Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 19
Ma nel nostro Regno non lasciavano intanto gli sbanditi le consuete scorrerie per le campagne, ora più che mai rese non men insolenti che spesse. Rubavano, riducevano in servitù i viandanti, svaligiavano i Procacci, in fine le pubbliche strade non eran più sicure, tal che si vedeva rotto ogni traffico ed impedito ogni commerzio. Negli Apruzzi ne campeggiavano molte squadre, che fortificatesi in diverse Terre, erano giunte infino a spedir ordini a tutt'i luoghi di quei contorni che lor pagassero, non già al Regio Tesoriere, i fiscali. Essendo succeduto nella Chiesa di Napoli, per la morte del Cardinal Filomarino, il Cardinal D. Innico Caracciolo, costui nel viaggio ch'intraprese per Roma, per assistere al Conclave per l'elezione del nuovo Pontefice, poi seguita in persona di Clemente X, fu arrestato da queste masnade, e gli fu duopo per disbrigarsene pagar loro cent'ottanta doble. Monsignor Toppa Arcivescovo di Benevento fu ancor egli svaligiato presso Napoli nella Terra di Pomigliano d'Acro, e si salvò per miracolo. Ma il più molesto era a questi tempi il famoso _Abate Cesare Riccardo_, il quale dopo aver ucciso D. Alessandro Mastrillo Duca di S. Paolo, si pose a scorrere con comitiva le campagne intorno la città di Nola, avanzando le scorrerie sino alle porte di Napoli: svaligiava Procacci, abbruciando più volte le lettere senza perdonare a quelle del Vicerè; entrava ed usciva sconosciuto in Napoli; e giunse a tale, che impediva in Napoli il trasporto della neve, minacciando di più agli Eletti, che avrebbe impedito anche la condotta de' grani, se non gli proccuravano dal Vicerè il perdono.
Si ponevan in opra dal Vicerè vari mezzi per estirparli, ma non riuscivano così efficaci, sì che se ne potesse ottenere il total esterminio. Creò egli a quest'effetto Vicario Generale della Campagna il Consigliere D. Diego di Soria, poi Reggente: spedì alcune compagnie di Spagnuoli in Apruzzo, per isnidarli da que' luoghi: elesse in fine una Giunta di vari Ministri per severamente punirli insieme co' loro aderenti; ma nulla giovò, poichè le milizie regolate in que' luoghi alpestri ed inaccessibili nulla poterono: alcuni presi furon sopra le forche fatti morire, ma nuovamente ne pullulava numero assai maggiore: la Giunta fece arrestare alcuni Titolati lor protettori, ma poi, dopo breve prigionia, eran dal Vicerè composti con grosse somme di denaro: tal che si tornava a' disordini primieri.
Di questo sol fu imputato l'Aragona, che a' suoi tempi si vide rilasciata la disciplina, e commettersi enormi e gravi delitti d'incesti, peculati, furti, falsità, assassinamenti, duelli ed altri eccessi, de' quali non ne prendeva quel severo castigo che meritavan i colpevoli; ma, o usando indulgenza nelle visite che soleva egli fare in Vicaria, intervenendovi personalmente, e talora anche colla Viceregina sua moglie, ovvero permutando la pena corporale in danari: ciò che fruttandogli grosso guadagno, e secondo il computo che se ne faceva dal volgo, aveane da tali composizioni ricavati più di trecentoventimila ducati, gli acquistò nome di Ministro sordido; e diessi a molti occasione di motteggiarlo, che e' punisse le borse non già le persone.
