Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 11
In un appartamento poco spazioso, ma riccamente arredato e messo al gusto orientale, Rebecca sedea sopra un mucchio di cuscini ricamati, posti sopra un pianerottolo non troppo alto che tenea tutto il circuito di quella sala, prestando l'ufizio di seggiole e di seggiole a bracciuoli siccome in circa ne è l'uso nel regno di Spagna. Questa giovane, negli occhi di cui la filiale pietà si leggea, li tenea fisi sopra ogni atteggiamento del padre suo, che faceva lunghi passi su e giù per la stanza, con viso smunto e costernato, or giugnendo le mani, or sollevandole al cielo come uomo il cui spirito lotti contro gravissima tribolazione.
«Beato Giob!» sclamava egli «e voi dodici santi patriarchi, padri della nostra nazione! Poteva accader peggio ad un uomo che ha sempre adempiuta fin nelle cose minime la legge santa di Mosè? Cinquanta zecchini toltimi con un sol tratto di rete, che mi carpirono gli artigli di quel tiranno!»
«Però, padre mio» disse Rebecca «parvemi che quel denaro avuto dal Principe, lo deste volontariamente.»
«Volontariamente! Che tutte le piaghe dell'Egitto gli piombino adosso! Volontariamente, sì! Con quella volontà che gettai nel golfo di Lione le mie mercanzie, quando fu d'uopo alleggerire il naviglio per non vederlo sommergere. Le mie sete le più preziose coprirono i flutti; i miei deliziosi profumi ne imbalsamarono la schiuma, i miei drappi d'oro e d'argento ne arricchirono le caverne. Non mi trovava io fra le angoscie di chi agonizza quando le mie proprie mani compievano questo orribile sacrificio?»
«Padre mio, non rischiavamo men della vita, e mi pare che dopo quel tempo Dio abbia benedette le vostre imprese e vi abbia colmato di ricchezze.»
«Va benissimo; ma che mi giovano se il tiranno vi mette le branche siccome ha fatto questa mattina, se nell'atto di togliermi le sostanze mi costringe a mostrare buon umore?... O figlia mia, noi siamo una schiatta errante diseredata, e peggio è, che quanto più veniamo vilipesi, spogliati, a proporzione il mondo si burla di noi, e siam costretti ricorrere alla umiltà, alla pazienza, allorchè dovremmo pensare a vendicarsi dei nostri persecutori.»
«Non vogliate prender tutto in mala parte, o mio padre; alcuni vantaggi ancora stanno per noi: i Nazareni sì implacabili, sì crudeli, sono in certo tal qual modo subordinati a questi dispersi figli di Sion, da loro perseguitati e vilipesi. Privi del soccorso di nostre ricchezze, nè saprebbero come pagar le spese delle loro guerre, nè potrebbero decorare i trionfi che ne derivano. Il denaro che ad essi prestiamo torna nelle nostre casse moltiplicato da un buon interesse. In somma, possiamo essere paragonati alle zolle che non fioriscono mai tanto bene siccome allora che vengono calpestate. La festa medesima d'oggi si sarebbe ella solennizzata senza l'aiuto di questi spregievoli Ebrei che anticiparono il denaro necessario a tal uopo?»
«Oh qual cantino vai toccando adesso, mia figlia, cantino che manda alle mie orecchie un suono ingratissimo! — Quel bel cavallo, quella ricca armatura, dovean far parte de' miei utili nell'affare concluso ultimamente, ove sto a metà con Kirgath Iairam di Leicester; figurati! il guadagno d'una settimana! niente meno che il tempo frapposto tra un sabato e l'altro! Ebbene! prevedo che il cavallo e l'armatura finiranno come le mie mercanzie gettate nel mare. Perdita sopra perdita, rovina sopra rovina!... Però... non disperiamo ancora. La cosa potrebbe andar altrimenti. Quel giovane ha dato prove di galantuomo.»
«Non crederò mai, padre mio, che vi dolga d'avere riconosciuti i servigi a voi prestati da questo straniero.»
«Credo non averne alcun rincrescimento, o mia figlia... credo anche alla riedificazione di Gerusalemme, ma ho tanta ragione di sperare che questi miei occhi vedano risorgere le muraglie e le fortificazioni del tempio, quanta ne ho per immaginarmi che un cristiano... e il miglior vedi! di tutti i Cristiani... arrivi a pagare un debito ad un Ebreo se non contempla dinanzi a sè la prospettiva della prigione e de' catenacci.»
