Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 10
«Ser cavaliere Diseredato» gli disse il Principe, «poichè è questo il solo nome sotto cui vi piacque farvi conoscere, una tra le prerogative del trionfo che riportaste, sì è quella di scegliere l'avvenente giovane, che qual Regina della Beltà e degli Amori presederà domani alla festa. Se siete estraneo in questa terra, e desideraste quindi qualche cognizione che in tale scelta soccorresse la vostra deliberazione, vi dirò solamente che Alicia, figlia del prode cavaliere Waldemar Fitzurse, vien riguardata nella mia corte siccome la più ragguardevole, e per grado e per leggiadria.» E in ciò dire, gli indicò la loggia vicina ove stavasi l'encomiata donzella. «Però» aggiunse «è in libertà vostra presentare a quella cui giudicherete meglio la corona che sto per consegnarvi. Colei che la riceve dalle vostre mani, verrà riconosciuta Regina della Beltà e degli Amori. Sollevate la vostra lancia.»
Il cavaliere obbedì, e allora il Principe collocò sul ferro della lancia appressatagli una corona d'oro che imitava le foglie del lauro, attorno a cui si alternavano cuori e punte di frecce a guisa delle palle e delle foglie di fragole che adornano le ducali corone.
Del mostrarsi co' detti suoi sì parziale alla figlia di Waldemar molte furono nel Principe le cagioni, che tutte derivavano dall'indole del suo animo, ove ad un tempo sprezzante alterigia e presunzione, astuzia e bassezza allignavano. Primieramente ei volea far dimenticare ai suoi cavalieri il disdicevol partito, ch'egli medesimo avea posto e che pretese indi colorare siccome scherzo, quello cioè di nominare a regina della giostra un'Ebrea. Con ciò intese in oltre a farsi benevolo Waldemar Fitzurse, che gli dava una specie di tema, e che nel corso di tale giornata avea manifestati indizi di scontento più d'una volta. Sperava parimente farsi un merito utile alle sue mire presso la donzella medesima, se venìa coronata; perchè le voglie de' licenziosi diletti dominavano l'animo di lui non meno d'una cieca ambizione, figlia, come, vedemmo, dell'ingratitudine e della perfidia. Ad ogni evento ei preparava un seme di rancori fra Waldemar ed il cavaliere Diseredato che egli avea preso in avversione pel trionfo ottenuto su i suoi partigiani; perchè nel contingibile caso che il vincitore scegliesse tutt'altra fuor di quella a lui suggerita dal Principe, non era improbabile che Waldemar riguardasse tal preferenza siccome insulto arrecato alla propria figlia.
Il cavaliere Diseredato cavalcando il suo bel corridore, compiè a passi lenti il giro all'intorno di tutte le logge, facendo mostra di esaminare, come n'era diritto, le diverse beltà che le ornavano, per dar così fondamento alla scelta che avrebbe profferita; ma nel passare sotto la loggia d'Alicia pomposa di tutto l'orgoglio che leggiadria e magnificenza incoraggiano, non vi si fermò un solo istante.
Un riguardo non privo di vaghezza offrivano i diversi artifizi adoperati dalle donne che soggiaceano a tal sindacato. Qual d'esse arrossiva, quale ostentava il contegno dell'alterezza o della dignità; alcune volgeano gli occhi da un'altra parte, volendosi quasi far credere indifferenti a tutta questa bisogna; altre mostravano di frenare il sorriso, altre gli davano libera carriera sperando aquistare nuova leggiadria. Fuvvene pur di quelle studiose di nascondere col velo i propri vezzi; ma tai donne, narra il mio autografo, erano use da dieci anni a veder ammirata la propria bellezza, onde gli è lecito supporre, che avendo goduta la lor buona porzione di mondane vanità, si ritraessero volontarie dall'arringo per lasciare alle più novelle la speranza di trionfare.
Finalmente il vincitore si fermò sotto la loggia, entro cui sedeasi Rowena, Rowena ver cui tosto si conversero gli sguardi d'ognuno.
