Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 2
Avea Papa Gregorio nel 1591 pubblicata una Bolla, nella quale derogando alle Bolle di Pio e di Sisto V, ristrinse il numero de' delitti incapaci d'immunità, e quel che più era insopportabile, volle, che i Giudici Ecclesiastici avessero a giudicare della qualità de' delitti, e quali fossero gli eccettuati, affin di poter estrarre i delinquenti dalle Chiese; e che il Magistrato Secolare non ardisse d'estrarli, se non con espressa licenza del Vescovo; da poi che avrà costui giudicato d'essere i rei immeritevoli del confugio, per aver commessi delitti eccettuati dalla Bolla.
Prima il dichiarar le Chiese per _Asili_ e dichiarar i delitti, s'apparteneva agl'Imperadori, come si vede chiaro ne' libri del Codice di Teodosio e di Giustiniano, e per cinque interi secoli, la Chiesa sopra ciò non v'avea stabilito canone alcuno[4]: la qual preminenza, come fu veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, fu lungo tempo ritenuta da' nostri Principi. Da poi si videro stabiliti sopra ciò alcuni canoni, ed i Pontefici non vollero in appresso tralasciare nelle loro Decretali di maggiormente confermarsi in questo diritto. Ma furono i primi canoni e le prime loro Costituzioni moderate e comportabili, tanto che le Bolle di Pio e di Sisto non recarono fra noi molta novità, nè furono stimate cotanto strane, sì che se ne dovesse far risentimento, siccome accadde promulgata che fu questa di Gregorio, contenente pregiudizj gravissimi alle preminenze del Re e de' suoi Magistrati. Il Conte di Lemos D. Ferdinando, non la fece perciò valere nel Regno, mentre vi era Vicerè, ed a' 2 d'agosto del 1599, fece dal Reggente Martos far relazione al Re de' pregiudizj, che conteneva; ed il Re sotto li 27 febbrajo del seguente anno 1600, gli rispose, che non facesse sopra ciò far novità alcuna, ma che osservasse il solito d'estrarre i delinquenti, che si ritirano nelle Chiese, avendo egli ordinato, che si faccia istanza in Roma al Papa, acciò che moderi la Costituzione di Gregorio. Il perchè avendo il Conte, niente curando della Bolla, fatto estrarre di Chiesa il Marchese di S. Lucido, e datane parte al Re, gli fu dal medesimo risposto sotto li 17 ottobre del medesimo anno, che egli approvava il fatto, e che per l'avvenire non permettesse sopra ciò far introdurre novità alcuna[5].
Ma nel governo del Conte di Benavente gli Ecclesiastici, resi più animosi, impresero in ogni conto volerla far valere nel Regno, in tempo men opportuno che mai; poichè la città, per la perduta disciplina, era tutta corrotta, quando i delitti erano più frequenti, e quando le Chiese erano cresciute in tanto numero, che non vi era angolo, che non ne abbondasse. S'aggiungeva, che oltre alla Bolla di Gregorio, li Canonisti ed altri Dottori Ecclesiastici aveano trattato questo soggetto d'immunità con sentimenti così stravaganti e smoderati, che finalmente rare volte, secondo essi, poteva avvenir caso di poter estrarre rei per qualunque delitto, che si fosse, dalle Chiese; ed ascrivendo alla sola Corte Ecclesiastica il potere di dichiarare i delitti eccettuati, diedero in tali stranezze, che secondo le loro massime, era impossibile poterne qualificar uno per tale. Di vantaggio stesero a lor capriccio l'immunità de' luoghi, non solo a' Cimiterj, Monasterj, Cappelle, Oratorj, alle Case de' Vescovi ed Ospedali; ma anche agli atrj, alle case, alle logge, a' giardini, a' vacui ed insino a' forni, ch'erano alle Chiese vicini. Sono in fine arrivati a tale estremità di dire, che se il rifugiato, ancorchè laico, commetta nel luogo dell'asilo qualche delitto, possa il Giudice Ecclesiastico giudicarlo, col pretesto che si sia abusato del confugio.
