Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 23
Si proponevano difficoltà dalle Piazze intorno a tal alterazione, riputandola dannosa e pregiudiziale al Regno: tal che ne fu differita per allora la pubblicazione. E mentre si stava, nell'anno 1687, dibattendo sopra questo affare, ecco che s'inferma il Vicerè, ed in novembre da importuna morte è a noi tolto. Morì al piacere del suo immortal nome, e senza che avesse potuto godere de' frutti di questa sua gloriosa impresa, lasciò al suo successore questo vanto. Il Conte di S. Stefano, che gli successe, per non trascurare sì opportuna occasione, che ne' principi del suo governo potea recargli gran fama, avidamente la ricevè; e senza altro maggior dibattimento, non curando le difficoltà proposte dalle Piazze, approvò la premeditata alterazione dello monete già coniate, e prestamente, nel 1688, ne fabbricò tre altre spezie, con dare all'una il nome di tarì, che avea da una parte l'effigie del Re e dall'altra le sue semplici arme regali, col valore di grana venti: all'altra di _carlino_, che avea pure la medesima impronta, con aggiungervi solo alle Regali arme l'insegna del Tosone, col valore di grana diece; ed all'ultima di _grana otto_, coll'istessa effigie del Re da una parte, e dall'altra la Croce quadra con raggi a quatro angoli[70]; ed a' 11 dicembre del medesimo anno 1688, per mezzo d'una sua Prammatica[71], ordinò la pubblicazione della nuova e l'abolizione della vecchia ed il di lor scambiamento, e diede intorno a ciò varj regolamenti, non meno per la città, che per le province del Regno, siccome diremo, quando del suo governo ci accaderà di ragionare.
Ma se il Marchese del Carpio non potè aver il piacere di veder compita quest'opera, l'ebbe pur troppo nell'altra gloriosa intrapresa del totale esterminio de' banditi. Egli, fra tanti che a ciò si accinsero, vide co' suoi propri occhi purgato il Regno di tali masnade e restituito nell'antica tranquillità. Per estirparli affatto, dopo aver nel primo anno del suo governo conceduto un pieno indulto a tutti gl'inquisiti e fuorgiudicati, purchè attendessero alla persecuzione tanto de' loro Capi e comitive, quanto dell'altre squadre che scorrevano la campagna[72], si pose con ogni studio a disporre i mezzi per lo total loro esterminio; gli spedì contro milizie, ordinò l'abbattimento di tutte le torri, o case dove solevan annidarsi: ed ove trovò resistenza, vi fece condurre l'artiglierie e batterli con ostinato e risoluto animo di distruggerli affatto: pose grosse taglie per premio di coloro, che non potendo vivi, gli portassero le loro teste, e con questi risoluti ed efficaci mezzi purgò molte province del Regno di tal peste. Rimanevano però le due province d'Apruzzo assai contaminate, nelle quali questi ribaldi, disprezzando non meno gl'inviti fattigli di perdono, purchè si riducessero ad emendarsi, che li rigori praticati con li contumaci; più pertinaci, che mai, non tralasciavano le rapine, gl'incendj, i ricatti, i saccheggiamenti, ed altre enormi scelleratezze. Applicò egli pertanto i suoi pensieri per estirparli ancora da queste province, affinchè tutto il Regno si riducesse in riposo e tranquillità. A questo fine pubblicò a' 12 giugno dell'anno 1684 una severa Prammatica[73] contenente più capi, nelli quali non meno a' presidi, che a' sindici delle comunità di ciascheduna città o terra rigorosamente s'incaricava di scoprirli, perseguitarli, e minacciò severe pene contro coloro, che vivi li nascondessero, ed anche morti li seppellissero.