Certamente se il vincitore avesse potuto accorgersi di tutti i voti che si faceano per lui in quella parte di logge, e se considerazioni estranee a quella che soprattutto il movea, avessero potuto offerirgli occasioni d'usare predilezione, questa predilezione ei non l'avrebbe di lì dipartita. Cedric non ascose, ognun sel crede, l'eccesso della sua gioia allorquando cadde il Templario, e più veemente la manifestò alla disfatta di que' suoi tristi vicini Frondeboeuf e Malvoisin. Lo stesso Cedric, mettendo la metà del corpo fuor della loggia, non distolse un istante gli occhi dal vincitore; seguendone tutte le corse non col guardo solo ma col cuore e coll'animo. Presa da egual propensione lady Rowena, contemplò tutti gli avvenimenti di quella giornata, comunque facesse mostra di non prestar loro una sì viva attenzione. Perfino Atelstano, l'indolente Atelstano, uscì per un istante del suo letargo abituale, e votò una gran tazza di vino al buon successo del cavaliere Diseredato.
Altro gruppo di persone situate sotto quella medesima loggia non aveva presa minor parte all'evento di questa pugna.
«Padre Abramo!» sclamò Isacco di York, sin quando scorse il cavalier Diseredato entrar nella lizza. «È desso, è desso[14]. Vedi, mia figlia, vedi qual portamento altero e nobile è in quel Nazareno!» Ma quando il vide lanciarsi a tutta briglia addosso al Templario non potè ristarsi dell'esclamare: «Ah! quel buon cavallo di Barberia venuto sì di lontano! Guardate! non gli usa più riguardo di quel che userebbe ad una rôzza normanna. E quella bella armatura che costò tanti zecchini all'armaiuolo di Milano, a Giuseppe Pareira! che ci era da guadagnare un sessanta per cento d'interesse! Oh! ne fa conto come se l'avesse trovata in mezzo ad una strada maestra!»
«E che, padre mio?» soggiunse Rebecca «lo vorreste forse più sollecito del cavallo e dell'armatura che della propria persona, compromessa, come vedete, a sì grave pericolo?»
«Figlia mia» rispose Isacco con qualche veemenza «tu non sai quel che ti dica. Il suo collo e le sue membra appartengono a lui, non lo nego, ma quel cavallo e quell'armatura appartengono.... Oh beato Giacobbe! Che cosa stava ora per dire! Nulla monta. Egli è un bravo giovine. Vedi! Rebecca, vedi! egli è in procinto d'atterrare il Filisteo. Prega, mia figlia, prega che non arrivi alcuna disgrazia a questo bravo giovane, nè al suo buon cavallo, nè alla sua ricca armatura! Dio de' mei padri! Egli è vincitore. Il Filisteo incirconciso è caduto sotto la sua lancia. Og, re di Bashan, è caduto sotto la spada de' padri nostri. Il bravo giovane ha guadagnato il bel cavallo e l'armatura d'acciaio del Filisteo. Voglio sperare almeno non si dimenticherà d'impadronirsi delle spoglie che sono sue.»
Il degno Giudeo mostrò la medesima sollecitudine pel _bravo giovane_, e la medesima sollecitudine _pel suo cavallo e per la sua armatura_, finchè durarono le quattro altre corse, nè dimenticò di calcolare alla presta il valsente de' cavalli e delle armature de' giostratori disfatti.
Fosse irresolutezza, o altra cagione, il cavaliere Diseredato rimase alcuni istanti inoperoso in questa parte d'arena, mentre gli spettatori cogli occhi fisi sopra di lui aspettavano impazienti di vedere che risolvesse. Finalmente abbassando a poco a poco e con molta grazia il ferro della sua lancia, depose la corona ai piedi della bella Rowena. Tutte le trombe allor rintronarono, e s'udiron gli araldi d'armi acclamare pel dì successivo lady Rowena Regina della beltà e degli Amori, e minacciar d'esemplare gastigo chiunque non ne avesse riconosciuta l'autorità. Indi si ripeterono le solite grida: _Larghezza, prodi cavalieri, larghezza_. Cedric non capendo in sè pel contento gettò nel mezzo dell'arena quante monete aveva in saccoccia, ed Atelstano ne imitò la generosità, benchè dopo avervi pensato sopra alcun poco.
