Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 5

Chapter 53,726 wordsPublic domain

LIBRO TRENTESIMOSESTO

_Filippo IV_ succedè al padre in età così giovanile, che non avea oltrepassati i sedici anni, per esser egli nato in Valladolid agli 8 d'aprile dell'anno 1605. Il suo Regno fu molto lungo, avendo durato quarantaquattro anni e mezzo insino al 1665 anno della sua morte. Si sperava, che per l'assunzione al soglio d'un nuovo Re, dovessero cessare i Favoriti, ed assumer egli in se stesso il Governo, ma riuscì vana ogni lusinga; poichè portati al Re i dispacci, gli consegnò a D. Gaspare di Gusman, Conte d'Olivares, il quale, ancorchè lo desiderasse, mostrandosene alieno, con questa sua simulata modestia mosse il Re a comandargli, che fossero dati a chi il Conte volesse. Egli simulando moderazione, gli rassegnò a D. Baldassar di Zunica, vecchio ed accreditato Ministro; ma però di concerto tra loro, perchè, essendo il Zunica suo zio, aveano convenuto di sostenersi reciprocamente; onde presto caduta la maschera, tutto l'arbitrio ed il potere si restrinse nel Conte, che decorato ancora col titolo di Duca, si scoprirà ne' seguenti racconti con questo doppio titolo di _Conte Duca_. Nel suo lungo regnare, sempre più le cose peggiorando, fu questo Reame teatro infelice di grandi e funesti avvenimenti, per li quali rimase voto di forze e di denari, e miseramente travagliato ed afflitto. Egli avendone presa l'investitura dal Pontefice Gregorio XV lo governò in questo spazio di tempo per mezzo di nove Vicerè, che successivamente ne presero l'amministrazione, de' quali il primo fu _D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba_, del cui governo saremo ora brevemente a narrare.

CAPITOLO I.

_Di D. ANTONIO ALVAREZ DI TOLEDO Duca d'ALBA, e del suo infelice e travaglioso governo._

Venne il Duca d'Alba a ristorar il Regno dalle precedenti calamità e miserie; ma per trovar efficaci rimedi a tanti mali, riusciva l'impresa pur troppo dura e malagevole. A fin d'evitare il disordine, che seco portava l'uso delle _Zannette_, se n'era incorso in un altro maggiore, per la ordinata loro abolizione, non essendovi materia, nè modo per surrogare in lor vece una nuova moneta: cagionossi per ciò un danno gravissimo non meno a' pubblici Banchi, che a' loro Creditori, li quali Banchi si trovavano avere di _Zannette_ la somma di quattro milioni e quattrocentomila ducati. Molti altri particolari Cittadini si trovavano pure quantità grande di Zannette, che furono costretti a venderle a peso d'argento, con ciò impoverironsi molte famiglie, che per tal cagione si ridussero in una estrema mendicità, donde nasceva ancora la penuria di tutte le cose, e l'impedimento del commercio. A riparar questi mali applicò l'animo il Duca d'Alba nel principio del suo Governo, ed avendo formata una Giunta di Ministri e d'altre persone pratiche, commise allo scrutinio di quella di trovare opportuno espediente per restituire nel Regno l'abbondanza ed il commercio. Esaminato l'affare, fu conchiuso d'imporre una nuova gabella per riparare in parte a perdita sì grave, poichè ripararla in tutto era impresa disperata ed impossibile. Ma s'urtava in un altro scoglio, per la difficoltà, che s'incontrava, che non v'era materia sopra dove potesse imporsi. Era il Regno gravato di tante gabelle e dazj, che quasi tutte le cose, delle quali hassi bisogno per conservar la vita, n'erano gravate: pure, consideratosi che solo i vini, che si vendevano a minuto nell'Osterie pagavano il dazio, e gli altri, che entravano nella Città per vendersi a barile, o a botte per uso de' Cittadini, non portavano peso alcuno, fu risoluto d'imporre un ducato di gabella per botte. Così fu imposta questa nuova gabella, la quale affittatasi per la somma di circa ducati novantamila l'anno, fur queste entrate assegnate a' creditori de' Banchi per la terza parte de' loro crediti, de' quali ne riceverono un'altra terza parte in moneta nuova di contanti: e si assegnarono a' Partitarj, in soddisfazione del prezzo degli argenti somministrati per la nuova moneta, le rendite de' forastieri, delle quali era stata dal Cardinal Zapatta predecessore ritenuta un'annata da riscuotersi in quattro anni. A queste ordinazioni s'aggiunse la moderazione fatta a' prezzi de' cambj, alterati ad un segno, che non potevano tollerarsi; onde si cominciò un poco a respirare, ed a restituirsi, nel miglior modo che si potè, in parte il commercio.

