Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 26

Chapter 263,441 wordsPublic domain

Ma al presente i Papi riposatamente vogliono attendere il successo delle armi, e tutti soccorrono al vincitore, e discacciano il vinto. Quando nel mese di aprile dell'anno 1734 l'Infante _Don Carlo_ entrò colle sue truppe nel Regno, ed i Napoletani se gli resero; poichè in sue mani non erano ancora passate le piazze di Gaeta, Capua, Pescara; ed i Castelli della Puglia, e di Calabria; ed erano ancora nel Regno Milizie Alemanne; sopraggiunto il mese di giugno, dovendosi nella vigilia de' SS. Apostoli Pietro e Paolo pagar il censo, e presentar il cavallo bianco con la usata celebrità e pompa, _Clemente XII_ escluse l'Infante e ricevè dall'Imperadore, siccome per lo passato, il censo e la Chinea; ma nel mese di giugno del seguente anno 1735 essendosi già rese quelle Piazze e tutti i Castelli all'Infante _D. Carlo_, e dissipate le truppe Alemanne, allora la Corte di Roma mutò stile, ed il Papa ricusò di ricevere nel dì stabilito il censo e la Chinea dall'Imperadore, con tutto che dal Principe di _S. Croce_ destinato dal medesimo per suo Ambasciador estraordinario a questo atto, si fosse offerto di pagar il censo e di presentar la Chinea; anzi la Camera Appostolica non volle ammetterlo nè meno a farne deposito; e ciò perchè il Papa gliel'avea proibito, dando fuori un suo _motu proprio_, col quale comandava _de plenitudine potestatis Pontificiae_, che in quell'anno si fosse prolungata e differita la presentazione e pagamento per _il tempo e tempi a nostro arbitrio_, come sono le sue parole, sicchè si prolungasse _non solo il deposito, e pagamento delli ducati 7000 d'oro, ma anche la solenne funzione del Cavallo Bianco, o sia Chinea_. E quel ch'è da notare, nel _motu proprio_ dichiara il Papa tal ricognizione doverseli pel _supremo e diretto dominio, che noi e questa S. Sede abbiamo sopra il Regno dell'una e dell'altra Sicilia_: chiamandolo _Regno nostro. _ Ma merita assai maggiore ponderazione che si contrastava per parte dell'Imperadore la soggezione, ed in tutte le maniere d'un Regno del quale egli era assoluto Signore e vero Monarca, voleva esserne _Feudatario, e vassallo_ della S. Sede; poichè il _Cardinal Cienfuegos_ ministro Plenipotenziario dell'Imperadore nella Corte di Roma, avendone avuta special commessione da Cesare per suo imperial dispaccio de' 18 giugno, mandatogli per espresso, altamente a' 28 del suddetto mese protestò contro il _motu proprio_ del Papa, come manifestamente ingiurioso a S. C. M. e lesivo de' suoi diritti, e come quello, che _andava a violare a dirittura la fede del patto reciproco, che sempre esiste fra il Padron diretto, ed il Feudatario_: soggiungendo e rinfacciando al Papa, _che non ammettendosi la presentazione della Chinea ed il pagamento del censo nel giorno convenuto senz'alcuna delle solite legittime cause, la Santità vostra autorizza la ingiusta occupazione del Feudo, mettendosi dalla parte dell'usurpatore, a cui è stata anche facilitata l'impresa, quando più tosto ragion voleva, che il Feudatario fosse ajutato dal Padrone diretto nella difesa del Feudo_. Soggiunge in oltre che essendo l'Imperadore _l'unico legittimo Feudatario investito dalla S. Sede.... quantunque con la forza sia stato spogliato del Feudo, ritiene però sempre l'animo di ricuperarlo_. Si protesta adunque col Papa e suoi ministri camerali di nullità e d'ingiustizia contro la suddetta dilazione, la quale, come sono le sue parole, _espressamente e legalmente disapprovata da S. M. non possa, nè debba in qualunque tempo ed occasione allegarsi in suo danno e pregiudizio de' suoi diritti; ma che anzi si debbo riputare e considerare, si reputi e consideri sempre come voluta da V. S. senz'alcuna delle solite legittime necessarie cause, e non ammessa, nè approvata, ma bensì espressamente disapprovata e rigettata da S. M. la quale in effetto ha instato con tutto il vigore, e non cessa d'insistere affinchè si riceva il pagamento del censo, e la presentazione della Chinea al tempo prescritto e convenuto nelle Investiture; protestandosi altresì che affine di far conoscere e manifestare la nullità, e la ingiustizia di una tal dilazione, ed insieme l'aggravio e la violenza, che soffre S. M. come Feudatario della S. Sede, si servirà di tutti i mezzi leciti, che dalla naturale difesa e dalle leggi si prescrivono, affine di preservare il suo diritto legittimamente acquistato, e vendicare le sue ragioni._

