Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 4
Ma mentre i bergantini s'apprestavano per unirsi insieme, alcuni furono presi da Fuste Corsare, altri dissipati da fiera tempesta; onde non potendo i congiurati raccogliersi al tempo concertato, loro convenne differire l'esecuzione al prossimo Autunno. Il Pierre ed il Langlad, comandati a salire sopra l'armata, non poterono negare di partire col Capitan Generale Barbarigo. Gli altri, rimasi in Venezia, non cessavano di ruminar i modi dell'esecuzione, impazientemente attendendone il tempo; ma frequentandosi tra loro i discorsi, e per aggregarsi compagni, dilatandosi tra altri delle loro nazioni la confidenza ed il segreto; Gabriele Montecasino e Baldassar Juven, gentiluomini, quegli di Normandia e questi del Delfinato, discoprirono al Consiglio de' Dieci il concerto: carcerati per ciò alcuni cospiratori, restò il tradimento comprovato, e da scritture che si trovarono, e dalla confessione de' medesimi rei, che ne pagarono con pubblico e severo supplicio la pena: alcuni però, dall'arresto de' compagni, si sottrassero colla fuga, ricorrendo al loro asilo, ch'era appunto l'Ossuna; ma il Pierre ed il Langlad, per ordine spedito al Capitan Generale, furono affogati nel mare. La Città di Venezia inorridì allo scoprimento di tal congiura, ed al pericolo corso di veder ardere i Tempj e le case; onde il Marchese di Bedmar, che era riputato il direttore ed il ministro di così pravi disegni, vedendosi in grande pericolo di essere dal furore del Popolo sagrificato al pubblico sdegno, deliberò ritirarsi nascostamente a Milano. Aveva già il Senato con espresso corriere risolutamente richiesto al Re Filippo, che lo rimovesse; onde disapprovandosi dalla Corte di Madrid, essendo solito, che a' Principi, di tali negoziati piacciano più gli effetti che i mezzi, fu all'Ambasciador Veneto risposto, che già essendosi destinato al Queva Luigi Bravo per successore, dovea egli passare in Fiandra, per assistere all'Arciduca Alberto.
Il nostro Vicerè, scoverta la congiura, negava d'esserne stato a parte, tuttavia il Mondo lo condannava per reo, vedendo, che appresso di lui s'erano ricovrati i fuggitivi, e la vedova del Pierre, posta in libertà, essere stata inviata a Malta con onorevole scorta; ma egli niente di tali romori sgomentandosi, non lasciava di tener sempre pronti ed armati li suoi legni in suo nome con dispendio immenso, e con isprovvedere d'artiglierie le Fortezze principali del Regno: di che se ne facevano acerbe doglianze alla Corte, alle quali unendosi gli ufficj, che di continuo si facevano dall'Ambasciador Veneto, si pensava di levarlo dal Governo; ma egli coll'aiuto de' suoi congiunti ed amici che teneva in Madrid, e colle spesse rappresentazioni che faceva al Re de' suoi segnalati servigi, costantemente difendeva le sue procedure; ed intanto non tralasciava di molestare i Vineziani nell'Adriatico.
Crescevano tuttavia le accuse contra il Duca di trattar il Regno crudelmente, facendolo sopportare gl'incomodi di soldatesche: dipinsero ancora al Re la scandalosa sua vita, che ad onta della Duchessa sua moglie, non contento delle pubbliche meretrici, si faceva lecito di conversare con troppa libertà con le Dame più principali, dando con ciò motivo al volgo di lacerar l'onore delle famiglie più cospicue del Regno, con somma indignazione de' mariti e de' parenti, li quali finalmente si sarebbero risoluti a qualche strano eccesso: istavano per tanto i Nobili al Re a toglierlo dal Regno; e deliberarono di inviare secretamente alla Corte _F. Lorenzo di Brindisi_ Cappuccino, il qual avea fama di santissima vita, e dal Re Filippo tenuto, per la sua pietà, in grande stima. Proccurò il Duca impedir la missione, per averne avuta notizia, onde fece per ordine del Cardinal Montalto, Protettore dell'Ordine Francescano, arrestar il Frate in Genova; ma ottenuta dopo qualche tempo licenza di seguitare il viaggio, giunto a' piedi del Re gli rappresentò le opere del Duca; ed alle costui relazioni essendosi unite le querele di molti Nobili, furtivamente andati a Madrid, ancorchè l'Ossuna non tralasciasse di muovere ogni mezzo per difendersi dall'imputazioni fattegli, non poterono i suoi fautori sostenerlo più a lungo; onde fu da quella Corte risoluto di chiamarlo.