Ma nuovi accidenti tennero ne' seguenti anni non meno travagliato il Regno, che il Duca. Nel 1624 per un'infausta e scarsa raccolta di viveri, si vide la città in una grande angustia. Al flagello della carestia si accoppiò il timore della peste, che dipopolava la vicina Sicilia; ma rese al Duca più travaglioso il suo governo la guerra, che per lo Marchesato di Zuccarello s'accese tra il Duca di Savoja e la Repubblica di Genova, dalla quale, nel progresso di quella, per la fama del suo valore, reso celebre nelle guerre di Fiandra ed altrove, fu preso al suo servizio il nostro Maestro di Campo D. Roberto Dattilo Marchese di S. Caterina, figliuolo del Sargente Maggiore D. Alfonso, e confidatogli il comando della soldatesca pagata. Vi si aggiunse ancora l'altra guerra della Valtellina, per l'una e l'altra delle quali, per comando del Re, bisognava assistere di gente e di danaro. Mancava per sostenerle massimamente il danaro: le passate sciagure, in un governo senza economia, e con tutto ciò sempre profuso, posto in mano di Favoriti, che non come pastori legittimi, ma mercenarj, non curando le stragi e le calamità de' Popoli, aveano impoverito non meno i vassalli, che il Sovrano, e l'Erario Regale non era meno esausto che le borse de' sudditi; ma con tutto ciò il Conte Duca premeva il Vicerè, che dal Regno si spedissero milizie, e si soccorresse di danaro. Bisognò per provvedere all'estrema penuria di raccorlo con modi soavi, e che meno incomodassero i sudditi: fu per ciò ritenuta in due volte la terza parte dell'entrate d'un anno, che i creditori della Corte tenevano assegnate sopra le gabelle e fiscali, dato loro l'equivalente sopra il nuovo dazio del cinque per cento, aggiunto alle Dogane del Regno. Dall'entrate de' forestieri si tolsero venticinque per cento, e fu ordinata l'esazione di due carlini a fuoco.

Per raccor gente fu conceduto il perdono a tutti i delinquenti, contumaci e banditi, che andassero ad arrolarsi sotto l'insegne. Raccolte le soldatesche, fecene il Duca mostra sul piano del Ponte della Maddalena: oltre le milizie Spagnuole, ed i Reggimenti italiani de' Maestri di Campo Carlo di Sangro, ed Annibale Macedonio, si videro in buon'ordinanza schierati i Battaglioni delle province di Principato citra e Basilicata, sotto il comando del Sargente Maggiore Marco di Ponte: quello del Contado di Molise e Capitanata, sotto il comando del Sargente Maggiore D. Pietro de Solis Castelbianco: l'altro di Principato ultra, era condotto dal Sargente Maggiore D. Antonio Caraffa Cavaliere di S. Giovanni: quello di Terra di Lavoro, era guidato dal Sargente Maggiore Vespasiano Suardo; e quel di Terra di Bari dal Sargente Maggiore Giantommaso Blanco.

Oltre a ciò furono raccolti seimila altri uomini dalle Comunità del Regno, tassate a dar questo numero a proporzione de' fuochi; e questi furono parimente spediti sotto il comando de' Maestri di Campo D. Antonio del Tufo, e D. Roberto Dattilo, quello stesso, che poi fu richiesto al servizio de' Genovesi, come di sopra s'è narrato; ed il Principe di Satriano D. Ettore Ravaschiero guidò pure sotto la sua scorta altre squadre.

A queste spedizioni fatte dal Duca d'Alba s'aggiunse l'aver egli proccurato un donativo dalla città di centocinquantamila ducati per supplire alle spese di queste guerre, per le quali non tralasciarono di somministrare altri ajuti molti Titolati e Cavalieri napoletani. E fu duopo al Duca d'accorrere a' bisogni non solo delle guerre d'Italia, ma insino a Fiandra mandar dal Regno gente e denaro.