S'intese allora qualche bisbiglio fra le donzelle d'origine normanna così poco avvezze a vedersi posposte alle sassoni, come i loro padri, fratelli ed amanti lo erano a vedersi vinti dalla gente cui di tali giuochi cavallereschi furono egli stessi i maestri; ma tai segnali di scontento si perdettero in mezzo al grido generale: «Viva lady Rowena! viva la Regina della beltà e degli Amori!» Alle quali acclamazioni alcune voci si udirono aggiugnere: «Viva la Sassone principessa! Viva la stirpe dell'immortale Alfredo!»
Comunque poco gradevoli riuscissero al principe Giovanni e ai suoi cortegiani la scelta fatta dal vincitore e la sì manifesta gioia universale che derivò da questa scelta, non potè far di meno di confermarla, laonde fattosi condurre il suo destriero, scese dal trono, e seguito dal suo corteggio rientrò nella lizza. Fermatosi un istante sotto la loggia ove stavasi Alicia, le indirisse un complimento, poi voltosi alla sua comitiva soggiunse con voce alta ad arte per essere inteso: «Sull'onor mio! se le imprese del cavaliere Diseredato lo provarono ben fornito di nervi e di coraggio, la scelta che ha fatto il dimostra privo altrettanto d'occhi e di discernimento.»
Ma la disgrazia del principe Giovanni, così in questa occasione come in tutte l'altre della sua vita, era quella di non conoscere l'indole delle persone ch'ei si voleva affezionare. Anzichè sapergli grado di questa specie d'omaggio tributato alla beltà della figlia, Fitzurse prese in mala parte che il principe avesse con tal osservazione messo in vista maggiore il poco riguardo usatole dallo straniero, onde prese a dire con alterezza:
«Fra le prerogative della cavalleria non ne conosco di più preziose, di più inalienabile sopra quella che lascia libera ai cavalieri la scelta della lor dama. Mia figlia non va a mendicare omaggi da chicchessia, nè gliene potranno mancare nella sfera che le s'addice.»
Il principe nulla rispose; e per celare meglio il dispetto e la collera, punse i fianchi del suo palafreno, e corse di gran galoppo ver la parte di logge, ov'era Rowena, che non avea per anco toccata la corona deposta a' suoi piedi.
«Raccogliete, leggiadra Lady» le disse egli «il segnale della vostra sovranità; niuno più di noi gode nel renderle omaggio. Se piacesse così a voi, come ai nobili vostri amici, di abbellire in tal giorno la nostra mensa al castello d'Ashby, ne sarebbe di non lieve diletto lo stringere più ampia conoscenza colla Regina del dì novello.»
Rowena si tacque, e Cedric rispose in idioma sassone con questi detti:
«Lady Rowena non sa la lingua che le sarebbe necessaria per poter rispondere alla Grazia vostra, nè quindi per ben comparire convenevolmente alla vostra mensa. Io pure e il nobile Atelstano di Coningsburgo non conosciamo che la lingua e i modi de' nostri maggiori. Piacciavi adunque d'averne per iscusati se non accettiamo il vostro invito. Domani Lady Rowena adempirà gli ufizi a lei assegnati dalla libera scelta del cavalier vincitore e confermati dalle acclamazioni del popolo.»
Dopo i quali detti prendendo la corona egli stesso la collocò sul capo di Lady Rowena, per dar a comprendere com'essa accettava l'autorità temporanea che le venìa conferita.
«Che dic'egli?» Chiese il principe Giovanni ostentando ignorare l'idioma sassone, comunque a perfezione il sapesse. E quando uno de' suoi cavalieri gli ebbe data l'interpretazione del discorso fatto da Cedric, soggiunse: «Bene, bene! domani metteremo sul suo trono questa muta sovrana.... Ma voi almeno, ser cavaliere» volgendosi al vincitore che era rimasto tutto quel tempo presso alla loggia «voi almeno parteciperete del nostro banchetto?»
Lo sconosciuto parlò allora la prima volta, e con voce appena intelligibile, prese pretesto per dispensarsene dal bisogno ch'egli avea di riposo e dalla necessità di apparecchiarsi al combattimento della domane.
«Nulla di meglio!» disse Giovanni con tuono misto d'alterigia e sarcasmo: «noi siamo poco avvezzi a tali rifiuti: pure ci sforzeremo di rendere il nostro convito men che sarà possibile melanconico comunque non onorato dalla presenza del vincitore e della sua regina.»
Dette le quali cose uscì dal ricinto insieme col suo sfarzoso corteggio; e tal partenza fu il segnale a cui votossi l'arena.