Fu fama confermata poi da alcuni successi, ed il Nani[20] l'ha per cosa certa, che avendo il Duca penetrato, che gli soprastava mutazione di posto, meditava cambiare il Ministerio nel Principato. A questo fine, servendosi del mezzo di _Giulio Genuino_ Eletto del Popolo, uomo d'ingegno acre, di spirito pronto, inventore di novità, ed avido di turbolenze e di sedizioni, s'avea con lusinghe obbligata la Plebe: teneva in oltre milizie straniere al suo soldo, e legni armati da se dipendenti: proteggeva contra i Baroni indistintamente i Popoli, e dava voce di moderare gli aggravj e levar le gabelle; anzi passando un giorno, dove per aggiustare l'imposte si pesavano i viveri, tagliò alla bilancia colla sua spada le funi, dando ad intendere di voler liberi ed esenti i frutti della Terra, come sono gratuiti i doni dell'aria e del Cielo; ed il Nani soggiunge, che sperando, che i Principi d'Italia fossero per secondare il pensiero, con secretissimi mezzi tentò il Duca di Savoja ed i Vineziani: questi con insinuar loro d'aver tutto operato per ordini precisi della Corte di Madrid, e quello con invitarlo a cospirare nel disegno di cacciare gli Spagnuoli d'Italia; ma la Repubblica, aliena da simili atti e sempre cauta, nè meno volle prestarvi orecchio: il Duca ne conferì alla Corte di Francia il progetto, e dal Duca di Dighieres Contestabile di Francia fu inviata persona a Napoli, che osservasse lo stato delle cose.
La Corte di Spagna, che per la lontananza da molti suoi Stati, avea per massima la diffidenza dei Ministri che li governavano, attentissima alle procedure dell'Ossuna, penetrò facilmente le pratiche, e deliberò senza frapporvi la minor dilazione di presto levarlo, ma dubitando, che con ispedirgli successore di Spagna, si valesse della dilazione per fortificare la sua inobbedienza, ordinò al Cardinal Borgia, che da Roma con celerità e cautela si portasse a Napoli, ed introducendosi nel Governo, scacciasse l'Ossuna. Ma non si potè ciò eseguire con tanta cautela e prestezza, sì che volendo partir il Borgia nel mese di maggio di quest'anno 1620, il Duca nol penetrasse; ed avendo egli tentato invano il Cardinale, che prorogasse la sua venuta insino ad ottobre, quando vide, che il successore era giunto a Gaeta, pensò nel restante cammino tendergli insidie ed aguati: fecegli apparecchiare in Pozzuoli, dove credeva dovesse soggiornare quel dì, agiata stanza; ma il Cardinale postosi in sospetto, invece di posar in Pozzuoli, andò nell'Isola di Procida a trattenersi.
Intanto il Genuino, esagerando alla plebe i beneficj ricevuti dall'Ossuna, e che partendo sarebbero dagli Spagnuoli più severamente trattati, avea commossa una sedizione affin d'impedire al Cardinale l'entrata nella città, ed ottener per questo mezzo la continuazione del governo dell'Ossuna: di che avvisato il Cardinale, per non esporsi a' popolari insulti, risolse di nascostamente entrar nella città, e concertato il modo col Castellano del Castel Nuovo, pronto ad aprirgli le porte del Castello, montato in una picciola barchetta, e sbarcato a Pozzuoli, dentro un cocchio di notte furtivamente s'introdusse nel Castello, e la mattina poi per tempo lo sparo del cannone avvertì la città, che giunto il nuovo Vicerè, era deposto l'Ossuna. Con tutto ciò non mancò costui nella brevità del tempo tentar con lusinghe la plebe e le milizie con doni; e scrisse al Re accagionando il Cardinale di questa sua furtiva entrata, quando egli aveagli offerto con prontezza le Galee: ma ch'egli questo affronto, ed il non vendicarsene lo riponeva fra gli altri suoi servigi importanti prestati alla Corona, perchè, siccome con facilità gli avrebbe potuto vietare l'entrata in Napoli, così dopo l'ingresso con le forze della sua armata di mare e dei seimila Spagnuoli, ch'erano sue creature, avrebbe potuto scacciare l'intruso, che tale dovea riputarsi, del possesso illegittimo e clandestino, preso in luogo insolito e senza le consuete cerimonie: che avrebbe ancora potuto punire l'attentato del Castellano, che aprì di mezza notte le porte della Fortezza, ed i Reggenti del Collaterale, e gli Eletti della Città per la potestà arrogatasi di levare, e porre a lor posta i Vicerè; ma che sagrificava ogni cosa al servigio della Corona, e partiva per sostenere la sua giustizia avanti il suo cospetto nella sua regal Corte. Gli convenne per tanto partire nel giorno 14 giugno di quest'anno 1620 alla volta di Spagna, lasciando in Napoli la moglie co' suoi figliuoli, avendo prima mandato in Piombino il Genuino travestito da Marinaro, per sottrarlo dalle debite pene, donde presolo poi nel suo passaggio, il condusse in Ispagna; ma per dar tempo, che lo sdegno del Re si placasse, proseguiva il viaggio a lenti passi, e giunse a Marsiglia dopo due mesi, dove trattenevasi in feste e balli con poca volontà di seguitare il viaggio.
