Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 24

Chapter 243,770 wordsPublic domain

Pretese ancora imitar il Carpio nella magnificenza degli spettacoli, onde nel suo tempo se ne videro superbissimi; e sopra ogni altro intese ad ingrandir il nostro Teatro di S. Bartolommeo, e fornirlo non men di maestose, e superbe scene, che di provvederlo dei migliori Musici, che fiorissero a' suoi tempi in Europa; tal che oscurò la fama de' Teatri di Venezia, e dell'altre città d'Italia. Egli cominciò, e ridusse a fine quella magnifica strada, adorna d'ameni alberi, e di limpidissimi fonti, che al lido del mare costrusse per quanto corre la spiaggia di Chiaja. La pompa ed il fasto della sua corte fu veramente regale e magnifica, nè in altri tempi fu veduta presso noi altra più numerosa e splendida. Favorì le lettere e sopra modo i Letterati, ragunandogli spesso nel regal palazzo, dove egli con somma attenzione e compiacimento, ascoltava nell'assemblee i loro varj componimenti. Tal che le buone lettere, che nel preceduto governo s'erano presso noi stabilite, a' suoi tempi, per li suoi favori, presero maggior vigore, e più fermamente si confermarono.

Ma tutte queste nobili, ed amene applicazioni venivano amareggiate da altri più severi e gravi pensieri. Col correr degli anni sempre più si confermavano i popoli nella credenza, che nemmeno dal secondo matrimonio avrebbe il nostro Re lasciata prole, e si teneva per fermo, che la sterilità, non già dalla Regina giovane sana e valida, ma dal Re procedesse, e dalla sua complessione debole, ed infermiccia. Le continue sue malattie ci recavan spessi timori, e se ben talora migliorava, nell'istesso tempo, che noi per gli avvisi della sua ricuperata salute facevamo feste ed illuminazioni, egli era già ricaduto nel pristino malore. Il Duca nostro Vicerè per rallegrar i popoli e divertire i loro animi da sì funesti pensieri, in occasioni di miglioramento faceva celebrar feste magnifiche, e nel regal palagio tenne accademie de' più famosi Letterati, nelle quali per la ricuperata salute del Re recitarono nobilissimi componimenti in varie lingue, così in prosa, come in verso, che furon ancora dati alle stampe. Fece ancora nell'anno 1697 coniare una moneta d'oro col nome di _scudo riccio_, nella quale, alludendosi alla sua ricuperata salute, da una parte sostenute da un aquila coronata vi erano scolpite le sue regali arme, e dall'altra un mezzo busto del Re, che per base avea una palma, che stendeva sopra il capo le sue foglie, col motto: _Reviviscit_.

(Questa moneta, come qui sta descritta, dal _Vergara _fu impressa nella _Tav. 52_, e per essersene coniate pochissime si è presentemente resa molto rara.)

Ma non per tanto non si ricadeva appresso, per contrarie novelle, ne' pristini timori, di dover fra breve il Re mancare senza posterità.

Si vedeva all'incontro la Francia formidabile e tremenda, la quale nell'anno 1696 avea posto in piede cinque fioritissimi eserciti e gli sostenne nel paese nemico per tutta la campagna. Che quel Re pien di gloria e di vasti pensieri, meditava alte imprese; e che per togliersi l'ostacolo del Duca di Savoja, avea conchiusa col medesimo la pace, e per maggiormente stabilirla a' 4 luglio del medesimo anno, affrettò le nozze tra Maria Adelaide di Savoja, figliuola del Duca, col Duca di Borgogna, figliuolo del Delfino di Francia suo nipote. Che per ciò avea rivolte tutte le sue forze contro la Spagna, in Fiandra, dove nel 1697 conquistò molte piazze ed in Catalogna, dove prese la città di Barcellona, nell'istesso tempo, che avea nominati i Plenipotenziarj per la pace. Anzi per più speditamente pervenire al gran disegno, sollecitò in questo istesso anno coll'Inghilterra, con l'Olanda e colla Spagna istessa la pace, la quale fra queste Potenze fu conchiusa in Riswic il dì 20 di settembre, e dopo sei settimane coll'Alemagna. Ma alquanto dopo la conchiusione di questa pace fu sottoscritto in Loo un segreto trattato fra gl'inglesi, gli Olandesi, la Francia e la Savoja, col quale s era fatto un _partaggio_ della monarchia di Spagna, in caso che il nostro Re venisse a mancare senza figliuoli, come vi era molta apparenza.