Non è però, che non apportasse egli al Regno non picciola utilità, per la numerazione generale de' fuochi, che principiatasi dal Conte di Pennaranda, e continuata poi dal Cardinal d'Aragona, venne da lui sollecitata e finalmente ridotta a perfezione: poichè non solo la fece egli pubblicare, ma cominciò ancora a praticarsi fin dal primo di gennajo dell'anno 1669. L'alleggerimento che ne sperimentarono le Comunità del Regno fu di grandissima importanza, perchè furono tassate a pagare per quel numero de' fuochi, che in fatti erano; e furono rimesse loro tutte le somme, delle quali andavano debitrici per tutto il tempo passato, essendosi compiaciuti il Re e gli altri assegnatarj de' fiscali di concorrere non solamente alla remissione de' mentovati residui, ma anche alla perdita di ducati ventidue ed un decimo per ogni cento ducati di entrata, che fu necessario defalcare generalmente, per cagione del mancamento d'intorno a centomila fuochi, ne' quali questa numerazione si trovò minore dell'antica. In cotal guisa le Comunità del regno cominciarono a respirare e ad essere per conseguenza più pronte a' pagamenti, con non picciola utilità degli assegnatarj de' Fiscali e del Re. Vi s'aggiunse l'augumento dell'arrendamento del Tabacco, che da ducati quarantacinquemila l'anno, crebbe a questi tempi fino ad ottantamila, e quello della manna, che trovandosi venduto a particolari persone, fu dal Vicerè ricomprato ed incorporato al patrimoni regale. In brieve tutti gli arrendamenti, dazj e gabelle crebbero notabilmente di prezzo, con utile grandissimo di tutti i consegnatarj, essendosi calcolato l'avanzo nel valore de' capitali, secondo la relazione fattane dal Razionale della Regia Camera Giovanni d'Alesio, in poco meno di nove milioni di ducati: al che contribuì molto la vigilanza del Vicerè, ed il rigore che praticava contro coloro che ne fraudavano il pagamento.
§. I. _D. FEDERICO DI TOLEDO Marchese di VILLAFRANCA rimane Luogotenente nel Regno, nel tempo che l'Aragona va in Roma a dar l'ubbidienza al nuovo Pontefice._
La Regina Reggente, secondo il costume introdotto dalla Corte di Spagna, avea comandato al nostro Vicerè Aragona che si fosse portato in Roma a dar in nome del Re, e suo, ubbidienza al nuovo Pontefice Clemente IX; ma tolto costui dal Mondo, per inaspettata morte, non si potendo adempire quest'ufficio con lui, fu comandato che si adempisse col suo successore Clemente X. Nel medesimo tempo fu provveduto dalla Regina, che in assenza dell'Aragona rimanesse a governar il Regno il _Marchese di Villafranca_, che si trovava in Napoli esercitando la carica di Capitan Generale della squadra delle galee. Fu disputato nel nostro Collateral Consiglio se al Villafranca dovessero darsi trattamenti di _Vicerè_, o pure di semplice _Luogotenente_ dell'Aragona, stante che costui teneva dispacci della Corte, ne' quali gli s'imponeva, che terminata l'ambasciata dovesse tornare in Napoli a continuare il Governo; ma a cagion che per la commessione Regale dovea il Marchese riputarsi come vero ed independente Vicerè, non già Luogotenente dell'Aragona, fu per tanto determinato a suo favore. Partito adunque l'Aragona da Napoli, a' tre di gennajo di quest'anno 1671, fu dato al Marchese il possesso della carica coll'intervento degli Eletti della città, il quale (tenendosi occupato il Regal Palazzo dalla moglie di D. Pietro) scelse per sua abitazione quello de' Principi di Stigliano sopra la Porta di Chiaja.
Governò il Marchese con molto rigore e con indefessa applicazione il Regno, prendendo per esemplare il suo gran avolo D. Pietro di Toledo, che governollo ventidue anni, ma non vi durò che infino a' 25 di febbrajo; poichè l'Aragona giunto in Roma affrettò la sua ambasceria, ed avendo a' 22 gennajo fatta ivi pubblica e solenne entrata il giorno seguente, accompagnato dal Marchese d'Astorga, che si trovava in Roma ambasciador Cattolico, fece la cerimonia del bacio del piede; e dopo essersi trattenuto in quella città alquanti altri giorni in pranzi e visite, tornò in Napoli a ripigliar il governo, mal soddisfatto del rigoroso modo del Villafranca, che non ben si confaceva col suo tutto largo ed indulgente. Il marchese di Villafranca, si trattenne in Napoli sino al mese di luglio; partì poi per la Corte, dove si crede, che avendo rappresentato a que' Ministri l'avarizia di D. Pietro, e l'avidità di cumular per se denari, sicchè quando partì per Roma non avea lasciato nella Cassa militare nè pur un quattrino, avessele fatto pensare a dargli successore. Non passaron molti mesi, che s'intese essere stato a lui sostituito in questo Governo il _Marchese d'Astorga_, il quale trovandosi ambasciadore in Roma prese ne' principj del nuovo anno 1672 il cammino verso il Regno, ed a' 11 febbrajo giunse in Napoli, accolto con molti segni di stima da D. Pietro, il quale, soddisfatte le consuete visite, a' 14 del medesimo mese cedè il governo e con la Duchessa sua moglie se n'andò immantenente a Pozzuoli, donde poi a' 25 dello stesso mese con quattro galee si partì per Ispagna.
