire de' Sassoni. Gli è vero che il principe Giovanni ed alcuni che lo imitavano per fargli la corte, amarono oltre il dovere i diletti della mensa, ed ella è anzi notoria cosa, che la morte del primo fu dovuta ad una indigestione procacciatasi da sè medesimo col fatto abuso di pesche e di cervogia[18]; ma la condotta di questo Principe forma eccezione a quella de' suoi compatriotti, sobrii la maggior parte.

Laonde con una gravità maligna, solo interrotta da alcuni segreti cenni che si faceano a quando a quando fra loro, i cavalieri normanni stavano contemplando ogni moto il più lieve d'Atelstano e di Cedric, che commisero a propria non saputa molte sviste derivate dall'ignorare affatto le usanze di que' banchetti. Gli è più facile veder compatito un uomo il quale manchi alle regole della prudenza ed anche della costumatezza, che non tal altro, mostratosi ignaro delle minute particolarità d'un cerimoniale. Cedric, a cagione d'esempio, che forbiva le mani al tovagliuolo, anzichè aspettare che si rasciugassero agitandole all'aria disinvoltamente, fece ridere assai più del suo collega Atelstano, il quale da sè solo si appropriò un immenso pasticcio, pieno da quante cose fine e delicate potevansi immaginare. Ciò nulla meno allorchè dopo maturo esame si venne a scoprire che il _thane_ di Coningsburgo (ossia _franklin_ come i Normanni il nominavano) non conoscea le vivande da lui divorate sì avidamente, e che prendea per piccioni e lodole gli usignuoli ed i beccafichi, tale ignoranza gli fruttò risate, che ben più giustamente si meritava per la sua ghiottoneria.

Alla fine del convito, allorchè i fiaschetti si faceano girare attorno con maggior libertà, i commensali si diedero a favellar del torneo e delle imprese onde ciascun cavaliere erasi più segnalato. Vennero quindi passati in rassegna i nomi, e dello sconosciuto che avea riportato il premio coll'arco, e del Neghittoso Nero sottrattosi agli onori che meritò, e finalmente del prode Ivanhoe che a sì caro costo avea comperata la gloria d'essere acclamato vincitore. Dominava in tai discorsi una franchezza veramente militare, e le arguzie e le lepidezze che si succedeano rapidamente l'una a l'altra come le figure artifiziali d'una girandola. Il principe Giovanni era il solo che non partecipasse, a quanto parea della comune giocondità. Immerso in moleste agitazioni non mostrava dilettarsi delle cose che accadeano attorno di lui; fuorchè rade volte, e se taluno de' suoi cortigiani cercava divagarne la mente per sì fatto modo occupata, allora alzavasi impetuosamente, e colmando la sua tazza la votava d'un fiato, quasi con animo di svegliare così i sopiti suoi sensi, e frammettersi nei comuni ragionamenti, il che eseguiva con qualche osservazione, buttata, per vero dire, con poco garbo e spesso alla ventura.

«Noi votiam questa tazza» sclamò «ad onore di Wilfrid d'Ivanhoe, vincitore del torneo, ed esprimiamo il nostro rincrescimento perchè la riportata ferita non gli ha permesso onorare di sua presenza il nostro banchetto. Che ciascuno imiti noi nel portargli un brindisi, e soprattutto Cedric di Rotherham, ben meritevole di un figlio che ne presenta sì belle speranze.»

«No, Principe» rispose Cedric alzandosi e rimettendo, senza avvicinarla al labbro, la sua tazza sopra la mensa «non sarà mai ch'io dia il nome di figlio a chi ha sprezzati i miei ordini, a chi ha abbiurato i costumi e le usanze de' suoi maggiori.»

«E' non mi sembra possibile» sclamò il principe ostentando stupore «che un tanto prode cavaliere si mostri poi rubello ed indocile figlio.»

«Pur d'esso è tale» riprese a dire Cedric. «Egli abbandonò la mia solitaria abitazione per partecipare ai diletti della corte di vostro fratello, ove imparò tutte quelle prove d'agilità, dette prodezze da voi normanni, usati ad ammirarle con entusiasmo. Abbandonò, dissi la mia casa, contro mia voglia e trasgredendo i miei ordini, la qual condotta, ai tempi d'Alfredo, sarebbesi chiamata inobbedienza figliale, e punita quindi col massimo rigore.»

«Ah!» soggiunse il Principe mettendo con ricercatezza un profondo sospiro «poichè vostro figlio è stato alla corte del mio infelice fratello, non mi occorre chiedervi, ove e da chi abbia imparato a disobbedire suo padre.»