(In questo primo partaggio, che si trattò nel 1698 essendo ancor vivente il Principe _Ferdinando Giuseppe di Baviera_, il qual si legge nella nuova Raccolta di _Mr. du Mont Tom. II p. 52_, era divisa la Monarchia in cotal guisa: al suddetto _Principe di Baviera_ assegnavasi la Spagna con l'America: al _Delfino di Francia_ i Regni di Napoli e di Sicilia colla provincia Guipiscoa ed i porti de' presidj: all'_Arciduca Carlo _il ducato di Milano.)

L'Imperador Leopoldo, ancorchè vedesse gli altri Principi a ciò consentire, con somma costanza non volle mai dar suo consentimento a divisione alcuna

Si credette nascondersi sotto questa voce, ch'erasi già divulgata di _partaggio_, un più profondo arcano; poichè l'istesso Re di Francia Lodovico prevedeva, che non sarebbe cosa, che toccasse tanto più al vivo gli animi degli Spagnuoli, che lor proporre un tal partito, stando certo, che avrebbe lor recato sommo abborrimento: gelosi, che una sì vasta ed ampia monarchia, con tanta gloria de' loro maggiori unita e stabilita in tant'altezza, dovesse così miseramente lacerarsi, e divisa in pezzi, estinguersene il nome e la gloria: siccome in effetto non pur gli Spagnuoli, ma l'istesso Re Carlo II l'ebbe in orrore e per prevenire i disegni e romper quest'impertinenti ed intempestivi trattati, che si facevan sopra i suoi Regni, rivolse in novembre del seguente anno 1698 l'animo a Ferdinando Giuseppe, Principe Elettoral di Baviera nato di Maria-Antonia, figliuola dell'Imperadrice Maria sua sorella per innalzarlo al trono; ma morto questo fanciullo a 9 febbrajo del seguente anno 1699 non avendo ancor compiti otto anni, s'interruppe il disegno; onde con maggior vigore furono ripigliati dal Re Franzese i suoi negoziati con l'Inghilterra e l'Olanda, premendo sempre, come dava a sentire, sopra la concertata divisione, e nel mese di marzo del 1700 confermò con quelle Potenze il trattato di Loo, variandosi solamente, che alla parte assegnata al Delfino dovessero aggiungersi gli Stati del Duca di Lorena, cui in iscambio si dasse lo Stato di Milano, siccome all'Arciduca Carlo la Spagna, fuor degli Regni d'Italia per estinzion di tutte le pretensioni di sua casa: con aggiungere ancora, che questo trattato si dovesse comunicar subito all'Imperadore, acciocchè in termine di tre mesi, dal giorno della notizia, dichiarasse la sua volontà, mentre rifiutando egli di accettar la parte destinata all'Arciduca Carlo suo figliuolo, li due Re di Francia e d'Inghilterra e gli Stati Generali d'Olanda, la destinerebbero ad altro Principe, e che se alcun volesse opporsi alle cose concordemente stabilite, si unirebbero per combatterlo con tutte le loro forze.

(Questo secondo partaggio firmato in Londra a' 3 di marzo del 1700, rapportato anche nella raccolta di _Mr. du Mont, Tom. II p. 104_, variava dal primo: poichè per la morte del _Principe di Baviera_ la Spagna, l'America colle province di Fiandra si assegnarono all'_Arciduca Carlo_; al _Delfino_ i Regni di Napoli e di Sicilia con porti d'Italia; al _Duca di Lorena_ il Ducato di Milano, con patto di dover cedere a' Franzesi.)