E sì dicendo, continuava a trascorrere con passi irregolari la stanza; laonde Rebecca, vedendo che ogni sforzo suo per consolarlo non giovava se non se a fornirgli nuovi argomenti di querelarsi, prese il prudente partito di lasciare che si sfogasse a suo grado; condotta savissima, e che noi proponiamo da imitarsi in simili circostanze a chiunque sentasi vocazione per le parti di consolatore o di consigliere.
Annottava, allorchè tre servi entrarono in quella stanza, un d'essi che ponea due lampade sopra una tavola, e i secondi che portavano altra tavola incrostata di argento, e coperta di reficiamenti i più dilicati e di sceltissimi vini; perchè gli Ebrei ricchi nell'interno di loro abitazioni, non erano avversi in niun modo alle ricercatezze del lusso. Avea già empiuta di vin greco una tazza, e stava Isacco per appressarla al labbro, quando uno de' ridetti servi venne annunziando un Nazareno, il quale desiderava parlargli; chè col solo nome di Nazareni gli Ebrei fra loro erano avvezzi ad indicare i Cristiani. Il tempo di chi vive del commercio è a discrezione del pubblico; onde Isacco ripose senza averne gustato, la tazza sopra la tavola; e dopo avere ordinato di velarsi alla figlia, permise che il forestiere s'introducesse.
Appena aveva avuto il tempo Rebecca di nascondere i suoi vezzosi lineamenti sotto un velo di tocca d'argento che le scendea sino ai piedi, si aperse la porta, presentandosi Gurth avvolto in un ampio mantello normanno. Le apparenze nol favorivano troppo; che anzi diede a sospettare di sè egli medesimo, perchè invece di levarsi, entrando, il suo berrettone, se lo assettò meglio alla testa.
«Siete voi l'ebreo Isacco d'York?» domandò in lingua sassone Gurth.
«Sì» rispose Isacco nella lingua medesima, perchè il suo commercio l'avea posto nella necessità d'imparare tutti gli idiomi che si parlavano nell'Inghilterra. «E voi qual'è il vostro nome?»
«Il mio nome non vi deve importare.»
«È però necessario ch'io lo sappia. Voi voleste pure sapere il mio. Altrimenti come farei a trattar negozi con voi?»
«Non vengo a trattar negozi, ma bensì a pagare un debito; bisogna bene che io sia sicuro se pago il denaro nelle mani di chi lo deve riscuotere. A voi, che lo ricevete, poco rileva il conoscere la persona che ve lo porta.»
«Ah! siete qui per pagarmi! Oh! allora la cosa cambia. Beatissimo Abramo! per parte di chi venite voi a farmi questo pagamento?»
«Per parte del cavaliere Diseredato, del vincitore al torneo di quest'oggi. Vi porto il prezzo dell'armatura, che sulla vostra commendatizia gli ha somministrata Kirgat Iairam di Leicester. Quanto poi al cavallo l'ho consegnato alle scuderie di questa casa, sano e prosperoso come sono io. Orsù, quanto vi viene?»
«Oh! l'ho sempre detto ch'egli era un bravo giovane!» sclamò l'Ebreo che non capiva in sè medesimo pel contento. «Un sorso di vino non vi farà male» soggiunse indi offerendo al porcaiuolo di Cedric una tazza d'argento riccamente cesellata, e colma d'un liquore di cui Gurth non avea mai gustato l'eguale. «E quanto danaro mi portate voi?»
«Madonna!» sclamò Gurth dopo avere bevuto «che divino liquore tracannano questi cani di miscredenti! e tanti buoni cristiani com'io, non hanno spesso per lor bevanda che una birra torbida, densa, della quale non saprebbero che farsi i miei porci! Ah! quanto denaro, dite, v'ho portato! Non gran cosa. Però non son venuto a mani vuote. Ma infine, Isacco dovete avere una coscienza ancora voi benchè Ebreo.»
«Il vostro padrone ha fatti buoni affari in quest'oggi. Colla punta della lancia e colla forza del braccio ha guadagnato cinque bei cavalli e cinque belle armature. Potete dirgli che mi mandi tutta la sua vincita, e gli pagherò il di più.»
