Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 3
Ma per vizio di quest'età erano professate le lettere non da tutti con quella politezza e candore, che si vide da poi verso la fine dello stesso secolo. La nostra Giurisprudenza non mutò sembiante, ed i Professori così nelle Cattedre, come nel Foro, de' quali era il numero cresciuto, seguitavano i vestigj de' loro maggiori. La filosofia era ancor ristretta ne' Chiostri, dove s'insegnava al lor modo Scolastico. La Medicina era professata da' Galenici. Lo studio delle lingue, e spezialmente della latina, e l'erudizione era ristretta ne' Gesuiti. La Poesia, tutta trasformata, era esercitata da' stravaganti cervelli; e l'Istoria da pochi era trattata con dignità e nettezza.
Non fu però, che in mezzo a tanti, alcuni nobili spiriti, allontanandosi da' comuni sentieri, non calcassero le vere strade, li quali a lungo andare dieder lume a' posteri di seguire le loro pedate; ma a questi tempi essendo pochi e rari non poterono far argine ad un così ampio ed impetuoso fiume. Rilusse _Giambattista della Porta_, cotanto noto per le opere, che ci lasciò. _Pietro Lasena_ Avvocato ne' nostri Tribunali e letterato di profonda erudizione. _Fabio Colonna_ celebre Filosofo e Matematico. _Mario Schipani_ valente Medico e cotanto amico del virtuosissimo viaggiante Pietro della Valle. _Costantino Sofia_, al quale Lasena dedicò il suo libro de' _Vergati_; ed _Antonio Arcudio_, Sacerdote del Rito Greco, ed Arciprete di Soleto nella provincia d'Otranto, professori di lingua Greca, amendue Maestri del Lasena e _Niccolò-Antonio Stelliola_, Maestro del famoso M. Aurelio Severino. E se Francesco de Petris diede fuori a questi tempi quella sua sciocca Istoria Napoletana, ben vi furono alcuni valenti investigatori delle nostre memorie che la derisero, e che diedero saggi ben chiari di quanto sopra lui valessero: fra' quali non deve tralasciarsi qui privo della meritata lode _Bartolommeo Chioccarello_: costui, per la testimonianza, che a noi ne rende Pietro Lasena[16], che fu suo grande amico, non cedeva a uomo nelle più laboriose ricerche delle nostre antichità, tanto che s'acquistò il titolo di _Can bracco_. Egli per lo spazio di quaranta e più anni consumò sua vita in ricercare tutti i regj Archivj di questa città: quello della Regia Zecca, l'altro grande della Regia Camera e quello de' Quinternioni; ed anche l'altro della Regia Cancelleria: vide quasi tutti li protocolli, ed atti de' Notari antichi di Napoli: le scritture de' Monasteri più antichi, e tutti gli Archivj de Monasteri famosi, e delle Città più celebri del Regno: donde per commessione datagli nel 1626 dal Duca d'Alba Vicerè, raccolse que' 18 volumi di scritture attenenti alla regal giurisdizione. Raccolta quanto laboriosa, altrettanto gloriosa e degna d'eterna ed immortal memoria, per la quale i sostenitori della regal giurisdizione si fanno scudo e difesa contra le tante intraprese degli Ecclesiastici, che non hanno altro scopo, che d'abbatterla.
Le costui pedate seguitarono _D. Ferdinando della Marra_ Duca della Guardia, e _D. Camillo Tutini_ Sacerdote Napoletano, celebre ancor egli per le opere che ci lasciò. Se _D. Francesco Capecelatro_ suo coetaneo avesse proseguito il suo lavoro, certamente avrebbe a noi lasciata una perfetta Istoria Napoletana. Ed _Antonio Caracciolo_ Chierico Regolare Teatino diede nei suoi libri, che ci lasciò, saggi ben chiari quanto sopra questi studi intendesse. S'innalzò poi sopra tutti costoro il famoso _Camillo Pellegrini_ Capuano, il più diligente Scrittore, ed il più savio ed acuto critico che abbiamo noi delle nostre antichità e delle nostre memorie.