Fra i Vicerè che lasciarono a noi più insigni memorie, dee certamente annoverarsi D. Pietro d'Aragona. Egli per l'inclinazione grandissima che avea alle fabbriche, adornò Napoli di molti edificj. Egli ridusse in quella magnifica forma che ora si vede, l'Ospedale de' poveri di S. Gennaro fuori le mura della città, con ampliarlo di tanti corridori e stanze, e con darvi stabile e fermo governo. Egli con indicibile spesa costrusse il Porto per le Galee, ed ingrandì l'Arsenale in più ampia forma: fece quella magnifica strada adorna di tanti fonti, donde dall'Arsenale si ascende al largo avanti il Regal Palazzo, e nella cima di quella fece ergere la statua di Giove Terminale, che sostiene il cuojo, e le ale d'una grand'aquila. Abbellì il Palazzo Reale, ed aggiunse a' piedi di quella maestosa scala, fatta dal Conte d'Onnatte, le due statue de' fiumi Ibero e Tago, e sopra la porta, che comunica col Palazzo vecchio, l'altra del fiume Aragona. Egli nel Castel Nuovo unì l'Armeria Reale in quella gran sala, che soprasta al suo cortile. Rifece nel monte Echia il quartiere principale degli Spagnuoli; e v'innalzò da' fondamenti quel vasto edificio del Presidio, capace d'alloggiare più di seimila soldati. Rifece parimente le pubbliche fontane di Poggioreale, di S. Caterina a Formello, di mezzo cannone, e moltissime altre, e da' fondamenti innalzò quella di monte Oliveto. Restituì l'uso de' Bagni dell'acque minerali fuori la grotta di Coccejo, di Pozzuoli, e Baja; e perchè non se n'abolisse la memoria, in tavole di marmo fece scolpire la loro virtù ed efficacia ne' malori; donde fu data occasione a _Sebastiano Bartoli_ famoso medico di que' tempi, di spiare più a dentro la qualità di queste acque, e compilarne perciò particolari relazioni e trattati. Ristorò in fine i nostri Tribunali, ampliando le sale del Consiglio, quelle della Vicaria, e l'altre della Regia Camera, dove per la diligenza dell'Archivario _Niccolò Toppi_, riordinò l'Archivio, e del di lui favore questo scrittore[56] molto si loda, narrando, che fu tre volte a vederlo, facendovi far tre nuove camere, e fece dar principio ad un _Repertorio_ generale di tutte le scritture, che oltrepassavano il numero di trecentomila, con assegnare il salario a cinque Scrivani, li quali erano puntualmente pagati mese per mese, perchè l'opera si compisse. Accrebbe parimente lo stipendio a' Giudici di Vicaria e diede vari provvedimenti per la giusta distribuzione delle cause, afin di troncar le lunghezze delle liti e le calunnie de' litiganti.