Bastava, per non far valere la Bolla di Gregorio, la sola frequenza de' delitti ed il tanto numero delle Chiese: di che poteva il Conte di Benavente, per governo del Regno a se commesso, prender ancora ammaestramento dalla sapienza del Senato Romano, il quale, secondo che narra Tacito[6], crescendo tuttavia in molte città della Grecia l'abuso di multiplicarsi gli _Asili_, tanto che quelle città erano ripiene d'uomini scelleratissimi, per la licenza che lor dava l'immunità di quelli, con danno gravissimo dello Stato, reputò il Senato, a cui Tiberio avea commesso tal affare, che dovesse restringersi il numero degli _Asili_.
Il Conte pertanto, per reprimere con maggior vigore la pretensione degli Ecclesiastici, ne scrisse al Re sin da' 30 maggio del 1603; e non cessando quelli di proseguir l'impresa, raddoppiò l'istanza a' 19 luglio 1606, pregandolo a dar pronto rimedio ad un tanto abuso; poichè di continuo i Ministri Regj aveano differenza sopra ciò con gli Ecclesiastici, li quali volevano in ogni modo eseguire la Bolla di Gregorio, e perciò non tralasciavano contra quelli di fulminar monitorj e scomuniche, ch'era lo stesso, che perturbare il Regno, e mandare a terra la Regal Giurisdizione[7]. Dopo fatte queste rappresentazioni al Re, essendo accaduto in Napoli, che a due Nobili venuti fra loro in urta, per tema di maggior pericolo, si fosse ingiunto mandato Regio di non partirsi dalle loro case; costoro poco di ciò curando si fecer lecito di passeggiar per la città, non ostante il divieto, ed incontratisi, cimentandosi a duello, ne rimase uno estinto: l'uccisore con un suo compagno, ch'era Cavaliere Gerosolimitano, ed un servidore, tosto si salvarono nel Convento di S. Caterina a Formello de' PP. Domenicani. Ma non fece lor valere l'Asilo il Conte di Benavente; poichè avendo fatto circondare il Convento da due compagnie di Spagnuoli, e da quella del Capitan Alfonso Modarra, gittate a terra le porte, amendue col servidore furono estratti, fatti prigioni e condotti nelle carceri della Vicaria; e giudicata la causa, nel mese di maggio del 1610 fu fatto mozzar il capo all'uccisore, risparmiando la vita al Cavaliere, a riguardo dell'abito di S. Giovanni che portava.
Non mancò subito il Vicario dell'Arcivescovo di Napoli di dichiarar scomunicati il Reggente ed Avvocato Fiscale di Vicaria, con affiggere cedoloni ancora contra il Capitan Modarra e' suoi soldati, e contra il Caporale e' soldati della guardia del suddetto Reggente, che aveano rotte e fracassate le porte del Monastero ed estratti i rifugiati; ma il Vicerè non tralasciò immantenente a' 6 del detto mese di mandar una grave ortatoria al Vicario, che dichiarasse nulle tali censure, e togliesse i cedoloni; e nell'istesso dì ne mandò un'altra per via d'ambasciata al Nunzio, fattagli dal Segretario del Regno Andrea Salazar, che desse ordine al Vicario, che levasse i cedoloni, siccome a' 10 del medesimo se ne replicò un'altra al Vicario[8]; tanto che colla restituzione del Cavalier Gerosolimitano nelle mani del suo Giudice competente, fu composto l'affare, nè si parlò più di Bolla. Distese con tal occasione il _Reggente di Fulvio di Costanzo_ Marchese di Corleto una scrittura, che volle drizzarla al Pontefice Paolo V, dove con molta evidenza dimostrava di doversi togliere, o almeno moderare la Costituzione di Gregorio.