«Il mio signore ne ha già fatto l'uso che volea.»
«Male, male assaissimo! Ha operato da giovane senza cervello. Non v'è qui un Cristiano che sia in istato di comperare tanti cavalli e armature; nè da alcun Ebreo avrà ottenuto la metà di quanto gli avrei pagate io tali cose. In somma, vediamo: in questo sacchetto vi sono bene cento zecchini» e in ciò dire apriva leggermente il mantello di Gurth. «A quanto pare dee pesar molto.»
«Perchè vi stanno in fondo alcuni ferri per armar freccie» rispose Gurth senza esitare un istante.
«Ebbene! per quella ricchissima armatura... mi contenterò d'ottanta zecchini; e non ci guadagno una monetuccia d'oro. Avete voi il modo di pagarmeli?»
«Anderebbe ottimamente! Così il mio padrone resterebbe senza un soldo. Ma non sarà questa la vostra ultima parola!»
«Bevete ancora una tazza di questo buon vino. Ah! ottanta zecchini son pochi. Dove io avea la testa? Cedere una sì bella armatura senza nessun profitto per me, non lo posso. Poi chi sa? quest'ottimo cavallo può essere diventato bolso, attratto... è impossibile che non gli sia accaduta qualche disgrazia... Figuratevi! quelle corse! quelle giostre! uomini a cavallo che si gettavano gli uni addosso gli altri con tal furore... parevano i tori selvaggi di Basham!»
«Vi dico che il vostro cavallo è sano e salvo e vigoroso nella scuderia; poi andatelo a vedere. E dico di più, che settanta zecchini bastano al di là per pagarvi quella vostra armatura. La parola d'un Cristiano val bene quella d'un Ebreo, crederei. In fine poi, se una tal somma non v'accomoda, riporterò il sacchetto qual è al mio padrone.»
Nel dir tai cose facea sonare le monete d'oro che nello stesso sacchetto si contenevano.
«Via, via! contatemi ottanta zecchini; gli è il meno a cui possa aggiustarmi; e vedrete che saprò comportarmi generosamente con voi.»
Gurth ricordandosi allora di quanto gli disse il padrone, desideroso soprattutto di contentare l'Ebreo non fece altre parole, e avendo contati sulla tavola ottanta zecchini, l'altro gli lasciò una ricevuta di saldo per la venduta armatura. Isacco indi diè una ripassata alla somma, e la mano sua tremava di gioia quando intascò i primi settanta zecchini. Più assai indugiò nel contar gli altri, e ad ogni pezzo che prendea di su della tavola, si fermava a fare una meditazione prima di metterlo in borsa; perchè allora cominciò nell'animo suo una lotta tra l'avarizia e qualch'altro sentimento più liberale; ma vincitrice in tale conflitto la prima come lo fu nel torneo il cavaliere Diseredato, gli era cagione di allogare gli zecchini l'un dopo l'altro a dispetto d'una tal quale inspirazione più generosa che gli diceva al cuore di rimettere una picciola parte del prezzo avuto.
«Settant'uno, settantadue... Un bravo giovane quel vostro padrone!... Settantatrè... giovane eccellente da vero!... Settantaquattro... Questo zecchino è un po' tarpato, ma non importa... Settantacinque... E questo mi par calante... Settantasei... Quando il vostro padrone avrà bisogno di denaro, venga pure a trovare Isacco d'York... Settantasette... Ben inteso colle debite malleverie.... Settantotto.. Voi pure siete un bravo galantuomo... Settantanove... E meritate una ricompensa.»
Il Giudeo tenea in mano l'ultimo zecchino su cui fece una pausa molto più lunga. Forse avea in animo di regalarlo a Gurth, e se quella moneta fosse stata o tosata o calante, chi sa non avesse obbedito a tale impulso di sua generosità. Ma per fatalità di Gurth era nuova di conio. Isacco la esaminò per tutti i versi, nè potè trovarle una magagna. La mettè in bilancia. Cresceva d'un grano. Non potè venir a quella di separarsene: «Ottanta» diss'egli finalmente, e quello zecchino se ne andò a stare cogli altri. «Il conto va bene, e voglio sperare che sarete largamente ricompensato dal vostro padrone. Vi restano ancora monete entro il sacchetto?»