Ma quello, che più d'ogni altro produsse il total loro esterminio, fu l'avere questo savio Ministro con rigorosi ed efficaci mezzi, proccurato d'avvilire e recar terrore a' loro protettori, ricettatori e corrispondenti. La maggior parte erano sostenuti da diversi Baroni, ed altre persone potenti, li quali proccuravan ricetto e vitto, e per mezzo o di lettere o ambasciate, avvisavanli degli aguati e insidie, che gli eran tese. Per ciò fulminò contro costoro severa legge, per la quale, oltre di rinovar l'antiche pene, aggiunse dell'altre più terribili, nelle quali volle, che si comprendessero tutti coloro, che tenessero con banditi qualsisia corrispondenza, egli assistessero con ajuto e favore o con vittovaglie, o loro scrivessero avvisi o raccomandazioni, ancorchè stassero fuori del Regno, e sotto il dominio d'altro Principe. Anzi, concorrendo nella protezione o ricettazione qualità tale che alterasse il delitto, come, se cotali ricettatori partecipassero dei furti e de' ricatti, o fossero mediatori e gli ajutassero ne' loro delitti, ovvero provvedesser loro d'armi, di polvere e di altri arnesi per armare, acciocchè si potessero mantenere in campagna, o pure loro facessero commettere violenze: in tali casi rimise all'arbitrio del Giudice, di stendere le pene imposte, insino alla pena di morte naturale: favorendo ancora in ciò le pruove, con ammettere la testimonianza di due banditi e le pruove di due testimonj, ancorchè singolari, perchè s'avessero per pienamente convinti. Questi rigori fecero da dovero pensare a' loro protettori di abbandonarli affatto, li quali scorgendo, che le pene erano inviolabilmente eseguite, senz'ammettersi scusa alcuna, nè avendo luogo la grazia o il favore, fece sì che tutti si ritraessero da proteggerli. Quando questi ribaldi si videro senza ricovero, si costernarono in guisa, che tutti, o colla fuga cercarono scampo, o rimessi cercarono perdono, o finalmente presi portarono i condegni castighi delle loro scelleragini. Così furono estirpati affatto dal Regno con total esterminio, tal che di essi non ne rimase alcun vestigio. E riuscì l'impresa così felice e gloriosa, che presso di noi se ne perdè affatto la semenza: tal che quella quiete, che da poi il Regno ha goduto e gode nella sicurtà dei viaggi, de' traffichi e del commerzio, tutta si deve all'incomparabile vigilanza e provvidenza di questo savio e glorioso ministro, la cui memoria per ciò rimarrà presso noi sempre eterna ed immortale.
Molto ancora gli dobbiamo per averci tolto un altro pernizioso e scandaloso male, che radicatosi non men in Napoli, che nell'altre città del Regno, cagionava infiniti disordini ed oppressioni. Alcuni potenti nutrendo ne' loro palagi molti scherani ed uomini di male affare, incutevan timore a' più deboli, minacciandoli, sovente sfregiandoli, ed in mille guise oltraggiandoli e con imperio estorquendo da essi tutto ciò che lor veniva in mente: favorivano gli uomini più rei, nè vi era faccenda nella quale non s'intrigassero, non forzassero i più deboli di fare a lor voglia. Sforzavano i padri di famiglia a collocare in matrimonio le lor figliuole con chi ad essi piaceva: n'impedivano degli altri da essi non graditi: in brieve avean ridotti i cittadini in una miserabile servitù. Estirpò questo eroe con gran vigore sin dalle radici sì pernizioso malore: punì severamente gli scherani, li dissipò tutti, ed a' loro protettori con severe pene portò tal terrore, che se n'estinse affatto ogni abuso: tal che non si videro da poi, nè soverchierie, nè imperj, ed il timor della giustizia fu per tutti eguale.
Ma ciò, che maggiormente fece conoscere, che in questo Ministro s'accoppiavano tutte le virtù più commendabili, fu che nell'istesso tempo, ch'era terribile contro gl'imperiosi ed ingiusti, era tutto umano e placido con gli uomini da bene e con i deboli. La sua pietà era ammirabile: sovveniva con inudita carità i poveri e dall'ingiuria della fortuna oppressi; invigilava per se medesimo perchè non si soverchiassero i deboli e gl'impotenti: ebbe per inimica mortale la sordidezza: molto più la cupidigia delle ricchezze. Era sobrio, ed in tutte le cose parco e moderato; ma nell'istesso tempo magnanimo e grande.
Conoscendo, che per tener soddisfatto il Popolo, bisognava lautamente provvederlo di quelle due cose che ardentemente desidera, _Panem et Circenses_, egli applicò i suoi talenti a tener in abbondanza la città di ogni sorte di viveri, tal che non vi fu Vicerè, che fosse cotanto amato ed adorato quanto lui dal Popolo: gioiva questi e tutto ubbriacato d'allegrezza e di contento gli correva dietro per le pubbliche strade, ed innalzando insino al cielo le sue lodi ed encomj, lo chiamavan con tenerezza affettuoso padre e signore.
Negli spettacoli fu imitatore della magnificenza degli antichi Romani: non ne vide Napoli più magnifichi e stupendi. Ne rimangono ancora a noi le memorie, che nè la lunghezza del tempo, nè l'invidia l'emulazione le potrà cancellare. I suoi successori, che mossi dal suo esempio vollero imitarlo, riuscirono al paragone secondi e molto inferiori. Ma o sia, che morte per suo costante tenore soglia furarne i migliori: o veramente che il fatto sinistro di questo reame con consenta, che lungamente perseveri nella felicità e contenti; nel meglio del suo glorioso corso, venne a noi pur troppo intempestivamente rapito. Infermatosi egli di febbre lenta, diede in prima a' Medici speranza di potersene riavere, ma aggravatosi il male, ancorchè con lentezza, lo condusse finalmente alla morte nel dì 15 di novembre di quest'anno 1687. Fu amaramente pianto da tutti gli ordini, ed assai più dal Popolo, che non poteva darsi pace, nè conforto per una sì grave ed irreparabil perdita. Oltre i savi provvedimenti sinora rapportati, ce ne lasciò ancor degli altri, che vengono additati nella tante volte rammentata _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche. Morte crudele tolse a noi di lui altri monumenti, ed altre insigni memorie, che si doveano sperare dalla sua magnanimità ed ammirabile sapienza. Il suo cadavere con superba e militar pompa fu condotto nella chiesa del Carmine, ove gli furon celebrate magnifiche esequie. Ed intanto rimaso il vedovo Regno senza il suo rettore, corse da Roma il _G. Contestabile del Regno D. Lorenzo Colonna_ a prenderne il Governo, infino che dal Re non si fosse provveduto di successore. Ma poco tempo durò la costui amministrazione; poichè essendosi dalla Corte di Spagna destinato per successore il _Conte di S. Stefano_, che si trovava Vicerè nella vicina Sicilia, tosto egli si portò in Napoli, e ne prese immantenente il governo, di cui saremo ora a ragionare.
CAPITOLO II.
_Governo di D. FRANCESCO BENAVIDES Conte di S. STEFANO: suoi provvedimenti e leggi che ci lasciò._
Il Conte di S. Stefano, lasciato il governo dell'Isola di Sicilia, si portò subitamente in Napoli, dove giunse nel fin di dicembre, e nell'entrar del nuovo anno 1688 cominciò ad amministrarlo. In questo primo anno del suo governo s'intese in Napoli un così spaventevole tremuoto, che abbattè i più cospicui edificj: cadde la gran cupola del Gesù Nuovo, e l'antico portico del Tempio di Castore e Polluce, ch'era un perfetto esemplare dell'ordine Corintio. Fu rovinata Benevento, Cerreto ed altre Terre. Ma sopra tutto apportò non poco cordoglio la morte, per mal di pietra, nel seguente anno 1689, accaduta agli 12 d'agosto, dell'esemplarissimo Pontefice Innocenzio XI, a cui a' 6 di ottobre succede Pietro Cardinal Ottoboni, col nome d'_Alessandro VIII_. Proccurò il Conte calcare le medesime orme del suo predecessore, avendo egli avuta la sorte d'esser succeduto ad un tanto Eroe, donde potea prender ben illustri esempi d'un ottimo governo. Rinvigorì per tanto con nuove sue Prammatiche quelle stabilite dal Carpio intorno all'asportazione delle armi, all'Annona, e al prezzo delle cose. Ma sopra ogni altro, non meno in questo primo anno del suo governo, che nelli seguenti fu tutto inteso a regolare lo scambiamento della vecchia moneta colla nuova, da lui, come si disse, pubblicata, accresciuta ed alterata nel valore. Prescrisse in quest'anno 1688 molti regolamenti intorno a questo scambiamento, disegnando i luoghi e le persone non meno nella città, che in tutte le province del Regno. Previde i disordini, che poteano accadere, e vi diede vari provvedimenti. Fece continuare la fabbrica della nuova moneta, aggiungendo nell'anno 1689 due altre spezie, cioè il _ducato_, che ha dall'una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra le sue Armi, ed il _mezzo ducato_, colle medesime impronte[74]; anzi permise, che a qualunque