Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 16
Fiorirono ancora non men per dottrina, che per li posti che occuparono, altri insigni Giureconsulti. _Francesco Merlino_, ancorchè non gli paresse avviarsi per la strada dell'avvocazione, ma per quella degli Ufficj, riuscì dotto Ministro, e si rese presso noi celebre, non men per le cariche che sostenne, che per le opere che ci lasciò. Fu egli un privato gentiluomo di Sulmona, di famiglia però nobile ed antica in quella città: sua madre fu figliuola del Marchese di Paglieta Pignatelli e di Beatrice Tappia, sorella della madre del Reggente Tappia, per la quale si professava egli di lui nepote, e per ostentazione del quarto materno s intitolò sempre _Merlino Pignatelli_. Col favore del Reggente Tappia suo zio, stimò non aver bisogno dell'Avvocazione per avanzarsi; onde andato prima Auditore in Salerno, e fatto poi Giudice di Vicaria, e poi Commessario di Campagna, in brevissimo tempo fu creato Consigliere. Per essere stato creatura del Conte di Monterey, fu poco grato al Duca di Medina, onde per la medesima ragione portossi in tutti i posti con somma lode di valore, integrità e dottrina; onde, che a suoi due tomi delle _Controversie_, tra moderni Scrittori del Regno, comunemente si dà il primo luogo. Fu da poi eletto Reggente supremo del Consiglio d'Italia, e tornato di Spagna, fu nell'anno 1648 decorato della dignità di Presidente del S. C. esercitata da lui con molto decoro e gravità. Morì egli pochi anni da poi nel sesto dì di settembre dell'anno 1650, e fu seppellito nella sua Cappella dentro la Chiesa de' Padri Gesuiti della lor Casa professa.[40]
Essendo stato creato il Reggente Merlino Presidente del S. C. fu eletto in suo luogo per Reggente in Ispagna _Giancamillo Cacace_, che si trovava allora Presidente di Camera. Era egli un famoso Avvocato de' suoi tempi, assai celebre per la dottrina e per l'arte del dire, il qual soleva pregiarsi, che mentr'era Avvocato non vi era stato Signore nel Regno che non fosse venuto a prender consulta in casa sua. Il di lui padre fu di Castell'a Mare e d'ordinarj natali; ma venuto in Napoli, ed acquistate mediocri ricchezze, furon quelle poi da lui eccessivamente accresciute col guadagno dell'Avvocazione, e con una somma parsimonia. Fu da poi fatto Avvocato Fiscale di Camera, e poi Presidente; ed eletto Reggente per Ispagna, per un indicibil abborrimento, ch'ebbe a viaggiar per mare, rinunziò il posto, ed in suo luogo fu eletto il Reggente _Tommaso Brandolino_; ma di là a pochi anni fu eletto di nuovo Reggente per Napoli, concedutosi ciò per suoi meriti, senz'obbligazione d'andare in Ispagna. Fu di genio assai tetro, ed abborrì sempre l'ammogliarsi; onde poco appresso essendo morto, e non avendo chi lasciar erede delle sue facoltà, fondò di sua roba un Monastero di donne povere, detto dei Miracoli, che a tempo de' nostri maggiori si chiamava pure il Monastero di _Cacace_.
Rilussero ancora i Consiglieri _Filippo Pascale_, patrizio Cosentino, famoso Avvocato e celebre pe 'l suo trattato: _De viribus patriae potestatis_. Ma sopra costui s'innalzaron per dottrine _Scipione Teodoro_, ancor egli rinomato Avvocato e celebrato per le sue _Allegazioni_, che ci lasciò. _Tommaso Carlevalio_ per le opere impresse, e sopra tutto pe 'l suo trattato _De Judiciis_, si distinse parimente infra gli altri; e molti ve ne furon ancora, che per mezzo delle stampe lasciaron a' posteri memoria del lor nome, e quanto valessero nella profession legale. Ma oscurò tutti costoro il celebre _Orazio Montano_, per profondità di sapere, per eleganza e per somma perizia di ragione, non men civile che feudale.