Ma quantunque l'Aragona lasciasse a noi di se sì illustri monumenti, non è però, che non ci defraudasse all'incontro di molte insigni memorie. Egli ci tolse l'ossa del magnanimo Re Alfonso I d'Aragona, le quali, come si disse nel XXVI libro di quest'Istoria, erano rimaste in deposito nella sagrestia di S. Domenico Maggiore di questa città, dove il Re Alfonso II dal Castel dell'Uovo le fece trasportare, quando vi fu seppellito suo padre. Essendo accaduto nel 1506 un incendio in quella sagrestia, il fuoco ne consumò buona parte, ma ne scamparono il cranio ed alcune poche ossa: il cranio per ordine del Re Ferdinando il Cattolico fu consegnato al Vescovo di Cefalù, che '1 condusse in Ispagna: le ossa erano solo qui rimase: ciò che pervenuto alla notizia dell'Aragona intraprese di farle ancora colà trasportare, ed unirle col cranio. Si opposero i Monaci di quel convento, ma avendo la Regina Reggente, alle insinuazioni del Vicerè, con suo spezial dispaccio comandato, che si trasportassero in Ispagna, cessarono le contese ed i frati con pubblico istromento ne fecer la consegna al Vicerè. Ci tolse ancora, per abbellire la sua galleria in Madrid, molte insigni dipinture e statue: fra l'altre quelle dei quattro fiumi, che adornavano la Fontana della punta del Molo, l'altra di Venere, che giaceva nella fonte su l'orlo del fosso del Castel Nuovo, ed alcuni puttini e gradini di marmo tutti d'un pezzo, ch'eran collocati nella fontana Medina, opera del famoso Giovanni di Nola, li quali furono tutti da lui mandati in Ispagna.
Nel tempo del suo governo furon da lui stabilite molte provvide e sagge Prammatiche poco men di 30, per le quali riordinò i Tribunali, riformò molti abusi nelle Dogane, e diede altri provvedimenti, che sono additati nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO III.
_Governo di D. ANTONIO ALVAREZ, Marchese d'ASTORGA molto travaglioso ed infelice per li disordini, ne' quali trovò il Regno e molto più per le rivoluzioni accadute in Messina._
Giunto il Marchese d'Astorga in Napoli trovò la città, non solo per la grande penuria di grani, ma tutta sconvolta per li continui delitti, e sopra ogni altro per li furti, che di continuo si sentivano in ogni angolo. Applicò per tanto i suoi pensieri a proccurare, che fossero introdotti in Napoli, non pur dalle province, ma da altri più remoti paesi, copiosi viveri, sicchè soddisfece alla brama de' popoli e restituì nel Regno l'abbondanza. Ma con tutto che praticasse estremi rigori, non fu possibile (cotanto per la dissoluta disciplina del passato Governo era la gente divenuta ribalda) d'estirpare i furti e molto meno impedire le continue scorrerie de' banditi, che commettevano in campagna. Scorrevano insino alle porte di Napoli, svaligiavano i procacci, saccheggiavano le Terre, empivano le campagne di omicidj, ruberie e stupri; e campeggiando con molta baldanza, di continuo acquistavan seguito, ed ingrossavan di numero. Il Vicerè, valendosi de' consueti rimedj, rinvigorì gli animi dei Presidi provinciali, premurosamente incaricando loro che dandosi mano badassero unicamente ad estirpargli. Ne fu fatta molta strage e non fu picciol guadagno essersi tolto dal mondo il più pernizioso fra i loro Capi, il cotanto rinomato _Abate Cesare_. Ma non per ciò, a guisa d'idre, non ripullulavano, e negli Apruzzi spezialmente, per dove fu costretto il Vicerè spedirvi cinque compagnie di Spagnuoli, non solo per abbattere la loro insolenza, ma anche perchè, sospettandosi, che avesser potuto ricever fomento da Roma dall'Ambasciador di Francia, si vegghiasse ad ogni novità, che con tal appoggio potesser questi ribaldi promuovere. Egli è però vero, che per le sollevazioni accadute poco da poi in Messina, si tolse un buon numero di costoro dal Regno, ai quali fu conceduto dall'Astorga il perdono, per andare a servire il Re in Sicilia, dove diedero pruove di gran valore, cancellando con ciò in gran parte le colpe della vita passata. Gli altri, che vi rimasero, essendosi poi sempre più moltiplicati, continuarono nella lor contumacia: perchè l'estirpamento totale d'una così dannosa semenza, l'avea il cielo riserbata a più esperta e gloriosa mano.