Ma questi ricorsi avuti in Roma furon sempre inutili; onde non tralasciandosi dagli Ecclesiastici di farla valere, quando loro veniva in acconcio, fu nel Pontificato di Clemente X preso espediente, di mandar in Roma due Ministri per ottener qualche riforma agli abusi dell'immunità Ecclesiastica, uno per lo Stato di Milano, che fu il Visitator _Casati_, e l'altro per lo Regno di Napoli, che fu il Consigliere allora _Antonio di Gaeta_, poi Reggente, trascelto dal Conte di Pegneranna, che dopo il Viceregnato di Napoli, era passato in Madrid al posto di Presidente del Consiglio d'Italia. Compose ancora il Consigliere _Gaeta_ una dotta scrittura sopra questo soggetto, e la indirizzò pure al Pontefice Clemente X ed al Marchese d'Astorga, che si trovava allora Ambasciadore in Roma; ma la missione fu inutile, siccome riuscirono in appresso sempre vani i ricorsi, che sopra ciò s'ebbero in Roma vanamente lusingandoci, che da quella Corte si potesse la Bolla riformare; onde ora non rimane altro rimedio, se non che accadendo, che gli Ecclesiastici vogliano procedere a scomuniche per far valere la Bolla (quando si è voluto usare la debita vigilanza) s'è di lor presa severa vendetta, con discacciarli dal Regno, sequestrar le loro rendite, e carcerare i loro parenti; siccome a' tempi nostri fu praticato nel governo del Conte Daun, ch'essendosi con molto scandalo di tutta la città fulminate censure contra i Giudici e l'Avvocato Fiscale di Vicaria per essersi estratta da un forno attaccato ad una Chiesa una venefica, che avea commesse infinite stragi, e tuttavia nel luogo stesso del rifugio stava fabbricando veleni; fu con modi non tanto strepitosi, quanto applauditi da tutti, cacciato dalla città e Regno il Vicario dell'Arcivescovo, cacciati i suoi Ministri, imprigionati i cursori, che ebbero ardimento d'affigger i cedoloni, e sequestrate l'entrate all'Arcivescovo istesso.
Mentre con tanta vigilanza il Conte di Benavente amministrava il Regno, pervenne avviso in Napoli, che il Re Filippo, secondo le insinuazioni de' Favoriti, da' quali reggevasi la Monarchia, avea disegnato per suo successore il Conte di Lemos figliuolo di D. Ferdinando; ond'egli con molto dispiacere, e più della Contessa sua moglie, s'apparecchiò a riceverlo per cedergli il Governo; e giunto il Lemos nel mese di giugno di quest'anno 1610 nell'Isola di Procida, fu egli ad incontrarlo, e quantunque l'avesse pregato ad entrare e stanziare in Palagio, non volle il Lemos partire da quell'Isola per dar maggior agio al predecessore di disporsi alla partenza. Partì finalmente il Conte di Benavente da Napoli a' 11 del seguente mese di luglio, dopo aver governato il Regno per lo spazio poco più di sette anni. Lasciò di se monumenti ben illustri della sua giustizia (della quale fu oltremodo zelante) e della sua magnificenza. Egli magnifico in tutte le occasioni, che se gli presentarono in tempo del suo governo, come si vide nelle feste, che fece celebrare nel 1605 per la natività di _Filippo_ Principe delle Spagne: e nel 1607 per la nascita dell'Infante D. Ferdinando, quegli, che sotto il nome di Cardinal Infante si rese cotanto celebre al Mondo per la vittoria ottenuta agli Svizzeri presso Norlinghen. Alla sua magnificenza dobbiamo quelle ampie e Regali strade, una, che conduce a Poggio Reale ornata di bellissimi alberi e d'amenissime fonti: l'altra, che dal Regio Palagio conduce a S. Lucia, nobilitata da una vaghissima Fontana, adornata di Statue d'esquisitissima scultura, siccome egli fu, che fece costruire il Ponte, ed innalzare quella magnifica Porta della città, che conduce al Borgo di Chiaja, volendo, che dal suo cognome si fosse chiamata _Porta Pimentella_; e sotto i suoi auspicj fu fabbricato il Palagio destinato per uso ed abitazione degli Ufficiali, che assistono alla conservazione de' grani riposti ne' pubblici granai per l'Annona della città. Nell'Isola d'Elba, posta ne' mari di Toscana, a lui dobbiamo il _Forte Pimentello_: siccome nel Regno que' magnifici Ponti della Cava, di Bovino e di Benevento.
Egli ci lasciò più di cinquanta Prammatiche tutte savie e prudenti. Regolò per quelle le _Fiere_ del Regno, e comandò, che fossero celebrate ne' tempi stabiliti ne' loro privilegi e non altramente: proibì severamente l'asportazione delle arme corte, e fu terribile contra i falsari e contra i giocatori; e diede altri salutari provvedimenti intorno alla pubblica Annona, che secondo furono stabiliti, possono vedersi nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO III.