Chiuda per ultimo la schiera _Donat'Antonio de Marinis_. Nacque egli in Giungano picciola Terra del Regno in Principato citra, e venuto in Napoli, assai sottilmente menando la vita, si diede con molta applicazione agli studj legali, dove vi fece notabili progressi, e non avendo avuta abilità alcuna nell'arringare in Ruota si diede a scrivere in alcune cause, donde compilò poi il primo Tomo delle sue _Resoluzioni_. Coll'integrità de' costumi, e con una sua maniera libera e lontana da ogni affettazione, si rendè grato a tutti gli Avvocati più principali de' suoi tempi, sicchè in tutte le cause era chiamato a collegiare; onde cresciuto d'opinione, cominciò ancor egli a difendere qualche causa, e diede in luce il II Tomo delle _Resoluzioni_. Fiorivano a' suoi tempi molti rinomati Avvocati, come Raimo di Ponte, Francesco Rocco, Francesco Maria Prato, Antonio Fiorillo, Ortensio Pepe, Ascanio Raetano, Paolo Giannettasio e Giovan Battista Odierna, li quali dal Conte di Castrillo a' 15 di maggio del 1654 volendo riordinare il Tribunal della Vicaria, furon fatti Giudici, e con essi anche il Marinis, li quali poi tutti passarono a posti supremi. Donat'Antonio nell'anno 1656 fu creato Presidente della Regia Camera, dove con somma integrità ed indefessa applicazione esercitò il posto insino all'anno 1661, nel qual tempo diede fuori i due volumi delle _Decisioni del Reggente Revertero_, che correndo M. S. per le mani d'alcuni, egli le accorciò e fecevi sue _Addizioni_, le quali insieme con gli _Arresti_, ovvero Decreti generali della Regia Camera, fece imprimere in Lione l'anno 1662. Raccolse ancora molte _Allegazioni_, così sue, come degli altri Avvocati suoi coetanei, o che fiorirono prima di lui, le quali per opera sua furon poi date alle stampe. Essendo Presidente di Camera e Vicecancelliere del Collegio de' Dottori fu nominato, nel 1661, Reggente nel Supremo Consiglio d'Italia e portatosi in Ispagna, ritornò poi in Napoli Reggente del nostro Collaterale a' 25 di febbrajo dell'anno 1665. Visse egli celibe e con somma parsimonia, tanto che potè cumulare qualche contante. Ma se mentre fu Avvocato seppe resistere agl'impulsi della natura, fatto Ministro, sconoscendo i suoi e la patria, non seppe star saldo al vento della vanità; poichè gli entrò in testa, d'esser egli disceso da' Marini di Genova, raccogliendo scritture dell'archivio, che a tal effetto gli eran somministrate dall'Archivario _Vincenti_, e venuto a morte a' 26 d'aprile del 1666 in età di 67 anni, immemore della patria e de' suoi, lasciò erede di tutti i suoi beni, che consistevano in contanti ed in una buona libreria, i Padri Scalzi di S. Teresa sopra i Regj Studj, per ambizione che gli rizzassero una statua di marmo, come fecero nella lor chiesa.