Nè pur di ciò sazio il _Conte Duca_, poichè le guerre d'Italia tuttavia continuavano, e n'andavano sempre mai pullulando altre nuove, avea mandato ordine a tutti i Governatori degli Stati, che il Re possedeva di qua dell'Alpi, che per accorrere in ogni bisogno che mai potesse nascere, era mestieri mantener sempre pronti, anche in tempo di pace, ventimila fanti e cinquemila cavalli, e che perciò trovassero espedienti per sostentarli. Ma, avendo il Vicerè proposto l'affare nel Consiglio di Stato, fu risoluto, che si rappresentasse al Re, che questo sarebbe stato un peso insoffribile al Regno cotanto aggravato; e che l'aggiungerne altri nuovi particolarmente in tempo di pace, sarebbe stata un'oppresione, che avrebbe distrutti i mezzi di poterlo poi servire in tempo di guerra, e nelli più urgenti bisogni.

Non tralasciarono ancora a questi tempi i Turchi di travagliar le nostre marine, li quali profittandosi dell'occasion dell'assenza delle squadre marittime dal Regno, comparvero ne' nostri mari, e sotto il Monte Circello alcune Galee di Biserta presero sei Navi, che andavano a caricar grani per l'Annona della città; poscia assalirono la Terra di Sperlonga presso Gaeta, il Castel dell'Abate e la Torre della Licosa. Altri quattordici vascelli Turchi infestarono le marine del Capo d'Otranto; e se il Marchese di S. Croce non fosse qui giunto coll'armata di Spagna, che gli pose in fuga, d'altri più gravi danni sarebbero stati cagione.

Pure i tremuoti vi vollero avere la lor parte. Nel mese di marzo del 1626 fecesi sentire in Napoli, ed in molte parti del Regno, un così orribile tremuoto, che empì la Città d'orrore e di spavento. Nel seguente mese d'aprile scosse più fieramente la Calabria, con gran danno della città di Catanzaro, di Girifalco e d'altre Terre. Ma nel nuovo anno 1627 si fece con maggior violenza sentire in Puglia, dove abbattè molte Terre, e fece strage grandissima degli abitatori, a' quali non bastando i sepolcri, fu duopo incendiar i cadaveri, perchè l'aria non si contaminasse.

Cotanto travaglioso e così pieno di fastidiose cure fu il Governo del Duca d'Alba; ma con tutto ciò non si sgomentò egli mai, nè mancò col suo valore e costanza andar incontro a' Fati. Egli ancora in mezzo a tanti travagli, non mancò dimostrare l'animo suo magnanimo e generoso in tutte le occasioni, che in Napoli durante il suo Governo gli s'offersero così nelle pubbliche allegrezze per la natività d'una figliuola, che in questo tempo nacque al Re, e delle funzioni celebrate nel Palagio Regale per li Tosoni dati a' Principi della Roccella, d'Avellino, e di Bisignano, come nella venuta, che, per l'occasione del Giubileo generale dell'anno 1625, fece in Napoli il Principe Ladislao, figliuolo di Sigismondo III Re di Polonia, e degli altri Signori ed Ambasciadori del Re, che si portavano in Roma. Ma sopra tutto rilusse la sua magnificenza, che seguendo i vestigj de' suoi predecessori, volle abbellir la Città o con nuovi edificj, o con ristorare, ed ingrandir gli antichi. Egli rifece quella Torre della lanterna al Molo, e la ridusse in quella altezza, che oggi si vede: costrusse un Baloardo nella punta del Molo con quattro Torrioni, per difesa del Porto; ed aprì quella magnifica Porta, che dal suo ancor ritiene il nome di _Port'Alba_, per comodità di coloro ch'andavano a' Tribunali. Costrusse il Ponte sopra il fiume Sele nel territorio della città di Campagna, un altro nella città d'Otranto; e sopra il Garigliano per comodità de' viandanti ne fece innalzar un altro. Per li timori conceputi della peste, che travagliava la vicina Sicilia, fece egli trasportare l'_Espurgatojo_ dal luogo, ove allora si trovava presso Posilipo, in quello dove sia oggi vicino a Nisita. Fece ancora condurre l'acqua di S. Agata e d'Airola in Napoli per servigio de' Cittadini e delle fonti della città, e spezialmente del fonte vicino al Regio Palazzio da lui abbellito.