_Del Governo di D. PIETRO FERNANDEZ DI CASTRO Conte di LEMOS; e suoi ordinamenti intorno all'Università de' nostri Studi, perchè presso noi le discipline e le lettere fiorissero._
Don Pietro di Castro fu figliuolo di _D. Ferdinando_, che morì in Napoli essendovi Vicerè, e fratello di _D. Francesco_, che governò pure il Regno in qualità di _Luogotenente_ lasciatovi da suo padre in vigor di facoltà concedutagli dal Re. Giunto in Napoli trovò il Regno non pur esausto, ma il Patrimonio Reale e la pubblica Annona in debito di più milioni, in guisa, che nè la città avea modo di provveder di frumenti i granai, nè la Cassa Militare di pagar le soldatesche. Ma applicatosi egli a favorire le Comunità del Regno, acciò fossero più pronte a pagare i tributi dovuti al Re: a far rivedere i conti, così delle Regie entrate, come della città: a riparar le frodi, che si commettevano dagli amministratori di esse: a porre i libri in registro: e sopra tutto vegghiando, che si spendesse fruttuosamente il denaro, accrebbe l'Erario del Principe e la pubblica Annona, tanto che nel corso del suo governo fu goduta una compiuta abbondanza.
Applicò ancora l'animo ad una esatta amministrazion di giustizia, invigilando alla sollecita spedizione delle cause: fu severo e terribile contra a' malfattori, e pose terrore a' Ministri, perchè invigilassero a castigarli, ed attendessero con assiduità e vigilanza a' loro ufficj.
Ma sopra ogni altro, di che resta a noi perpetuo ed illustre monumento, fu l'amore, che egli ebbe verso le lettere e la stima che fece della nostra Università degli Studi. Innalzò per degno ricetto delle Muse un superbo e magnifico Edificio, di cui non può pregiarsi aver simile qualunque Università d'Europa. I Professori di quest'Università per non aver luogo proporzionato a' loro esercizj, da S. Andrea a Nido, ove anticamente dimoravano, erano stati costretti ricovrarsi nel cortile, che serve d'atrio alla Chiesa di S. Domenico de' Frati Predicatori, dove in alcune volte terrene, che formavano tre stanze, addottrinavano la gioventù: nelle due, che sono nel muro verso mezzo giorno e dirimpetto alla Chiesa nella prima si leggeva la Ragion Canonica e la Gramatica Greca, e nella seconda s'insegnavano le leggi civili: nell'ultima stanza del lato interno verso occidente era la Cattedra, che chiamavasi degli Artisti[9]. Ma luogo angusto ed incomodo, e mal atto a tal ministerio, nè con architettura conforme al bisogno dell'opera ed al decoro e magnificenza della città: il sentirsi con poca riverenza della vicina Chiesa spesse dispute ed armeggiamenti degli Scolari: i fastidiosi ed importuni suoni delle campane che spesso interrompevano gli esercizj de' Professori, fecero, che il Conte di Lemos, affezionato agli Studi, ne' quali nell'Università di Salamanca, in tempo della sua gioventù, avea fatti maravigliosi progressi, pensasse da dovero a darvi riparo; e riputando ciò indegno di un'Università cotanto preclara, di cui non meno l'Imperador Federico II che i Re dell'Illustre Casa d'Angiò aveano fatta tanta stima, si determinò di prepararle una magnifica abitazione e degna delle scienze, che ivi si professavano. Colla direzione adunque del Cavalier _Fontana_, famoso Architetto di que' tempi, fece ergere un ampio edificio fuori la Porta di Costantinopoli, nel medesimo luogo, dove prima da D. Pietro Giron Duca d'Ossuna era stata edificata la Real Cavallerizza: fecevi costruire un ben ampio Teatro, per uso de' concorsi e per altre pubbliche dispute, e sale ben grandi capaci d'un gran numero di studenti; ma ciò, che rese l'opera stupenda e maravigliosa, furono li magnifici portici e le prospettive arricchite di statue di finissima scultura. Mancò solamente la perizia dell'arte nelle _Iscrizioni_, che in marmo vi s'addattarono nelle sue facciate e magnifiche Porte. A questi tempi erasi corrotta fra noi la Poesia, e questi studi erano passati a' Gesuiti, presso i quali era allora riputato risiedere la letteratura; quindi da' più valenti e savi critici, che in Napoli eran allora molto pochi e rari, furono in quelle notati molti errori, e leggendosi in una d'esse a lettere cubitali quell'_ULYSSE AUDITORE_, si diede occasione a Pietro Lasena di comporre quel suo dotto ed erudito libro _Dell'Antico Ginnasio Napoletano_, dove fa vedere i sogni dell'Autor dell'_Iscrizione_.