§. I. _L'Avvocazione in Napoli si vide a questi tempi in maggior splendore e dignità._
Per le cagioni ne' precedenti libri accennate, essendosi questa Città per la sua ampiezza e magnificenza e per lo gran numero di suoi Nobili e Cittadini resa uguale alle maggiori Città del Mondo, e divenuta Capo e Metropoli d'un non men grande, che nobilissimo Regno, pieno d'un maraviglioso numero di Baroni, di Principi, di Duchi, di Marchesi e di Conti; e tenendovi ancora in quello interessi considerabili molti altri Principi Sovrani, e le Corone istesse d'Europa, come il Re di Polonia, Savoja, Neomburgh, Toscana, Modena, Parma, ed altri; e dove tutte le cause si giudicano dal _Consiglio di S. Chiara_, maggiore anche, per questo riguardo, del Parlamento di Parigi, che non tiene alcuna autorità sopra gli altri Parlamenti del Regno di Francia: l'Avvocazione presso di noi crebbe in somma stima, e riputazione. E maggiore si vide a questi tempi, quando per le tante rivoluzioni, calamità e disordini accaduti, fu veduto il Regno tutto pieno di liti, e si suscitarono cause di Stati grandissimi e d'eredità opulentissime; onde gli Avvocati crebbero assai più di stima per lo bisogno, che se n'avea nella difesa delle cause, nel consigliare i loro testamenti, i contratti, e di regolare le loro case, dipendendo da' loro consigli le facoltà, non men dei signori, che de' privati, ed anche de' principi sovrani, per gl'interessi che vi tengono. Quindi grandemente si offesero quando nel 1629 il Duca d'Alcalà Vicerè voleva obbligargli ad esporsi ad esame, e si risolsero concordemente d'astenersi più tosto da esercizio cotanto nobile, che sottoporsi ad una tal vergognosa censura. _Antonio Caracciolo_, famoso Avvocato di que' tempi, sostenne nel Collateral Consiglio le costoro ragioni; e di fatto, per non ricevere quest'oltraggio, s'astennero d'andare più a' Tribunali; e Giovan Vincenzo Macedonio, fermo nella sua deliberazione, contentossi di non far più l'Avvocato, per non si sottomettere a questa censura. Quindi è, che tuttavia i primi Baroni del Regno cercan d'avergli benevoli, ed in qualunque occasione, che loro si presenta, fanno per li loro Avvocati ciò, che non farebbero per se medesimi: trattano con loro con sommo rispetto, nè solamente danno loro il primo luogo nelle loro carrozze, ma frequentano le loro Case, e si sentono favoriti, qualora in concorso d'altri sono preferiti nell'udienze.
Rilussero ancora più gli Avvocati in questi tempi, perchè pian piano andavansi dirozzando di quella prima ruvidezza; e quando prima, per avvezzarsi a parlar bene, il loro studio era solamente posto nelle orazioni del _Cieco d'Adria_, essendosi nel principio di questo secolo, cioè nel 1611 aperta in Napoli l'_Accademia degli Oziosi_ cominciavano ad avvezzarsi meglio nell'arte dell'eloquenza, con andarsi sempre più la nostra natia favella depurando dall'antica rozzezza; e se bene, come suole accadere in tutte le arti, in questi principj i nostri Avvocati non acquistarono gran fama di Oratori, e pure, secondo la testimonianza, che a noi ne rendè l'eloquentissimo _Francesco d'Andrea_, fiorirono a' questi principj tre famosi Avvocati, insigni per la fama d'eloquenza. _Antonio Caracciolo_, che fu poi Reggente, era comunemente chiamato fiume d'eloquenza, essendo dotato d'una vena naturale, ed abbondante, che accompagnata da non affettata modestia e da una gratissima maniera di rappresentare, rapiva gli animi di chi l'ascoltava. _Giovanni Camillo Cacace_, pur egli, come si è detto, innalzato poi al Reggentato, non dovea niente alla natura, ma tutto all'arte, ed essendo per natura timido, prese animo di darsi all'Avvocazione da due orazioni, che fece nella Accademia degli _Oziosi_ con molto plauso: onde poi anche nelle cause si premeditava il discorso a mente con eloquenza più regolata che abbondante, ma con maggior dottrina, ed argomenti più efficaci del Caracciolo. _Octavio Vitagliano_ (che poco curando il Ministerio, co' denari guadagnati coll'Avvocazione fondò la Casa de Duchi dell'Oratino) fu come un mezzo tra il Caracciolo e Cacace: ebbe discorso vigoroso e naturale, ma non avea nè la dolcezza del primo, nè tutta la dottrina del secondo.