Ma ritornando al conte di Lemos, dopo avere illustrata Napoli con l'innalzamento dell'Università degli studi, non tralasciò d'adornarla l'altri edificj. A lui devono i Gesuiti la fondazione del nuovo Collegio di S. Francesco Saverio. A lui dobbiamo quella grande opera de' mulini aperti fuori le mura della città presso Porta Nolana; ed a lui deve anche il Regno d'aver resi più comodi i viaggi terrestri, con far costruire nuovi Ponti. Ma furon interrotte le speranze di ricever da lui beneficj maggiori dall'avviso, che s'ebbe d'avergli li Re Filippo destinato per successore il _Duca d'Ossuna_, che si trovava allora Vicerè in Sicilia. Abbandonò tosto egli il governo del Regno, e lasciato D. Francesco suo fratello in sua vece, fino all'arrivo del successore, si partì a' 8 di luglio di quest'anno 1616 alla volta di Spagna, per andare ed esercitare la carica di Presidente del supremo Consiglio d'Italia. Ci lasciò ancor egli più di 40 utili e sagge Prammatiche, le quali secondo l'ordine de' tempi s'additano nella tante volte rammentata _Cronologia_.
CAPITOLO IV.
_Del Governo di D. PIETRO GIRON Duca d'OSSUNA; e delle sue spedizioni fatte nell'Adriatico contra Vineziani, ch'ebbero per lui infelicissimo fine._
Il Duca d'Ossuna, ne' principj del suo governo, mostrò un'applicazione grandissima ed una assiduità indefessa nell'ascoltare e provvedere a' bisogni del Regno, usando molto rigore perchè la giustizia fosse senza eccezion di persone rettamente amministrata, e nell'istesso tempo somma magnificenza e liberalità per cattivarsi universal applauso e benevolenza: per cattivarsi quella del Popolo fece togliere due Gabelle, poco prima per certo determinato tempo imposte; e per quietare la Corte di Spagna insospettita di ciò, diede a credere, che ciò notabilmente avrebbe giovato al Patrimonio Regale, ed alleggeriti i sudditi, e resigli più abili a soffrire le imposizioni; e per confermare questi concetti con le opere, sollecitò un donativo dal Regno d'un milione e ducentomila ducati, che mandò a presentare al Re per li bisogni della Corona.
Ma una nuova guerra accesa in Italia per la morte di Francesco Gonzaga Duca di Mantua, della quale il Cavalier Battista Nani[17] distesamente notò i successi e le cagioni, intrigò il Duca d'Ossuna in cose più difficili e gravi. Per le cagioni rapportate da questo Scrittore, Filippo III fu indotto ad entrarvi, e ad opporsi al Duca di Savoja, al quale con sopracciglio spagnuolo imperiosamente avea comandato, che restituisse tutto l'occupato in Monferrato. Li Veneziani all'incontro favorivano il Duca con forze e denari, onde nacquero i disgusti tra la Corte di Spagna con quella Repubblica. S'aggiunse ancora, che al Re Filippo, essendosi il Senato Veneto per cagion degli Uscocchi disgustato coll'Arciduca Ferdinando, fu duopo assistere all'Arciduca cotanto a lui stretto di parentela, e di sovvenirlo. Ma non perciò s'era fra la Repubblica ed il Re dichiarata aperta guerra, nè licenziati dalle loro Corti gli Ambasciadori.
Il Duca d'Ossuna però, secondando il genio degli Spagnuoli che pubblicavano di voler movere apertamente le loro truppe contra Veneziani, nell'istesso tempo, che il Cardinal Borgia proccurava in Roma concitargli contra il Pontefice, non tralasciò quest'occasione d'ubbidire insieme a' comandi della Corte di Madrid, e di soddisfare il suo animo, che tenne sempre avverso a' Veneziani; e por opporsi al Duca di Savoja per la guerra del Monferrato, spedì al Governador di Milano replicati soccorsi, mandandovi quattro compagnie di cavalli leggieri, e sedici d'uomini d'arme, sotto scorta di D. Camillo Caracciolo Principe di Avellino, e seicento Corazze comandate da D. Marzio Caraffa Duca di Maddaloni; e per l'altra guerra, che per cagion degli Uscocchi si faceva dalla Repubblica agli Stati dell'Arciduca, armava Vascelli per infestare l'Adriatico, parte alla Repubblica sommamente gelosa. Sapeva l'Ossuna, che non poteva più nel vivo toccar i Vineziani, che col turbare il Dominio, ch'essi vantano del Mare Adriatico, infestare il commercio e romper il traffico, ancorchè da ciò ne dovessero ricevere danno i sudditi stessi del Regno, che tenevano opulente negozio nella città di Venezia; perciò fu tutto inteso, non tanto a raccoglier milizie per soccorrere il Milanese, quanto ad armar Vascelli per molestare i Vineziani; onde rotta la sicurtà de Porti, rappresagliò la nave di Pellegrino de' Rossi. Narra il Nani[18], che avendo la Repubblica per mezzo del suo Ambasciador Gritti fattane di ciò doglianza colla Corte di Spagna, avesse ottenuti ordini diretti all'Ossuna di rilasciarla; ma che costui con superbissimo animo li disprezzasse, non senza sospetto di connivenza della stessa Corte, la quale godesse di coprire i disegni più arcani con l'inobbedienza di capriccioso Ministro. Per la qual cosa i Vineziani risolutissimi alla difesa di quel Golfo, s'applicarono a rinforzarsi nel Mare con due Galeazze ed alcune Navi, ed elessero trenta Governadori dì Galee, acciocchè, secondo il bisogno, a parte a parte andassero armando.