Nè mancò render la città vie più vaga e dilettevole con aprir nuove fonti, come fece nella strada di S. Lucia, d'allargar le strade, come fece in quella di Mergellina, affinchè coloro, che ricevono incomodo dal Mare, potessero andarvi comodamente per terra, ed egli fece abbellire di pitture il Regal Palazzio del famoso pennello di Belisario. Ma sopra tutto, di che il Regno gli deve, fu d'aver comandato al _Reggente Carlo Tappia_ di perfezionare lo _Stato_ dell'entrate e de' pesi di tutte le Comunità del Regno, e limitare le quantità che doveansi spendere in ciascun anno per servigio del pubblico: ciò, che tolse in gran parte agli amministratori di quelle la comodità di profittarsi del pubblico peculio. Parimente molto gli si deve per aver nel 1626 comandato a _Bartolommeo Chioccarello_ quella Raccolta di tutte le scritture attinenti alla Regal Giurisdizione, ch'egli fece in 18 volumi, e che poi nell'anno 1631, per ordine del Re Filippo IV, consegnò al Visitator Alarcone, per doverli portare in Ispagna, dove furono conservati nel supremo Consiglio d'Italia.

Ma mentre il Duca d'Alba con universal soddisfazione ed applauso amministrava il Regno, avendo finiti appena sei anni del suo Governo, gli pervenne l'avviso, che il _Duca d'Alcalà_ gli era stato dalla Corte destinato per successore: di che molto contristossene, e con tutto che non potesse sfuggir la partita, proccurò nondimeno con vari modi differirla: tanto che l'Alcalà partito dalla Corte e giunto a Barcellona, aspettando la comodità delle Galee per imbarcarsi, e queste mai non giungendo, fu costretto, dopo aversi per suo sostentamento in sì lunga dimora impegnati gli argenti, che seco portava per suo servigio, d'imbarcarsi sopra le Galee di Malta, che inaspettatamente lo condussero a vista di Napoli.

Giunse l'Alcalà a' 26 del mese di luglio dell'anno 1629, e smontato alla riviera di Posilipo, fu alloggiato dal Principe di Cariati nel Palagio di Trajetto, dove colla Duchessa sua moglie, col Marchese di Tariffa suo primogenito e con tutta la sua famiglia, fu magnificamente trattato. Il Duca d'Alba era allora travagliato in letto da fieri dolori nefritici, ed il nuovo Vicerè fu a visitarlo; ma con tutto che stasse infermo, non tralasciava l'applicazione a' negozj; ed alzatosi poi da letto, e restituita la visita all'Alcalà, si portò agli 8 d'agosto in S. Lorenzo a terminare il Parlamento già cominciato, il quale per l'infermità sopraggiunta a D. Giovan-Vincenzo Milano creato Sindico della Piazza di Nido, era rimaso sospeso. In questi ultimi giorni del suo governo ottenne egli un donativo d'un milione e ducentomila ducati dal Baronaggio ed Università del Regno, rimettendo alle medesime tutto ciò che doveano al Re di pagamenti fiscali già maturati; ed oltre a ciò ottenne un dono per se medesimo di settantacinquemila ducati. Proseguiva ancora il suo governo, ed a far molte grazie, ed a provveder diverse cariche Militari e di Toga; ed intanto l'Alcalà si tratteneva in divozioni, ed in esercitar opere di pietà in Posilipo. Finalmente partì il Duca d'Alba a' 16 agosto, lasciando di se a' Napoletani un grandissimo desiderio per la sua giustizia, bontà e prudenza civile, siccome lo dimostrano ancora le sue leggi, che ci lasciò, tutte savie e prudenti per le belle ordinazioni che contengono, le quali possono vedersi nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO II.