Nel farsi lecita simile considerazione, il Principe dimenticava, a quanto sembra, che se Enrico II ebbe, poco più, poco meno, a dolersi di tutta la sua prole, egli, Giovanni, s'era contraddistinto fra tutti i propri fratelli per ingratitudine, e fino per osata ribellione.

«Se non m'inganno» soggiunse indi dopo breve pausa, «mio fratello avea divisato di conferire il bel feudo d'Ivanhoe al suo favorito.»

«Glielo conferì di fatto» rispose Cedric «ned è questo il minor de' rimproveri, che da me si è meritato mio figlio. Avvilirsi a ricevere, come vassallo, quei feudi, che appartenevano per diritto ai suoi maggiori, e posseduti da essi liberamente senza mai dipendere da chicchesia!»

«Quand'è così» non indugiò il principe «voi non metterete ostacolo, o generoso Cedric, alla mia intenzione di concedere questo feudo ad un tale che non si reputerà avvilito nel possedere una fra le più ragguardevoli signorie spettanti alla corona d'Inghilterra. Ser Reginaldo Frondeboeuf» disse indi voltosi al nominato barone «spero vi saprete conservare questa bella baronia d'Ivanhoe ed impedire, che ser Wilfrid col rientrarne in possesso non s'inimichi vie più il suo genitore.»

«Per sant'Antonio!» sclamò il gigante aggrottando il nero sopracciglio «voglio che mi si dica Sassone, se mai più Cedric o Wilfrid, o nessuno della sua schiatta, arriva a togliermi di mano il dono che l'Altezza vostra vuol farmi.»

«Chiunque ti chiamerà Sassone, o ser Barone» sclamò Cedric, punto al vivo da questa frase, non però insolita ai Normanni, studiosissimi di dar tutti i possibili contrassegni di disprezzo agl'inglesi originarii «ti farà un onore tanto grande quanto sei tu lontano dal meritarlo.»

Frondeboeuf stava in procinto di rispondere, ma tal briga gli risparmiarono l'arroganza e ad un tempo la leggerezza del Principe.

«In fede mia, o Milordi, il nobile Cedric ha ragione. Egli e la sua discendenza ci sopravanzano per lunghezza di genealogia come per quella de' lor mantelli.»

«Sì» aggiunse Malvoisin «e ci sopravanzano ne' campi, come il capriuolo sopravanza i cani che lo inseguiscono.»

«Oh! hanno infinite ragioni di vantar preminenze sopra di noi» incalzò il priore Aymer «non fosse altro, pe' lor modi nobili e pieni di grazia.»

«E che dite della segnalata lor temperanza?» interpose il suo motto anche Bracy, non ricordandosi in quel momento che, giusta i divisamenti ideati dal Principe, stava per isposare una Sassone.

«E dove lasciate il coraggio?» continuò Brian di Bois-Guilbert. «Chè ne fecero sì bella mostra e nella giornata d'Hastings e in altre giornate!»

Intanto che i cortigiani seguendo l'esempio del Principe gareggiavano nel far ridere a costo di Cedric, il Sassone divenuto rosso dall'ira, li guardava torvo un dopo l'altro, com'uomo cui la rapidità, onde le costoro ingiurie si succedeano, non davano il tempo di rintuzzarle volta per volta, e simile a furioso toro, che attorniato da' cani mossi contro di lui, esita nello scegliere la prima vittima di sua vendetta. Finalmente si volse al principe, siccome a primo autore dell'oltraggio cui sopportava, e tai furono gli accenti che con voce fatta tremula dallo sdegno ad esso indirisse.

«Sieno quai che si vogliono i difetti o i vizi della nostra stirpe, un Sassone sarebbe stato considerato un vero _nidering_[19]» epiteto di disprezzo il più enfatico fra quella gente «se nel suo castello ed alla sua mensa avesse usato al proprio ospite quel trattamento, che vostra Altezza comporta mi venga usato quest'oggi; e comunque grandi possano essere le sconfitte che i nostri maggiori soffersero nelle pianure di Hastings, dovrebbero almeno starsi zitti coloro» e in questa squadrava col guardo Frondeboeuf e il Templario «che poche ore fa perdettero sella e staffa contro la lancia d'un Sassone.»

«Affè che la botta è viva!» disse il principe. «Che ne dite, miei Signori? I nostri sudditi sassoni fan coraggio. Motteggiano, e si vanno emancipando in questi momenti di pubblica agitazione. In verità! Credo che a noi non rimanga miglior partito d'imbarcarci su i nostri vascelli, e raggiungere immantinente le coste della Normandia.»