Ma dall'altra parte il Vicerè, vedendo, che gli Uscocchi aveano perduti molti de' loro nidi, gli allettò a ricovrarsi nel Regno con Porto franco e con premj, quelli più accarezzando, che a' Vineziani riuscivano maggiormente molesti. Presero perciò costoro sotto il calore di tal protezione la Nave Doria, che con merci ed altri Navilj minori da Corfù passava a Venezia, vendendo sotto lo Stendardo del Vicerè pubblicamente le spoglie; e se bene i Gabellieri de' Porti principali del Regno esclamavano, che col traffico mancherebbero i dazj e l'entrate Reali, furono dall'Ossuna minacciati della forca, se più ardissero di dolersi. Il Nani, quanto buon Cittadino, altrettanto appassionato Istorico nelle azioni del Duca d'Ossuna, rapporta, che costui per natura vanissimo di lingua e d'animo, non solo applicava a turbar il mare, ma di continuo parlava di sorprendere Porti dell'Istria, saccheggiar Isole, e penetrare ne' recessi medesimi della città dominante: che ora in carta, ora in voce delineava e divisava i disegni, ordinava barche di fondo atto a' canali e paludi, tracciava macchine, nè più volentieri alcuno ascoltava, che coloro, i quali lo trattenessero con adulazioni al suo nome, o con facilità dell'impresa; ma che però non era tanto ciò ch'egli credeva di poter eseguire, quanto quello che desiderava, che si credesse, acciocchè si tenesse la Repubblica involta in maggiori dispendj, e distratta a tal segno, che più debolmente, ed offender potesse l'Arciduca, ed assistere a Carlo Duca di Savoja. Spinse pertanto l'Ossuna sotto Francesco Rivera dodici ben armati Vascelli nell'Adriatico: e benchè nel procinto di spiegare le vele, giungessero ordini della Corte di Spagna di sospender le mosse, parendo strano, che nel tempo d'aprire trattati di pace in Madrid, s'inferissero dal Vicerè durissime offese; egli ad ogni modo, facendo assembrare il Collaterale, fece far relazione dal medesimo alla Corte, rappresentando, che avendo alcune Barche armate della Repubblica preso un grosso Vascello, che voleva entrar in Trieste, conveniva al decoro e servizio del Re, che il Rivera partisse, e si reprimessero i Vineziani; onde fece partire i Vascelli, ed affinchè non fosse ciò imputato ad atto di romper la guerra in nome del Re colla Repubblica, fecegli partire colle sue insegne solamente.
La Repubblica perciò impose al Belegno, che comandava la sua Armata, d'unire in Lesina quella parte, che potesse avere più pronta per passar a Curzola, per coprire le Isole, ed in particolare per rompere il principal disegno dell'Ossuna di comparire a vista dell'Istria, per dar fomento all'armi dell'Arciduca Ferdinando, e divertire quelle della Repubblica. Conseguì l'intento il Belegno; poichè giunto che furono le Navi dell'Ossuna a Calamota, spinse loro la sua Armata incontro; onde il Rivera dubitando d'essere con disavvantaggio combattuto in quel sito, date le vele a prospero vento, attraversò il mare, ed a Brindisi si condusse.