Intanto il _Cardinal Borgia_, partito l'Ossuna, s'applicò a punire i colpevoli de' passati tumulti, e delegando le loro cause al Consigliere _Scipione Rovito_, furono contra costoro fabbricati più processi, e molti posti in carcere, ed il _Genuino_ fu prima dichiarato contumace, e poscia bandito di pena capitale, e confiscati tutti i suoi beni, e venduti i mobili, ancorchè per impedirne la vendita fosse stato opposto da' suoi congiunti, ch'egli era Cherico. Per disfare ciò che il suo predecessore avea imperiosamente fatto, fece riponere quelle stesse gabelle, che erano state tolte dal Duca; e diede altri provvedimenti, che si leggono in tre sue Prammatiche, nel breve tempo del suo governo lasciateci.
Ma giunto l'Ossuna in Madrid, dopo un così lento viaggio, avendo in tanto placato l'animo del Re per mezzo del Duca d'Uzeda e degli altri Favoriti suoi amici e congiunti, seppe sì ben discolparsi di ciò, che gli era stato imputato, ed aggravare all'incontro la condotta del Cardinal Borgia, che si fece ardito di domandare, che si levasse il Cardinale, e tornasse egli in Napoli a continuar l'esercizio della sua carica. Il Consiglio di Stato, che secondo lo stato deplorabile di quella Corte era governato a capriccio de' Favoriti pose l'affare in dispute, e se l'Ambasciadore della città di Napoli non si fosse gagliardamente opposto alla pretensione del Duca di voler tornare, sarebbe seguita peggiore determinazione: pure, ancorchè non si risolvesse il ritorno dell'Ossuna, fu disapprovata la maniera usata dal Cardinale, e risoluto che il Cardinal si rimovesse, non ostante le doglianze della Duchessa di Candia di lui madre, la quale altamente lamentavasi col Re del pessimo trattamento, che si faceva al suo figliuolo, dopo averlo così ben servito; e perchè ostinatamente contendeva il Duca per ritornare, si prese espediente di sospendere l'elezion del Vicerè, ed in luogo del Borgia, mandar per _Luogotenente_ in Napoli il _Cardinal Antonio Zappata_, che si trovava in Roma, come fu eseguito nel mese di novembre di quest'istesso anno 1620.
Ma succeduta indi a poco la morte del Re Filippo III, mancò il modo a' Favoriti di poterlo più proteggere; poichè pervenuto alla Corona il Re _Filippo IV_, e caduta l'autorità della privanza al Conte d'Olivares poco amorevole dell'Ossuna, fu ordinata dal Re una nuova Giunta di Ministri per esaminare con termini giudiciali l'imputazioni, che si davano al Duca, contenute ne' processi, stati fabbricati dal Consigliere _Scipione Rovito_, e mandati alla Corte per ordine del Cardinal Borgia. Ne fu fatto rigoroso esame e trovatosi il Duca colpevole fu fatto arrestare e con buone guardie fu condotto nel castello d'Almeda, dove dopo una lunga prigionia, afflitto da passioni d'animo, finì la vita a' 25 settembre dell'anno 1624. L'incontinenza nei piaceri del senso, e più la smoderata ambizione di dominare, corruppe l'altre belle doti del suo animo, corruppe il pregio del suo valor militare, la sua singolare abilità per comandare e la sua prudenza civile. Ci lasciò egli per ciò molti saggi e lodevoli regolamenti che pur si leggono ne' volumi delle nostre Prammatiche additati, secondo l'ordine de' tempi, nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle medesime.