Con tutto che questa grand'opera non fosse finita si spesero dal Conte centocinquantamila ducati, ch'e' raccolse da tutto il Regno. Non potè egli aver il piacere di vederla interamente compita, essendo stato breve il tempo del suo governo; con tutto ciò, ancorchè non fosse terminata la fabbrica volle far seguire la traslazione degli studi, dal luogo ov'erano, in questo nuovo magnifico edificio, e per mostrare la stima che faceva di tal Università, volle egli intervenirvi coll'assistenza de' Tribunali, disponendo egli la celebrità con una numerosa cavalcata, la quale in Napoli non fa mai veduta simile, e la novità era, perchè v'intervennero i Dottori del Collegio ed i Professori dell'Università, vestiti all'uso di Spagna con una sorta d'insegna Dottorale, che chiamavano _Capiroto_, divisato con varietà di colori corrispondenti ed applicati alla varietà delle scienze, che da loro si professavano. I Teologi la portavano bianca, e negra: i Filosofi azzurra e gialla; i Legisti e Canonisti di color verde e rosso; e tutti avevano le berrette co' fiocchi de' medesimi colori. In cotal guisa si fece in quest'anno 1616 l'apertura dei Regj Studi in questo nuovo Edificio, dove il Vicerè intervenne ed ascoltò l'orazione, che per tal solennità recitossi.
Ma non bastava aver in sì magnifica forma ridotti i nostri Studi, se per ben reggergli non si provvedessero di savie leggi ed ottimi istituti. Egli riordinolli con prescrivere più Statuti, che ora si leggono nel Corpo delle nostre Prammatiche[10], nelli quali, confermando la Prefettura d'essi al Cappellan Maggiore, prescrisse la norma ed il numero degli altri Ufficiali, che doveano averne pensiero: ciò che s'appartenesse a' Protettori ed al Rettore, e del modo d'eleggerlo: ai Bidelli, al Maestro di cerimonie, al Capitan di guardia ed a' Portieri. E perchè il Conte meditava arricchire quest'Edificio d'una copiosa Libreria, prescrisse ancora in questi Statuti il modo da conservare i libri, e dell'uso che se ne dovea avere, e ciò che dovea essere dell'incombenza del Custode. Parimente stabilì in quelli una Cappella propria, e v'assegnò il Cappellano, e prescrisse le Feste, che si doveano ivi celebrare.
Distribuì le Cattedre e le materie che si doveano leggere, determinando ancora a' Professori i Salari in ogni facoltà: diffinì il corso dell'anno per lo studio, e quanto tempo arcano da durare le lezioni: preserisse il modo di leggere che doveano tenere i Lettori: le visite, che il Prefetto dovea fare a' medesimi: de' loro sustituti, ed in quali casi potevano concedersi; e che niuno nelle private case potesse leggere quelle facoltà, che si leggevano ne' pubblici Studi.
Ma quello, di che merita maggior lode questo savio Ministro, fu l'avere con severe leggi stabilito, che tutte le Cattedre si provvedessero per concorsi e per opposizioni. Avea il nostro Imperador Federico II, quando riformò, ed in miglior forma ridusse questi Studi, fin dall'anno 1239, per sua Costituzione[11] ordinato, che niuno potesse assumersi titolo di Maestro, che ora diciamo Lettore, se non fosse diligentemente esaminato in presenza de' suoi Ufficiali e de' Maestri di quella facoltà, che si pretende insegnare. Questo diligente esame facevasi per opposizione: modo non già da Federico inventato, ma molto antico ed a noi da' Greci tramandato, leggendosi presso Luciano[12], che in Atene sotto M. Aurelio, morto il Professore, era surrogato in suo luogo chi dopo aver disputato coll'oppositore, e fatto un tal esperimento, avea il suffragio degli Ottimati. Parimente in Costantinopoli, per legge stabilita da Teodosio il giovane, l'esame e l'elezione de' Professori si faceva _Coetu amplissimo judicante_[13]. Quest'istesso praticandosi inviolabilmente nelle Università di Spagna, siccome in molte altre d'Europa, volle il Conte di Lemos con leggi più strette stabilire presso di noi. Egli ordinò, che tutte le Cattedre si provvedessero per opposizione, invitandosi con pubblici Editti coloro, che degnamente si volessero opporre: prescrisse il modo, che si dovrà tenere nella pubblicazione di questi Editti: coloro, che possono opporsi alle Cattedre; gli esercizi, che avran da fare gli Oppositori e che avranno da osservare, durante la vacanza della Cattedra: determinò il numero de' Magistrati e de' Professori, che avranno da votare in quelle: il modo da tenersi: i diritti, che dovranno pagare coloro che saranno provvisti, ed il giuramento che avran da dare prima di pigliare il possesso.