La mediocrità non dimentica mai le ferite fatte al suo orgoglio. Prima di togliersi dall'anfiteatro, gli sguardi del principe si scontrarono in quell'arciere spiaciutogli fin dall'istante delle quistioni occorse al proposito dell'Ebrea. «Vegghiate su questo furfante» diss'egli ad alcuni de' suoi armigeri «il vostro capo mi sarà mallevadore di lui.»
L'arciere sostenne il guardo corrucciato del principe con quell'intrepidezza che avea manifestata poc'anzi, e rispose: «Il mio disegno non è d'abbandonare Ashby prima della sera di domani. Son curioso di vedere come gli arcieri della contea di Stafford e Leicester sappiano usare delle loro armi. Le foreste di Needwood e di Charnwood dovrebbero essere una buona scuola per loro.»
«Ed io» disse il principe alla comitiva, disdegnando rispondere immediatamente all'arciere «sono curioso di vedere se questo spaccamonti sa valersi delle sue. Tremi, se la sua destrezza non fa in qualche modo le scuse della sua temerità.»
«Gli è tempo una volta» disse Bracy «che la tracotanza di questi sciagurati venga repressa col dar qualche esempio straordinario.»
Waldemar, a quanto parea, non persuaso, che il suo signore fosse sul buon sentiero per giugnere alla popolarità, si stette in silenzio, nè fece altro che stringersi nelle spalle. Il principe riprese il cammino del castello d'Ashby e in meno d'un quarto d'ora un solo spettatore non vedeasi in quel recinto.
Le persone unite in drappelli, più o men numerosi, si ritiravano per diverse bande, ma la maggior parte intendeva ad Ashby. I personaggi i più distinti alla corte avevano nel castello i loro alloggiamenti, mentre gli altri si procacciarono stanze nella città. In questo ultimo novero si trovarono quasi tutti i cavalieri che nel torneo sostennero la parte di assalitori o che divisavano mostrarsi nella giostra della domane. Tanto che questi camminando s'interteneano delle cose accadute nella giornata, erano accompagnati dagli applausi della plebaglia, che d'applausi pur largheggiava al principe Giovanni, mossa piuttosto dallo splendore del suo corteggio, che da affezione verso di lui.
Ben più sinceri e più meritati ed unanimi applausi risonavano attorno del vincitore, il quale bramoso di sottrarsi agli sguardi delle turbe affoltatesi per contemplarlo, accettò una tenda offertagli dai marescialli del torneo, ed era una di quelle situate all'estremità settentrionale della lizza. Quand'egli vi fu entrato si dissiparono a poco a poco le persone rimaste per vederlo più da vicino, e per far congetture sul suo nome e sulla sua condizione.
Quel tumulto, che non va mai disgiunto da un'adunanza numerosa di persone convenute in un medesimo luogo per vedere qualche avvenimento cui prendano viva parte, fece luogo allora al confuso bisbiglio di gente che parla allontanandosi, rumore che sminuisce a poco a poco, sinchè finalmente non si fa più sentire. Rimasti non erano nel ricinto se non se coloro cui spettava toglierne i cuscini e gli altri arnesi portatili, onde metterli al sicuro nel durar della notte, ed eran pur questi i quali si disputavano gli avanzi del vino e de' reficiamenti, che per ordine del Principe erano stati presentati agli spettatori.
Di lì non molto distante vennero piantate diverse fucine temporanee, che stettero in lavoro tutta la notte per riparare l'armi e le armature da adoperarsi nuovamente nel dì successivo.
Una forte guardia, che cambiavasi ogni due ore fu posta attorno alla lizza, ove rimase fin dopo il tramontar del sole.
CAPITOLO X.
«Come, lasciate le diurne grotte, «E ululando su i veron, su i tetti, «Rompe, i sacri silenzi della notte «Il guffo, e agghiaccia degl'infermi i petti, «Di celato il Giudeo suo livor sfoga «Come il Cristian che in un paventa e affoga. L'EBREO DI MALTA.