CAPITOLO V.
_Infelice Governo del CARDINAL D. ANTONIO ZAPATTA. Morte del Re FILIPPO III, e leggi che ci lasciò._
Giunto il Cardinal Zapatta in Napoli (a cui il Borgia cede il governo a' 12 decembre di quest'anno 1620, giorno della di lui partita) fu accolto dalle voci del popolo, che oppresso dalle precedute calamità, non altro ardentemente desiderava, che abbondanza; onde egli per corrispondere a' loro desiderj, invigilò seriamente sopra i venditori de' commestibili, perchè non alterassero i prezzi, che imponevano gli Eletti della città, gastigando severamente coloro che contravvenivano all'assise. Visitò le Carceri della Vicaria, e d'accesso facile ascoltava volentieri ogni sorta di persone; e così soddisfacendo a' bisogni de' sudditi, s'acquistò in questi principj l'applauso e le comuni benedizioni. Essendo accaduta in gennaio del nuovo anno 1621, la morte del Pontefice Paolo V, lasciando per suo _Luogotenente D. Pietro di Gambona e Leyva_ Generale della Squadra navale di Napoli, partì per Roma per assistere al Conclave, e seguita dopo brevi giorni a' 9 febbraio, l'elezione nella persona del Cardinal Alessandro Lodovisio, chiamato _Gregorio XV_, fece ritorno in Napoli, a ripigliar l'amministrazione del Regno, continuata colla medesima comune soddisfazione; la qual tanto più s'accrebbe, quando si videro riformati i Tribunali, e comandata la continua assistenza a' Ministri, e la sollecita spedizion delle liti, avendo a tal fine ordinato, che nel Palazzo di Capuana si ponesse una campana, la quale nell'ora determinata, invitando col suono i Ministri ad andarvi, togliesse a tutti il pretesto della tardanza.
Ma due infauste occorrenze interruppero il corso della sua applaudita condotta, e resero il suo governo torbido ed infelice. A' preceduti anni sterili ed infecondi, ne era succeduto un altro assai più infelice, onde ne nacque una penuria di viveri estrema: a tutto ciò s'aggiunse, che per quattro mesi continui caddero dal Cielo così incessanti pioggie, che rendute le strade impraticabili, impedivano il trasporto delle vettovaglie dalle province alla città; ed in mare i continui e tempestosi venti impedivano la navigazione, ed alcune navi, che cariche di frumenti erano per giungervi, miserabilmente naufragarono: i Turchi ancora scorrendo da per tutto le nostre marine, predavano i vascelli che di Puglia carichi di grani s'erano avviati per soccorrere l'affamata città, il prezzo delli commestibili per ciò arrivò ad eccessive ed esorbitanti somme; onde si vide un'estrema miseria e carestia da per tutto.
A questa calamità s'aggiunse un altro male gravissimo e difficile a ripararsi, per cagion delle monete chiamate comunemente _Zannette_, ridotte per l'ingordigia de' tosatori a stato sì miserabile, che non ritenevano più che la quarta parte dell'antico valore, ond'erano da tutti rifiutate; tanto che i prezzi delle cose alterati, la moneta non sicura e rifiutata, ridusse molti alla disperazione. Si pensò alla fabbrica d'una nuova moneta per abolirle, e fu pubblicato, che nella abolizione di quelle, niuno v'avrebbe perduto. Ma essendo impossibile a por ciò in effetto per la quantità di _Zannette_, ch'erano nel Regno, e 'l poco argento, che v'era da coniarsi, per sorrogarsi in luogo di quelle; nacquer per ciò disordini gravissimi e sediziose turbolenze.