_Del Governo di D. FERRANTE AFAN DI RIVIERA Duca d'ALCALÀ._

Questo nuovo Duca d'Alcalà, che venne al governo del Regno, potè mal imitare i vestigi dell'altro Duca d'Alcalà suo maggiore, per la corruzione, in cui erano ridotte le cose del Regno. Qualunque più esperto e savio Ministro era per confondersi ne' tanti disordini e calamità. Non vi erano nel Regno guerre, ma quelle di Lombardia cagionavano a noi mali peggiori, che se ardessero nelle viscere di quello. I Turchi non tralasciavano le loro scorrerie nelle nostre Marine, nè vi era chi potesse loro opporsi, perchè divertite le nostre forze altrove, erano assai deboli e scarse le difese. Gli Sbanditi per l'istessa cagione non lasciavano d'infestar le campagne e le pubbliche strade, e talora anche le Terre murate. I Tremuoti, ed i nuovi timori di peste e le altre sciagure, posero tutto in costernazione e disordine.

Da chi dovea sperarsi conforto, si riceveva maggior tracollo. Il Re, posto in mano del Favorito, niente curava di noi; ed il _Conte Duca_ che reggeva la Monarchia, per sostenere le guerre di Lombardia avea fondata la sua maggior base nel Regno di Napoli. Con tutto che col continuo premere si vedesse così esangue e smunto, non si tralasciava di dimandar continuamente soccorso di gente e di danari. L'angustie del Vicerè, e più de' sudditi, erano per ciò grandi; pure per supplire in parte a' bisogni, fu a questi tempi trovato espediente di sospendere i pagamenti delle quantità assegnate a' creditori del Re sopra le Comunità del Regno, e di prendere quarantamila ducati dalle rendite della Dogana; ma ciò non bastando, fu duopo insinuare a tutti una volontaria tassa, la quale fu regolata dal Vicerè in cotal guisa, che non eccedesse la somma di ducati mille, nè fosse meno di diece: furono per ciò costretti i Titolati ed i Baroni ed anche gli Avvocati, insino i Mastrodatti e Scrivani a votare le loro borse nelle mani del Vicerè, che raccolse per questi tributi somme grossissime, sì che si pose in istato d'accorrere con soldatesche e denari alle necessità della guerra.

Nominò pertanto il Vicerè per queste spedizioni tre Mastri di Campo per arrolare tre Reggimenti, li quali furono D. Giovan d'Avalos Principe di Montesarchio, il quale poi per la morte sopravvenuta a due suoi figliuoli rinunziò il comando, e fu eletto in sua vece D. Luzio Caracciolo di Torrecuso, ch'era suo Sargente Maggiore; Carlo della Gatta e Mario Cafarelli. Il Principe di Satriano fece pure a sue spese un Reggimento di ventidue Compagnie, che tutte andarono a servire a Milano, per dove furono parimente imbarcati altri seicento Spagnuoli e molte Compagnie del Battaglione, e ciò oltre al Reggimento di Mario Galeota, che colle Galee prima di tutti s'era avviato a Gaeta, dove gli convenne trattenersi molti mesi, perchè i venti contrari gli avean impedita la navigazione.

Ma che pro? Tanti e tali soccorsi, che riguardandosi la povertà del Regno, donde si mandavano, potevano dirsi potenti, si dissiparono in un baleno in quella guerra mal guidata e sempre infelice. Veniva per ciò di nuovo sollecitato l'Alcalà a mandarne degli altri; ma donde dovea provvedersi del denaro, già che mancavano i fondi, ed erano già esauste tutte le scaturigini? Allora si venne alla risoluzione di vendere le città e Terre demaniali del Regno, ed a metter mano alle supreme Regalie. La città di Taverna fu venduta al Principe di Satriano, quella dell'Amantea al Principe di Belmonte, il Casale di Fratta al Medico Bruno, Miano e Mianello alla Contessa di Gambatesa, Marano al Marchese di Cerella D. Antonio Manriquez, ed altri luoghi ed altre persone: ciò che cagionò disordini grandissimi, perchè avvezzi que' cittadini al Demanio Regale, ed abborrendo la servitù, che lor soprastava di sottoporsi a Baroni, diedero in tali eccessi, che i Cittadini dell'Amantea e di Taverna chiusero a' compratori le Porte, ricusando di dar loro il possesso, e fecero valere i lor privilegi in guisa, che istituitasene lite, furono, con isborsare il prezzo per termini di giustizia conservati nel Demanio Regale.