Non furon soli questi disordini, che resero travaglioso il governo del Marchese; perchè all'angustie, nelle quali trovò il Regno, per la fame, per li ladri e per questi ribaldi, se ne aggiunse un'altra più fastidiosa, qual fu quella delle _monete_, ridotte a questi tempi a stato si miserabile, che non avean d'intrinseco valore la quarta parte. La radice di questo male era antica, e quella stessa, che cagionò l'abolizione delle zannette in tempo del Cardinal Zapatta; dal quale quantunque si fosse fatta coniar la nuova moneta, e si fossero imposte gravissime pene a coloro, che avessero avuto ardimento di ritagliarla, o falsificarla; ad ogni modo l'avidità del guadagno faceva vilipendere ogni qualunque severo castigo. Era il numero de' tosatori, e falsificatori cresciuto in guisa, che sino nelle case di persone di qualità furono trovati ritagli, ed ordegni per conio delle nuove; e pubblicossi, che alcune donne di non volgare condizione, si fossero parimente mischiate in questo esercizio. Ne fu scoverta in Napoli un'intera compagnia, e nella provincia di terra d'Otranto ne furono indiziati moltissimi. Pose il Vicerè ogni cura per estirpargli; molti scoverti furon fatti morire su le forche, alcuni sostennero lunghe prigionie, ed altri ne ottennero il perdono: ciò che diede ansa a' detrattori ed ardire d'affermare, ch'era stata loro salvata la vita, ma non già la borsa. Altri ancora si sottrassero da' condegni castighi, chi schermendosi col privilegio del chericato, chi coll'immunità delle chiese, e chi con la fuga dal regno. Per dar riparo a mali sì gravi, cominciò il Vicerè a pensare alla fabbrica d'una nuova moneta, la quale non avesse potuto nè falsificarsi, nè ritagliarsi. Si pose l'affare in consulta, e se ne fecero più discorsi, ma non ebbero alcun effetto; perchè la gloria d'un così magnanimo fatto stava pure riserbata ad un più fortunato Eroe.
Pure i Turchi vollero avere la lor parte in tener travagliato l'Astorga; poichè scorrendo per le marine del Regno, posero gente in terra nella provincia di Bari, dove nel mese di giugno di quest'anno 1672 fecero schiavi 150 poveri contadini, che mietevan vettovaglie. E nel mese d'agosto fur vedute nel Golfo di Salerno sette galee di Biserta, che andavan depredando i nostri legni. Nel seguente anno, nelle marine di Puglia fecero notabilissimi danni, spezialmente nella terra di S. Nicandro, nella quale ridussero in cattività molti contadini; tanto che per reprimere i loro insulti, fu costretto il Vicerè a spedir ivi tre compagnie di cavalli, ed a mandare la squadra delle nostre galee a scorrere i mari dei Regno.
§. I. _Per le rivolte di Messina si riscuoton dal Regno grossi sussidj._
Ma cure assai gravi e moleste sopraggiunsero in questi tempi al Vicerè, ed a noi gravezze e timori vie più considerabili, per più alte cagioni. Aveano in quest'anno i re di Francia e d'Inghilterra, uniti coll'Elettor di Colonia e 'l Vescovo di Munster mossa crudel guerra agli Stati Generali d'Olanda, li quali quantunque fossero rimasi vittoriosi in mare dell'armate navali d'Inghilterra e di Francia, furono loro ad ogni modo dagli eserciti confederati occupate le province d'Utrech, di Gheldria e d'Overissel con parte della Frisia. Donde prese motivo il Conte di Monterey, governadore de' Paesi Bassi Cattolici d'introdurre nelle piazze Olandesi guarnigione Spagnuola, e l'Imperador Leopoldo con l'Elettore di Brandeburgo, di far entrare un esercito negli Stati di Colonia e di Munster, per costringer que' Principi all'osservanza della pace di Cleves. Ma avendo i Franzesi occupata la Marca e 'l Ducato di Cleves appartenente all'Elettore di Brandeburgo, e spinto il marescial di Turenna nella Franconia quantunque avessero costretto questo Elettore a deporre l'armi, non poterono ad ogni modo impedire che molti Principi d'Alemagna non si fossero collegati coll'Imperadore e con gli Olandesi per la difesa de' proprj Stati.