La vil plebe, che vuol satollarsi, nè sapere l'inclemenza de' Cieli, o la sterilità della Terra, vedendosi mancare il pane cominciò a tumultuare ed a perder il rispetto a' Ministri, che presidevano all'Annona: il Reggente _Fulvio di Costanzo_ un giorno del mese d'ottobre di quest'anno 1621 poco mancò, che non fosse da lei oppresso; e già ogni cosa era disposta per prorompere in un universal tumulto. Il Consigliere Cesare Alderisio, Prefetto dell'Annona, per sedar le turbolenze persuase al Cardinale, che uscisse per la città, ed in una calamità così grande consolasse il Popolo; ed in fatti in gennaio del nuovo anno 1622 postisi amendue in un cocchio uscirono; ma questa uscita peggiorò il male, poichè la plebe insolentita, veduto il Vicerè, con poco rispetto cominciò a rinfacciargli la pessima condizione del pane, che mangiava; ed avendo la guardia Alemana voluto frenar gl'insulti, si videro sopra il cocchio del Cardinale piover sassi lanciati da que' ribaldi; tanto che bisognò ricovrarsi nel vicino Palazzio dell'Arcivescovo, e far chiuder le porte di quello e della Chiesa, infinchè accorsi molti Signori ad assisterlo, non lo riconducessero salvo in Palazzo.
I disordini per le _Zanette_ abolite, e per non essersi potuto supplire colla nuova moneta, fecero crescere le confusioni nel Popolo, il quale perduto ogni ritegno, essendo a' 24 aprile uscito il Cardinale in cocchio fuori le Porte della città, quando fu fuori Porta Capuana, si vide dietro uno stuolo di plebei, uno dei quali avvicinatosi al cocchio con un pane nelle mani, con molta arroganza gli disse: _Vede V. S. Illustrissima che pane ne fa mangiare_, e soggiungendo altre parole piene di minacce, lanciogli quel pane a dosso sopra il cocchio. Il Cardinale sospettando di peggio, fece sollecitar i cavalli, e presa la strada di S. Carlo fuori la Porta di S. Gennaro, entrando per la Reale, che ora diciamo dello Spirito Santo, si condusse di buon passo in Palazzo: dove consultato l'affare, fu risoluto dissimularlo.
Ma questa tolleranza, in vece d'acchetare, fomentava i tumulti e li ridusse nell'ultima estremità, come si vide poco da poi; poich'essendo a questi tempi venuto in Napoli il Conte di Monterey, destinato dal Re Ambasciador estraordinario al Pontefice Gregorio XV, postosi in cocchio il Cardinale col Conte, mentre camminavano per la città, nella strada dell'Olmo furono circondati da molti plebei, che gridavano; _Signore Illustrissimo, grascia, grascia_: alle quali voci essendosi voltato il Cardinale con volto allegro e ridente, un di coloro temerariamente gli disse in faccia: non _bisogna, che V. S. Illustrissima se ne rida, essendo negozio da lagrimare_, e seguitando a dire altre parole piene di contumelie, si mossero gli altri a far lo stesso, ed a lanciar pietre al cocchio, talchè a gran passi fu duopo tornar indietro e ritirarsi in Palazzio. Allora stimossi dannosa ogni sofferenza e fu riputato por mano a severi castighi; onde formatasi Giunta di quattro più rinomati Ministri, che furono il Reggente D. Giovan Battista Valenzuola ed i Consiglieri Scipione Rovito, Pomponio Salvo e Cesare Alderisio, fabbricatosi il processo, furono imprigionate più di 300 persone: convinti i rei, contra essi a' 28 maggio fu profferita sentenza, colla quale diece ne furono condannati a morir su la Ruota, all'uso Germanico, dopo essersi sopra carri per li pubblici luoghi della città fatti tanagliare: furono le lor case diroccate ed adeguate al suolo: pubblicati i loro beni ed applicati al Fisco: i loro cadaveri divisi in pezzi, e posti pendenti fuori le mura della città per cibo degli uccelli, e le loro teste fur poste sopra le più frequentate Porte della medesima in grate di ferro. Sedici altri meno colpevoli furono condennati a remare, e fu diroccato ancora il fondaco di S. Giacomo nella strada di Porto, dove fu aperta quella strada, che si vede al presente, ed in cotal maniera finirono i tumulti, che sotto il governo del Cardinal Zapatta cagionarono la fame e le Zannette.