Quanto più si proccurava spingere avanti questo trattato, tanto più gli Spagnuoli erano commossi e risoluti di non soffrir partaggio veruno della loro monarchia. Il Re Carlo II con intenso cordoglio lo sentiva e ne fece in Londra e nell'altre Corti da' suoi Ministri sentire le doglianze; e nell'istesso tempo, tenero della sua propria casa, assecurava l'Imperador Leopoldo, che non si dimenticherebbe delle leggi del sangue e delle disposizioni de' suoi maggiori. Tanto bastò perchè vie più l'Imperadore stasse fermo e costante in non accettare la concertata divisione; onde al Marchese di Villars, ch'era stato mandato dal Re di Francia per sollecitarlo ad accettarla, secondo il termine stabilito, rispose che se mai il Re di Spagna cedesse alla natura senza prole, la qual cosa stimava rimota per la fresca età, allora essendo egli inchinato alla quiete, avrebbe volentieri a più giusti, ed a più salutevoli consigli condisceso. Ma quel Re intanto, accertatosi di questa sua deliberazione di non accettar divisione alcuna, cominciò i suoi negoziati co' Grandi della corte di Spagna, i quali fu facile portargli al suo disegno, mostrando loro, che non men per giustizia, che per proprio interesse, doveano insinuare al loro Re d'innalzare al trono _Filippo_ duca d'Angiò secondogenito del Delfino: poichè in niun altro poteano sperare che si fosse mantenuta salda ed intera la loro monarchia, che nella costui persona, la quale assistita dalle sue potenti e formidabili armi, avrebbe potuto reprimere gli sforzi di tutti coloro, che tentassero oltraggiarla, o in modo alcuno partirla.

Mentre che nella corte di Spagna si maneggiava affare sì importante, infermossi in Roma nel mese di settembre di quest'anno 1700 il Pontefice Innocenzio XII, il quale dopo aver retta quella sede nove anni e duo mesi, in età di 86 anni rese lo spirito a' 27 dello stesso mese, giorno di lunedì ad ore tre di notte. Giunse al Duca di Medina nostro Vicerè tal avviso la seguente giornata di martedì ad ore tre della notte, ed al Cardinal Cantelmo nostro Arcivescovo ad ore sei; e la mattina del mercoledì furono dal Vicerè spedite per la volta di Roma le consuete soldatesche per dover assistere all'Ambasciador Cattolico (allora il Duca Uzeda) in Roma: dove dopo alquanti giorni si chiusero i Cardinali in Conclave per l'elezione del successore. In Napoli dal Cardinal Arcivescovo la mattina de' 5 d'ottobre gli furon fatte celebrare nel Duomo solenni esequie, avendovi recitata l'orazion funebre in idioma latino il _P. Partenio Giannettasio_ Gesuita, celebre per le sue opere date alle stampe; ed il Nunzio, un mese da poi, nella Chiesa di S. Maria della Nuova glie ne fece celebrar altre più pompose e magnifiche.

Ma mentre che i Cardinali divisi in fazioni, dibattevano in Conclave sopra l'elezione del nuovo Pontefice, verso la fine d'ottobre giunse a noi di Spagna funesta novella, che il Re gravemente infermatosi, dava poca speranza di salute; ma poco da poi giungendo nuovi avvisi, ch'era migliorato, furono dal Vicerè fatte pubbliche magnifiche feste per rallegrar il popolo, e fu veduta la città in tutte le strade arder fuochi per allegrezza e nelle finestre numerosi torchj; tal che per tre sere si continuarono le illuminazioni. Ma miseri nell'istesso tempo, che noi con tanta pompa e gioja celebravamo feste per la ricuperata salute del Re, se n'era già morto il primo di novembre; ed in un punto s'intese la sua morte e l'esaltazione nel trono di Spagna di _Filippo_ d'Angiò. Questo accidente affrettò l'elezione del nuovo Pontefice; poichè congiuntisi insieme i Cardinali Spagnuoli ed i Franzesi, vennero ad eleggere con pluralità di voti il Cardinal Francesco Albani d'Urbino, ch'era stato segretario de' Brevi a tempo del passato Pontefice e non avea più che 51 anni. Fu eletto il dì 23 di novembre di quest'anno 1700 ad ore 18 giorno di Martedì, in cui la chiesa celebra la festività di S. Clemente Papa; onde volle chiamarsi _Clemente XI_ con tutto che fosse stato creato Cardinale da Alessandro VIII.

Il Duca di Medina Coeli nelle tante rivoluzioni di cose, che accaddero dopo l'acerba e funestissima morte del Re Carlo II fu spettacolo insieme e spettatore di varie mondane vicende, le quali in ultimo lo condussero ad un infelice e lagrimevol fine. Di lui oltre i rammentati, ci restano a noi altri monumenti, che si leggono nel V tomo delle nostre _Prammatiche_, secondo l'ultima edizione 1715.

CAPITOLO IV.

