Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 12
«Furfante!» disse il capo «con tutt'altri che me ti sarebbe tornato male della tua temerità. Ma fra un'istante ravviserai tu medesimo il torto che avesti. Per ora parliamo del tuo padrone. Gli affari del cavaliere debbono precedere quelli dello scudiero; giusta ogni buona regola di cavalleria. Intanto sta fermo, perchè se ti movi un'altra volta non ti daremo il tempo di continuare i tuoi tentativi. Colleghi» disse indi agli altri «questa borsa è ricamata in caratteri ebraici, e contiene veramente cento zecchini, tutte prove che non ne ha ingannati costui. Noi non dobbiamo pretender tributo dal cavalier suo padrone. Ei ci somiglia troppo e saremmo ingiusti se non lo esentassimo. I lupi non assalgono i lupi nelle foreste.»
«Ci somiglia!» disse uno de' banditi. «Vorrei sapere in che cosa!»
«In che cosa?» replicò il capitano. «Non è egli povero e diseredato, come il siam noi? Non accatta egli al pari di noi la sua vita colla punta della spada? Non ha egli battuti Frondeboeuf e Malvoisin come il faremmo noi stessi, se il destro se ne presentasse? Non è egli nemico in vita e in morte di Brian di Bois-Guilbert, che è parimente nostro nemico? Ma quando anche non vi fossero tutte queste ragioni, vorreste voi che avessimo minor coscienza di quanta n'ebbe un miscredente, un cane d'Ebreo?»
«Non sia mai» rispose quello stesso bandito. «Diverrebbe un'infamia per la nostra società, benchè a dir vero, ho servito nella brigata del vecchio Gandelyn, ove non si avevano tanti scrupoli. Ma questo insolente contadino almeno, spero non se ne andrà immune dal suo salasso!»
«Questo poi dipenderà da te» rispose il capo. «Vieni qui furfante» voltosi allora a Gurth. «Dimmi. Sai tu adoperare il bastone?»
«Spero» rispose Gurth «d'avervene data una buona prova.»
«Ne convengo, il colpo fu applicato con maestria. Ebbene, mettiti ad egual prova con questo bravo campione, e se riesci andrai esente da tassa; benchè sull'onor mio, la fedeltà da te mostrata verso il tuo padrone mi è tanto piaciuta, che quand'anco tu soggiacessi, credo pagherei il riscatto per te. Orsù, Mugnaio» tal era il nome di colui al quale si proponea questo cimento «prendi il tuo bastone e pensa a difenderti come ad assalire. E voi altri, lasciate in libertà cotest'uomo, e provvedetelo d'un'arme eguale. Fa chiaro abbastanza per una giostra di simil natura.»
I due campioni, armati l'un e l'altro di randelli e grossi e lunghi e pesanti egualmente, s'innoltrarono in mezzo al vano della foresta per essere più spacciati nelle fazioni del mutuo assalto, e per godere tutto il vantaggio del chiaro di luna. Gli altri ladri circondavano i duellanti ridendo e gridando al loro collega: «Bada, Mugnaio, bada. Questa volta potrebbe toccarti di pagare la _posta_.»
Mugnaio tenendo col pugno la parte di mezzo del bastone, sel facea avvoltare attorno alla testa, che è quanto i francesi chiamano il molinello, e schernendo Gurth, gli dicea: «Fatti innanzi, villano, fatti innanzi e proverai quanto pesi il mio pugno.»
«Se tu sei mugnaio di professione» rispose Gurth «ti ho per doppiamente ladro; ma ti farò vedere che non ho paura di te.» Nel medesimo tempo si pose a fare il molinello col suo bastone, chè non la cedea all'avversario nè di destrezza nè di maestria.
Allora si assalirono i due campioni, e per alcuni minuti diedero eguali prove di agilità, di coraggio e di forza. Il fracasso che mandavano que' due randelli, urtandosi a raddoppiati colpi l'un l'altro era tale, che a qualche distanza parea lottassero sei combattenti per banda. Certamente pugne contese meno e men perigliose, vennero cantate in buoni versi eroici, ma la pugna di Gurth e di Mugnaio non avrà l'onore medesimo sol per mancanza d'un inspirato poeta. Ciò nonostante benchè tal lotta a molinello sia andata or giù d'usanza, ci sforzeremo come sappiamo di rendere in umil prosa la dovuta giustizia al merito di questi due prodi avversari.