A questi tempi, mentre la città era involta in questi rumori, giunse in Napoli D. Francesco Antonio Alarcone, al quale il Re avea delegata la causa del Duca d'Ossuna. Il _Genuino_ intanto era stato preso, ed in stretto carcere era detenuto in Madrid, donde fu condotto con buone guardie a Barcellona, e da poi trasportato nella Fortezza di Portolongone, dove fu strettamente custodito per lo spazio di molti mesi: passando l'Alarcone lo portò seco in Napoli, e chiuso nel Castel Nuovo, fu dopo due giorni mandato in quello di Baja, da dove passò in quello di Capua, e poi a quello di Gaeta. Trattatasi la sua causa, fu il Genuino condannato a perpetuo carcere nella Fortezza di Orano, ed i suoi nepoti e seguaci furono condennati a remare. Ma il _Genuino_ dopo molti anni ottenne finalmente libertà; e narrasi che fosse, per aver mandato al Re Filippo IV che lo bramava, un modello di legno della Fortezza del Pignone, da lui lavorato nelle prigioni dell'Affrica; e ritornato poi in Napoli, benchè fattosi Prete, fu colui, che più d'ogn'altro fomentò le revoluzioni popolari del Regno accadute nell'anno 1647, delle quali più innanzi farem parola.
Intanto la città di Napoli, perchè a disordini sì gravi si desse pronto ristoro, avea segretamente spedito alla Corte il P. Taruggio Taruggi Prete della Congregazione dell'Oratorio; e consideratosi lo stato miserabile del Regno, e che per riparare alle tante strettezze, che cagionava la mancanza de' viveri e della moneta, eran necessari rimedi forti e solleciti, e che il genio facile ed indulgente del Cardinale non era confacente allo stato, nel quale eransi le cose ridotte: fu riputato espediente di levar il Cardinale, e mandare per Vicerè in Napoli il _Duca d'Alba_, il quale prestamente si pose in cammino, e giunse in Pozzuoli a' 14 del mese di dicembre di quest'anno 1622, e pochi giorni da poi prese il governo del Regno. Il Cardinal partì lasciando di sè concetto di mal fortunato Ministro, e che la sua natura troppo indulgente e dolce, avesse più tosto fomentati i disordini accaduti in tempo del suo governo. Egli però ci lasciò savi provvedimenti, che si leggono nel volume delle nostre Prammatiche, e s'additano nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle medesime.
In tempo del suo Governo, e propriamente a' 31 marzo del 1612, accade la morte del Re Filippo III in età di 43 anni, de' quali ne regnò 22 e mezzo. Ne fece egli nel Duomo di Napoli celebrare pompose esequie, dopo aver fatto acclamare il Re _Filippo IV_ con cavalcata e pubblica celebrità. Morì Filippo d'acuta febbre, che gli tolse intempestivamente la vita, e in età cotanto acerba ed immatura. Egli di Margherita d'Austria, che fu sua moglie, procreò tre maschi ed altrettante femmine: _D. Filippo_, che fu suo successore nei Regni; _D. Carlo_, che poi morì; e _D. Ferrante_, Diacono Cardinale del Titolo di S. Maria in Portico, detto comunemente il _Cardinal Infante_. Delle femmine, _D. Anna_ fu moglie di Lodovico XIII Re di Francia; _D. Maria_ maritossi con Ferdinando Re d'Ungheria, e poscia Imperadore; ed un'altra, che morì bambina. Il suo regnare fu più tosto d'apparenza, che di realtà; poichè contento della Regal dignità, lasciò governare a' Favoriti ed a' Consigli. Si credette, che quando per l'istigazioni del Duca d'Uzeda e di Fr. Luigi Aliaga Confessore del Re, fu comandato al Cardinal Lerma, che si ritirasse, fosse il Re per assumere in se stesso il governo; ma la morte, che poco da poi lo rapì ai travagli, che seco porta l'Imperio, ne interruppe le speranze. Principe, ch'essendo decorato degli ornamenti della vita, meglio che dotato dell'arte di comandare; siccome la bontà, la pietà e la continenza lo costituirono superiore a' sudditi, così la disapplicazione al Governo lo rese inferiore al bisogno. Tenendo oziosa la volontà, si credeva, che altra funzione non avesse riserbata a se stesso, che d'assentire a tutto ciò, che il Favorito voleva; e si credette, che nell'agonia della sua morte, non fosse tanto consolato della memoria de' suoi innocenti costumi, quanto agitato dagli stimoli della coscienza per l'omissione del governo. Con tutto ciò dal primo anno del suo regnare insino al penultimo stabilì per noi molte leggi savie e prudenti, le quali, secondo il tempo che si pubblicarono, vengono additate nella _Cronologia_ prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOQUINTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI