Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 22

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Mentre queste cose accadevano in Napoli, morì in Roma a' 22 di luglio del 1676 il Pontefice Clemente X, ed essendosi ragunati in Conclave i Cardinali, elessero per successore a' 21 settembre del medesimo anno Benedetto Livio Odescalchi da Como Vescovo di Novara, che fu chiamato _Innocenzio XI_. Per l'opinione, che s'avea della sua bontà, ed innocenza di costumi, da tutti i Principi d'Europa fu l'elezione applaudita, ed in questo secolo non vi fu Pontefice cotanto da essi più venerato, quanto che lui; onde gli ufficj, ch'egli interpose in promovere la pace fra di loro, furono ben ricevuti, ed ebbero felice successo. Cominciossi a trattare in Nimega, ma le pretensioni troppo alte del Re di Francia e la diversità degl'interessi degli altri collegati ne prolungavano la conchiusione. Ma nato in quest'anno 1678 opportunamente all'Imperador Leopoldo, che non avea maschj, un suo figliuolo, parve questi venuto al Mondo per Angelo di pace. Le dimostrazioni di giubilo, che si fecero non meno in Napoli, che in tutti gli Stati Austriaci, furono grandissime; poichè si vedeva secondata in Alemagna la successione di quella Augustissima Famiglia e tolto con ciò ogni timore di future rivoluzioni e disordini nell'Imperio, ed ogni speranza agli altri Principi di potersene profittare. Agevolò per tanto la natività di questo nuovo Principe la pace, quale ebbe principio da quella, che il Re di Francia conchiuse con gli Stati Generali d'Olanda, a' quali quel Re promise di rendere la città di Mastrich, e sue dipendenze, ed il rinteramento del Principe d'Oranges nella possessione del Principato di questo nome, e di tutte l'altre terre poste nel suo dominio, che il Principe possedeva avanti la guerra senz'altra obbligazione dalla parte degli Olandesi, che d'osservare una perfetta neutralità, nè dar alcun ajuto a' nemici della corona di Francia.

Questa pace diede la spinta maggiore di far conchiudere l'altra fra la Spagna e la Francia, la quale dopo la sospensione d'armi di circa un mese, fu finalmente sottoscritta in Nimega a' 17 settembre di questo anno 1678. Gli articoli stabiliti in quella furon molti, buona parte de' quali riguardava le contribuzioni, ed il commerzio de' sudditi delle due Corone, e per la restituzione de' paesi occupati fu convenuto che il Re di Francia dovesse rendere al Re Cattolico le piazze di Carleroi, Binch, Ath, Oudenarde, Courtray, il Ducato di Limburgo, il paese di là dalla Mosa, la città e cittadella di Gant, il forte di Rondenhuis, il paese di Waes e le piazze di Levue e di S. Gislain ne' Paesi Bassi, oltre la città di Puicerda nel Principato di Catalogna, con espressa condizione, che l'escluse e fortificazioni incorporate a Neuport restassero agli Spagnuoli, nonostante le pretensioni del Re di Francia, come possessore della Castellania di Ath. Gli Spagnuoli all'incontro si contentarono di lasciare alla corona di Francia la Franca Contea di Borgogna e le città di Valenciennes, Buchain, Condè, Cambray, Cambresis, Aire, Sant'Omer, Ipri, Varwich, Varneton, Poperingue, Bailleul, Cassel, Satelbavai, e Maubeuge: come anche Charlemont in caso, che il Re Cattolico non facesse fra lo spazio d'un anno cedere al Re di Francia Dinant, appartenente al principato di Liege. E finalmente la Spagna stipulò la medesima neutralità, ch'era stata promessa dagli Olandesi.

Seguì poscia la pace fra la Francia, la Svezia, l'Imperio e l'Imperadore, la quale interamente fu regolata secondo le capitolazioni di quella di Vestfalia dell'anno 1648, nè vi fu cosa di nuovo, che la cessione di Friburgo rimaso all'Imperadore, il rinteramento del Vescovo d'Argentina e de' Principi di Furstemberg nella possessione de' loro Stati, beni, preminenze e prerogative e la restituzione della Lorena al Duca di questo nome, al quale la Francia avrebbe dato la città di Toul, ed una Prevostia ne' tre Vescovadi, in cambio di Nancy e della Prevostia di Longuùs, che volle ritenersi insieme con la Sovranità di quattro strade, larghe mezza lega di Lorena, per andare da S. Desire a Nancy e da qui in Alsazia, nella Franca Contea e nel Vescovado di Metz.

L'ultime paci furono quelle del Duca di Brunswich, Principi della Bassa Sassonia, Vescovi di Munster e d'Osnabrug, Elettore di Brandemburg e Re di Danimarca colla corona di Svezia; le quali parimente furono indirizzate all'osservanza di quella di Vestfalia. Così furono restituiti alla Svezia tutti gli Stati, che avea perduti nel corso di questa guerra, mediante il pagamento di alcune somme, che furono contate a Brunswich, Munster, Osnabrug e Brandemburg e solamente rimase al primo il Baliato di Tendinghausen e la Prevostia di Docuren, ed all'ultimo tutto il paese di là e qualche piazza di qua dell'Odera, che contro il tenore della pace di Munster aveano gli Svezzesi occupato. Vi furono parimente compresi li sudditi di ciascuna delle parti, e spezialmente fu convenuto, che la Contea di Rixinghen fosse restituita al Conte d'Alefelt, ed al Duca di Gottorp il suo Stato.

Tutt'i Principi sopraccennati ratificarono i mentovati trattati, quantunque molti di essi vi avessero acconsentito per dura necessità. Solo il Duca di Lorena fu quegli, che ricusò di approvargli e contentossi più tosto di rimanere spogliato del proprio Stato, che ricuperarlo così stravolto e corroso, anzi con le viscere contaminate dalla sovranità della Francia. E l'Imperador suo cognato riserbando questo affare del Duca a miglior congiuntura, dichiarollo governadore dell'Austria inferiore e del Tirolo, assegnando a lui ed alla vedova Regina di Polonia, Leonora d'Austria sua moglie, la città d'Inspruch per residenza.

In Napoli, dove pervenne l'avviso sul principio di ottobre, furono per questa pace celebrate magnifiche feste; ma assai maggiori se ne videro all'avviso delle nozze del Re, che per maggiormente stabilirla, furono conchiuse con la Principessa _Maria Lodovica Borbone_ figliuola del Duca d'Orleans, fratello del Re di Francia, impalmata in Fontanalbò dal Principe di Contì, come proccuratore del Re di Spagna. Fu chiesto per queste nozze alle Piazze un donativo; ma incontrandosi gravi difficoltà, per non esser cosa altre volte praticata in simili casi; e molto più per l'angustie, nelle quali si trovava il Regno, fu preso espediente d'imporre un nuovo _jus prohibendi_ sopra l'acquavite. Amareggiò alquanto questa celebrità la morte seguita in Madrid in settembre del Principe D. Giovanni d'Austria, ma non fu permesso perciò interrompere le feste, le quali avendo il Vicerè determinato di trasportarle dopo l'arrivo della Regina Sposa in Ispagna, furono a' 14 gennajo del nuovo anno 1680 cominciate con pompose e numerose cavalcate, e proseguite con tornei, illuminazioni ed altre pubbliche dimostrazioni d'allegrezza.

Ma con tutta questa pace, e questo nuovo vincolo, non finirono in noi i sospetti di nuove invasioni, e le agitazioni per prevenirle. I Franzesi di riposo impazienti, quantunque avessero con tant'ardore sollecitata la pace con la Spagna, Olanda, l'Imperadore, i Principi dell'imperio, e le Corone del Settentrione: ad ogni modo, o che restassero gonfi d'averla ottenuta a lor modo, o ch'avessero desiderato di rompere l'unione di tanti Principi confederati a' lor danni, per confermarsi nel possesso delle loro conquiste, e poscia opprimere divisi coloro, che collegati parevano insuperabili; cominciavano di bel nuovo a dar grandissime gelosie; e ben presto se ne videro i contrassegni; poichè quando doveansi assembrare i Commessarj per regolare i confini in esecuzione de' trattati di pace, ricusarono di dar principio alle sessioni, pretendendo, che si dovesse dal Re Cattolico rinunziare al titolo di Duca di Borgogna, antico retaggio della Casa d'Austria, e che per conseguenza dovesse quello torsi dai mandati di proccura, che producevano i suoi Ministri. Aprirono poscia due Tribunali, l'uno in Brisach, e l'altro in Metz: ed arrogandosi una giurisdizione non mai udita nel mondo sopra i Principi lor vicini, fecero non solamente aggiudicare alla Francia con titolo di dipendenze tutto il paese, che saltò loro in capriccio ne' confini della Fiandra, e dell'Imperio; ma se ne posero per via di fatto in possessione, costringendo gli abitanti a riconoscere il Re Cristianissimo per sovrano, prescrivendo termini ed esercitando tutti quegli atti di signoria, che sono soliti i Principi di praticare co' sudditi. Di vantaggio, durando la pace, posero in ordine ne' loro porti una potentissima armata di galee e di navi, empierono i magazzini, ed ingrossarono le guarnigioni delle piazze di frontiera, ingelosendo con simiglianti apparecchi tutt'i Principi di Europa. Uccellarono il Duca di Savoja col matrimonio dell'Infanta di Portogallo, allora erede presuntiva di corona, con disegno d'impossessarsi nella sua assenza dello Stato, quantunque poscia, essendosi scoperta opportunamente l'insidia, si rompesse, quando il Duca doveva già imbarcarsi per Lisbona, il trattato, per non arrischiare la possessione di quel nobil principato, su l'incerta speranza della successione d'un Regno. Sollecitarono gli Olandesi a collegarsi con esso loro, per rendergli sospetti a tutto il Mondo cristiano, e finalmente occuparono la città d'Argentina su le sponde del Reno, ed introducendo guarnigione nella cittadella di Casale nel Marchesato di Monferrato, diedero occasione agl'Italiani d'insospettirsi della soverchia avidità de' Franzesi.

In Napoli questi andamenti de' Franzesi posero ancora gravi sospetti; onde sempre che comparivano loro navi ne' nostri porti, ci obbligavano a star solleciti e vigilanti in prevenir le cautele. Maggiori sospetti avean essi dati nel Milanese e nel Principato di Catalogna; onde per le premure venute da Spagna, fu duopo al Vicerè, che arrolasse duemila fanti, e gli facesse imbarcare per Barcellona sotto il comando del Maestro di Campo Marchese di Torrecuso. In oltre che si mandassero due vascelli di munizioni da guerra nel Finale: che si prendessero diece scudi per cento dell'entrate d'un anno, che possedevano i particolari sopra le gabelle, dazj e fiscali, con farne loro assegnamento di capitale sopra gli arrendamenti del tabacco e dell'acquavite: che s'invitassero tutt'i Baroni del Regno a servire il Re con qualche numero di soldati a cavallo; siccome in fatti ciascuno contribuì col danaro secondo le proprie forze, e fu tassata la spesa necessaria per arrolargli alla ragione di 78 ducati l'uno; e finalmente, che si desse esecuzione agli ordini regali pel pagamento della sola metà de' soldi, che comunemente chiamansi _mercedi_, e che sono grazie della regal munificenza in ricompensa de' servigj passati.

Ma mentre il Marchese de los Velez era occupato in queste spedizioni, s'ebbe avviso, che dalla corte di Spagna erasi destinato per suo successore al governo del Regno il _Marchese del Carpio_, che si trovava Ambasciadore del Re Cattolico in Roma presso il Pontefice Innocenzio XI. Non tardò guari, che cominciarono a comparire le genti della sua famiglia, ed egli, prevenendo l'incontro, al quale s'era accinto los Velez con quasi tutta la Nobiltà, giunse a' 6 di gennajo di questo nuovo anno 1683 prima che si sapesse il suo avvicinamento, nel Convento di S. Maria in Portico de' PP. Lucchesi del Borgo di Chiaja. Fu tosto visitato dal predecessore, il quale a' 9 del medesimo mese gli cedè il governo, e prese immantenente il cammino per la Corte, dove finalmente giunto, fu ben accolto dal Re, ed onorato della Sede di Consigliere di Stato, e poscia della carica di Presidente del Consiglio dell'Indie.

Non potè los Velez per le moleste occupazioni della guerra di Sicilia, e per l'immense spese, che bisognavano per mantenerla, lasciar a noi monumenti di edificj, d'inscrizioni e di marmi, come i suoi predecessori. Ci lasciò nondimeno ne' sette anni e quattro mesi del suo governo 28 _Prammatiche_ tutte savie e prudenti, per le quali e' diede molti salutari provvedimenti, così a riguardo del valore, e qualità delle monete, come per mantenere l'abbondanza nel Regno e per altri bisogni della città, che vengono additati nella _Cronologia_ prefissa al tomo delle nostre Prammatiche. Ma poichè dal suo successore fu Napoli, ed il Regno sollevato da tante sciagure, ed in miglior fortuna stabilito, tal che prese altro aspetto e nuove forme, sarà di mestieri, che i generosi e magnifici gesti di quest'Eroe si rapportino nel libro seguente di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMONONO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO QUARANTESIMO

La pace stabilita in Nimega fra le due corone di Spagna e di Francia, dagli andamenti de' Franzesi ben si prevedeva, che dovea avere brevissima durata: dopo la morte di Maria Teresa d'Austria Regina di Francia, seguìta in quest'anno 1683, il dì 30 di luglio, apertamente fu violata: ed essendosi per ciò nel mese di dicembre pubblicati bandi[58] per li quali fu ai Franzesi severamente comandato, che sgombrassero dal nostro Regno, cominciossi di nuovo una più fiera ed ostinata guerra, che durò per molti anni; e quantunque si vedesse cessare per una tregua conchiusa nel mese d'agosto del seguente anno 1684 fra la Spagna e la Francia, e l'Imperadore; nulladimeno si ripigliò da poi più ostinata, che mai, nè finì, se non con la pace di Riswick, conchiusa il dì 20 di settembre dell'anno 1697. Questa guerra tenne sempre solleciti i nostri Vicerè a mandar dal Regno continui e poderosi soccorsi, particolarmente in Catalogna, dove i Franzesi sotto il comando del Duca di Noailles fecero notabili progressi. Ma il prudente e saggio governo del _Marchese del Carpio_, avendo con savj provvedimenti riordinato il Regno, ci fece sentir poco questi incomodi. A lui dobbiamo, che non pur mentre ci governò, si restituisse in quello la quiete e la tranquillità, ma che in virtù di suoi buoni regolamenti vi durasse anche ne' tempi de' suoi successori.

CAPITOLO I.

_Del Governo di D. GASPARE DE HARO Marchese del CARPIO: sue virtù: sua morte, e leggi che ci lasciò._

Prese ch'ebbe il Marchese nel mese di gennajo di quest'anno 1683 le redini del governo, per la sua probità e prudenza, e per la conoscenza, che avea acquistata delle cose del Regno in tempo della sua Ambasceria di Roma, si avvide tosto, che la dissolutezza, ed i disordini procedevano non già, che il Regno avesse bisogno di provvide, e salutari leggi, perchè potesse governarsi con rettitudine; nè che fin allora non fossero stati da' suoi predecessori conosciuti i mali, e che non avessero proccurato di darvi rimedio: conobbe che le loro ordinazioni non potevano essere più savie e prudenti, e s'avvide che i più saggi facitor delle leggi, dopo i Romani, fossero gli Spagnuoli. Ma nell'istesso tempo considerava, che la troppa facilità praticata in dispensarle, e la molta indulgenza usata nell'esecuzione delle pene prescritte, avea corrotta la disciplina, e posto in disordine lo Stato. Vide aver sì bene i suoi predecessori posto ogni studio per darvi rimedio; ma nell'elezione de' mezzi essere stati, o ingannati o trascurati. Per ciò avendosi fisso nel pensiere di regolar la sua condotta con una costante e ferma deliberazione di seguitar rigorosamente le norme d'una incorrotta, ed inflessibile giustizia, cominciò a far valere (perchè non rimanessero inutili) le leggi, e le ordinazioni già stabilite; e perchè si conoscesse la premura, ch'egli avea, acciocchè con effetto fossero osservate, aggiunse egli nuove, e più rigorose pene.

Conobbe nel principio del suo governo la frequenza de' delitti, così nella città, come nel Regno, principalmente derivare dell'asportazione dell'armi da fuoco, e da tante altre sorte d'armi offensive inventate, delle quali, come per usanza, ciascuno era fornito e cinto. Vi erano molte leggi, che severamente ne proibivano l'asportazione; ma la facilità che s'usava in concederne licenza, non pur dal Vicerè, ma da altri magistrati, li quali s'arrogavano tal potestà e l'indulgenza usata nell'esecuzione delle pene, rendevan inutili le proibizioni. A questo fine in febbrajo di quest'anno ne' principj del suo governo, promulgò severa Prammatica[59], per la quale, oltre di rinovar l'antiche, tolse a tutti la facoltà di dar licenza per la loro asportazione, e stabilì severe pene agli trasgressori, le quali erano irremissibilmente fatte eseguire. Conoscendo parimente, che non meno dall'asportazione delle armi, che dalla moltitudine e copia delle persone oziose, vagabonde e disutili, delle quali eran ripiene Napoli e l'altre città e terre del Regno, procedevano i tanti furti, omicidj, assassinamenti, ed altri delitti; la sua vigilanza fu, non solo di rinovar le antiche e nuove leggi ordinanti, che tutti sgombrassero del Regno, ma aggiungendo nuovi rigori, faceva eseguir la Legge, imponendone a' magistrati con molta premura l'adempimento e l'esecuzione[60]. Tal che in breve tempo si videro nella città e nel Regno tolte due principalissime cagioni di tanti delitti e disordini.

Vide la frode e l'inganno aver preso gran piede in tutte le arti, ed in quelle particolarmente dove era molto più dannosa e pregiudiziale, cioè negli Orafi, ed Argentieri, e ne' Tessitori di drappo d'oro e di seta. Pose perciò egli tutta la sua vigilanza in estirparla; ed a tal fine fece pubblicare più ordinanze, prescritte dal Re Carlo II per toglier le loro frodi, le quali volle che inviolabilmente s'osservassero[61], e tassò egli li prezzi de' drappi di seta[62]; e contro gli Orafi, ed Argentieri diede egli varj provvedimenti[63] per ovviare alle loro frodi, ed inganni. Scorgendo, che non meno la città, che il Regno languivano nelle miserie, per li perniziosi abusi introdotti nella ricchezza delle vesti, nel numero de' servidori, e negli altri lussi, con severa legge[64] proibì l'eccessivo numero dei servidori, le vesti ricamate, e i drappi d'oro e d'argento: vietando parimente, che questo metallo non si consumasse nelle sedie da mano, nelle carrozze, nei calessi, insino nelle selle di cavalli.

Attese non meno alla riforma de' nostri Tribunali, e con somma vigilanza proccurò estirparne gli abusi, e le corruttele. Avendo il visitator Carati dopo la visita de' nostri Tribunali, fatta una piena rappresentazione al Re de' molti abusi introdotti in quelli, e particolarmente nel Consiglio di S. Chiara, de' quali ne fece un lungo catalogo: il Re dandovi sopra ciascheduno dovuta provvidenza con sua regal carta spedita in Madrid a' 18 di settembre del 1684, incaricò al Marchese, che ponesse ogni studio in fargli abolire; ond'egli a' 19 d'aprile del seguente anno 1685, ne comandò una precisa esecuzione[65] e nell'istesso tempo tolse anche i molti abusi introdotti nella Corte della Bagliva di Napoli, prescrivendole molti regolamenti per sua miglior riforma[66].

Ma ciò, che presso di noi rese degno d'immortal gloria questo savio Ministro, fu d'aver data la total quiete al Regno per due azioni veramente illustri, di aver abolita la vecchia, e formata la nuova _Moneta_; e d'aver affatto sterminati gli _sbanditi_ dalle nostre province. Dalli precedenti libri si è veduto quanto in ciò si fossero travagliati in vano i suoi predecessori, perchè non seppero mai trovar i mezzi più proprj ed efficaci per ridurre a glorioso fine imprese sì dure e malagevoli. Considerando egli perciò la loro arduità, ed all'incontro quanto non men a se gloria, che allo Stato indicibile bene e tranquillità sarebbe per apportare, dirizzò tutti i suoi talenti a trovar mezzi convenevoli per ridurle a fine.

