Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 25

Chapter 253,254 wordsPublic domain

Ma non meno in Fiandra, che in Italia ebbero a questi tempi le gloriose armi imperiali felici avvenimenti. Non pur si tolse l'assedio a Turino ma in un tratto fu occupato lo Stato di Milano, Mantova, e l'altre piazze della Lombardia; tal che i Franzesi furon costretti abbandonar l'Italia, e ritirarsi colle loro truppe in Francia. Aveano i Franzesi per soccorrere il Milanese lasciato voto il nostro Regno di loro truppe; onde s'ebbe opportunità di tentarne l'impresa con felicissimo successo. Per la natural affezione di questi popoli all'augustissima casa d'Austria, bastò al Conte Daun con un sol distaccamento dell'esercito imperiale, che l'Imperador Giuseppe teneva in Lombardia, entrar, senza esservi chi gli facesse opposizione, nel Regno, ed a' 7 di luglio di quest'anno 1707 felicemente impossessarsi, in nome del Re Carlo, della città di Napoli, gli Eletti della quale corsero insino ad Aversa a presentargli le chiavi. L'esempio della Metropoli fu tosto imitato dalle altre città del Regno: i castelli tutti si resero alle vittoriose insegne: Pescara parimente fu resa: sola Gaeta, dove eransi ritirati gli Spagnuoli, fece resistenza; ma in men di tre mesi, dopo breve assedio fu presa per assalto e saccheggiata. In breve con universal giubilo e contento furono ricevute le imperiali armi e senza commozione, senza scompiglio e senza que' disordini, che sogliono cagionare le mutazioni di nuovi dominj, il Regno tutto pacatamente ed in somma tranquillità passò sotto il dominio del Re Carlo, che teneva allora collocata la sua Sede regia in Barcellona.

Furono ritenute le medesime leggi, i medesimi magistrati, (sol mutandosi le persone di coloro, ch'eranvi dal suo emolo fra que' sette anni stati esaltati) li medesimi stili nelle segretarie all'uso di Spagna, ed i medesimi istituti. Gli Spagnuoli, che vollero rimanere, furono mantenuti ne' loro posti: furono ne' Tribunali conservate le alternative, ch'essi godevano nelle toghe: in breve, toltone i Vicerè di nazion tedesca, e gli ufficiali militari, che aveano il comando delle loro truppe, in niente fu alterata la politia del Regno.

Ricevette però non picciol vantaggio dall'aver fatto ritorno sotto il dominio di questa augustissima famiglia, per le tante concessioni e privilegi, che a larga mano, sopra tutti gli altri Re suoi predecessori, gli furon conceduti da un sì grato ed indulgentissimo Principe. Egli mosso dalla fedeltà e prontezza mostrata in quest'occasione, concedette alla città e Regno nuove grazie, e tutte considerabilissime, e quel ch'è più, la pronta esecuzione dell'antiche. Onorò la città, ed i suoi Eletti con nuovi e più speziosi titoli. Preferì i suoi nazionali nelle cariche, beneficj e negli uffizj, escludendone i forestieri. Con più sue regali cedole stabilì l'importante diritto dell'_Exequatur Regium_ in tutte le Bolle, Brevi ed altre provvisioni, che ci vengono di Roma: vietò rigorosamente l'alienazione dei fondi delle entrate regali: sterminò affatto ogni vestigio d'Inquisizione: con suoi Regali editti comandò, che in tutt'i Beneficj, Vescovadi, Arcivescovadi, ed altre Prelature del Regno ne fossero affatto esclusi i forestieri, nè che in lor beneficio sopra quelli possano imporsi pensioni o altre gravezze; confermò tutti i privilegi e grazie concedute al Baronaggio, ed al Regno, da' Re suoi predecessori; tolse la Ruota del Cedulario: volle, che contro il suo Fisco militasse la prescrizion centenaria, anche nelle regalie, nelle cose giurisdizionali e nelle altre sue ragioni fiscali: stese la succession feudale a favor de' Baroni per tutto il quinto grado. Nè dee riputarsi picciol giovamento quello, che si ritrae dal venire ora il nostro Regno compreso nelle tregue, che si fanno dall'Imperio col Turco: e dal commerzio, al quale è inteso d'aprire colla Germania ne' nostri Porti, con scale franche; ciò, che dagli Spagnuoli non era da desiderare, non che da sperare. In fine concedè a noi tante rilevanti grazie, le quali non senza nostra confusione insieme e contento, leggiamo ora nel II volume _delli Privilegi e Grazie_ fatto imprimere nell'anno 1719 dalla nostra città, perchè non meno si sappiano i suoi pregi, che la munificenza di un tanto Principe, de' quali gli è piaciuto di profusamente arricchirla.