Non fu appena entro la tenda assegnatagli il cavaliere Diseredato, più d'un paggio e scudiere si presentarono per aiutarlo a spogliar l'armi; e per offerirgli nuovi abiti e il ristoro del bagno; zelo e premura animati in parte dalla curiosità, perchè non v'era fra essi un solo non bramoso di conoscere il cavaliere, che dopo aver colti sì nobili allori, nascondea con tanta sollecitudine il nome ed il volto. Non quindi sepper di più, perchè il vincitore, dopo averli ringraziati di lor cortesia, li rimandò con dire che gli bastava del suo scudiere. Era questi una specie di contadino, che avvolto in una zimarra di feltro d'un color di bruno carico, e coperto il capo d'un berrettone normanno di pelliccia nera, sel facea scender sino sugli occhi, voglioso, a quanto parea, di tenersi incognito come il padrone. Egli fu dunque che tolse l'armatura al cavaliere, indi gli pose innanzi e vino e alimenti, di cui le fatiche della giornata cominciavano a fargli sentire il bisogno.
Terminata appena quella mensa frugale, lo scudiere gli annunziò come cinque uomini montati su cavalli barberi chiedevano di parlargli. Il cavaliere Diseredato nello spogliare la sua armatura avea rivestita la lunga tonica qual la portavano allora i pellegrini, la quale essendo guernita d'un grande cappuccio atto a scendere quant'uom volea sul capo, giovava a nascondere i lineamenti di chi n'era coperto come lo avrebbe fatto la visiera d'un elmo; oltrecchè la notte in sul cominciare risparmiava la necessità di qualunque travestimento, quando mai il caso non gli avesse portato innanzi persone che ne conoscessero perfettamente la fisonomia.
Con sicurezza quindi si trasse fuori della tenda, ove trovò gli scudieri dei cinque _tenitori_ che ne conduceano a guinzaglio i cavalli carichi delle armature di ciascun d'essi.
«Conformemente alle leggi della cavalleria» disse il primo di questi scudieri «io, Baldovino d'Oyley, scudiere del formidabile cavaliere Brian di Bois-Guilbert, vengo ad offerire a voi, che v'intitolate il cavaliere Diseredato, l'armatura e il cavallo, de' quali si valse il detto Brian di Bois-Guilbert nella _posta d'armi_ di questo giorno, ed è rimesso nella vostra generosità il conservar tali cose, o porne il prezzo, tale essendo la legge dell'armi.»
Gli altri scudieri ripeterono a lor volta la stessa formola, ciascuno a nome dei loro padroni, indi aspettarono per udire la risoluzione del vincitore.
«Una sola risposta farò così a voi come ai vostri padroni» disse il cavaliere Diseredato, indirigendosi unicamente ai quattro ultimi scudieri. «Portate adunque i miei complimenti a questi nobili ed onorevoli cavalieri, e dite loro che non saprei perdonare a me stesso se li privassi di cavalli e d'armature che non possono appartenere a più valenti campioni. Vorrei potere far sì che qui finisse il messaggio di cui v'incarico, ma essendo io, così di fatto come di nome, cavaliere diseredato, mi vedo costretto a pregare i vostri padroni a riscattar queste spoglie, giacchè posso appena dir mia l'armatura che ho indosso.»
«Noi abbiamo ordine» disse lo scudiere di Frondeboeuf «d'offerirvi in riscatto cento zecchini per ogni cavallo e armatura.»
«Ciò basterà» rispose il cavaliere: «le circostanze in cui sono mi costringono ad accettare la metà di tale somma; quanto al di più ne farete due parti eguali, e ciascun di voi ne terrà una per sè, e distribuirà l'altra agli araldi d'armi ed ai _menestrelli_.»
Gli scudieri lo ringraziarono d'una generosità di cui non erano usi a vedere sì di frequente gli esempi. Allora il cavaliere si volse allo scudiere del Templario: «Quanto a voi, dite al vostro padrone, che da lui non voglio nè cavallo nè armatura nè riscatto. La nostra querela non è terminata, nè il sarà che dopo esserci noi battuti a lancia e a spada a cavallo ed a piedi. Egli medesimo mi ha sfidato a battaglia continuata fino alla morte, nè io lo dimenticherò. Soggiugnetegli indi che nol riguardo come i suoi quattro compagni, co' quali verrò sempre di buon grado a cambio di cortesie, ma come un uomo ch'io tratterò mai sempre da mortale nemico.»
«Il mio padrone» rispose Baldovino «sa rendere disprezzo per disprezzo, colpo per colpo, cortesia per cortesia. Poichè ricusate accettare questo riscatto, che da' miei colleghi non rifiutaste, vi lascio qui il palafreno e l'armatura del cavaliere Bois-Guilbert, ben certo ch'ei non vorrà d'ora in poi nè cavalcar l'uno, nè portar l'altra.»
«Questo è un ben favellare, prode scudiere» disse lo sconosciuto «e tale ardimento s'addice a chi tratta la causa del signore lontano. Non però vi soggiungo di lasciar qui l'armi e il cavallo; riportate tai cose al vostro padrone, e s'ei ricusa riprenderle, conservatele per voi. In quanto io possa averne l'arbitrio, ve ne faccio un presente.»
Baldovino salutò profondamente il cavaliere, e si ritrasse indi coi suoi compagni.
«Ebbene, o Gurth!» disse il Diseredato rimasto solo col suo scudiere; «tu vedi ch'io non ho offuscata la gloria dei cavalieri inglesi.»
«Ed io» rispose Gurth «per essere un custode di porci sassoni, non ho forse ben sostenuta la parte di scudiere normanno[15]?»
«Ottimamente; ma io temeva ad ogni istante che il tuo contegno goffo giungesse a scoprirti.»
«Che dite mai? Non ho paura che alcuno mi riconosca, se non fosse mai il mio camerata Wamba, che non saprei dire se sia più matto o maligno. Per altro non ho potuto stare dal ridere, nel vedermi passar vicino il mio vecchio padrone, cui nessuno toglie di mente che Gurth stia ora badando ai suoi porci nella foresta e tra la melma di Rotherwood. S'ei sapesse questa mia spedizione!.... Non vi mancherebbe altro!»
«Eh via, Gurth! Non ignori quello che t'ho promesso.»
«In fine poi accada quel che sa accadere! Non lascerò di prestarmi per un amico se v'andasse ancor la mia pelle. Già ho un cuoio duro quanto un porco da razza della mia mandria, e le verghe non mi fanno paura.»
«Credimi, Gurth, io ti ricompenserò de' pericoli cui ti cimenti per amor mio. Intanto prendi queste dieci monete d'oro.»
«Dio ve ne renda merito!» rispose Gurth, nel metterle in saccoccia «eccomi ora più ricco di quanto lo fu mai un porcaiuolo od un famiglio.»
«Ora prendi questo sacco d'oro; va ad Ashby e t'informa dove alloggi Isacco d'York, gli ricondurrai il cavallo, ch'ei m'ha fatto prestare, dicendogli di tenersi su questo denaro il valore dell'armatura fornitami colla sua sicurtà.»
«No per san Dunstano! che non farò nulla.»
«Come Gurth? ricuserai tu d'eseguire i miei ordini?»
«No certo, finchè saranno giusti, ragionevoli e tali che un Cristiano possa adempirli. Ma quello che mi date ora è ben tutt'altro. Sofferire io che un ebreo si paghi da sè medesimo! Non sarebbe cosa giusta, perchè tornerebbe allo stesso col tradire il mio padrone. Non sarebbe nemmeno ragionevole, nè opera di Cristiano. Mi parrebbe di spogliare un fedele per arricchire un miscredente.»
«Eppure, pensaci! voglio ch'ei rimanga contento.»
«Fidatevi in Gurth» rispose lo scudier porcaiuolo, mettendosi il sacco sotto il mantello e in questa uscendo fuor della tenda. Poi aggiunse fra sè medesimo «Costui sarebbe il diavolo s'ei non si contentasse della quarta parte di quanto domanderà.» Così prese la strada d'Ashby lasciando il cavaliere Diseredato in preda alle sue penose e sgradevoli meditazioni, delle quali però non è ancor giunta l'ora di render conto.
Adesso fa di mestieri cambiare il luogo della scena, e che il leggitore abbia la pazienza di trasportarsi con noi nella città d'Ashby, o a dir meglio in una casa di campagna situata in un sobborgo, e spettante ad un ricco Israelita. Isacco, Rebecca, e la gente lor di servigio, aveano ivi posto alloggiamento, perchè ella è cosa nota che gli Ebrei usavano fra loro la virtù dell'ospitalità con altrettanta grandezza d'animo quanta era l'avarizia e la cupidigia, di cui venivano tacciati inverso i Cristiani.