Ne' tempi che seguirono, narra l'istesso _Francesco d'Andrea_, che essendo egli giovane, ebbe occasione d'ammirare _D. Diego Moles_ padre del Reggente Duca di Parete: avea egli nobile aspetto, gratissima voce, e si spiegava nobilissimamente, e senz'affettazione: ardeva dove bisognava: le parole erano anche scelte e proprie; ed in somma, egli dice, che non sapeva altro, che desiderarvi: _Pietro Caravita_, pur famoso Avvocato di questi tempi, ch'era emolo del Moles e lo superava in dottrina, ma di lunga inferiore nell'arte del dire, non d'altro il censurava, che dell'impararsi a mente il discorso: ciò che se era vero, tanto maggiore era il suo artificio, poichè non se gli conosceva, e pareva, che le parole se gli suggerissero nel medesimo tempo che le diceva. Comunemente però era stimato più facondo _Gerolamo di Filippo_, Fiscal di Camera e poi Reggente, il quale aveva una affluenza naturale, accompagnata ancora dall'arte, ed una maniera più dolce ed affabile; ma secondo il giudicio, che ne dà l'_Andrea_, poco imprimeva, ed era affatto privo di que' requisiti tanto necessarj ad un perfetto Oratore: il suo discorso era più pieno di parole, che di cose, tal che il Conte di Pennaranda soleva di lui dire, mentr'era Avvocato Fiscale in Camera, che avea molti pampani, e poca uva; onde di forza, e di efficacia nel dire non poteva paragonarsi col Moles.
Fiorirono ancora a questi tempi _Giulio Caracciolo_, di cui l'Andrea dice, che avea anche un discorso aggiustato, tal che pareva premeditato; non avea però molta facondia, ma suppliva col decoro e con certo contegno di cavaliere; e per la qualità della nascita prese gran nome tra la Nobiltà; ma morto quasi nel principio della sua carriera, fu più famoso per quel che si stimava che avrebbe fatto, che per quel che fece. _Bartolommeo di Franco_ acquistò pur nome di grande Avvocato, ma solo nelle cause de' rei avea una maniera sua propria, colla quale parlava le tre e le quattro ore, senza però dispiacere; fu più famoso però per le minuzie, che osservava ne' processi, e per li difetti, che apparivano intorno l'ordine giudiciario, che per rappresentar bene la giustizia, che il più delle volte non avea; tal che il _Consigliere Arias de Mesa_ soleva dire, ch'egli avrebbegli data una cattedra primaria de _Ordine Judiciorum_ con duemila ducati di salario l'anno per istruire gli Avvocati e Proccuratori; ma gli avrebbe impedito l'uso dell'Avvocazione. _Francesco Maria Prato_ credea essere un grand'Oratore; ma a giudicio dell'_Andrea_ e di tutti gli altri, non potea riporsi nè anche tra' mediocri: avea egli una maniera affettata, ed un accento Leccese, che più tosto lo rendea ridicolo, benchè non gli mancasse dottrina, per quant'era necessario all'uso del Foro e dell'orare. Si pregiava di parlar Spagnuolo; onde due cause celebri, che si trattarono in Collaterale in presenza del Vicerè Duca d'Arcos, le parlò in lingua spagnuola: ciò che non s'era fatto da nessun altro prima, com'egli se ne pregia in uno de' suoi volumacci dati alle stampe; ma le perdè tutte due, ed una fu quella della Congregazione di S. Ivone, che la guadagnò l'_Andrea_, essendo ancor giovane d'età di 22 anni, contro i PP. Gesuiti, che volevano aprirne un'altra del medesimo istituto nella Casa professa, della quale il Reggente Capecelatro nel suo secondo tomo ne porta la decisione. _Paolo Malangone_ pur presso il volgo s'acquistò fama d'un grand Oratore, per un suo discorsetto pulitino rappresentato con grata e piacevole voce, ma nudo affatto d'ogni dottrina, anche della più comunale; onde non si ravvisava in lui cosa, che non fosse sotto assai la mediocrità, non consistendo l'eloquenza nelle sole parole, ma assai più nel vigore e nella robustezza delle ragioni. _Fabio Crivelli_ avea pure una vena abbondantissima, sicchè parlava le tre e le quattro ore senza stancarsi, e per far pompa della sua abilità solea ripetere tutto ciò che s'era detto dall'Avversario e spesso con maggior giro di parole, per poi doverlo confutare.
Più di costoro rilusse in questi medesimi tempi il famoso _Giuseppe di Rosa_, poi Consigliere, celebre per le sue dotte, e profonde opere legali, che ci lasciò. Alla molta sua dottrina accoppiò ancora il pregio di spiegar senza pampani e con proprietà di parole i suoi sensi; ma perchè gli spiegava in maniera, che pareva che più tosto insegnasse, che orasse, perciò comunemente fu reputato più dotto, ch'eloquente.
Ma sopra tutti costoro s'innalzò poi a questi medesimi tempi l'incomparabile _Francesco d'Andrea_, lume maggiore della gloria de' nostri Tribunali, al qual dobbiamo non solo d'aver egli restituita in quelli la vera arte d'orare; ma molto più, per avere nel nostro Foro introdotta l'erudizione, ed il disputar gli articoli legali secondo i veri principj della Giurisprudenza, e secondo l'interpetrazione de' più eruditi Giureconsulti, de' quali presso noi rara era la fama ed il nome, applicando la loro dottrina all'uso del Foro, ed alle nostre controversie forensi. Egli fu il primo, che facesse risuonare nelle Ruote del nostro S. C. il nome di _Cujaccio_, e degli altri Eruditi. Egli tolse ancora la barbarie nello scrivere; ed egli fu il primo, che cominciasse a dettare le _allegazioni_ in culto stile, imitando i più purgati Scrittori, ed a disputar gli articoli, non già secondo lo vulgari maniere, ma da limpidissimi fonti delle leggi derivando le conclusioni, le adattava al caso, valendosi delle interpetrazioni di Cujaccio, e degli altri eruditi, non discompagnandole dalle comuni tradizioni de' Dottori, come si vede dalle sue prime allegazioni, che tra l'opere del Moccia[41], e del Consigliere Staibano[42], furono impresse.
Dal suo esempio furon poi mossi gli altri a trattar le cose istesse del nostro Foro con più pulitezza e candore: onde _Marcello Marciano_ nipote del primo Marcello, e figliuolo del Reggente Gianfrancesco, che fu dal Conte di Castrillo fatto Giudice di Vicaria e dal Conte di Pennaranda creato Consigliere, e dal medesimo passato poi in Camera Avvocato Fiscale, donde nel principio del governo di D. Pietro Antonio d'Aragona andò Reggente in Ispagna: nel tempo che fu Fiscale distese alcune allegazioni, intitolate _Exercitationes Fiscales_, con molta pulitezza e candore; e nell'ozio, che ebbe nella Corte di Madrid, perfezionò alcuni altri trattati legali, come quello _De Incendiariis_, dove vengono, secondo il metodo tenuto dagli altri eruditi, interpetrate molte difficili, ed oscure leggi, che su questa materia s'adducono: siccome fece nell'altro intitolato _De Indiciis delictorum_; ma in nessun altro mostrò quanto sopra questi studj si fosse avanzato, quanto in quello, che intitolò de _Prejudiciis_, che dalla morte prevenuto non potè condurlo a fine, nel quale superò _Giacomo Revardo_, che prima di lui avea trattato del medesimo soggetto. Ma non avendo avuto egli il piacere di veder in sua vita perfezionate queste sue opere, essendo a' 28 ottobre 1670 morto in Ispagna, furono da poi date alla luce in Napoli da Gianfrancesco Marciano suo figliuolo nell'anno 1680, nel qual tempo il Consigliere _Gennaro d'Andrea_, poi Reggente, (il quale seguitando l'esempio del suo gran fratello _Francesco_, sopra molti si distinse ancora nello scrivere, per l'eleganza e pulitezza dello stile, come lo dimostrano le sue allegazioni) volle a quest'edizione far precedere una sua epistola al Lettore, nella quale commendando la dottrina e l'eleganza dello stile, non ebbe difficoltà di dire, che se morte non avesse interrotto il bel disegno, ed avesse dato tempo all'Autore di por l'ultima mano a queste, ed altre insigni sue opere, che meditava, Napoli non avrebbe che invidiare a' più famosi Giureconsulti dell'altre città d'Europa. nè la Savoja si compiacerebbe tanto del suo Fabro, nè la Francia del suo cotanto rinomato Cujaccio[43].