persona volesse nella Regia Zecca farsela fabbricare con suoi argenti al peso e bontà di quella, che si era fabbricata, fosse lecito di farlo col solo pagamento di grana 32 per ogni libbra d'argento per la manifattura e lavoro[75]. Che nello scambiamento si ricevessero le antiche monete, ancorchè di falso conio, purchè l'argento fosse buono[76]. Regolò la maniera, come dovesse praticarsi ne' Banchi, e prescrisse il modo intorno alla recezione delle polizze, e delle fedi di credito[77]. Rinovando le antiche leggi promulgate contro i falsificatori e tonditori delle vecchie monete, altre più rigorose e severe ne stabilì contro coloro, che avessero ardimento di adulterar le nuove[78]. In brieve ebb'egli il vanto di ridurre a compimento questa utilissima opera, per la quale si vide presso di noi rifiorire il commerzio, e fu restituito nel Regno lo splendore della negoziazione e del traffico. E se questo ministro si fosse contenuto tra questi limiti, la sua fama presso di noi correrebbe assai più chiara e luminosa; ma l'aver voluto da poi a' 8 di gennajo del 1691 con nuova Prammatica[79] non bastandogli l'alterazione già fatta, alterar di nuovo la moneta con doppio avanzo, fino di venti per cento, nella forma, che si spende al presente (con far coniare per ciò, a' 7 aprile del medesimo anno, quattro altre nuove spezie di moneta, il ducato, mezzo ducato, tarì e carlino, che hanno la medesima impronta, da una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra l'insegna del Tosone)[80] cagionò non meno alla sua fama, che alla negoziazione del Regno non picciol danno e nocumento; e tanto più gli fu di biasimo, quanto che avendo in quella sua Prammatica espresso, che una delle cagioni, per le quali era mosso a far questa alterazione si fu d'estinguere dall'augumento del denaro, che si trovava ne' pubblici Banchi, la gabella delle grana 15 imposta, per la fabbrica della nuova moneta, sopra il sale, questa estinzione non seguì giammai, tal che ci rimane il peso, ed insieme il danno recatoci dall'alterazione.
Intanto a Corte di Spagna agitata da gravi pensieri per la creduta sterilità della Regina Maria Lodovica Borbone, fu veduta poco da poi in funestissimi apparati piangerne la morte. Morì questa incomparabile Regina il dì 12 di febbrajo dell'anno 1689, ed il Re Carlo II suo marito, per compire a' suoi ultimi ufficj, comandò, che a spese Regie si celebrassero con magnifica pompa esequie solenni in tutti i suoi Regni. Toccò al Conte di S. Stefano d'eseguirlo in Napoli; onde dopo aver dati premurosi ordini ai Presidi delle province, che nelle città più cospicue facessero celebrare solenni esequie alla defunta Regina, comandò, che in Napoli si celebrassero assai più maestosi e magnifici funerali: Fu secondo l'uso già introdotto trascelta la Chiesa di S. Chiara, dove si ergè il Mausoleo, la magnificenza del quale, la bellezza dei poetici componimenti, e la solennità delle cerimonie furono tali, che maggiori non si erano per l'addietro vedute. Non fu mestieri a questi tempi, come già, ricorrere a' Gesuiti per questi componimenti, poichè nella nostra città fiorivan, per lo progresso che vi avean fatto le buone lettere, molti insigni e rinomati Letterati. Furono adunque costoro adoperati, e colui che v'ebbe la maggior parte fu il celebre _Domenico Aulisio_, pregio della nostra Università degli Studi, il quale adornò della più peregrina e varia erudizione, vi compose nobilissimi elogi ed alquante purissime ed eleganti iscrizioni. Fu destinato il giorno nono di maggio per la sagra cerimonia, la quale dovendo durare dal vespro fino alla seguente mattina, fu obbligato il Vicerè a far continua la vigilia sopra il tumulo, senza partirsi da quel luogo, nè per la notte, dove erasi portato, secondo l'antico costume, solennemente con cavalcata; nella quale gli Eletti della città col Marchese di Fuscaldo Sindaco, cinto da' Baroni del Regno, e da molti Nobili, accompagnarono il Vicerè. Furono piantati due grossi squadroni in due diversi luoghi della città, uno di fanti nella piazza dei regal palagio, l'altro di fanti e cavalli nel largo, che è a lato alla chiesa di S. Chiara, con tutti i loro Capi militari vestiti a bruno, e tenendo l'armi capovolte, conforme l'uso fin da tempi antichissimi a noi trasmessoci da' Greci e da' Romani, li quali nelle pompe de' funerali voltavano le punte dell'aste in terra, ed imbracciavan gli scudi al rovescio.