Queste querele e proteste firmate a' 28 giugno dal Cardinale furono per mezzo di pubblico Notaro presentate e notificate a' Ministri Camerali, i quali le riceverono colle solite clausole forensi _sic et in quantum_; ma nell'istesso tempo ordinarono per lor Decreto: _in omnibus esse_ servandum _Motum proprium Sanctissimi_.

Chi crederebbe, che il fascino nelle menti umane possa giungere a tanto, che ama e si contrasta la propria soggezione e servitù, essendo assoluti e liberi? che nulla tutto ciò giovando per discacciar l'invasore, ma tutto il presidio essendo riposto nelle armi, si voglia profonder denaro in cose vane ed inutili, e non più tosto impiegarlo ad accrescer truppe e milizie, che sono i più efficaci mezzi per vendicar i torti e le offese? A ragione adunque potrebbesi esclamare:

_O miseras hominum mentes, o pectora coeca._ _Qualibus in tenebris vitae....._ _Degitur hoc aevi!_

CAPITOLO V.

_Stato della nostra Giurisprudenza e dell'altre discipline, che fiorirono fra noi nella fine del secolo XVII insino a questi ultimi tempi._

I progressi, che la Giurisprudenza e le altre scienze fecero fra noi nel Regno di Carlo II sino al presente furono veramente maravigliosi. Eransi negli altri Regni d'Europa e spezialmente in Francia ristabilite già e ridotte nel più alto punto di perfezione sin dal principio di questo secolo XVII, e nel suo decorso. Presso di noi però più tardi si perfezionarono, e ricevettero maggior politezza e candore. La nostra Giurisprudenza per _Francesco d'Andrea_, e per quegli altri che lo seguirono, prese, come si disse, miglior forma, e non men nelle Cattedre, che nel Foro si cominciarono ad insegnar le leggi con nuovi metodi, ed a disputar gli articoli legali secondo i veri principj della nostra Giurisprudenza, e secondo l'interpretazioni de' più eruditi Giureconsulti. La Filosofia, che sino a questi tempi era stata fra noi ristretta ne' Chiostri, e ridotta, o ad alcune sottigliezze di Logica e di Metafisica, o ad alcuni discorsi vani ed inutili, prese un nuovo lustro dallo studio delle scienze naturali e da un'infinità di nuovi scoprimenti, e dal buon metodo posto in uso per trattarla. La Medicina profittandosi degli scoprimenti della Fisica, e dell'uso di molti medicamenti ignoti agli antichi, si scoprì non tanto inutile per le malattie. Le Matematiche, e in spezie l'Algebra, furono spinte sino all'ultima astrazione col mezzo di metodi nuovi. Le Accademie istituite fra noi, e composte in questi tempi di uomini insigni, contribuirono non poco, per le lingue, per l'eloquenza e per l'erudizione alla perfezione delle scienze ed all'avanzamento della letteratura. Ridusse finalmente presso noi nell'ultimo punto di perfezione le discipline il commerzio, che per mezzo de' _Giornali de' Letterati_ s'introdusse fra noi, con la Francia, la Germania e l'Olanda; poichè col mezzo di questo gran numero di Giornali, che da quelle province escono, ogni uno può aver notizia de' libri, che s'imprimono in Europa, delle materie che contengono, e degli avvisi della Repubblica Letteraria.