Queste mosse avendo ingelositi i Turchi, gli spinsero a calare in grosso numero alla custodia, ed ai Presidj delle loro Marine; onde da ciò prese il Vicerè l'opportunità di chiedere ad altre Potenze soccorso, pubblicando non esser altro il suo scopo, che di abbattere l'inimico comune, e per ciò chiedeva, che si dovesse unir seco le Galee del Pontefice, di Malta, e di Fiorenza. Ma dall'altra parte i Ministri della Repubblica facevano altamente risuonare il contrario alle Corti di que' Principi, dicendo, che l'Ossuna al primo Visir avea inviati schiavi, e doni per allettarlo, e con ogni sorte d'uffizio incitarlo a muovere contra la Repubblica l'armi; e fecero valer tanto i loro ufficj, che non solo s'astennero que' Principi di dare all'Ossuna le loro Galee, ma proccurarono divertirlo dall'impresa, dicendo, che non servirebbe per altro, che a svegliare i Turchi e tirarli nell'Adriatico a fronte del Regno di Napoli e dello Stato Ecclesiastico.
Ma non per ciò il Duca si ritenne d'inviar sotto Pietro di Leyva diciannove Galee ad unirsi al Rivera, il quale passato con questo nuovo soccorso a S. Croce e trovati a Lesina i Vineziani inferiori di forze tentò di tirarli fuori a combattere: ma costoro fermi solo alla difesa, sopraggiunta la notte, obbligarono l'armata Spagnuola a ritirarsi in Brindisi con la preda d'un Naviglio di Sali e d'un Vascello d'Olanda, che navigando con alcuni soldati di quelle Levate, si trovò sopraffatto dalle navi dell'Ossuna. I Vineziani per ciò seriamente pensando all'importanza dell'affare ingrossarono la loro armata; e dall'altra parte l'Ossuna accrebbe la sua a diciotto Navi e trentatrè Galee, la quale comparse sopra Lesina, con animo di provocar la Veneta alla battaglia; ed intanto i Ministri spagnuoli, per atterrire con la fama di vasti apparecchi, avean fatto precorrer voce, che l'armata dei Galeoni solita a custodire la navigazione dell'Oceano, entrando nello stretto di Gibilterra, penetrerebbe nell'Adriatico, e che in Sicilia pure s'armavano di nuovo moltissimi Legni; le quali voci erano in parte accreditate dalle ardite procedure del Vicerè, il quale oltre d'aver ingrossata con alquante Galee la Squadra del Leyva, faceva scorrere dagli Uscocchi tutto il Golfo, i quali colle loro Barche insultavano fino in vista de' Porti di Venezia istessa con depredazioni e con danni gravissimi; tanto che obbligò il Senato a disponere qualche Galea alla guardia di Chioggia, ed a scegliere in Venezia certo numero di gente atta all'armi: ciò che riuscendo nuovo in quella città, avea posto il Popolo in non poco scompiglio; il quale per una falsa voce insorta, che, essendosi già combattuto dalle due armate intorno Lesina, i Vineziani avessero ottenuta una insigne vittoria sopra gli Spagnuoli, era corso impetuosamente per manomettere la persona e la Casa di D. Alfonso della Queva Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Filippo in Venezia, creduto principal instigatore de' tentativi dell'Ossuna.
Le due armate però intorno Lesina, ancorchè la Spagnuola avesse provocata la Veneta, non vennero mai a battaglia; onde il Leyva, vedendo che i Vineziani s'erano posti su la difesa del Porto s'allargò a Traù vecchio, dove incendiò il paese, e predò molte barche; indi colle Galee speditamente verso Zara trascorse, dove per una preda offertaglisi, si divertì da maggior vittoria; poichè con tutto che avesse precisi ordini di tentar la sorpresa e l'occupazione di Pola, o d'alcun altro Porto nell'Istria, egli scontrandosi a due Galee di mercatanzia, avido della preda, si trattenne ad occuparle con alcuni Legni, che conducevano provvisioni di vitto all'armata nemica; onde sopraggiunti da questa gli Spagnuoli, ed imbarazzati in oltre co' Legni predati e con le ricchissime spoglie, traversato il Mare verso il Monte Gargano, radendo le rive, finalmente a Brindisi si ricondussero e poco da poi le lor Galee uscirono dal Golfo. Il Vicerè di ciò ne rimproverò acremente il Leyva, che per quella preda si fosse perduta l'opportunità d'una più importante conquista; ad ogni modo, ostentando la preda, fece condurre a Napoli le merci ed i legni, molto godendo del dispiacere che in Venezia n'appariva.