_Morte del Re CARLO II, leggi che ci lasciò; e ciò che a noi avvenne dopo sì grave ed inestimabil perdita._

I Franzesi per la disperata salute del Re Carlo, sempre più insistendo nella corte di Spagna presso que' Grandi, e sopra ogni altro presso del Cardinal Portocarrero Arcivescovo di Toledo, che sopra quel Re s'avea acquistato grand'opinione di probità e di prudenza, perchè, mancando senza prole, dichiarasse per successore ne' suoi Regni Filippo, secondo figliuolo del Delfino; esageravano non meno i diritti sopra quella monarchia del Delfino per le ragioni della Regina Maria Teresa d'Austria sua madre, e sorella primogenita del Re Carlo, che il loro proprio interesse. Sin dalla guerra mossa per la successione del Brabante, essi s'erano sforzati d'abbattere la di lei rinunzia stabilita con giuramento, ed ogni maggior fermezza e solennità; e sin d'allora aveano pubblicato un libro contenente settantaquattro ragioni per provar la nullità della medesima. Ma essendosi in quella occasione per contrario, con forti e vigorose scritture fatto vedere, quanto quelle fossero deboli e vane: essi aggiungevan ora, che molte di quelle risposte non potevan adattarsi al caso occorso, dove non già la rinunziante, che, trovavasi defunta, aspirava alla successione, ma il di lei figliuolo, al quale non si poteva per colei recar pregiudizio, venendo secondo le leggi chiamato alla successione per propria persona, ed al quale non poteva far ostacolo qualunque rinunzia, che da' suoi maggiori si trovasse fatta. Ma non perciò uscivano d'impaccio; poichè oltre alle pressanti ed amplissime clausole, che in quelle rinunzie s'erano apposte, appunto per render vano quest'asilo; non si dovean tali renunzie regolare secondo le vulgari conclusioni de' nostri Dottori, ma da fini più alti e sovrani, che s'ebbero, quando quelle si fecero: li quali furono la perpetua separazione di queste due monarchie; ed affinchè per qualunque accidente queste due corone non potessero mai congiungersi sopra un sol capo. Per iscansare quest'altro ostacolo, i Franzesi proposero, che tal dichiarazione dovesse farsi, non già in persona del Delfino, ma del Duca d'Angiò suo figliuolo, al qual'egli avrebbe cedute le sue ragioni. In cotal guisa s'evitava l'unione, e mancava il fine, per cui s'eran le rinunzie ricercate. Ma questo concerto, fra di essi cotanto ben ideato, ed aggiustato, non poteva togliere la ragione già acquistata all'Imperador Leopoldo, ed a' suoi figliuoli in vigor de' testamenti de' Re di Spagna, e delle rinunzie, al quale, oltre di non ostare il fine della sempre abborrita unione, ben egli con ceder le sue ragioni all'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo, avrebbe ancora avuto più spedito modo di farlo; oltre che s'assumeva da' Franzesi per certo quel ch'era in quistione; poichè quest'appunto si negava, che al Delfino per l'incompatibilità delle corone, si fosse potuto acquistar giammai ragione alcuna, e per conseguenza, niente aveva che rinunziare al Duca d'Angiò suo figliuolo. Ciò, che dunque principalmente spinse gli Spagnuoli ad indurre quel Re, con sommo rincrescimento, a dichiarar per successore il Duca d'Angiò fu il timore, che facendosi altrimente, sarebbe venuto ad effetto il cotanto abborrito partaggio. Ponevano avanti gli occhi di quel piissimo Re le ruine e le calamità, che avrebbero dovuto inevitabilmente soffrire tanti suoi fedeli ed amati popoli, e che la sua pietà non avrebbe permesso d'esporgli a tanti disagi e pericoli. Ricordavangli la grandezza e generosità della nazione spagnuola, la quale sarebbe stata altamente percossa, ed al niente ridotta, se l'avesse lasciata esposta, facendo altrimente, agli oltraggi d'un Re cotanto formidabile e potente. Ma sopra ogni altro gli raccomandavano l'unione della sua monarchia; la quale ingrandita con tanta gloria da' suoi predecessori e ridotta in un'ampiezza, che non avea la simile il mondo, non dovea esporla ad esser così miseramente lacerata e divisa in pezzi, sicchè nelle future età di questa gran macchina appena ne rimanessero le ceneri. Ricordavangli, che il savio Re Ferdinando il Cattolico, ancorchè avesse potuto innalzare al trono, almeno de' regni proprj, e da lui acquistati colle forze d'Aragona, uno del suo casato, volle nondimeno chiamare alla successione di tutti Carlo d'Austria Fiamengo; perchè ben conosceva, che nella persona di quel potentissimo Principe e per quel ch'era, e per quel che dovea essere, poteano quei Regni mantenersi uniti formando una ben ampia monarchia, la quale avrebbe potuto lungamente durare, e non dissolversi con iscadimento della sua gloria, e dell'inclita nazione spagnuola.

