Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 13

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Ma svantaggiosissima fu in tal momento la condizione cui videsi il cavaliere Diseredato; il braccio gigantesco di Frondeboeuf d'una parte, la forza prodigiosa d'Atelstano dall'altra, aveano atterrati tutti quelli che s'offersero ai loro colpi. Laonde spacciatisi dagl'immediati loro avversarii que' due cavalieri, idearono ad un tempo il medesimo divisamento, quello cioè d'assicurare il trionfo della lor fazione coll'unirsi al Templario per isconfiggere il comune rivale. Forzando quindi di speroni si mossero per assalirlo, da un fianco il Normanno, dall'altro il Sassone. E sarebbe stato impossibile al cavaliere Diseredato il reggere un solo istante a tale lotta, impari quanto non aspettata, se le grida degli spettatori, per istinto fin di natura commossi dal rischio d'un guerriero, che tre cavalieri assalivano in una volta ed all'improvvista, non lo avessero avvertito a tempo del giugnere de' nemici.

Ei vide tantosto il pericolo che gli sovrastava; laonde dopo aver vibrato terribil colpo sull'armatura del Templario, fè dare addietro il cavallo con tale accorgimento, che evitò il duplice assalto di Atelstano e di Frondeboeuf, lanciatisi tanto furiosamente, che passarono fra il Templario e il suo competitore senza poter frenare i destrieri. Ma pervenuti poi a padroneggiarli, si collegarono tutt'e tre per far mordere la polve al cavaliere Diseredato, che certamente sarebbe tosto soggiaciuto, se nol salvava l'agilità del suo nobile corridore, premio delle imprese che il giorno innanzi lo segnalarono. Aggiugneasi, che il cavallo di Bois-Guilbert era ferito, e quelli di Frondeboeuf e d'Atelstano incominciavano a piegare sotto il peso de' loro padroni e delle grevi armature da cui erano difesi. Di tai vantaggi profittò il cavalier Diseredato; e pose tant'arte nel dare e tor la briglia al suo destriero, che per alcuni minuti li tenne tutt'e tre in riguardo, separandoli quanto il potea e gettandosi or su l'uno or sull'altro, e menando loro colpi di spada, e ritraendosi prima che quegli emuli sbalorditi avessero tempo di riacquistare la mente.

Ma comunque gli rintronassero applausi da tutta l'arena, estatica al veder tante prove di abilità e di valore, gli era evidente che non potea durare più a lungo; onde i personaggi che stavano a fianco del principe Giovanni lo supplicavano unanimamente a voler gettare il suo baston del comando in mezzo alla lizza, e risparmiare così a tanto valente cavaliere il cordoglio d'una disfatta.

«No, per la luce del cielo» rispose il principe Giovanni «questo medesimo cavaliere che ostinatosi a celarne il suo nome, disdegna l'ospitalità da noi offertagli, toccò già jeri il suo premio. Soffra ora che a lor volta l'ottengano gli altri.» Ma intantochè il Principe terminava tai detti, un caso non preveduto cambiò repentinamente l'aspetto di quella giostra.

Stava nella sminuita banda che parteggiava pel cavaliere Diseredato un guerriero vestito di nera armatura, e che reggea parimente un nero corridore. Questo cavaliere grande, ed a quanto parea forte e robusto, non portando sopra lo scudo alcuna sorte d'impresa, avea fino a quel punto data a divedere poca premura alla giostra. Contento di rispingere, e il facea con molta destrezza, i campioni che lo assalivano, non si curava d'inseguirne o provocarne veruno. In somma ei sostenea la parte piuttosto di spettatore che di cavaliere partecipe del torneo, acquistatosi quindi dalla moltitudine il soprannome di _Neghittoso Nero_.

Ma parve uscir repente di tanta svogliatezza, allorchè vide in uno stato così rischioso il duce della sua truppa, al quale accorse in aiuto facendo sforzo di sproni, e gridando con voce imitatrice del tuono: «_Desdichado_ al soccorso!» E n'era tempo; perchè mentre il cavaliere Diseredato stringea alla vita il Templario, accostatosi al primo Frondeboeuf stava col brando sollevato per vibrargli un colpo, allorchè il nuovo campione fu in tempo di arrestarlo, assalirlo, farlo d'un balzo avvoltar nella polve. Il Neghittoso Nero indi si volse ad Atelstano di Coningsburgo, nè potendo giovarsi della propria spada che avea rotta sull'armatura di Frondeboeuf, strappò di mano all'attonito Sassone la picozza di punta e taglio, con cui questi volea ferirlo, e gli misurò sì vigoroso colpo che il mise a starsene col suo collega.

Dopo tali due atti di prodezza che gli meritarono tanto maggiori applausi, perchè niuno a ciò si aspettava, il Neghittoso Nero parve tornasse nella sua naturale indolenza, e ricondottosi tranquillamente all'estremità dell'arena, lasciò che il suo duce terminasse egli la contesa con Brian di Bois-Guilbert. Nè lunga, nè ostinata fu questa lotta, perchè sendo gravemente ferito il cavallo del Templario, al primo scontro soggiacque. Brian di Bois-Guilbert si rotolò nella polve con un piede impacciato sì nella staffa che non potè liberarnelo. Scese immantinente a terra il suo competitore, e gli gridò s'arrendesse; ma il principe Giovanni più commosso dal pericolo del Templario che nol fu da quello in cui trovossi dianzi il cavaliere Diseredato, risparmiò a Bois-Guilbert l'umiliazione di confessarsi vinto col gettar nell'arena il suo baston del comando, e così mettendo fine alle pugne.

Gli scudieri, che senza rischio non avrebbero potuto nel durar del conflitto avvicinarsi ai loro padroni, entrarono allor nel ricinto per trasportare nelle vicine tende i feriti.

Tal ebbe conclusione il celebre torneo d'Ashby-de-la-Zouche, nè mai guerrieri si contraddistinsero per fatti d'armi più segnalati. Quattro cavalieri perirono sul campo, e un di questi soffocato dal calore che sofferiva entro la sua armatura; sommarono a trenta coloro che riportarono gravi ferite, e quattro o cinque di essi morirono pochi giorni dopo. Quindi tal giostra non vien memorata nelle antiche cronache se non se col predicato di _nobile e bella posta d'armi d'Ashby_.

[Illustrazione: _Brian de Bois-Guilbert si rotolò nella polve, con un piede impacciato sì nella staffa che non potè liberarnelo. — Scese immantinente a terra il suo competitore, e gli gridò s'arrendesse, ma il Principe Giovanni....._]

Spettando allora al principe Giovanni l'indicare il cavaliere, che per più belle imprese erasi segnalato, ei decise che l'onore di tal giornata apparteneva al campione, soprannominato dalla voce pubblica il Neghittoso Nero. Indarno gli venne rimostrato che in sostanza la vittoria fu riportata dal cavaliere Diseredato, il quale avea colle proprie mani atterrati sei cavalieri, e coronate sì chiare geste col mettere giù d'arcione il duce della parte contraria. Il principe Giovanni persistette nella sua sentenza, adducendo che il cavaliere Diseredato e i suoi colleghi sarebbero stati vinti senza il possente soccorso del cavaliere dall'armi nere; a questo pertanto doversi aggiudicare il premio.

Venne tostamente sollecitato a mostrarsi il vincitore; ma a grande maraviglia de' circostanti questi non si presentò. Egli si era partito dall'arena appena terminata la giostra, e vi fu chi 'l vide avviarsi ver la foresta con quella lentezza e quei non curanti modi, che gli ottennero il soprannome di Neghittoso Nero. Per due volte le trombe il chiamarono; per due volte gli araldi d'armi bandirono l'acclamazione d'uso; laonde per l'assenza di esso fu d'uopo nominare altro cavaliere a ricevere gli onori del torneo. Il principe Giovanni non ebbe allora pretesti per non riconoscere que' diritti che il cavaliere Diseredato potea far valere ad un premio a sì belle geste dovuto e lo acclamò vincitore.

Per mezzo d'un'arena innaffiata di sangue, coperta di frantumi d'armature e di morti cavalli, i marescialli del torneo condussero nuovamente a pie' del trono il vincitore, al quale il principe Giovanni volse tai detti:

«Cavaliere Diseredato, poichè è questo il solo titolo, sotto cui acconsentiste d'essere conosciuto, noi vi decretiamo per la seconda volta gli onori del torneo, e notifichiamo che avete diritto a pretendere ed a ricevere dalle mani della Regina della Beltà e degli Amori la corona d'onore che il valore vi meritò.» Il cavaliere fe' un profondo inchino, ma nulla rispose.

Intanto che gli araldi gridavano attorno a tutto il recinto: _Onore al prode! gloria al vincitore!_ che le matrone sventolavano i lor fazzoletti di seta e i ricamati lor veli; che il popolo facea eccheggiar l'aria di vivissimi applausi, i marescialli fra 'l concerto di suoni militari conduceano per mezzo all'arena il cavaliere Diseredato finch'ei giunse a piè del trono d'onore, occupato da lady Rowena.

Dissero al cavaliere di prostrarsi sull'ultimo gradino del trono; perchè tutti i suoi atti, tutti i suoi moti dopo il termine della pugna sembravano sol regolati dagl'impulsi di coloro che gli stavano attorno; e fu anzi osservato ch'ei vacillava della persona nell'attraversare la seconda volta quel campo. Lady Rowena, scendendo dal suo trono con grazia e dignità in essa uguali, accigneasi ad adattargli sull'elmo la corona che ella tenea fra le mani, ma i marescialli unanimamente sclamarono: «No, no, gli è duopo che il capo del vincitore appaia scoperto». Il cavaliere articolò alcuni accenti, ma con voce sì fioca che dall'atteggiamento di chi li pronunziava anzichè dalle rilevate parole, si giudicarono intesi a mostrar brama in lui di star celato sotto la sua visiera. Brama non esaudita! perchè o fosse rispetto a quelle consuetudini cavalleresche, o curiosità, i marescialli non ne fecero caso. L'elmo gli fu tolto, e comparvero i lineamenti d'un giovane di cinque lustri, le cui guance, comunque arse dal sole, e pallide e tinte d'alcune tracce di sangue, presentavano ancora una fisonomia oltre ogni dire gradevole.

A tal vista lady Rowena mandò un lieve grido; poi, richiamando attorno di sè tutta la forza del proprio animo, comunque ne tremassero tutti i muscoli per la violenta commozione che in lei si destò, pose la corona sul capo del vincitore, accompagnandone l'atto con tali accenti che con voce chiara e distinta vennero pronunziati: «Io ti presento questa corona, ser Cavaliere! ella è il guiderdone del valore che dimostrasti quest'oggi.» Indi dopo breve pausa soggiunse con fermo tuono di voce. «Non mai corona di cavaliere fu collocata sovra un capo più degno di portarla.»

Il cavaliere chinò la testa, e baciò la mano della giovine regina, ma poi inclinandosi anche più che nol divisava, cadde svenuto a' suoi piedi.

La costernazione divenne generale. Cedric, già soprappreso da muto stupore nel vedersi alla presenza un figlio che da sè avea sbandito, in quel punto si fe' innanzi frettolosamente come per separarlo da lady Rowena; ma l'aveano già prevenuto i marescialli del torneo, i quali si affrettarono di sciogliere della sua armatura Ivanhoe, attribuendo ad una riportata ferita il deliquio; nè mal s'apposero, poichè si osservarono e le tracce d'una punta di lancia che ne trapassò la corazza, e la profonda piaga che un tal colpo gli avea portata nel fianco.

CAPITOLO XIII.

«Immantinente Enea l'altra contesa «Propon de l'arco e i suoi premii dichiara. ENEID. _Trad. del Caro._

Non sì tosto il nome d'Ivanhoe fu pronunziato, volò di labbro in labbro, sintantochè giunse all'orecchio del Principe, che aggrottò le ciglia in udirlo profferire. Si sforzò nullostante a celare il suo turbamento, e girando attorno disdegnosamente lo sguardo disse ai cortigiani: «Milordi, e soprattutto, ser Priore, che cosa pensate voi della dottrina trasmessane dagli antichi su le simpatie e le antipatie innate? Ai moti destatisi nell'animo mio parea indovinassi che m'era vicino il favorito di mio fratello.»

«Or sì Frondeboeuf può prepararsi a rimettere il suo feudo d'Ivanhoe» sclamò allora Bracy, che dopo avere fatta assai decorosa mostra di sè nel torneo, dimise elmo e scudo per porsi nuovamente nella comitiva del Principe.

«Sì veramente!» aggiunse Waldemar Fitzurse «gli è di tutta probabilità che questo giovane vincitore venga per ridomandare il castello e i terreni assegnatigli da Riccardo, e che l'Altezza vostra per atto di generosità presentò a Frondeboeuf.»