Ne' nostri Tribunali, per quanto s'appartiene alla Giurisprudenza, come si è veduto, _Francesco d'Andrea_ fu il primo, che l'adoperò secondo i veri principj, e secondo le interpretazioni di Cujacio e degli altri eruditi, non men orando, che scrivendo; ed avendo egli per più anni esercitata fra noi l'avvocazione, ed acquistato quel grido, che il Mondo sa, acquistò ancora molti imitatori; onde nel nostro Foro cominciaron poi a distinguersi i meri Forensi da' veri Giureconsulti. Creato poi egli dal Conte di S. Stefano Giudice di Vicaria, e per mezzo del medesimo tosto promosso dal Re Carlo II al posto di Consigliere, e poi d'Avvocato Fiscale della Regia Camera, non mancò, esercitando questa carica, nelle sue allegazioni, e sopra ogni altra in quella famosa disputazion feudale[97], d'accoppiare insieme l'erudizione, l'istoria, e la vera Giurisprudenza colle disputazioni Forensi. Dopo tre anni di quest'esercizio, ottenne dal Re di far ritorno nel Sagro Consiglio; da dove poi per le stravaganti sue infermità, e per voler nel rimanente di sua vita vivere a se medesimo, ed attendere più quietamente allo studio della Filosofia, di cui erasi oltremodo invaghito, licenziossi, ed abbandonando la città e tutt'i luoghi più frequentati, ritirossi nelle solitudini di Candela, picciola terra dello Stato di Melfi. Quivi morì quest'incomparabile Giureconsulto, dopo alquanti giorni d'infermità, assistito dal Governadore di quello Stato e da più Religiosi; ed a' 10 settembre dell'anno 1698, su le 21 ore rendè al suo Fattore l'immortal sua anima; ed il giorno seguente da Monsignor Spinelli Vescovo di Melfi gli furono celebrati nobili e divoti funerali.

Dopo costui, chi più se gli avvicinasse nell'eloquenza e nell'erudizione, e sostenesse nel Foro l'arte del ben dire e scrivere, fu il famoso Avvocato _Serafino Biscardi_. Ebbe ancor costui per compagni, se non nell'eloquenza, nel sapere e nell'erudizione, _D. Niccolò Caravita_, ed _Amato Danio_; e nella dottrina legale que' due profondi Giureconsulti _Pietro di Fusco e Flavio Gurgo_. Ve ne furono ancora degli altri che sostennero ne' nostri Tribunali la vera arte del dire e del sapere, li quali durando ancor fra noi, e collocati nei primi onori del magistrato temerei offendere la lor modestia in favellandone; ma fra questi la gratitudine e l'aver io il pregio d'essere stato nel Foro suo discepolo, non comportano, che io taccia d'uno, che per giudicio universale è fuor d'ogni invidia e d'ogni emulazione. Questi è l'incomparabile _Gaetano Argento_, il quale fin dalla sua tenera età, fornito della più recondita e pellegrina erudizione, e consumato nello studio delle lingue, dell'istoria e delle buone lettere, applicò i suoi rari talenti negli studi legali, dove per la penetrazione del suo divino ingegno, per la stupenda memoria e per l'instancabile applicazione, riuscì al Mondo di miracolo; tal che per la profondità del suo sapere, e spezialmente nella Giurisprudenza, superò quanti Giureconsulti fra noi giammai fiorissero. Ed innalzato da poi a' supremi magistrati, ed al sommo onore di Presidente del nostro Sagro Consiglio, rilusse assai più luminosa la sua fama; poichè soprastando agli affari più gravi e rilevanti dello Stato, fece conoscere quanto in lui non meno potessero le lettere e le discipline, che la sapienza e l'arte del Governo.