Espugnato per tanto il Re ne' principj d'ottobre per queste insinuazioni suggeritegli, fra gli altri, con vigore dal Cardinal Portocarrero, aggravatosi il male, disperarono i Medici della sua salute: e postosi nella fine di quel mese in agonia, spirò il primo di novembre, giorno di Lunedì, di quest'anno 1700. Il martedì fu imbalsamato il suo cadavere, ed il mercoledì fu esposto nel regal palagio in quella medesima stanza dove nacque. Assisterono molti religiosi in una gran sala per li suffragj, dove in molti altari ivi eretti furon celebrati i sacrificj insino al venerdì, nel qual giorno furono celebrate tre messe solenni nelle cappelle regali e da poi una pontificale coll'assistenza di tutt'i Grandi. Fu da poi levato il cadavere e portato nell'Escuriale, accompagnato da tutti i Grandi, da quelli della regal casa e dalle quattro religioni mendicanti: dove se gli diede sepoltura con quelle solennità, che convenivano ad un così grande ed amato Re. Fu seppellito nell'istesso giorno e nell'istessa ora che veniva a compire 39 anni di sua vita. Cominciò egli a regnare da' 6 di novembre dell'anno 1675, nel qual dì finì i quattordici anni della sua età e la reggenza della Regina madre e della Giunta. Nel 1679, ai 30 d'agosto prese per moglie Maria Lovisa di Borbone, e costei morta a' 12 di febbrajo del 1689, prese nell'anno seguente Marianna di Neoburg: di niuna delle quali lasciò prole. Fra le sue virtù furono ammirabili la pietà e la religione: giammai se n'intese parola alcuna ingiuriosa: aveva una somma applicazione al dispaccio, privandosi sovente dell'ore del divertimento, per non mancare alla spedizione di quello: nè mai risolveva cosa, senza che precedesse il Consiglio de' suoi ministri, ed eseguiva i loro dettami con tanta esattezza, che anche le cose, ch'egli ardentemente desiderava, s'asteneva di farle, e sovente ne ordinava di molte, anche contro il proprio sentimento, sempre che così gli era da' suoi ministri consigliato, riputando, che in cotal guisa operando, non avea di che render conto a Dio dell'amministrazione de' suoi Regni. Fu sommamente divoto di Nostra Signora degli Angioli, ed ebbe speziale e costante venerazione al Santissimo Sagramento dell'Eucaristia, tal che non mancava d'assistere all'esposizioni delle quaranta ore circolari.

Lasciò pure a noi questo piissimo Principe alcune sue leggi; e nel 1675, primo anno del suo regnare dopo la Reggenza, ne stabilì una, colla quale comandò, che gli ufficj, senza il suo regale assenso, non potessero nè obbligarsi, nè vendersi, e conceduti in burgensatico, non si stendesse più oltre la concessione, che insino al quarto grado: comandò ancora, che dagl'inquisiti, prima che fossero convinti rei, non potesse esigersi cosa alcuna di giornate, o d'altro, ma aspettarsi la loro condanna: prescrisse i modi e le norme intorno alla fabbrica e lavori di seta, d'argento e d'oro, per toglier le frodi, le quali, come si disse, furono pubblicate dal Marchese del Carpio in tempo del suo governo; e diede vari provvedimenti, che sono additati nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche, secondo l'ultima edizione.

Concedè pure questo clementissimo Re alla nostra città e Regno molti privilegj e grazie, così quelle cercate in tempo dell'ambasceria di D. Ettore Capecelatro, che ancorchè domandate vivente il Re Filippo IV, ebbero compimento nell'anno 1666 dopo la sua morte; come quelle domandate da D. Luigi Poderico, e da D. Francesco Caracciolo Marchese di Grottola ambasciadori inviati alla corte; ed altre, che si leggono nel II volume _de' Privilegj e Capitoli_ impresso ultimamente nel trascorso anno 1719.