La venuta della Regina Maria sorella del Re, che andava in Alemagna a trovar Ferdinando d'Austria Re d'Ungheria suo sposo, finì d'impoverire l'Erario Regale e le Comunità del Regno. Ella, per lo sospetto della peste di Lombardia, torse il cammino, ed accompagnata dal Cardinal di Gusman Arcivescovo di Siviglia e dal Duca d'Alba, con una Corte splendida e numerosa, deliberò, tralasciata la strada di Lombardia, di far quella del Regno. Si credette che il Duca d'Alba, per oscurare l'autorità del Vicerè fosse stato l'autore di tal risoluzione, e che perciò proccurasse far differire dalla Regina il cammino, siccome in fatti dal mese d'agosto del 1630, ch'entrò in Napoli, vi si trattenne quattro mesi continui splendidamente assistita, ed in continue feste e tornei trattenuta, come conveniva ad una tanta Principessa. Il Pontefice _Urbano VIII_ le spedì Monsignor Serra a presentarle la Rosa d'oro, che rimase presso la Regina per suo Nunzio: venne da Roma il Conte di Monterey, Ambasciadore del Re alla Corte del Papa, a baciarle la mano, siccome fecero molti altri Signori e Principesse di conto. Non si parlava di partire, ed intanto la spesa, che questa dilazion portava al Patrimonio regale, era grandissima: s'erano fatti venire molti cavalli, ed altri animali per le vetture, e s'erano costrette le comunità del Regno a mandarle, ma poi non partendo, doveansi soministrar le spese per loro mantenimento e de' condottieri. L'Erario Regale era già voto, tanto che per supplire alla spesa, s'era posto mano all'entrate del Re assegnate a' particolari, e ciò nè meno bastando, s'era convenuto torre in prestanza grosse somme da' Banchi. Il Conte di Francburgh Ambasciador d'Alemagna sollecitava il viaggio, e scorgendo, che tanto più si differiva, finalmente si dichiarò colla Regina, che giacchè non voleva partire, gli dasse permissione d'andarsene. Anche il Vicerè Alcalà s'arrischiò a dirle, che si compiacesse dargli certezza della sua risoluzione; poichè se le fosse piaciuto differir la partenza, avrebbe licenziati i cavalli, e fatti soprasedere gli altri apparecchi, che il Provveditor Generale D. Francesco del Campo avea avuto ordine di fare; il qual ufficio passato dall'Alcalà per suo zelo, che egli ebbe del maggior servigio del Re, diede appoggio al Duca d'Alba di proccurare dalla Corte, che fosse egli rimosso dal Governo, come più innanzi diremo.

Ma la dimora era eziandio cagionata, perchè intendendo la Regina di passar a Trieste colla stessa armata Spagnuola ingrossata dalle solite squadre de' Principi italiani, colla quale era giunta a Napoli, se le opposero i Vineziani, riputando con ciò offendersi il lor preteso dominio del mare; ed offerirono tutta, o parte della loro Armata, per servire al trasporto. Ricusavano i Ministri spagnuoli, minacciando di passare anco senza lor consenso; ma risolutamente dichiaratisi i Vineziani, che se alla cortesia dell'esibizioni volessero i Spagnuoli preferire la forza dell'armi, converrebbe alla Regina passare alle nozze tra le battaglie ed i cannoni; stimarono gli Spagnuoli far sospendere il viaggio, fino a nuovi ordini della Corte, la quale vergognosamente cedendo, richiese la Repubblica di prestare la sua armata ed il passo. Così finalmente partì la Regina a' 18 decembre di quest'anno 1630, e facendo il cammino di Puglia, entrò per gli Apruzzi nello Stato del Papa, ed andò a trattenersi in Ancona: da dove da Antonio Pisani Generale de' Vineziani con tredici Galee sottili fu con trattamento magnifico e regale sbarcata a Trieste[21].

Intanto non lasciavano di render travaglioso il Governo al Duca le scorrerie de' Turchi, che danneggiavano le nostre Marine; e le Galee di Biserta posero in tal confusione le spiagge di Salerno, portando via molti Schiavi, ed attaccando fuoco alla Terra d'Agropoli, che il Vicerè fu costretto a spedirvi otto Galee per discacciarli: le genti della famiglia del Duca d'Atella, che andavano nel di lui Stato, in Calabria, furono fatte schiave da' Turchi, e se non fossero state liberate dalle Galee di Fiorenza sarebbe loro convenuto tollerare una misera servitù.