Intanto fu provveduto il nostro Re Carlo III d'una non men savia, che avvenente Principessa per moglie _Elisabetta Cristina di Wolffembutel_, la quale da' suoi Stati, traversando la Germania e l'Italia, si condusse in Barcellona al suo sposo; nel qual tempo i progressi delle sue armi in Ispagna, sotto la condotta del Conte di Staremberg, fecero maravigliosi acquisti, penetrando co' suoi eserciti insino a Madrid; e se il Duca di Vandomo, al quale era stato conferito il comando delle truppe di Spagna, non si fosse valorosamente opposto all'esercito nostro, costringendolo a ritirarsi in Catalogna, la guerra di Spagna sarebbe allora gloriosamente finita. Gli Olandesi e gl'Inglesi dall'altra parte aveano interamente rotti i Franzesi in Fiandra, nella battaglia, che lor diedero vicino ad Oudenarde sopra la Schelda, la quale portò in conseguenza la presa di Lilla e di Gant; e poi l'anno seguente quella di Tournai e di Mons; tal che costrinsero Lodovico XIV a far proposizioni di pace, le quali, ancor che fossero svantaggiose alla Francia, nelle conferenze che si fecero in Gertruidemberg fra i Plenipotenziari della Francia, dell'Inghilterra e dell'Olanda, non furono accettate.

Ma la morte accaduta in quest'anno 1711 a' 17 di aprile dell'Imperador Giuseppe, in età di 32 anni, otto mesi e ventitrè giorni, senza lasciar di se prole maschile, ruppe tutti i disegni, e fece mutar sembiante allo stato delle cose. Tutti i Principi d'Alemagna richiamavano il nostro Re all'Imperio, tal che, stando egli in Barcellona, fu dal comun lor consenso in Francfort eletto Imperadore, e _Carlo VI_ sempre Augusto Imperador Romano fu universalmente acclamato. Gli convenne perciò, lasciando la Regina Elisabetta in Barcellona al Governo di Catalogna di ritornare in Alemagna e prender il possesso dell'Imperio. Ed intanto il Re di Francia, profittandosi di tal mutazione, e più per aver ridotta la Regina Anna d'Inghilterra con vari negoziati e lusinghe a' suoi voleri, promosse con maggior calore nuovi trattati di pace. Indusse da principio quella Regina ad acconsentire ad una sospension d'armi fra la Francia e l'Inghilterra, tal che fece ella ritirare le sue truppe, che avea in Fiandra, dall'esercito degli Olandesi; il qual essendo divenuto più debole a cagion di questa ritirata, fu assalito dall'esercito Franzese guidato dal Maresciallo di Villars, e stretto sì vivamente a Denain, che dopo una considerabil perdita, i Franzesi s'impadronirono del campo nemico, presero poi S. Amando e Marchienna, fecero levar l'assedio da Landrecì, e costrinsero la città di Dovay e quella di Quesnoy alla resa.

Questi vantaggi costrinsero gli Alleati ad ascoltare le proposizioni di pace; onde furono nominati dall'una e dall'altra parte i Plenipotenziarj, i quali portatisi in Utrech (dopo essersi a' 14 marzo, tra il nostro Imperadore ed il Re di Francia, accordato un armistizio per Italia e l'evacuazione della Catalogna e di Majorica[90]) conchiusero la pace il dì 11 del mese di aprile dell'anno 1713 fra l'Inghilterra, l'Olanda, Portogallo, Savoja, Prussia, Francia e Spagna. Fu tra di loro stabilito, che col mezzo della rinunzia fatta da Filippo alla Corona di Francia, tanto per se, quanto per li suoi discendenti, e di quella del Duca d'Orleans alla Corona di Spagna, a Filippo rimanessero le Spagne e l'Indie. La Sicilia fu data al Duca di Savoja, al quale anche fu promessa la successione al Regno di Spagna, come pure a' suoi eredi, in caso venisse a mancare il ramo di Filippo. Il Regno di Napoli ed il Ducato di Milano rimanesse al nostro Imperadore. Gli Elettori di Baviera e di Colonia furono restituiti nel possesso de' loro Elettorati. La Regina Anna fu riconosciuta Regina d'Inghilterra, e dopo la di lei morte il Principe d'Annover e suoi eredi. Che le fortificazioni di Doncherc dovessero demolirsi. Le Piazze della Fiandra spagnuola furono date in potere degli Olandesi, per essere restituite alla Casa d'Austria; e Lilla, ed Aire furono restituite al Re di Francia.