Giunse in Napoli la funesta novella della morte del Re Carlo II a' 20 di novembre di quest'anno 1700, e nell'istesso tempo l'avviso d'aver egli dichiarato per suo successore in tutt'i Regni della monarchia di Spagna Filippo Duca d'Angiò; ed il Duca di Medina Coeli per maggiormente accreditarne la fama, fece tosto imprimere e pubblicare due clausole, che diceansi essere estratte dal testamento del defunto Re, in una delle quali dichiaravasi la successione nella persona del Duca d'Angiò e nell'altra s'esprimeva la _Giunta del Governo_, ch'egli avea eretta sin tanto che il successore non si fosse portato in Ispagna, Capo della quale si faceva la Regina vedova e li governadori erano il Presidente, o Governadore del Consiglio di Castiglia, il Vicecancelliere, o Presidente d'Aragona, l'Arcivescovo di Toledo, l'Inquisitor Generale, un Grande, ed un Consigliere di Stato. Accompagnò il Medina quelle clausole con una lettera scrittagli dalla Regina e Governadori suddetti, per la quale se gli imponeva, ch'eseguisse ciò che quelle ordinavano e ciò che in simili casi solevasi praticare. I popoli attoniti e sorpresi a tanta novità, commossi dal dolore per la morte d'un Principe cotanto pio e religioso, piansero la comune sciagura per tanta perdita; ed il Medina imitando l'esempio degli altri Regni di Spagna, fece eseguire il comando, tal che senza commozione o scompiglio alcuno fu da noi riconosciuto quel Principe, che la Spagna ci aveva dato.

(Il Testamento del Re _Carlo II_ contenente LIX Clausole, fra le quali le 14 e 15 contengono la successione dichiarata per _Filippo d'Angiò_ leggesi impresso in più raccolte e Scrittori; presso _Cassandro Tucelio in Actis Publicis Tom. 5 c. 5 pag. 299_, presso _Fabri Staats-Cantzeller. tom. 5 pag. 135_, nella vita di _Carlo III part. 1 p. 95_ e nelle _Mem. de la Guerre, tom. 2 pag. 253_).

Ferirono questi inaspettati avvenimenti altamante l'animo, non meno dell'Imperador Leopoldo[87] per lo gran torto, che pareagli essersi fatto alle sue ragioni, in manifestamento dalle quali fu dato poi alle stampe nel 1703 il libro intitolato: _Defense du droit de la Maison d'Autriche à la succession d'Espagne_[88]; che degli altri Principi concorsi nel meditato partaggio, i quali tenendosi delusi dalle arti del Re Franzese, e mal sicuri, se permettessero, che tanta potenza e tanti Regni s'unissero nella casa di Francia; e considerando, che tutto il timore della Spagna era di non vedere la loro monarchia divisa, fu risoluto d'impiegare tutte le lor forze, per metter in quel trono Carlo Arciduca d'Austria, figliuolo secondogenito di Leopoldo, al quale perciò, non meno il padre, che il fratello, cederono le loro ragioni[89]: sicchè fu egli dichiarato _Re di Spagna_, e spinto a condursi in quei Regni per discacciar l'emulo dalla Sede. Gli Olandesi si dichiararono per l'Arciduca: il Re d'Inghilterra, quel di Portogallo, e poi il Duca di Savoja si unirono coll'Imperadore e fecero fra di lor lega per togliere dal possesso degli Stati di Spagna _Filippo_ e riporvi l'Arciduca _Carlo_. Fu ciò cagione d'una sanguinosa e crudel guerra, fra gli Alleati e la Francia, la quale fu dichiarata l'anno 1701. Ed essendo da poi morto il Principe d'Oranges dichiarato Re d'Inghilterra, sotto il nome di Guglielmo III ch'era entrato in quell'Alleanza; la Regina Anna Stuarda secondogenita di Giacomo II che successe in quel reame, non pur confermò l'alleanza, ma con impegno maggiore impiegò le forze del suo Regno per mettere nel trono di Spagna il Re Carlo. Le sue flotte ve lo condussero: Catalogna fu presa, ed in Barcellona il nuovo Re collocò la sua Sede regia, il qual poi costrinse Filippo, colle forze imperiali, ed inglesi a lasciar la città di Madrid: e se la battaglia di Almanza guadagnata da' Franzesi il dì 25 d'aprile dell'anno 1707 non frastornava il bel disegno, la Spagna sarebbe passata interamente sotto il suo dominio. Non potè avere l'Imperador Leopoldo il piacere di veder così bene impiegate le sue armi, ed esser secondati i suoi voti da sì prosperi successi: era egli già morto, ed in suo luogo eletto nel 1705 _Giuseppe I_ suo figliuolo.