(Di quest'uso antichissimo ci rende testimonianza _Virgilio Libro XI Aeneid in princip._ dove parla dei funerali celebrati a Pallante figliuolo d'Evandro).
Vegghiatosi tutta la notte sopra il tumulo, la mattina seguente, dovendosi compire la sagra cerimonia, ritornò il Vicerè in chiesa, dove cantossi l'uffizio; da poi nell'altar eretto vicino al mausoleo, si celebrò da Monsignor Francesco Pignatelli, Arcivescovo di Taranto, ora Cardinale, ed esemplarissimo nostro Arcivescovo, il sagrifizio della Messa, nella qual celebrità ebbe quattro Vescovi assistenti: quello di Gaeta, di Castellamare, d'Acerra e di Capaccio. Si recitò poi dal _P. Ventimiglia_ Teatino l'Orazione in lingua Spagnuola, la qual finita, lo stesso Monsignor di Taranto, dato l'incenso, ed asperso il tumulo finì la sagra cerimonia. Fu data la cura all'_Aulisio_ di comporre una minuta e distinta descrizione non men degli apparati, e del mausoleo colle iscrizioni, che delle cerimonie e solennità celebrate sopra il deposito: ed egli compiutamente l'avea eseguito, con distenderne un libretto, a cui diede il titolo: _Descrizione del Mausoleo, e delle solennità sopra il deposito della Regina Maria Lodovica Borbone_; nel quale fe' pompa della sua varia e pellegrina erudizione: ma non avendo voluto poi darlo alle stampe, per la natural repugnanza che vi avea in tutte le sue cose, ancorchè rare e pellegrine, si conserva ora da noi M. S. insieme coll'altre insigni e nobili sue fatiche.
Il vedovo nostro Re, per secondare i voli de' suoi sudditi, che sospiravan da lui numerosa prole, conchiuse tosto a' 28 agosto del seguente anno 1690 le seconde nozze con la Principessa Marianna di Neoburgo figliuola dell'Elettore Filippo Guglielmo Conte Palatino del Reno e Duca di Neoburgo. Ma nel decorso del tempo, scorgendosi, che nè pure da questa seconda moglie se ne potea sperar prole, si videro i Regni, che componevano la sua vasta monarchia, in costernazioni e timori grandissimi. Accrescevansi le afflizioni per la vita del Re molto cagionevole e soggetta a spesse e continue infermità, le quali facevan sovente temere della sua grave ed inestimabil perdita, che dovea partorire disordini gravissimi e grandi revoluzioni. Si vedeva eziandio, quanto la sua monarchia infiacchita e debole, altrettanto quella di Francia nel suo maggior vigore e floridezza: i suoi eserciti, da per tutto vittoriosi, aver fatte stupende conquiste nella Fiandra, in Alemagna, ed in Ispagna, dove il Duca di Noailles, tenendo assediata Roses per terra, ed il Conte d'Etrè per mare, la presero dopo otto giorni d'assedio; ed in Catalogna l'anno 1694 il Duca di Noailles, dopo avere sconfitto l'esercito spagnuolo sulle sponde del Ter, prese le città di Palamos, di Girona, d'Ostalrico e di Castelfollit.