Il nostro Imperadore non volle ratificar questo trattato per non pregiudicare le sue ragioni sopra la Spagna, nè volle colla medesima trattar pace, per ciò ne fu fatto un altro particolare tra lui e la Francia, in Rastat il dì 6 di marzo del seguente anno 1714[91], col quale si confermarono le condizioni precedenti a riguardo di tutte le altre Potenze, ma non già di cedere le sue ragioni e titoli sopra quella monarchia, da poterle, quando che sia, sperimentar coll'armi. Fur per tanto questi trattati di pace eseguiti con ogni sincerità (toltone la Spagna) fra tutte le Potenze, che vi concorsero. Al Duca di Savoja fu data la Sicilia; se bene avendo poi la Spagna voluto romper questo trattato, con tentar d'occuparla di nuovo per se, questa mossa è stata cagione, che lo scambio, che poi se ne fece, sia riuscito in maggior vantaggio del nostro Monarca; poichè vindicata colle sue armi, dalle mani degli Spagnuoli, si diede al Duca in iscambio della Sicilia l'Isola di Sardegna, tal che la Sicilia rimane ora unita al nostro Regno, come prima, sotto un medesimo Principe.

(Gli articoli accordati nel campo vicino Palermo per l'evacuazione de' Spagnuoli dal Regno di Sicilia e di Sardegna a' 6 maggio del 1720 tra il _Conte di Merus_ per l'Imperadore e tra il _Marchese di Lede_ General comandante degli Spagnuoli, si leggono presso _Lunig_[92], siccome gli articoli accordati da' medesimi nel campo suddetto a' 8 dello stesso mese, riguardanti l'evacuazione del Regno di Sardegna, si leggono presso lo stesso pag. 1435. Per esecuzione de' quali, usciti da quella gli Spagnuoli, ne presero il possesso le truppe Cesaree, ed in vigore dell'Artic. II della quadruplice Alleanza, la maestà di Cesare per mezzo del _Principe di Ottaiano_ suo plenipotenziario costituito a questo atto, diede il possesso del Regno col titolo di Re al _Duca di Savoja_, il quale dall'ora avanti deposto il titolo di Re di Sicilia, assunse quello di Re di Sardegna).

Fu evacuata la Catalogna, e l'Imperadrice Elisabetta ritornò in Alemagna, nell'imperial Sede di Vienna, a ricongiungersi col suo Augusto marito, di cui già gravida, diede poi alla luce un Principe; ma morte troppo acerba, crudele ed inesorabile a noi presto cel tolse, lasciandoci in amari lutti e pianti.

Fu per tanto per lo governo di questi Regni di Spagna, che rimanevano all'Imperador Carlo, eretto in Vienna un supremo Consiglio, composto non men di Consiglieri di toga, che di Stato, e nel quale non v'hanno parte alcuna Ministri tedeschi. A questo dal nostro Regno si manda un Reggente, come già praticavasi sotto il governo degli Spagnuoli di mandarsi in Madrid. Si serbano per ciò i medesimi istituti e le segretarie rimangono ancora all'uso di Spagna: in quella lingua vengon dettate le regali cedole ed i dispacci, ed i Ministri spagnuoli, che seguirono il nostro Augustissimo Principe ritengono in quel Consiglio la lor parte, di cui ora è Capo e presidente l'Arcivescovo di Valenza, che sopra tutti gli altri è distinto nella fedeltà e zelo del servigio del suo Signore.

Si credette, che per la competenza e contrasto fra questi due Principi Carlo e Filippo, ciascun de' quali per se dimandava istantemente al Pontefice Clemente XI l'investitura del Regno di Napoli, dovesse con tal opportunità cancellarsi quest'uso; poichè essendo stato sempre costante quel Pontefice a negarla all'imperador Leopoldo, che giustamente la dimandava per l'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo, ripugnava ancora (per ostentar neutralità) di darla al Re Lodovico di Francia, il quale, non men che Leopoldo, istantemente la chiedea per lo Duca d'Angiò suo nipote.

(Tutti gli atti e pubbliche scritture uscite per l'occasione di questa investitura, che dimandavasi al Papa da' Principi rivali, e le relazioni della ridicola pretensione, che da ciascuno si faceva del cavallo bianco, che non accettato si lasciava andar ramingo e scapolo per Roma, furono unite ed impresse da _Cassandro Tucelo Tom. I. cap. 6_, dove si leggono le Allegazioni di Ulrico Obrecto, e le contrarie di _Rolando de Duvinck._)

Per questa competenza in tutto il Pontificato di Clemente, che fu molto lungo, non si curò più da competitori dimandarla, tal che si credea, che l'ultima investitura dovess'esser quella, che Carlo II prese nell'anno 1666 dal Pontefice Alessandro VII. Per una consimile occasione si tolse l'investitura del Regno di Sicilia; poichè negando sempre i Pontefici romani di darla al Re Pietro d'Aragona, ed a' suoi successori Re Aragonesi, per non offendere Carlo I d'Angiò, ed i suoi successori Re Angioini; gli Aragonesi da poi, riflettendo, che niente di male per ciò loro era avvenuto, nè più di ciò ch'essi aveano in quel Regno loro si dava, se non un poco di carta con quattro parole scritte, siccome solea dire il Re Carlo III di Durazzo al Pontefice Urbano VI, non si curarono più di cercarla; onde, siccome per certa usanza si trovava ivi introdotta, così per contrario uso rimase quella affatto abolita; tal che da poi nè il Re Alfonso I di Aragona, nè Ferdinando il Cattolico, nè gli altri Re dell'augustissima Casa Austriaca giammai la dimandarono, e rimase solo per lo Regno di Napoli.

Parimente i Pontefici romani per un tempo s'arrogarono la podestà di dar l'investitura del Regno di Sardegna, siccome in effetto Bonifacio VIII la diede a Giacomo Re d'Aragona; ma poi que' Re non si sognarono più di cercarla[93]. E ne' Regni d'Aragona medesima e di Valenza pur pretesero lo stesso, siccome fece Martino IV, che privò di quelli Regni Pietro Re d'Aragona, e ne diede l'investitura a Carlo di Valois figliuolo di Filippo Re di Francia. Ma sono ormai scorsi cinque secoli, che gl'istessi romani Pontefici hanno lasciato tali pensieri e tali pretensioni[94]. Lo pretesero ancora nel Regno d'Inghilterra, siccome si praticò in tempo di Re Giovanni, il quale volle riceverne l'investitura e l'incoronazione dal Papa, che vi mandò per tal effetto Pandolfo suo Legato appostolico ad incoronarlo[95]. Ma da poi gli altri Re d'Inghilterra non si sognarono in conto veruno cercarne più investitura, nè fu più praticata. Il medesimo tentarono nel Regno di Scozia a tempo d'Odoardo I, che refutò il Regno alla Chiesa romana. Ma gl'Inglesi niente di ciò curando, fecero sentire al Papa, che non s'impacciasse con gli Scoti, ch'erano sudditi e vassalli del Re d'Inghilterra[96]. Sono per ultimo note le intraprese de' romani Pontefici sopra l'Impero romano germanico, che veniva da loro connumerato tra' feudi della Chiesa romana, e che per ciò fosse della lor potestà eleggere gl'Imperadori. Ma da poi fu tolta ogni soggezione, ed ora la potestà d'eleggere è rimasa assolutamente presso i Principi Elettori, con essersi anche tolta quella cerimonia d'andarsi a coronare in Roma per mano del Pontefice. Così secondo le opportunità, che le si presentarono, tolsero i savj Principi da' loro reami queste soggezioni, le quali introdotte ne' tempi dell'ignoranza, siccome per abuso s'erano in quelli stabilite, così per contrario uso furono abolite.

Con tutto ciò essendo a' 19 marzo dell'anno 1721 morto Papa Clemente XI, in età di 72 anni, dopo un lungo Pontificato d'anni, poco men che ventuno, ed essendo stato eletto in suo luogo nel mese di maggio del medesimo anno il Cardinal Conti col nome d'_Innocenzio XIII_ che ora con somma lode di prudenza e bontà regge la Sede appostolica, non ha costui fatto passar un anno del suo Pontificato, ch'essendone stato richiesto dal nostro Imperadore (per fini forse più alti e prudenti, che a noi cotanto umili e bassi, non lece indagare) glie n'ha conceduta l'investitura, con avergliene in maggio del passato anno 1722 spedita Bolla, nella quale, non altramente che fece Lione X coll'Imperador Carlo V, fu duopo dispensare alla legge dell'antiche investiture, le quali proibivano a' Re di Napoli d'essere Imperadori, o Re di Romani, e s'intendevano decaduti dal Regno, accettando la Corona imperiale; siccome si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria.

(La Bolla colla quale Leone X dispensò l'Imperador Carlo V da questa legge, spedita a' 3 giugno dell'anno 1521 si legge presso _Lunig tom_. 2 _pag_. 1343.)