Esclamavano intanto i Ministri della Repubblica in tutte le Corti de' Principi di questi atti ostili dell'Ossuna, il quale in mezzo a' trattati di pace oltraggiava il Golfo creduto di lor Dominio, e che proccurava, avendo intelligenza co' Turchi, tirar le armi di quelli a' danni della Repubblica, li quali, pretendendo rifacimento del danno ancor da essi sofferto in quella preda, minacciavano di prenderne ragione coll'armi contra la Repubblica. Ma nell'istesso tempo non tralasciava il Duca ancor egli di declamare contra i Vineziani, dicendo esser pur troppo insoffribili i loro vanti del dominio, che sognano di quel mare: essere per ragion delle genti la navigazion libera e molto meno potersi pretendere di vietarla all'armata del Re Cattolico, che non conosce superiore alcuno nel Mondo. A questi tempi e per tali occasioni, narrasi, che il Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Cattolico in Venezia, per toccar più sensibilmente i Vineziani, avesse fatto comporre da _M. Velsero_, o come altri tengono da _Niccolò Peireschio_, (ciò che parimente si suspica da quel che _Gassendo_ ne scrisse nella di lui vita) quel libro intitolato: _Squittinio della libertà Veneta_. Questo libro acerbamente trafisse i Vineziani, li quali con difficoltà poterono trovar altro condegno Scrittore, che lo confutasse; e che finalmente non trovando altri, vi facessero rispondere da _Teodoro Grass-Winckd_ Olandese, il quale ne compose un opposto, col titolo: _Majestas Reipublicae Venetae_; siccome da poi fecero _Scipione Errico_ e _Raffael della Torre Genovese._
(Burcardo Struvio[19], ciò che conferma nel _Syntagm. Juris publici Imp. R. G. cap. 2 §.17_, scrisse il vero Autore di questo libro essere stato _Alfonso della Queva_; e dirà vero, se intende che costui, il quale era lo stesso che il _Marchese di Bedmar_ allora Ambasciadore dei Re Cattolico in Venezia, desse commissione a M. Velsero, o ad altri di comporlo, ma non già ch'egli dettato l'avesse o composto.)
(Narrasi che il Doge di Venezia avendo data commessione a _Fra Paolo Sarpi_, il quale avea sì bene e dottamente confutate tante scritture uscite in difesa di Paolo V, in quella briga che prese colla Repubblica, che rispondesse anche a questo libro; _Fra Paolo_ saviamente considerando l'arduità dell'impresa, gli avesse risposto: _Serenissime, ne moveas Camarinam, immotam hanc exepedit esse_.)
Scrisse parimente l'Ossuna una grave lettera al Pontefice Paolo V rappresentandogli le soverchierie dei Vineziani e la necessità, ond'era stato costretto alle spedizioni da lui fatte nell'Adriatico, e punto di ciò che coloro gli addossavano d'aver amistà ed intelligenza col Turco, gli diceva che gli Spagnuoli non avean avuta mai tregua nè pace, com'essi, col Turco, e che la guerra, che egli ad essi faceva, non era contra Cristiani, perch'essi non erano tali, se non nel nome; poichè avendogli nelle contese passate negata l'ubbidienza, perdendogli il rispetto, non potevano dirsi Cattolici; e molto più per aver discacciata da' loro Stati una Religione cotanto esemplare e zelante del servigio di Dio, quanto era quella della Compagnia di Gesù: pagando, oltre a ciò, gli Eretici di Francia, che tengono nel servizio del Duca di Savoja, e gli Eretici d'Olanda, che tengono stipendiati nelle loro armate ed eserciti, profanando le Chiese delle Terre dell'Arciduca, e che per ciò lui desiderava sapere di che Religione essi erano, e se fossero forse Cristiani, come sono li Mori e gli Eretici.
Ma mentre tra l'Ossuna, ed i Vineziani le contese erano nel maggior fervore, non si tralasciavano i trattati di pace, la quale trasferita di Spagna in Francia, finalmente si conchiuse in Parigi e si distese in Madrid, dove si conchiusero le condizioni d'essa, accettate dalla Repubblica; onde alle doglianze, che il di lei Ambasciadore fece alla Corte di Madrid contra l'Ossuna, comandò il Re al medesimo, che restituisse al Ministro della Repubblica residente in Napoli li vascelli e le merci.