Intanto il Conte di S. Stefano proseguendo il suo governo, prorogatogli per un altro triennio, dopo aver dato sesto all'affare delle monete, applicò i suoi pensieri alla riforma de' nostri Tribunali; e scorgendo, che una delle principali cagioni, onde le liti venivan allungate, fosse la facilità, colla quale eran ricevute le sospezioni de' Ministri, e la lunghezza praticata in non tantosto deciderle, prefisse termini certi ed indispensabili per la loro decisione, e per togliere le opinioni de' Dottori, li quali con varie loro interpetrazioni aveano rendute quasi che inutili le precedenti Prammatiche sopra di ciò stabilite, prescrisse i modi, diffinì i gradi della consanguineità, ed affinità, e per una sua spezial Prammatica[81] vi diede altri opportuni provvedimenti.
Parimente essendo nell'anno 1690 insorto romore, che nella città di Conversano della provincia di Bari, ed in Civita Vecchia dello Stato romano, per le moltissime e spesse infermità, il male fosse contagioso; nel principio dell'anno seguente con rigorosi provvedimenti proibì il commerzio di quella provincia, e di Civita Vecchia, sospendendo ancora quello con la città di Roma e Stato Ecclesiastico[82]; e da poi, in luglio del medesimo anno, deputò per li quartieri di Napoli Ministri, perchè invigilassero alla custodia, non meno della città, che de' borghi e casali non permettendosi l'entrata a qualunque persona, senza li ricercati requisiti e debite licenze[83]. Talchè per lo rigore usato in quella provincia, perchè il malore non s'avanzasse, fu preservato il Regno, e non guari da poi s'estinse per tutto ogni sospetto di mal contagioso.
Furono ancora ne' seguenti anni del suo governo dati altri provvedimenti intorno all'Annona della città e del Regno[84]; alle falsità, che si commettevano nelle fedi di credito[85]; intorno all'introduzione delle drapperie, lavori e telarie forastiere[86], ed intorno ad altri bisogni: e date varie altre provvidenze, che si leggono sparse nel IV e V tomo delle nostre Prammatiche. Non potè questo Vicerè compire il terzo incominciato triennio; poichè il _Duca di Medina Coeli_, che si trovava ambasciadore del Re in Roma presso il Pontefice _Innocenzio XII_ Antonio Pignatelli, già nostro Arcivescovo, ch'era succeduto ad Alessandro VIII sin da' 12 luglio dell'anno 1691, sollecitava la corte di Spagna, perchè da quella dispendiosa per lui Ambasceria lo facesse passar tosto nel governo del Regno. Portossi egli in Napoli in quest'anno 1695, e scelse, per dar tempo al suo predecessore d'accingersi con la Contessa sua moglie e famiglia alla partenza, il palagio del Principe di S. Buono nel largo di Carbonara, per sua abitazione: dove dimorò infin che, terminate le consuete visite, il Conte di S. Stefano partisse per la volta di Spagna, lasciandoci pur egli, oltre le già rapportate, una più perenne memoria del suo Governo, com'è quella del fortino da lui fatto costrurre alla punta del Castel dell'Uovo.
CAPITOLO III.
_Governo di D. LUIGI DELLA ZERDA Duca di MEDINA CODI: sua condotta ed infelicissimo fine._
Al Duca di Medina Coeli prese il governo del Regno con idee magnifiche e gloriose; e scorgendo, che il Marchese del Carpio avea in quello lasciato di se luminosa fama per suoi magnifici e generosi fatti, pensò imitarlo in quella parte almeno dove credette essersi da colui trascurata. Credea aver sì bene il Carpio sterminati gli sbanditi e tolti molti altri abusi nella città e nel Regno, ma non già d'aver sterminati i controbandi e le frodi, che si commettevano nell'introduzione delle merci, e nelle Dogane, donde ne derivano notabilissimi danni non meno all'Erario regale, che agli Assegnatarj degli arrendamenti; per ciò applicò egli nel principio del suo governo tutti i suoi talenti con severe Prammatiche a rigorosamente proibirgli. Favoreggiò le loro pruove in guisa, che riputandosi sommo eccesso, convenne alle Piazze d'opporsegli, per mitigare in parte il rigore.