Gurth fe' una contorsione di volto, la qual cosa gli accadea tutte le volte che voleva sorridere. «Circa altrettante quante voi ne avete scrupolosamente contate. Ebreo» soggiunse indi nel prendersi la ricevuta «io non me ne intendo, ma se questa non è in buona forma, ci penserà la vostra barba.» Poi empiè, e questa terza volta non aspettò che gli venisse offerta, una tazza di vino, e dopo averlo mandato giù tutto d'un fiato senza far cerimonie andò via.
«Rebecca» disse Isacco «questo Ismaelita mi sembra petulante anzichè no; ma poco monta: il suo padrone è un galantuomo ed ho gusto che questo torneo gli abbia fruttato alquanti _shekel_ d'oro, e che non men del suo braccio abbiano contribuito a ciò il mio cavallo e la mia armatura.»
Sorpreso perchè Rebecca non gli rispondea, si volse; ma questa era scomparsa di lì fin quando egli stava in discorsi con Gurth.
Intanto questi avea scesa la scala, e giunto in un'anticamera trovossi al buio, onde cercava a tasto la porta per uscire. Allora gli comparve una donna vestita di bianco, la quale tenendo in mano una lampada gli fe' cenno di seguirla nell'appartamento d'ond'ella usciva, e di cui lasciò socchiusa la porta. Con qualche ripugnanza Gurth le obbediva, perchè costui, comunque ardito ed impetuoso quanto un cignale, ogni qual volta conosceva il pericolo cui si cimentava, nudriva poi tutti i superstiziosi timori de' Sassoni circa gli spettri, le fantasme, le apparizioni; sicchè gli dava molta inquietudine questa donna bianca, soprattutto in casa d'un Ebreo. Fra i delitti che un pregiudizio generale apponeva a questa popolazione vi era pur quello di professare la scienza cabalistica e la negromanzia. Ciò nullameno, dopo avere titubato alquanto, il coraggio connaturale in lui la vinse sopra un timor panico; talchè seguì la sua guida in una stanza, ove si vide alla presenza di Rebecca.
«Mio padre non ha voluto che farti uno scherzo» gli diss'ella, «o mio amico. Ei deve, sappilo, al tuo padrone dieci volte di più che quell'armatura non vale. Quant'è la somma che gli sborsasti?»
«Ottanta zecchini» rispose Gurth stordito da sì fatta inchiesta.
«Ebbene, cento ne troverai in questa borsa» a dir riprese Rebecca; «rendi al tuo padrone quanto gli spetta, il rimanente tienlo per te. Ma sollecita, parti, non perder tempo in ringraziarmi, e va guardingo nel traversar la città, per non perdere il denaro e forse anche la vita. Ruben» chiamò ella battendo le mani «fate lume a questo straniero, e uscito ch'ei sia chiudete bene la porta.»
Ruben, uomo Israelita che si facea scorgere per nera barba e nere sopracciglia, obbedì agli ordini della padrona, e con una torcia accompagnò Gurth sino alla porta; poi quando il vide fuori la imbarrò con catene e catenacci che avrebber bastato ad assicurare qualunque prigione.
«Per san Dunstano!» disse Gurth nello uscire, «costei non è un'Ebrea, ma bensì un angelo sceso dal paradiso. Dieci zecchini dal mio bravo padrone giovane! Venti da questa perla di Sion! Oh che bella giornata! Un'altra simile, o Gurth, e tu ti riscatti dalla servitù e divieni libero delle tue azioni! Allora, addio porci! Getto via la verga da porcaiuolo, impugno spada e scudo, non ho più bisogno di nascondere nè il nome nè il volto, e seguo il mio giovane padrone sino alla morte.»
CAPITOLO XI.
_Primo masnadiere._ Olà, olà! Gettateci la vostra borsa, se non volete che ve la prendiamo per forza. _Speed._ Miseri noi! Siam capitati negli assassini. _Valentino._ Amici miei.... _Primo masnadiere._ Non siamo vostri amici, anzi nemici. _Secondo masnadiere._ Zitto! bisogna ascoltarlo. _Terzo masnadiere._ Sì, per la mia barba, che bisogna ascoltarlo. Egli è un uomo di garbo. I DUE VERONESI.