Non meno al Toledo Governador di Milano, ed al Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Cattolico in Venezia, che all'Ossuna dispiacque questa pace, e proccuravano a tutto potere porre ostacoli in eseguire le condizioni; ma sopra ogni altro l'Ossuna, col pretesto, che i Vineziani fabbricavano un Forte a S. Croce, pubblicava per ciò di voler invadere di nuovo il Golfo; ed all'ordine venutogli di render i Legni e le merci, si mostrò pronto di ubbidire solamente in quanto a consegnare i Legni a Gaspare Spinelli Residente della Repubblica, ma non già interamente le merci, dicendo, che gran parte di quelle s'erano acquistate al Fisco Regio, per appartenersi ad Ebrei, ed a Turchi nemici della Corona di Spagna: onde non volendo ricevere il Residente il resto offertogli, si venne di nuovo alle invasioni; ed il Duca inviò con diciannove Navi da guerra di nuovo nell'Adriatico Francesco Rivera. Non minori difficoltà frapponeva il Governador di Milano all'esecuzione per ciò che s'apparteneva dal suo canto; onde il Pontefice, i Franzesi e gli altri Principi frappostisi per farli quietare, estorsero dal Marchese di Bedmar, che desse parola al Senato Veneto, che tutto sarebbesi restituito. Ma con tutto ciò sempre sorgevano nuovi ostacoli, finchè finalmente datasi esecuzione in Piemonte ed in Istria alla pace, ritirossi il Rivera nel Porto di Brindisi coll'armata; ed i Vineziani ora più che mai esclamando nella Corte di Madrid contra l'Ossuna, ottennero da quella, che, tolto da mezzo il Vicerè, l'affare della restituzione de' Legni e delle merci fosse commesso al Cardinal Borgia, con ordine, che lo componesse insieme con Girolamo Soranzo Ambasciadore della Repubblica in Roma.
Ma nel nuovo anno 1618 si scoprirono le cagioni, ond'avveniva, che non ostante la pace, l'Ossuna, il Toledo e la Queva tenevan sempre Legni armati nei Porti dell'Adriatico, li quali non tralasciavano di scorrer il mare, e con ciò tener solleciti i Vineziani, onde sovente sortivano delle rappresaglie ne' Porti con gravi doglianze de' Napoletani, che rappresentarono in Ispagna i danni, che per ciò soffrivano. Tutto nasceva dall'esito che s'attendeva d'una congiura, che il Marchese di Bedmar maneggiava in Venezia, con participazione dell'Ossuna e del Toledo. Avea il Marchese tentato in Venezia tutte le arti per accrescersi partigiani, proccurando ancora di sviar molti dall'insegne e servizio della Repubblica, e d'introdurne degli altri per valersene all'occasione. Tra questi principalmente l'Ossuna inviò un tal _Jacques Pierre_, Franzese di Normandia e Corsaro di professione, ma di spirito grande. Costui, finti coll'Ossuna disgusti, mostrò di voler vendicarsi, passando al servizio della Repubblica, e con facilità vi fu accolto con un compagno chiamato _Langlad_, perito in maneggio di fuochi. L'Ossuna, mostrandosi di ciò fieramente sdegnato, faceva custodire la moglie del Pierre, e con lettere finte proponendogli gran premj, lo richiamava al servizio. Egli all'incontro, per rendersi accetto in Venezia, mostrava le lettere istesse, proponeva molte cose speziose, simulava di propalar i disegni del Vicerè, e suggerire i mezzi per contrapporvisi. Conciliata per tanto gran confidenza, s'introdusse col Langlad nell'Arsenale ad esercitar la sua arte. In occulto teneva poi con la Queva congressi, e di continuo secretamente passavano a Napoli corrieri e spie, avendo intanto aggregati alcuni Borgognoni e Franzesi al lor partito. Il concerto era, che sotto un Inglese, chiamato Haillot, l'Ossuna spingesse alcuni bergantini e barche, capaci d'entrare ne' Porti e Canali, de' quali avevano per tutto preso la misura ed il fondo: dovevano poi seguitare più grossi vascelli, per gittar l'ancore nelle spiagge del Friuli, sotto il calor de' quali, e nella confusione, che i primi erano per apportare nel Popolo, i congiurati s'aveano divisi gli uffici, il Langlad di dar fuoco nell'Arsenale, altri in più parti della Città; alcuni manometter la zecca, prender i posti più principali, trucidar i nobili, e tutti d'arricchirsi con dare alla Città spaventevol sacco.