Durò lungo tempo la lotta, nè il vantaggio era più dell'uno che dell'altro, la qual cosa irritò Mugnaio, che oltre al dispetto di trovare un sì abile competitore, stizzavasi in udendo le risa de' suoi compagni, intesi a schernirne gli inutili sforzi, come suole accadere in sì fatte occasioni. L'impazienza da cui il ladro lottatore fu preso, era tutt'altro fuorchè favorevole a tal genere di duello che domanda molta calma e prontezza di spirito; e fornì a Gurth, uomo d'indole ferma e risoluta, l'opportunità di vincere, opportunità ch'ei seppe cogliere maestramente.
Mugnaio assaliva con impeto da furioso; nè mai cessavano le due punte del suo bastone dal percuotere sul bastone dell'avversario, con cui si trovava già corpo a corpo. Gurth, nell'eseguire rapidamente il suo molinello, pesava ogni colpo e si tenea alla difesa, talvolta ancora facendo passi in addietro. Ma gli occhi suoi non abbandonavano mai il nemico; laonde veggendolo estenuato dalla fatica, gli indirizzò un colpo di sinistra alla testa, che mentre Mugnaio voleva riparare, la destra mano di Gurth colla rapidità del lampo ne afferrò il bastone menandogli sì violento colpo che lo stramazzò.
«Vittoria, vittoria!» gridarono i ladri. «Questo è ben combattere! Viva l'antica Inghilterra! Il Sassone ha salvato la pelle e la borsa. Mugnaio ha trovato padrone.»
«Tu puoi partire, uom valoroso» disse il capitano aggiugnendo il proprio suffraggio alle acclamazioni degli altri, eccetto Mugnaio. «Farò che due de' miei compagni ti riconducano sino a veggente della tenda del tuo padrone, affinchè non ti scontri in alcuni altri figli di san Nicolò che potrebbero non essere di coscienza timorata come la nostra: poichè in una notte, siccome questa, non siam noi soli che stiamo in agguato. Per altro» soggiunse egli aggrottando le ciglia «ricordati che tu non volesti dirci il tuo nome. Che mai non ti venisse il prurito di sapere i nostri, o d'indagar chi noi siamo! Pensa a questo avviso salutare, se non vuoi che male ti accada.»
Gurth dopo avere ricevuto il suo prezioso fardello dalle mani del capitano, lo ringraziò, assicurandolo che non ne avrebbe mai dimenticati i consigli. Due di quella brigata, armati de' loro bastoni, gli intimarono allor di seguirli, e lo condussero per angusto sentiere, spesso ingombro di macchie, e che faceva assai giravolte. Erano in procinto d'uscirne, allora che due uomini s'appresentarono ad essi; ma le guide di Gurth lor dissero a mezza voce alcune parole, dopo le quali questi si ritirarono. Ben s'avvide allora il fido scudiere come la cautela ideata dal capo de' ladri nol fosse stata senza perchè, e ne conchiuse che numerosa era tale famiglia, e che si montava la guardia con regolarità attorno al luogo ov'essa teneva le sue ordinarie adunanze.
Ivi soffermatisi i due masnadieri: «Non c'innoltriamo di più» dissero a Gurth «poichè non sarebbe prudenza per parte nostra il venire più avanti. Non dimenticate l'avviso che riceveste: custodite il segreto su di quanto v'accadde in tal notte, nè avrete occasione di pentirvene. Ma se per vostra disgrazia parlaste, rammentate che la torre di Londra non vi sottrarrebbe alla nostra vendetta.»
«Grazie, grazie! bravi galantuomini» disse Gurth. «So anch'io che cosa è prudenza. Ma spero di non offendervi, se mi fo lecito di augurarvi un mestiere meno rischioso e alquanto più onesto.»
In questa si separarono. I ladri presero la strada d'ond'erano venuti, e Gurth si trasferì alla tenda del suo padrone, al quale ad onta delle proibizioni fattigli narrò tutte le sue avventure di quella notte.
Il cavaliere Diseredato stupì delle udite cose, ed anche della generosità di Rebecca; risolvette però di non profittar nè di questa generosità nè dell'altra usatagli dai ladri, alla cui professione parea per vero dire estranea tale virtù. Ma ogni meditazione sulla singolarità di sì fatti avvenimenti fu interrotta dalla necessità di prendere riposo; chè del certo gliene facean sentire bisogno e le fatiche della giornata, e più imperiosamente quelle cui doveva prepararsi pel dì successivo.
Il cavaliere si adagiò sopra un ricco letto che gli aveano preparato i marescialli del torneo, intanto che il fedele Gurth, sdrajato sopra una pelle d'orso stesa per terra, si mise per traverso all'ingresso della strada in guisa che niuno poteva penetrarvi senza svegliarlo.
CAPITOLO XII.
»Era già il novo destinato giorno »Sereno e lieto a l'oriente apparso, »E già la vaga fama e il chiaro nome »Avea d'Aceste convocati intorno »I vicin tutti e pieni erano i liti. ENEIDE. _Trad. del Caro._
Sul nascere dell'aurora, un cielo puro e sgombro di nubi presagì bellissimo giorno, e già scorgeansi sulla pianura i più solleciti fra quegli spettatori che d'ogni banda si trasferivano al torneo, ansiosi di occupare le sedi più adatte a contemplare in ogni lor punto le giostre cavalleresche.
Nè tardi furono a giungere i marescialli del torneo, accompagnati dagli araldi d'armi, onde e ricevere i nomi de' cavalieri che si presenterebbero per entrar nella lizza, e chieder loro sotto quale bandiera desideravano collocarsi, cautela necessaria a fine di mantenere una certa uguaglianza fra i due drappelli che doveano giostrare l'un contra l'altro.
Volea l'uso che il vincitore dell'ultimo torneo fosse capo di una delle due bande. Quindi il cavaliere Diseredato venne scelto a comandarne una, intanto che l'altra avrebbe obbedito agli ordini di Brian di Bois-Guilbert, il quale dopo il cavaliere erasi acquistata maggior gloria alla giostra precedente. I _tenitori_, colleghi nel dì innanzi del Templario, parteggiarono, com'era naturale, per lui anche questo giorno, eccetto Ralph di Vipont, ridotto dalla caduta in tale stato da non poter sì presto rimetter corazza. Molti cavalieri venivano a farsi ascrivere, ardenti di combattere sotto gli stendardi d'un de' due condottieri.
Ardore che più vigoroso mostravano in tal secondo genere di lotta cui davano preferenza, comunque un torneo generale, ove tutti i cavalieri combattevano ad una volta, offerisse maggiori pericoli, e minori occasioni di segnalarsi in singolare certame. Ma ve n'avea molti tra questi che non fidandosi abbastanza nella propria abilità per provocare un solo avversario d'alta rinomanza, speravano in un arringo a tutti aperto incontrare qualche men formidabile competitore, con cui cimentarsi e poter far pompa di valore.
Circa cinquanta cavalieri s'erano già fatti notare per comparir sull'arena, allorquando i marescialli notificarono che maggior numero non ne verrebbe ricevuto, la qual cosa fu di grande rincrescimento a molti, bramosi ancora di presentarsi. Poco mancava alle dieci ore, e tutta quanta la pianura vedeasi coperta di cavalieri e pedoni, che accorreano al luogo del torneo. Finalmente il concerto della musica militare annunziò l'arrivo del principe Giovanni e del suo corteggio. Gli si fece attorno ad onorarlo la maggior parte de' cavalieri preparatisi ad entrare in lizza.
Nel medesimo tempo arrivò Cedric il Sassone insieme a lady Rowena, nè con essi era Atelstano, che armatosi di pesante corazza avea preso luogo fra i combattenti, e quel che fe' trasecolare Cedric, l'avea preso tra i partigiani del Templario. Ben il Sassone rampognò di tale scelta l'amico suo, ma inutili furono le rimostranze, e questi si scusò con quelle vaghe risposte, di cui si valgono per l'ordinario tutti coloro, che ostinati in voler fare una cosa sol perchè l'hanno così risoluta, non trovano poi veruna ragione plausibile a giustificarla.
Se non plausibile per altro, una ragione aveva avuta Atelstano per mettersi sotto lo stendardo di Brian di Bois-Guilbert, ma fu assai prudente per non parteciparla ad alcuno. Benchè l'indole sua neghittosa per natura lo avesse rattenuto dalle dimostrazioni che sarebbersi addette a chi aspirava al favore di lady Rowena, egli era tutt'altro che indifferente ai vezzi della medesima, anzi si tenea certo di divenirle sposo, e perchè n'avea ottenuto l'assenso da Cedric, e perchè tal nodo piaceva a tutti quegli amici ai quali la stessa Rowena potea chieder consiglio. A fatica quindi celò il proprio rincrescimento in veggendo il dì innanzi, che il vincitore, usando del privilegio concedutogli dai patti di quella giostra, acclamò Regina della Beltà e degli Amori Rowena. Vago adunque era di punire chi si mostrò parziale alla donna, la cui mano esso agognava, oltrechè molto fidavasi nella prodigiosa sua forza, e nelle lusinghe dei suoi adulatori, che persuadevano Atelstano niuno esservi più atto di lui a riportare il premio del torneo. Indi fu che questo pretendente di Rowena venne nella deliberazione non solamente di negare il soccorso del suo braccio al cavaliere Diseredato, ma di fargli sentire, se l'occasione il permettea, quanto la propria lancia valesse.
Bracy, e molt'altri cavalieri partenenti al corteggio del principe Giovanni posti eransi fra i _tenitori_, perchè così volle il loro padrone, sollecito di non trascurare alcun modo possibilmente opportuno ad assicurare vittoria alla parte cui Bois-Guilbert comandava. Contra questa però si chiarirono molt'altri cavalieri così inglesi, come normanni, e con tanto maggior entusiasmo che gl'inorgogliva il combattere sotto il vessillo di tal prode campione qual si mostrò il cavaliere Diseredato.
Non appena il principe Giovanni vide giugnere la donna cui si aspettava l'essere in quel giorno Regina, le mosse incontro con quell'aria di cortesia ch'ei sapea ostentare a sua voglia, e levandosi dal capo il ricco suo berrettone, saltò a terra offerendo la propria mano a lady Rowena per aiutarla a scendere dal suo palafreno, al quale un de' cortegiani dello stesso Principe teneva la briglia. Intanto gli altri cavalieri si avvicinavano, studiosi di porgere i loro omaggi alla novella Regina.
«Siamo i primi» disse il Principe «a dar l'esempio del rispetto dovuto da ognuno alla Regina della Beltà e degli Amori, e affrettiamci di guidarla al trono serbatole in questo giorno. Signore» aggiunse volgendosi alle matrone «accompagnate la vostra Regina, e tributatele quegli onori, che voi parimente riceverete a vostra volta.»
Nel profferir tali accenti il Principe condusse lady Rowena alla sede d'onore preparatele rimpetto al trono, intantochè le matrone, più distinte per nascita e per avvenenza, gareggiavano nel farsele attorno e corteggiarla.
Sedutasi lady Rowena, l'aere rintronò di militare armonia, cui s'aggiugneano le acclamazioni della moltitudine. I raggi del sole, giunto allora al massimo del suo splendore, venian ripercossi dall'armi dei cavalieri, le cui bande poste alle due estremità dell'arena circondavano ciascuna i lor capi, e concertavano su la maniera di ordinare le loro linee e di sostenere l'assalto.
Gli araldi d'armi allora imposer silenzio quanto fu d'uopo ad udire la lettura de' regolamenti pel torneo. Erano questi in parte intesi a diminuire nel più possibile modo i pericoli della giostra, cautela ivi più necessaria, perchè si faceva uso di corte spade e di lancie puntute.
Era libero ad ogni cavaliere il valersi d'una mazza, o d'una picozza di punta e taglio, non così del pugnale, arme formalmente proibita in quel conflitto. Un cavaliere gettato da cavallo potea rinnovare il battimento a piedi con un dei campioni, cui la stessa sventura fosse accaduta, ned era in allora lecito ad alcun guerriero a cavallo l'assalire il pedone. Se un cavaliere, spinto fino all'estremità dell'arena dal suo competitore, giugneva a toccare o coll'armi o col corpo il palizzato dovea darsi per vinto, e ritrarsi dalla pugna, divenendo in arbitrio del vincitore il cavallo e l'armi del perditore. Se un cavaliere rovesciato non era più in istato di rialzarsi, il suo scudiere o il suo paggio potevano entrar nell'arena e trarne fuori il loro padrone, ma questi tenuto vinto perdea parimente l'armi e il cavallo. La lotta aveasi per terminata tostochè il principe Giovanni gittava il suo bastone del comando in mezzo all'arena; providenza intesa a risparmiare lo spargimento del sangue, allorchè manifesto ed inevitabile mostravasi per una delle due parti il trionfo.
Ogni cavaliere che violasse i regolamenti del torneo, o mancasse in qualsisia modo alle leggi della cavalleria, poteva essere, in punizione di sua sleale condotta, obbligato a spogliar l'armi e a sedersi ai cancelli dello steccato, esposto così alle pubbliche risate. Dopo avere promulgati sì fatti regolamenti, gli araldi d'armi terminarono esortando tutti i buoni cavalieri a fare il loro dovere, e a meritarsi il favore della Regina della Beltà e degli Amori; indi si ritirarono prendendo il luogo che loro spettava.
I cavalieri si avanzarono lentamente dalle due estremità dell'arena, schieratisi in doppia fila, e gli uni appuntino rimpetto agli altri. Il capo di ciascuna banda dovea starsi nel mezzo della fila d'avanti, ma niun de' due vi si collocò se non se dopo avere passata in rassegna la sua brigata, ed assegnato a ciascuno il posto che gli competea.
Offeriva uno spettacolo maestoso ad un tempo e terribile la vista di tanti prodi guerrieri vestiti di ricche armature, e a cavallo di superbi corridori, preparati ad una lotta spesse volte micidiale, e seduti su guerresche selle, che sarebbersi detti pilastri d'acciaio, impazienti d'udire il segnal della pugna quanto impazienti se ne mostravano i lor focosi cavalli, che nitrivano e raspavano colle zampe l'arena.
I cavalieri teneano diritte le loro lancie, e intanto il sole ne facea sfolgorare le brunite punte, mentre le banderuole di cui andavano ornate, ondeggiando al di sopra de' pennacchi, facean bell'ombra sugli elmi de' combattenti. In tal postura rimasero per dar tempo al marescialli del torneo di trascorrere le file, il che questi eseguivano col massimo scrupolo onde accertarsi che una parte non fosse più numerosa dell'altra. Poichè riconobbero che il numero de' combattenti era eguale da tutte due le bande, si ritrassero dall'arena. Allora William di Wyvil gridò con voce di tuono: «_Lasciate andare_» chè questo era il segnale. Nel tempo stesso squillaron le trombe, e i cavalieri, abbassate le lancie, le posero in resta: si mossero ad un tratto le bande, e le due prime file d'ognuna d'esse galoppando fecero impeto l'una sull'altra, e l'aria rotta al primo scontrarsi loro in mezzo all'arena ne portò il fragore oltre alla distanza d'un miglio.
Nel durare d'alcuni istanti gli spettatori inquieti non poterono discernere qual fosse stato l'esito del primo assalto, perchè nubi di polve sollevate dallo scalpitar de' cavalli offuscavano l'aere, ma queste si dissiparono in pochi minuti; e non appena lasciarono scorgere i combattenti, fu visto che da ciascuna banda la metà de' cavalieri era già scavalcata, quai vinti dall'abilità e dalla maestria, quai dalla forza dei loro competitori. Alcuni miravansi stesi per terra in uno stato sì deplorabile, da creder fino impossibile che più potessero rialzarsi, altri risorti in piedi, tornavano a caricarsi su i loro avversari venuti in egual condizione. Due o tre che aveano ricevute profonde ferite, valendosi delle proprie ciarpe ad asciugare il sangue, faceano sforzi per togliersi dalla mischia. Quelli fra i cavalieri che poterono senza votar l'arcione sostenere l'impeto nemico, avendo per la maggior parte rotte le lancie, brandivan le spade, e mettendo il grido di guerra si assalivano, e s'avventavano gli uni agli altri con tal accanimento, come se dall'esito del conflitto fossero dipendute le loro vite.
Crebbe tantosto il tumulto perchè da ambo i lati, le seconde file tenute fin lì a riserbo si lanciarono nella mischia per soccorrere ciascuna la parte propria. Gli amici di Brian di Bois-Guilbert sclamavano tutt'insieme. _Ah! Beauséant! Beauséant!_[16] _Pel Tempio! Pel Tempio!_ E rispondea la fazione opposta _Desdichado! Desdichado!_ grido di guerra suggeritole dall'impresa che ella avea letto sullo scudo del proprio duce.
Eguale entusiasmo animava entrambe le schiere, entusiasmo spinto al furore. Incerta si pendea quella pugna che gli era impossibile il presagir tuttavia chi fosse per essere vincitore. Lo scricchiolar dell'armi, il gridare de' guerrieri, cui s'univa lo squillar delle trombe, coprivano i gemiti de' soggiacenti, che privi di conoscenza si avvoltavano sotto i piedi de' lor cavalli. Quelle armature dianzi sì fulgide, imbrattate di polve e di sangue, andavano in ischeggie sotto i reiterati colpi delle picozze di punta e taglio. Le candide piume che ornavano i cimieri cadevano d'ogni banda siccome falde di neve. Scomparso quindi tutto lo splendore e la grazia che prima ammiravansi in quelle militari vestimenta, non rimanevano che prospettive atte ad inspirare e terrore e pietà.
Pure tal è la forza della consuetudine, che non solamente il popolo, per natura inclinato alle scene d'orrore, ma le stesse matrone che empievano le logge, vedeano la pugna, non diremo già senza esserne commosse, ma certamente senza che le prendesse l'idea di volger gli occhi altrove da una scena sì disgustosa. Non negherassi che alcuna volta le guance della beltà impallidirono, e pur s'udì qualche gemito femminile sul caso d'un amante, d'un fratello, d'uno sposo, feriti o lanciati nella polve. Ma generalmente parlando le matrone incoraggiavano i campioni non solamente col battere palma a palma, ma col mandar grida: «_Brava lancia! buona spada!_» ogni qual volta vedeano un cavaliere segnalarsi per atti d'ardimento o prodezza.
Se tanta vaghezza delle sanguinolente giostre il bel sesso mostrava, ognun s'immagina quanto gli uomini ne fossero dilettati. Il qual sentimento manifestavano con romorose acclamazioni, ogni qual volta la fortuna parea chiarirsi in segnalata guisa per una delle due parti, e gli sguardi della moltitudine erano sì fisamente conversi all'arena, che sarebbesi detto menar ella o ricevere i colpi di cui soltanto stavasi spettatrice. S'udivano fra ciascuna pausa le voci degli araldi d'armi esclamanti: «Coraggio, prodi cavalieri! l'uom muore, ma vive la gloria. Coraggio! la morte è da preferirsi alla disfatta. Coraggio, prodi cavalieri! gli occhi della beltà vi contemplano.»
Infra le vicissitudini di tal pugna ogni sguardo cercava scoprire i capi di ciascuna banda, i quali, lanciandosi ove fervea più forte la zuffa, coll'esempio e colla voce incoraggiavano i lor compagni. Per valore entrambi spiccavano, e appena eravi nelle file opposte un sol combattente con cui non si fossero cimentati. Mossi da scambievol rancore, e consapevoli che la rotta d'uno fra essi avrebbe indubitatamente risoluto l'esito della pugna, tentarono molte volte unirsi a singolare certame. Ma vano facean tale sforzo la confusione e la folla, onde accadea sempre che li separavano l'un dall'altro nuovi cavalieri, ardenti di sperimentare le proprie armi contra il duce della fazione avversaria.
Finalmente costretti gli uni dopo gli altri a confessarsi vinti, ritirandosi all'estremità dell'arena, e molti per le ferite non essendo in istato di continuar nella zuffa, il numero de' combattenti fu diminuito d'assai; ed in allora il Templario e il cavaliere Diseredato si trovarono e fecero l'un sopra l'altro tal furioso impeto, quale odio inviperito congiunto a sete di gloria poteva inspirare. Tanta si fu la maestria d'entrambi negli assalti e nelle difese, che gli spettatori fecero eccheggiare il ricinto d'unanimi e involontari applausi, figli dell'ammirazione e della sorpresa.