Le notturne avventure di Gurth non erano ancor terminate, ed egli medesimo incominciava a sentire qualche paura, allorchè dopo avere attraversata tutta la città d'Ashby, ed essersi lasciate addietro alcune case sparse qua e là che ne faceano i sobborghi, si trovò in una strada bassa chiusa fra due alture coperte d'avellani e bossi e da alcune quercie, i cui rami col dilatarsi coprivano quel cammino ineguale e fatto più disastroso da profonde rotaie. Erano queste le vestigia del molto carriaggio che avea trasportati i materiali necessari alla costruzione delle logge innalzate attorno all'arena ove accadde il torneo. All'altre molestie aggiugneasi l'oscurità della notte, perchè gli alberi impedivano quel poco di chiarore che la luna avrebbe potuto somministrare.
Udivasi in lontananza lo strepito dei bagordi della città, e canti e suoni d'allegria, e risate, le quali alimentando in Gurth la considerazione che la parte migliore di società trovavasi entro le mura di Ashby, nol lasciavano senza tema sul presente suo stato. «L'Ebrea non avea torto» diceva egli fra sè medesimo. «Per il cielo e per san Dunstano! vorrei che io e il mio tesoro fossimo in sicuro sotto la tenda del mio padrone. Qui si trovano, non voglio dire assassini, ma cavalieri e scudieri erranti, sonatori, bagattellieri, arcieri, vagabondi sfaccendati da non esserne tranquillo un uomo che abbia solamente un marco d'argento in saccoccia. Figuratevi chi ha come io una tal carica di zecchini! Ah se posso essere fuori di questo cammino d'inferno! Almeno all'aperto li vedrei, i figli di s. Nicolò, prima che m'avessero a cader sulle spalle.»
Indi raddoppiò il passo per raggiugnere più sollecitamente l'altura, cui mettea termine quella stretta, ma non fu abbastanza felice per riuscire in ciò. Laddove più fitti erano gli alberi che guernivano le due colline, gli piombarono addosso quattro uomini, due da ciascun lato della strada, e sì stretto il serrarono fra loro, che gli sarebbe stato inutile il resistere, quand'anche lo avesse potuto.
«La tua borsa!» uno di questi gli disse. «Noi siamo persone amorevoli, avvezze a liberare i viaggiatori dal peso dei fardelli che potrebbero impacciarli nel lor cammino.»
«Voi non mi liberereste sì facilmente del mio» rispose Gurth con fermezza «se mi lasciate la facoltà di difendermi.»
«È quanto or vedremo» rispose il malandrino. «Se tu vuoi avere le ossa fracassate e perder anche la borsa, nulla avvi di più agevole. Noi possiamo aprirti due vene nel tempo stesso. Conducetelo nel bosco» diss'egli ai compagni.
In conformità di tal ordine Gurth venne costretto a salire la collina di sinistra, giunto alla cui vetta, si trovò in un vano della foresta, rischiarato dalla luna, ed ivi fermaronsi. Ai quattro primi masnadieri due altri s'aggiunsero, e Gurth osservò che tutti sei portavano maschere al volto, la qual cosa non gli avrebbe lasciato verun dubbio su la profession di costoro, se pur dubbio avesse potuto conservare dopo i complimenti fattigli nell'arrestarlo.
«Quanto denaro hai tu?» gli chiese un degli uomini sopraggiunti.
«Trenta zecchini che m'appartengono» con tuon risoluto rispose.
«Falso, falso!» sclamarono in coro i malandrini. «Un Sassone avrebbe in proprietà trenta zecchini, e sarebbe partito dalla città senza esser briaco! La cosa è impossibile.»
«Io li risparmiava per comperarmi la libertà.»
«Sei un asino» disse un di costoro, «tre boccali di buona birra t'avrebbero fatto libero, e più libero che non è il tuo padrone, fosse anche stato un Sassone come sei tu.»
«La è una brutta verità» disse Gurth. «Ma in somma! se trenta zecchini vi fanno, lasciatemi il braccio libero, e ve li rimetto.»
«Un momento!» disse uno de' due, giunti dopo, che a quanto parve godea di qualche autorità sopra gli altri «il sacchetto che porti sotto il mantello contiene più denaro di quel che notifichi.»
«Esso appartiene al valoroso cavaliere ch'io servo, e al certo non ve ne avrei parlato se vi foste contentati di quello ch'è mio.»