Fu sostenuto da questi preclari ingegni il candor della nostra Giurisprudenza nel Foro; ma non mancarono ancora a questi tempi altri nobili spiriti, che lo sostennero nell'Università de' nostri studi. Erasi, come si disse, cominciato già in quest'Università ad insegnarsi con maggior pulitezza di ciò che prima facevasi; ma non s'era venuto a quella perfezione, colla quale insegnavasi nell'altre Università, e particolarmente in quelle di Francia; ma posto che ebbe in quella il piede il famoso Cattedratico _Domenico Aulisio_, fu ridotta nell'ultimo punto di perfezione. Egli per la sua varia e profonda erudizione, e sopra tutto della Romana e della Greca, per la perizia delle lingue, e per la sua somma e minuta esattezza, v'introdusse il vero metodo di spiegar le leggi. Fu ancora il primo, per li suoi maravigliosi concorsi, a dar norma agli Oppositori nelle Cattedre, come e con qual metodo dovessero quelli farsi, sì che non divagandosi fuori del testo, come si solea prima, in premesse ampliazioni, limitazioni e corollarj, si venisse all'interna sposizion di quello, ed a penetrarne i veri sensi, e con chiarezza poi e nettezza e proprietà di parole spiegarli. Fu quest'uomo ammirabile per la non men varia che profonda perizia, ch'e' possedeva in tutte le discipline. Egli fu non men profondo nella vera Giurisprudenza, come lo dimostrano le sue opere, che nelle Matematiche, nelle lingue, non men Latina e Greca, che nell'altre Orientali; nello studio delle lettere umane, ed in tutte le arti liberali. Grande antiquario e sopra tutto vago dello studio dell'antiche medaglie e degli altri monumenti dell'antichità. Profondo nella filosofia, nella poetica, nell'arte oratoria; ed insino sopra la medicina avea fatti studi immensi, tal che avea composta un esatta e peregrina _Istoria della Medicina_, che intendeva di dare alle stampe; ma per la sua natural tepidezza, sempre dubbio e vacillante e non soddisfacendosi mai delle sue stesse fatiche, prevenuto da _Daniele le Clerc_, rimane ora fra gli altri suoi M. S. che ci lasciò. L'opera delle _Scuole Sacre_, che fra breve uscirà alla luce del Mondo, s'era pure da lui ridotta in punto di darsi alle stampe, ma per l'istessa cagione, rimane ora alla discrezione del suo erede quando e come vorrà darla. Le opere sue legali, che si sono ora impresse, egli non l'avea dettate a questo fine, ma solo per insegnarle nelle cattedre a' suoi scolari, ed avrebbe ascritto a grande ingiuria del suo nome, se in sua vita taluno avesse avuto quest'ardimento. Ma presso me, a cui egli, come uno de' suoi più cari discepoli, raccomandò i suoi scritti, ha potuto più il pubblico beneficio, che la privata sua ingiuria; poichè, sebbene egli per la natural sua modestia, e pel poco concetto, che avea delle cose sue istesse, sentisse sì parcamente di queste sue fatiche, siamo sicuri che per l'utilità, che apporteranno, il giudicio del Mondo sarà molto diverso da quello del loro autore. Ha egli lasciate pure molte altre sue fatiche intorno alla poetica, all'arte oratoria, alla dottrina ed emendazione de' tempi, alle matematiche, alla filosofia e vari altri componimenti; ma tutti imperfetti e pieni di cassature ed inestricabili postille: d'alcuna delle quali forse a miglior tempo ed a maggior ozio, ne sarà partecipe la Repubblica Letteraria.

Per quest'eminente sua letteratura, vacata nell'anno 1695, per la morte di _D. Felice Aquadia_, la cattedra primaria vespertina del _Jus Civile_, fu con pienezza di voti a quella innalzato con soldo di ducati 1100, l'anno, la qual fu da lui sostenuta con sommo splendore e gloria; tal che per lui l'Università de' nostri studi non ebbe che invidiare a qualunque altra più illustre di Spagna, o di Francia, ed in quella insegnò sino alla fine di gennajo del 1717, anno della sua morte. Ma se questa perdita fu per noi grave ed inestimabile, niente però si scemò di pregio alla cattedra ed alla nostra Università; poichè ben tosto, espostasi quella a concorso, fu con universal consentimento provveduta in persona d'un pari ed insigne Cattedratico _D. Nicolò Capasso_, che ora degnamente la sostiene, il quale essendo stato il primo fra noi ad insegnare ne' nostri studi il _Jus Canonico_, secondo i veri principj tratti da' Concilj e da' Padri, col soccorso dell'Istoria Ecclesiastica, e secondo l'interpretazione de' più culti ed eruditi Canonisti, siccome prima avea illustrata e posta in maggior splendore quella Cattedra Canonica, così ora da lui, per la sua eloquenza, dottrina legale, somma erudizione e perizia delle lingue, vien sostenuta la Primaria Civile, con non minor decoro e concorso di quello ch'era in tempo del suo predecessore.