Gli Spagnuoli non potendo soffrire le conquiste dei Franzesi sopra gli Stati d'Olanda e molto meno sopra l'Imperio, deliberarono d'entrare anch'essi in questa lega; ed avendo dichiarata la guerra al Re di Francia, protestarono al Re d'Inghilterra, che se non si fosse separato da quello, avrebbero con lui fatto lo stesso, e frappostisi per mediatori, fecero sì, che si conchiudesse la pace fra gl'Inglesi ed Olandesi. Così costretti i Franzesi a far fronte all'esercito Imperiale, che s'era avvicinato a' confini della Fiandra, abbandonarono tutte le piazze degli Olandesi, fuorchè Mastrich e Grave, la quale fu sforzata poscia dal Principe d'Oranges ad arrendersi con onorevoli condizioni. In questa guisa venne a cader tutta la guerra sopra la Fiandra Spagnuola, ed a' Paesi posti dall'una e dall'altra parte del Regno, che durò molti anni.
Essendosi pertanto pubblicata in Napoli nel mese di dicembre di quest'anno 1673 la guerra contro alla Francia, con pubblicarsi bando che fra brevi giorni tutti i Franzesi sgombrassero dal Regno, cominciarono a turbar l'animo del nostro Vicerè più nojosi pensieri; poichè dichiarata questa guerra, temendosi, che i Franzesi non tentassero d'assalire il principato di Catalogna, fu richiesto l'Asterga d'inviar soccorsi per difesa di quello Stato; onde gli fu duopo spedire per quella volta quattro vascelli con 1200 fanti Napoletani, sotto il comando del Maestro di Campo D. Giovan-Battista Pignatelli; e premendo sempre più il bisogno d'ingrossare l'esercito di Catalogna, bisognò nel mese di marzo del seguente anno 1674 spedire altri 1500 soldati, sotto la condotta del Sergente maggiore di Battaglia D. Antonio Guindazzo; e poi nel mese di giugno vi furono spedite cinque galee del Regno con altre 500 persone. Ma le rivolte sopravvenute nella città di Messina, che cagionarono una delle più ostinate guerre, che mai si fossero intese, impedirono li soccorsi per Catalogna, li quali sarebbero stati non di tanto aggravio, e costrinsero il Vicerè a mandarne in Sicilia dal nostro Regno altri assai più spessi e vigorosi; tal che a nostre spese si ebbe a sostenere quella crudele ed ostinata guerra.
I Messinesi vantando antichissimi privilegj di franchigia e d'esenzione ed altre lor prerogative, eransi nel regno di Filippo IV molto più insolentiti, a cagion ch'essendo stati saldi e costanti nella fede regia ne' preceduti tumulti di Palermo e di Napoli, il Re Filippo non solo aveagli loro confermati, ma aggiunti nuovi favori e preminenze.
(Gli antichi privilegi, conceduti da' Re Ruggiero e Guglielmo, suo successore, alla città di Messina si leggono presso _Lunig. tom. 2 pag. 845 e 855 e pag. 2515 e 2517_.)
Queste concessioni facevano godere a que' popoli una libertà quasi che assoluta; ed era dagli Spagnuoli tollerata, perchè consideravano, che non dipendeva quella licenza, che spesso si prendevan per difesa de' loro privilegj, da animo poco inclinato alla sovranità del Re ad al suo servigio, ma da una certa vanità, ch'essi aveano d'esser singolari fra tutti gli altri sudditi sottoposti alla corona di Spagna. Eleggendo essi dal lor corpo il pubblico Magistrato, che chiamano Senato, con piena autorità nel comando, con potestà d'amministrare il pubblico patrimonio e di distribuire le cariche subalterne, disponevano con assoluto arbitrio degli animi de' cittadini, ed eran sempre pronti a resistere, anche a proprj Vicerè, qualora essi credevano, che si tentasse cosa, che fosse contro i loro cotanto vantati privilegj.