Formò pertanto una nuova Giunta di prudenti, e ben esperti Ministri, dove doveano esaminarsi con la maggior vigilanza, ed accorgimento tutti i più proporzionati mezzi per la fabbrica d'una nuova _Moneta_, che fosse di bontà e di peso, e che restituisse il giusto prezzo alle merci, il sollievo a' Cittadini, ed a' Negozianti forastieri l'antica opinione e stima della moneta del Regno. Non faceva mestieri pensare all'abolizione dell'antica, se non si cominciasse a pensar sopra gli espedienti per la fabbrica della nuova; ma perchè ciò era un affare di somma importanza, e che per maturamente risolversi richiedeva tempo e molto scrutinio: perciò, affinchè in tanto che si pensava al rimedio, il male non s'avanzasse, con rigorosi editti pubblicati a' 29 di maggio 1683, primo anno del suo governo, rinovò l'antiche Prammatiche contro coloro, che introducevano nel Regno monete false, contro gli orafi, argentieri, ed altre persone, che ardissero di fondere qualsisia sorta di moneta, aggiungendo alle già stabilite pene, altre più gravi, e severe[67]. Da poi, considerandosi, che per supplire al danno, che per necessità dovea cagionare l'abolizione della vecchia, e la formazione della nuova moneta fosse altrettanto indispensabile doversi pensare donde tal danno dovesse supplirsi; dopo varj scrutinj e rigorosi esaminamenti fatti in più sessioni avute nella giunta, riflettendosi, che per ottener la tranquillità d'un sì florido Regno, fosse perdita molto leggiera di venire all'imposizione di qualche peso, o picciolo gravame a' sudditi: fu pertanto risoluto, che s'imponessero in perpetuo grana quindici per ogni tomolo di sale più del prezzo, che a que' tempi si vendeva, da pagarsi da tutti e qualsivoglia persone, senz'eccezione alcuna ed anche un'annata di tutte le rendite, tanto de' forastieri, quanto de' Napoletani e regnicoli abitanti fuori del Regno con casa e famiglia, senz'eccezione di persona, di stato, o grado, da esigersi però in tre anni. Tutte le Piazze così Nobili, come quella del Popolo, concorsero di buon animo a questa deliberazione, e dal Regio Collateral Consiglio nel mese di luglio ne fu Interposto solenne e pubblico decreto. Ciò che dal Tribunal della Regia Camera fu tosto mandato in esecuzione con ispedire per la città e province del Regno gli opportuni ordini per la distribuzione e riscuotimento[68].

Fu da poi immantinente posta mano alla fabbrica della nuova moneta, e fur prescritti dal Vicerè molti regolamenti intorno alle fonderie, agli artefici, agli affinatori, a' tiratori d'oro, a' mercanti, agli orefici, argentieri e bancherotti; e dati vari provvedimenti[69], perchè le frodi e gl'inganni, in opera che per se richiedeva tutta la buona fede, non vi avesser parte alcuna. Furono dal 1683 insino all'ultimo anno del suo governo, fabbricate quattro sorte di monete nuove di argento, tutte d'una stessa bontà intrinseca. La I chiamata _ducatone_, (alla quale si era dato valore di grana cento) avea da una parte impressa l'effigie del Re, e dall'altra uno scettro coronato e due globi col motto: _Unus non sufficit_. La II _detta mezzo ducatone_, il cui valore era di grana cinquanta, avea pure da una parte l'effigie del Re, e dall'altra la figura della Vittoria sopra un globo, tenendo in una mano lo scudo con le arme regali d'Aragona e di Sicilia, e nell'altra una palma. La III il cui valore era di grana venti, da una parte avea lo scudo dell'armi regali, e dalla altra un globo, in cui è descritto il sito geografico del Regno di Napoli, ornato da due cornocopj indicanti la giustizia e l'abbondanza. La IV il cui valore ascrittole era di grana diece, da una parte ha l'effigie del Re, e dall'altra un lione sedente col motto: _majestate securus_.

(Queste quattro monete nella maniera qui descritta furono impresse dal _Vergara_ tra le monete del Regno di Napoli _Tav_ 54.)

Ma mentre si proseguiva questa grand'opera, scorgendosi che per essersi data a questa nuova moneta tal valore, sebbene soddisfacesse al desiderio del Vicerè, che proccurava, che la moneta di questo Regno per bontà intrinseca, non meno riuscisse di sollievo a' Cittadini, con tutto ciò non s'arrivava a supplire al danno, che dovea cagionare l'abolizione dell'antica e formazione della nuova, e di più essendosi considerato ancora, che per essere alterato il prezzo dell'argento, da poi che s'era cominciata la fabbrica della nuova moneta, ne sarebbe succeduto, che poteva venir quella in breve tempo distrutta o con liquefarsi, o con mandarsi fuori del Regno per contenere maggior valore intrinseco di quello, che se l'era dato; si pensò perciò di alterarla di un grano sopra ogni diece, più di quello erasi stabilito.