Furono ancora a questi tempi in migliore stato ridotte l'altre cattedre di questa Università per le altre scienze che quivi s'insegnano. _Tommaso Cornelio_, come fu detto, avea introdotta in Napoli la nuova filosofia, ed egli proccurò, che le opere di _Renato des Cartes_ quivi s'introducessero: ebbe egli in questi principj per compagno _Lionardo di Capoa_, medico e filosofo ancor egli: onde congiunti insieme cominciarono a promuovere le buone lettere, e sopra tutto la filosofia e la medicina. Poco da poi, alcuni di più accorto ingegno, tratti dal loro esempio, si diedero anch'essi a questa nuova maniera di filosofare, e lasciando da parte tutto ciò, che nelle scuole fra' chiostri aveano appreso, si applicarono a questi nuovi studi. Trovarono costoro a questi tempi un potente protettore, _D. Andrea Concubletto Marchese dell'Arena_, il quale mosso dall'affetto ardentissimo, ch'egli avea a sì fatti studi, e punto anche da generosa invidia, che ove in altre parti d'Europa la buona filosofia trionfava, solo in Napoli fosse negletta, e da pochi conosciuta, diedesi con grande studio a proccurare, che coloro che n'aveano vaghezza in qualche luogo s'unissero, dove con sottili ricerche e speculazioni si proccurasse spingere più avanti le cognizioni sopra questo soggetto. Eransi già prima, non meno in Parigi che in Inghilterra, introdotte consimili Accademie di Scienze; onde ad imitazione di quelle studiavasi l'Arena promuovere questa sua. Fu per tanto scelta la casa istessa del Marchese per luogo di quest'Adunanza, alla quale s'ascrissero gli uomini più dotti di que' tempi. Fu dato il nome all'Accademia degl'_Investiganti_, che per impresa avea un Can bracco, col motto Lucreziano: _Vestigia lustra_[98].

I più insigni, che quivi s'arrolarono, e de' quali ne rimane a noi ancora memoria, furono oltre il Cornelio, ed il Capoa, il cotanto da noi celebrato _Camillo Pellegrino_, il quale, sebbene in tutto il corso della sua vita avesse consumati i suoi giorni in studi diversi, cioè dell'istoria, e nelle ricerche delle nostre antichità; erasi poi nella vecchiaja così ardentemente acceso dei nuovi ritrovamenti e metodi di questa novella Filosofia, che accusava la sua grave età, che non gli permettesse porre ogni opera in questi studi. Il cotanto presso noi rinomato _Francesco d'Andrea_, ed il suo fratello _D. Carlo Buragna_, che restituì in Napoli l'Italiana Poesia, e che alla gran perizia della Geometria e della Fisica accoppiava una perfetta cognizione di tutte e tre le lingue. _Giovambattista Capucci_, profondo Filosofo, ed adornato di molta letteratura. _Sebastiano Bartoli_ famoso Medico di que' tempi, di cui il nostro Vicerè D. Pietrantonio d'Aragona ebbe tanta stima e concetto. _Lucantonio Porzio_ gran filosofo e medico, che in quest'Adunanza vi recitò nobili e profonde lezioni intorno al sorgimento de' licori, e sopra altre sue filosofiche investigazioni[99]. Vi s'ascrissero ancora i Nobili _Daniello Spinola_ e _D. Michele Gentile_; e vollero pure aggregarvisi Monsignor _Caramuele_ Vescovo allora di Campagna, ed il _P. Pietro Lizzardi_ Gesuita, oltre tanti altri preclari spiriti, che furono tutto intesi colle loro gloriose fatiche a scuotere il durissimo giogo, che la Filosofia de' Chiostri avea posto sopra la cervice de' nostri Napoletani.