Dopo avere il Lemos dati provvidi regolamenti intorno agli Ufficiali, che reggono l'Università, ed intorno a' Professori, e del modo d'eleggerli; passa a regolare ciò che s'appartiene agli Studenti, ricerca da quelli la matricola, l'esame che dovrà farsi quando dalla Gramatica passano ad altra facoltà: determina il tempo del corso de' loro studi: prescrive il modo da tenersi nelle dispute, e pubbliche conclusioni; i loro esercizj nella Rettorica, nella lingua Greca, Matematica ed Anatomia; ed in fine le Repetizioni, che avran da fare ogni anno a' medesimi li Lettori delle letture perpetue.
Queste furono le leggi Accademiche, che stabilì il Conte di Lemos per la nostra Università degli Studi, le quali partito che fu egli dal Governo di Napoli, vedendo il suo successore _D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna_, che non erano con quel rigore osservate, che ordinato avea il Conte, promulgò sotto li 30 novembre del medesimo anno 1616, nuova Prammatica, nella quale inserendo tutte le sopraddette leggi, ordinò, che quelle inviolabilmente si fossero osservate[14].
La stima che il Conte di Lemos teneva per le lettere da lui cotanto favorite, fece sì che a questi tempi fiorissero in Napoli molti Letterati, e che si rinovellasse l'istituto dell'Accademie, incominciato in tempo di D. Pietro di Toledo. Sopra tutte le altre fioriva a questi tempi l'Accademia degli _Oziosi_, che nacque sotto gli auspicj del Cardinal Brancaccio, e che ragunavasi dentro il Chiostro del Convento di S. Maria delle Grazie presso la Chiesa di S. Agnello, della quale era Principe Giambattista Manso Marchese di Villa; ed alle volte in S. Domenico Maggiore, nella stanza, nella quale in memoria d'avervi insegnato S. Tommaso, è rimasta la Cattedra in piedi[15]. Si ascrissero a quella, oltre i Letterati di questi tempi, molti Nobili e Signori, che aveano buon gusto delle lettere: fra quali erano D. Luigi Caraffa Principe di Stigliano, D. Luigi di Capua Principe della Riccia, D. Filippo Gaetano Duca di Sermoneta, D. Carlo Spinelli Principe di Cariati, D. Francesco Muria Caraffa Duca di Nocera, D. Giantommaso di Capua Principe di Rocca Romana, D. Giovanni di Capua, D. Francesco Brancaccio, D. Giambattista Caracciolo, D. Cesare Pappacoda, Fr. Tommaso Caraffa dell'Ordine de' Predicatori, D. Ettore Pignatelli, D. Fabrizio Caraffa, e D. Diego di Mendozza. Ma il maggior lustro glie lo diede il Conte istesso di Lemos, il quale sovente in quest'Accademia insieme con gli altri andava a leggere le sue composizioni, ed una volta vi recitò una Commedia da lui composta, che fu intesa con grandissimo plauso.
S'ascrissero parimente in quest'Accademia quasi tutti i Letterati, che si riputavano a que' tempi i migliori, come il Cavalier Giambattista Marini, Giambattista della Porta, Pietro Lasena, Francesco de Petris, il nostro Consigliere Scipione Teodoro, Giulio Cesare Capaccio, Ascanio Colelli, Tiberio del Pozzo, Anton-Maria Palomba, Giannandrea di Paolo, Paolo Marchese, Giancamillo Cacace, che fu poi Reggente, Colantonio Mamigliola, Ottavio Sbarra, e molti altri.
A questi medesimi tempi nel Chiostro di S. Pietro a Majella ne fioriva un'altra, della quale era Principe D. Francesco Caraffa Marchese d'Anzi, e vi s'arrolarono D. Tiberio Caraffa Principe di Bisignano, Monsignor Pier Luigi Caraffa, Giammatteo Ranieri, Ottavio Caputi, Scipione Milano, ed alcuni altri.