«Frondeboeuf» disse il Principe «non è tal uomo da restituir di leggieri cosa da lui già occupata, molto meno se la possede a buon diritto; perchè non credo, miei signori, essere alcuno fra voi, il quale mi neghi la facoltà di conferire i feudi della corona ai fedeli servi, che mi stanno intorno, e che mossi egualmente da zelo e da sentimento di dovere, si mostran pronti a far le veci di chi andò a combattere sotto cielo straniero, ponendo in non cale la patria sua, e togliendo a sè stesso l'abilità di servirla col proprio braccio, tutte le volte che le circostanze il richiedono.»

L'uditorio era troppo parziale in sì fatta tesi; laonde non v'ebbe fra quei cortigiani chi non sentenziasse naturale e giustissimo il diritto che il Principe si arrogava, e fu gara nell'esclamare: «Buon Principe, generoso Principe, che fa a sè stesso una legge di compensare i suoi servi fedeli!» Ognuno di loro sperava ottener feudi e dominii ragguardevoli al pari di Frondeboeuf, e accarezzava quindi la mano da cui gli dovevano derivare. Fe' coro con essi il priore Aymer, che solamente credette a sè lecita un'osservazione, non potere cioè cristianamente nomarsi terra straniera la città di Gerusalemme, _comunis mater_, diceva egli, madre di tutti i fedeli. Ma, aggiugneva ad un tempo, ch'ei non vedea come il cavalier d'Ivanhoe potesse applicare a sè questa massima. «Io so da buon canale, che Riccardo non è mai andato molto più in là d'Ascalon, e Ascalon, chi nol sa? è una città de' Filistei, immeritevole di que' privilegi che alla sola Città Santa possono appartenere.»

Nel tempo di sì fatti ragionamenti la curiosità avea tratto Waldemar verso il luogo, ove Ivanhoe cadde svenuto; sicchè tornando al Principe gli disse. «Il giovane eroe non darà lungo motivo d'inquietudine a vostra Altezza, nè cercherà disputare a Frondeboeuf il feudo d'Ivanhoe; egli è gravemente ferito.»

«Chiunque egli sia» rispose Giovanni «io non vedo in lui che il vincitor del torneo; e foss'egli dieci volte di più nostro nemico, o dieci volte di più affezionato a nostro fratello, le quali cose tornano forse allo stesso, gli è d'uopo ora largheggiar seco lui d'ogni soccorso addicevole allo stato in cui si trova. Ordineremo tosto al nostro primo medico perchè lo visiti.»

Un amaro sorriso si lasciò scorgere nei lineamenti del Principe intantochè profferiva tai detti. Waldemar Fitzurse fu pronto a rispondere che gli amici d'Ivanhoe aveano fatto trasportar questo giovine fuor dell'arena, aggiugnendo:

«Confesso ch'io non ho potuto difendermi da una tal qual commozione in veggendo il duolo che quest'ultimo avvenimento ha cagionato alla Regina della Beltà e degli Amori. Oh! ella ha ben finito con tristezza il suo regno d'un giorno! Non certo io son l'uomo che mi lasci infievolir di leggieri dal pianto femminile: ma lady Rowena seppe reprimere il cordoglio con tanta dignità, che m'era impossibile il non ammirarne la fermezza e il coraggio. Quanta lotta ella dovea sostenere coi moti del proprio cuore, allorchè a mani giunte contemplava con occhio asciutto quel corpo esanime che giacea steso a' suoi piedi!»

«E chi è in somma questa lady Rowena, di cui udiam farsi continuamente parole?»

«Ella è una Sassone, erede di un ragguardevole patrimonio» disse il priore Aymer «la più bella delle belle, una rosa di freschezza, un vero gioiello sott'ogni aspetto.»

«Ebbene! noi ci darem pensiere di consolarla, e di nobilitarla col concederle in isposo un Normanno. Senza dubbio essa è minore, e quindi a noi s'appartiene la cura di collocarla. Che ne dite Bracy? Vi sentireste in voglia d'imitar l'esempio degli amici del Conquistatore, e di sposare una Sassone per arricchire d'una cospicua signoria?»

«Se la signoria mi conviene, o Principe» rispose Bracy «gli è ben difficile che mi dispiaccia la sposa; e l'Altezza vostra ha trovata ora una bella occasione di compiere un'opera buona, e di tenere tutte le promesse fatte al suo fedele servo e vassallo.»

«A ciò penseremo» disse il Principe, «anzi..... aspettate. Per poter subito dar mano all'opera, dite al nostro siniscalco di trasferirsi tosto presso lady Rowena, e invitarla ad onorare di sua presenza il nostro banchetto, insieme colla sua compagnia, intendo quel suo burbero d'un tutore, e quell'altro sassone, specie d'orso, a cui il Neghittoso Nero fece morder la polvere nel torneo. Rigot» soggiunse volgendosi al siniscalco «nel far invito usate tal compitezza e tali riguardi che l'orgoglio di questi alteri Sassoni ne sia soddisfatto, e che non abbiano pretesti ad un secondo rifiuto, benchè sul mio onore, il far cortesia a costoro, sia gettar perle dinanzi ai porci.»

Pronunziate appena queste parole, e già preparandosi il principe Giovanni a dare il segnale della partenza, un uom del suo seguito venne a portargli un biglietto.

«D'onde viene?» il Principe gli domandò.

«Gli è quanto ignoro, o mio Principe» rispose l'altro «ma a quel che mi sembra, da paese straniero. N'è apportatore un Francese, che ha viaggiato notte e giorno, perchè sia rimesso più presto nelle mani di vostra Altezza.»

Il Principe ne esaminò con molta attenzione il soprascritto, poi il suggello su cui erano improntati tre gigli. Aperse indi la lettera con una agitazione che crebbe manifestissimamente quando ne lesse le parole, che nè più nè meno eran queste: _Pensate ai casi vostri. Il lione è scatenato_. Giovanni divenuto pallido come la morte, guardò da prima la terra, poi sollevò gli occhi al cielo com'uom che avesse letta la sua capitale sentenza. Riavutosi in appresso dal subitaneo effetto di quella sorpresa, chiamò in disparte Fitzurse e Bracy, ai quali fece leggere successivamente il biglietto.

«Forse» disse il secondo «quest'è un timor panico, o fors'anche la lettera è falsificata.»

«No» rispose il Principe «conosco bene il sigillo, conosco bene l'armi di Francia.»

«Se ciò è» soggiunse Fitzurse «che si indugia a convocare i nostri partigiani, sia a York, sia in qualche città posta nel centro? Il menomo ritardo potrebbe divenirne funesto. Abbandoniamo adunque tai giuochi puerili, e pensiamo agli affari più serii sui quali è d'uopo or meditare.»

«Badiamo però» interpose tale osservazione Bracy «badiamo di non mettere mal umore nel popolo e negli arcieri col defraudarli d'un passatempo sul quale contavano. Mi sembra che tutti questi riguardi si possano conciliare insieme, perchè il dì non è molto innoltrato. Vostra Altezza ordini che segua tosto la gara fra gli arcieri, e che immediatamente dopo di essa venga aggiudicato il premio al vincitore. Per tal via ella avrà adempiuta la sua promessa, e sarà tolto a questa banda di servi sassoni ogni pretesto di querelarsi.»

«Ottima idea, o Bracy!» disse il Principe «tanto più perchè non dimentichiamo noi già d'avere un debito da saldare con quel villano, che ardì ieri insultarci. Il nostro banchetto, per cui sono già corsi gli inviti, è ordinato ad ora tarda. Fosse l'ultim'ora della mia possanza, la voglio consecrata alla vendetta e al diletto. Domani avrem tempo e d'affari e d'inquietezze e di brighe.»

Lo squillo delle trombe avendo nuovamente raccolti quegli spettatori che già cominciavano ad allontanarsi, gli araldi d'armi notificarono, come il principe Giovanni, richiamato da importantissime cure che gli impedivano d'assistere alle feste divisate per la domane, e sollecito per altra parte che i suoi valenti arcieri non si separassero senza aver fatte prove di destrezza alla sua presenza, avea risoluto che i giuochi promessi pel dì successivo si celebrassero in quell'istante medesimo. Il premio assegnato al vincitore stavasi in un corno da caccia guernito d'argento, in un sontuoso pendaglio di seta, ed in un medaglione di sant'Uberto, che era il santo, avvocato de' giuochi villerecci.

Allora si presentarono per disputarsi il premio più di trenta arcieri, la maggior parte de' quali erano boscaiuoli delle foreste reali di Needwod e di Charnwood. Ma conosciutisi scambievolmente, e veduto quali erano i loro avversari, due terzi de' medesimi si ritirarono per non soggiacere all'obbrobrio d'una quasi certa disfatta. Perchè in quei giorni la maestria d'un buon saettiere si menzionava molte miglia all'intorno, come oggidì le qualità d'un cavallo addestrato a New-Market son note a coloro che frequentano quel luogo tanto famoso.

Laonde il numero de' competitori si trovò ridotto ad otto. Il principe Giovanni scese dal trono, per esaminar più da presso que' scelti arcieri, molti de' quali portavano la regale divisa. Poi soddisfatta una tale curiosità, girò gli occhi attorno al ricinto, ansioso di scoprire colui che lo avea concitato a sdegno, e il vide in piedi nel luogo stesso ove trovollo il dì innanzi, che serbava la stessa calma, la stessa intrepidezza di prima.

«Volea dirlo» questi accenti il Principe gl'indirisse «volea dirlo, che la tua destrezza non sarebbe andata del pari colla tua audacia. Tu non osi ora cimentarti con tali competitori.»

«Con vostra buona licenza, o signore» rispose l'arciere «una ragione diversa del timor d'esser vinto mi tiene in disparte.»

«E qual è questa ragione diversa?» gli chiese il Principe, al quale per un motivo ch'egli non avrebbe saputo spiegare a sè stesso, la presenza dell'uomo interrogato inspirava un'inquieta curiosità.

«Egli è, perchè questi arcieri ed io non siamo avvezzi a mirare allo stesso bersaglio; poi temerei si accigliasse la Grazia vostra nel vedere anche il terzo premio toccare a persona, che ha avuta la sfortuna di caderle in disfavore.»

«Arciere, come ti chiami?» gli domandò arrossendo il Principe.

«Locksley» rispose l'arciere.

«Ebbene, Locksley, tu mirerai al tuo bersaglio, quando gli altri arcieri avranno data prova di lor destrezza. Se riporti il premio, io lo crescerò di venti _nobili_[17], ma se tu perdi, ti fo spogliare del tuo abito, siccome indegno di portarlo, ed inoltre scacciar dal ricinto a colpi di corda d'arco, e ciò per punirti della tua arroganza e delle tue millanterie.»

«E se io ricuso d'accettar la disfida a tai patti?» rispose l'arciere. «La Grazia vostra, difesa come lo è da tanti armigeri, può fare ch'io sia battuto, spogliato dei miei abiti, ma non con la sua autorità obbligarmi a tender l'arco senza il mio beneplacito.»

«Se tu ricusi, dici, d'accettar la disfida! Fo rompere dall'inspettore il tuo arco e le tue frecce, e sarai scacciato come un poltrone da quest'arena.»

«E' non è veramente offerirmi buoni patti, o gran Principe, il volermi obbligare a misurar le mie forze coi migliori arcieri delle contee di Stafford e di Leicester, sotto pena di provare indegnissimo trattamento se rimango al di sotto. Nondimeno sia fatta la volontà della Grazia vostra!»

«Guardie, vegliate sopra di lui» disse allora Giovanni «vedo che il coraggio gli manca, ma non voglio ch'ei possa evitare il cimento, al quale è mia mente ch'egli soggiaccia. E voi, miei amici, coraggio, sostenete da pari vostri la vostra rinomanza. Per mio ordine stanno imbanditi nella tenda vicina i reficiamenti da dispensarvi dopo riportato il premio.»

Era il bersaglio uno scudo posto in fondo a quel viale che dalla parte d'ostro conduceva al torneo. Fra questo bersaglio e il luogo d'onde gli arcieri doveano mirare, venne lasciata una sì considerabile distanza che sarebbesi detto il solo caso poterne indirigere le saette. La sorte decise quali arcieri doveano a mano a mano succedersi nel lanciare le loro tre frecce; che ciascuno dovea scoccar l'arco tre volte. Presedeva al buon ordine di quella palestra un ufiziale di classe inferiore, detto _Inspettore de' giuochi_; poichè i marescialli del torneo avrebbero avuto siccome invilimento di lor dignità il regolare gli apparecchi d'un sì vulgar passatempo.