Quest'Adunanza per la partenza del Marchese d'Arena da Napoli, e per la di lui morte non guari da poi seguita, si disciolse; ma non per ciò i suoi Accademici, chi insegnando nelle Cattedre, e chi scrivendo nobilissimi trattati, si trattennero di promuovere questi studi; tal che in brevissimo tempo fecero notabilissimi progressi, ed acquistarono molti seguaci, diffondendo non men questa Filosofia, che le altre buone lettere; e nella Medicina, Notomia, Botanica e nelle Matematiche, e spezialmente nell'Algebra introdussero nuovi metodi, e stesero molto le loro conoscenze. Quelli che non ebber genio d'esporsi a' concorsi per ottener le Cattedre, si segnalarono colle loro opere in diffondendo le novelle dottrine. _Lionardo di Capoa _si rese celebre per li suoi _Pareri_, che diede alle stampe. _Gregorio Caloprese_, ancor'egli profondo Filosofo, diede saggi ben chiari, quanto nella Cartesiana Filosofia valesse, co' suoi dotti scritti; ed il somigliante fecero tanti altri preclari e nobili spiriti.

Coloro che aspirarono alle Cattedre non men colle opere che diedero alle stampe, che con insegnar ivi pubblicamente le scienze, innalzarono assai più la nostra Università degli Studi; tal che non meno per le leggi civili e canoniche, che per le altre facoltà quivi insegnate con maggior pulitezza e candore, si vide ella fiorire a pari delle maggiori Università d'Europa. La Cattedra della _Medicina_ fiorì sotto il celebre _Luca Tozzi_, famoso per le sue opere date alle stampe; la qual dopo la di lui morte, non pur niente perdè di splendore, ma ne acquistò un maggiore, per vedersi ora in sua vece sostenuta da un più chiaro e risplendente lume, quanto, e quale il cotanto celebre _Niccolò Cirillo_. Quella della _Notomia_ è pur anche occupata da _Lucantonio Porzio_, famoso ancor'egli in tutta Europa per profondità di sapere e per le insigni sue opere date alle stampe. Non men di queste furono le altre di _Matematica_, e d'_Eloquenza_, sostenute, siccome ancor ora si sostengono, da valenti professori. Erasi in quest'Università, per le precedute sciagure, estinta la cattedra della _Lingua Greca_: ma nel governo del marchese de los Velez fu nell'anno 1682 quella ristabilita[100]; e quel che accrebbe a lei maggior splendore, fu d'essersi provveduta in persona del Sacerdote _D. Gregorio Messeri_, gran maestro di tal lingua, e riputato de' primi in tutta Italia: tal che quanto oggi si sa fra noi di questo idioma, tutto si deve a questo insigne professore.

Nel medesimo anno la _Botanica_ fu pure in Napoli maggiormente ristabilita, mercè la cura che se ne prese _D. Francesco Filamarini_, il quale eletto Governadore dell'Ospedale della Nunziata di Napoli, fece per comun utilità, a spese del medesimo, piantar un orto di semplici fuori le porte della città nel luogo detto la Montagnola, di cui poi se ne prese il pensiere _Tommaso Donzelli_ celebre Medico de' nostri tempi, che l'ordinò ed arricchì di molte piante[101]. Prima di lui _Mario Schipano_ avea pure coltivati questi studi, che furono a noi tramandati dal famoso _Fabio Colonna_; ed a' nostri tempi _Gio. Battista Guarnieri_ rinomato Medico e Cattedratico vi avea ancor fatti notabili progressi.

Fu ancora a questi medesimi tempi restituita fra noi nel suo antico splendore la _Poesia Italiana_ per Carlo Buragna, Pirro Schettini, ed altri eccellenti Poeti, che vi fiorirono. Le altre buone lettere, l'erudizione e le lingue fecero grandi progressi sotto il governo del Duca di Medina Coeli, che le protesse non meno, che i professori di quelle. Gli studi, che a noi vennero più tardi, furono quelli dell'Istoria Ecclesiastica e della Teologia Dogmatica, li quali in Francia s'erano spinti sino all'ultimo punto di perfezione; ma applicatisi, ancorchè tardi, i nostri ingegni a quelli, alcuni vi riusciron eminenti: tal che introdotte fra noi tutte le buone discipline, fu restituita la città ed il Regno in quella pulitezza e letteratura, che ora ciascun vede.

CAPITOLO VI.

_Politia Ecclesiastica di questi ultimi tempi._