«Bravo! il tuo umor mi va a genio, e comunque siam tutti figli di s. Nicolò, puoi far capitale su i tuoi trenta zecchini, semprecchè però tu sia franco e sincero con noi. Ma intanto sbarazzati del peso che ti molesta.» E sì dicendo presegli il sacchetto di cuoio entro del quale erano e la borsa datagli da Rebecca, e gli altri zecchini che aveva portati con sè. Continuando indi il ladro l'interrogatorio gli chiese:
«Chi è il tuo padrone?»
«Il cavaliere Diseredato.»
«Quella buona lancia che guadagnò il premio quest'oggi! Qual è il suo nome, e la sua discendenza?»
«Egli desidera che ciò resti ignoto, nè da me certo il saprete.»
«E tu come ti chiami?»
«Dirvi il mio nome sarebbe lo stesso che nominarvi il mio padrone.»
«Tu sei un servo fedele. Ora spiegane com'è venuto al tuo padrone questo denaro? Da eredità forse, o da qualche altro titolo?»
«Titolo! dal diritto della sua buona lancia. Questo sacchetto contiene il riscatto di quattro bei cavalli, e d'altrettante belle armature.»
«Quanto v'è dentro?»
«Dugento trenta zecchini, trenta miei e dugento del mio padrone.»
«Non di più? Il tuo padrone è stato ben generoso coi vinti, se si spacciarono a sì buon mercato. Nomina coloro che pagarono i riscatti.»
Gurth obbedì.
«Ma tu tacesti il nome del Templario» riprese a dire il capo dei malandrini. «Fo perchè tu veda che non si riesce ad ingannarmi. Qual riscatto pagò ser Brian di Bois-Guilbert?»
«Il mio padrone non volle riscatto da lui. Non ne vuole che il sangue: domina fra loro un odio a morte, nè può esservi tra l'uno e l'altro alcuna scambievolezza di cortesia.»
«Uh, uh!» sclamò quel capo; indi dopo avere pensato un momento soggiunse: «Per qual combinazione ti trovavi tu con questa somma ad Ashby?»
«Ho dovuto trasferirmi colà per pagare all'ebreo Isacco d'York il prezzo d'una armatura, ch'ei prestò al mio padrone per valersene al torneo.»
«E quanto pagasti ad Isacco? All'apparenza questo sacchetto non è stato toccato.»
«Pagai ottanta zecchini ad Isacco, ed egli in vece me ne fece restituire cento.»
«Frottole, frottole!» sclamarono tutti ad una que' masnadieri. «Stimiamo il tuo ardire di volerne dare ad intendere menzogne tutt'altro che verisimili.»
«Ciò che vi dico» rispose Gurth, «è tanto vero, com'è vero che potete guardare la luna. Troverete i cento zecchini entro una borsa di seta, che è separata dal rimanente di questo denaro.»
«Pensa bene» tornò a dire quel capo, «che tu parli d'un Ebreo, d'un Israelita, d'un uomo incapace di restituire l'oro, toccato che l'abbia una volta, come le sabbie del deserto sono incapaci di restituire una tazza d'acqua, che il viandante abbia versata sovr'esse.»
«Un Ebreo» soggiunse un altro «non conosce la pietà più d'un usciere di tribunale che non abbia ricevuto il suo beveraggio.»
«E pure quel che vi dico è vero» replicò Gurth.
«Si batta l'acciarino» disse il capo «e vediamo. Se il nostro furfante non ci inganna, la generosità di questo Ebreo è un miracolo da mettersi con quello dei suoi antenati che faceano scaturir l'acqua dal sen de' macigni.»
Venne accesa una torcia, tanto che il capo esaminasse il contenuto della borsa. Mentr'ei la slegava, i compagni suoi gli si serrarono addosso, e que' medesimi che teneano Gurth per le braccia, partecipando della generale curiosità, allungarono il collo per veder l'oro che tentava la lor cupidigia. Lo scudiere di una nuova fabbrica, sentendosi meno angustiato, tentò con subitaneo sforzo di liberarsi, e sarebbe riuscito a fuggire, se avesse voluto abbandonare il denaro del suo signore; ma era ben altra la sua intenzione. Strappando di mano ad uno di quei banditi un nodoso randello, ne percosse sonoramente il lor condottiere che a questo assalto non erasi preparato, e che per la sorpresa si lasciò cadere la borsa. Gurth stava per raccoglierla; ma di lui più agili i ladri il prevennero, e più di prima gli si strinsero alla vita.