(Il _Cardinale Althann_, che si trovava allora in Roma Legato di Cesare, nel dì 9 giugno del medesimo anno 1722, diede in nome dell'Imperadore, come Re di Napoli, il giuramento di fedeltà avanti una generale congregazione di Cardinali, ed al Tribunale della Camera papale, presenti li suoi Protonotarj, ricevendo dal Papa l'investitura. Da poi a' 28 del medesimo mese nella vigilia di San Pietro, giorno da antichissimo tempo statuito a questa prestazione, il _Colonna_, come Gran Contestabile del Regno presentò il cavallo bianco, ed il solito censo, con solenne celebrità e gran pompa, per render gli altrui trionfi più maestosi e splendidi. La relazione di questa solenne funzione con le ristucchevoli cerimonie usate, non si dimenticò _Struvio_ inserirla nella giunta del suo _Corpus Hist. Germ. tom. 2 period. 10 sect. 13 de Carolo VI §. 47 _ nella _pag_ 4112).

Ma il decorso del tempo, e gli avvenimenti dell'anno 1734 han fatto chiaramente conoscere quanto ai nostri tempi riesca a' Re di Napoli inutile il cercare, ed ottenere tali vane Investiture, e che queste celebrità e pompe di presentarsi ogni anno per tributo il censo di settemila ducati d'oro, ed il cavallo bianco, siano tutte spese perdute, che si potrebbero impiegare a miglior uso. Che profitto ricavonne L'Imperador Carlo VI di averla ottenuta da _Innocenzio XIII_? se non quello di avere _Clemente XII_ successore, non già impedita, ma agevolata l'impresa all'Infante di Spagna _Don Carlo_ inviato dal Re _Filippo V_ suo Padre ad occupar il Regno, e discacciarne il legittimo possessore. Niente gli valse l'investitura d'_Innocenzio_. Niente que' giusti e legittimi titoli che ne avea, non solo per le ragioni di succedere al Re _Carlo II_, ma in vigore di più istromenti di pace stipulati e firmati con giuramento fra l'Imperadore ed il Re _Filippo_, così nella pace stabilita in Vienna nell'anno 1725 in esecuzione della pace di Londra del 1718, e ratificata con tanti altri reiterati atti ne' susseguenti tempi, come nelle altre convenzioni seguite prima e dopo la pace di Siviglia, per le quali i Regni di Napoli e di Sicilia per titolo di transazione irrevocabile si cedevano dal Re di Spagna perpetualmente all'Imperador _Carlo_; siccome questi all'incontro cedeva le sue pretensioni sopra tutta la Spagna e l'Indie al Re _Filippo_. Non s'incontrerà certamente nelle istorie esempio più chiaro e manifesto, che ad un principe, alla legittimità del possesso siansi accoppiati tanti giusti e validi titoli, quanto che a riguardo di questi due Regni all'Imperador _Carlo_. E pure il Vicario di Cristo, che dee zelar cotanto per la giustizia, che dee esclamare, increpare, maledire, ed opporsi agl'invasori, tanto è lontano che ciò abbia fatto, che al contrario agevolò l'impresa, somministrò alle truppe nel passaggio ogni agio ed abbondanza di vettovaglie e di viveri, ed animava i Popoli alla resa. Come colui, che si pretende padron diretto di questo Regno, riputandolo vero Feudo della Sede, anzi della Camera Appostolica, e che i Re dopo esserne stati investiti siano veri suoi Feudatarii, non si oppone all'invasore? e le leggi _Feudali_ istesse esclamano, che di sua natura il _feudo_ essendo da altrui invaso, porti seco l'indispensabil obbligo al padron diretto di difendere il _Feudatario_, opporsi all'invasore e far tutto ciò che possa per impedire l'invasione. A che dunque giovano oggi queste varie, ed inutili investiture? Almanco a' tempi antichi gl'Investiti erano sicuri, che i Pontefici si armavano a lor difesa; e quando non potevano far altro scomunicavano gli aggressori, interdicevano i loro Stati e scagliavano anatemi terribili contro i fautori e tutti coloro che gli prestavan ajuto e soccorso. Che non fecero li Pontefici romani contro Re _Pietro d'Aragona_, quando occupò il Regno di Sicilia, togliendolo al Re _Carlo I d'Angiò_, che n'avea avuta Investitura da Papa _Clemente IV_ per se e suoi discendenti? che non fecero i successori di _Clemente_, morto Re _Pietro_, contro Re _Giacomo_ suo figliuolo, e contro Re _Federico_ fratello di _Giacomo_?

In tempo del famoso scisma, quando in Napoli si conoscevano, secondo le fazioni, due Re e due Pontefici, ciascun Papa difendeva contro l'altro il da lui investito, e si pugnava ferocemente fra di loro, come pro _aris_, et _focis_; ed i libri di quest'Istoria Civile sono pieni di contenzioni e brighe nate per occasioni simili.