Nè noi a questo insigne Giureconsulto _Francesco d'Andrea_ dobbiamo solamente d'aver egli ne' nostri _Tribunali_ introdotta l'erudizione, l'arte dell'orare ed il vero modo di disputar gli articoli legali e dello scrivere pulitamente, ma anche molto gli devono i Cattedratici, per aver egli pure nella nostra _Università degli Studj_ proccurato, che la Giurisprudenza e l'altre scienze s'insegnassero con miglior metodo e dottrina di quello, che s'era praticato prima, secondo l'uso comunale e senz'alcuna erudizione. _Alessandro Turamino_, di cui si è favellato ne' precedenti libri avea lasciato un suo discepolo, che lo superò intorno al modo d'insegnare e d'interpretar le leggi: costui fu _Giannandrea di Paolo_, uomo eruditissimo ed oratore eccellente, da cui l'_Andrea_ che gli fu discepolo si pregiava aver appresa la vera maniera d'intender le leggi per li loro principj, e di saper distinguere le vere opinioni de' nostri Dottori dalle false. Fin che visse, dice egli, nelli nostri studj fiorì il vero modo di insegnare e d'interpretare le leggi. _Emmanuel Roderigo Navarro_ fiorì pure a questi tempi nella nostra Università occupando la Cattedra Primaria Vespertina di legge civile; e dopo lui, il cotanto famoso presso di noi _Giulio Capone_. Ma per contrario _Giandomenico Coscia_ Lettor Calabrese[44] che ne' medesimi tempi s'avea presso il volgo acquistata gran fama, e teneva un infinito numero di scolari, reggendo la Cattedra primaria mattutina de' Canoni, e ch'ebbe gran contese di precedenza col Navarro, avea avvilito il mestiere: costui goffo al segno maggiore, e privo d'ogni erudizione, insegnava scipitamente la legge a' nostri giovani. Tal che, morto Giannandrea di Paolo, era presso noi quasi ch'estinto il vero modo d'insegnare.
Ma restituiti da poi, come si disse, i pubblici Studj dal Conte d'Onnatte, il nostro _Andrea_ proccurò, che ritrovandosi in quelli occupar la Cattedra delle _Istituzioni D. Giambatista Cacace_[45], il quale per essere stato discepolo di Giannandrea di Paolo, insegnava quei primi elementi con maniera diversa dagli altri, con metodo ed erudizione, e secondo il modo tenuto dagli autori eruditi; ed insegnando parimente costui in questa Università la Rettorica con molto profitto degli ascoltatori, per essere versato nella lingua latina, e non meno in verso, che in prosa: proccurò l'_Andrea_ per l'opinione, che a questi tempi s'avea acquistata, di accreditarlo maggiormente, e predicar il suo valore, e mandovvi da lui ad apprender le Istituzioni e la Rettorica _Gennaro_ suo fratello, dal cui esempio mossi gli altri, fur poste in piedi due Cattedre ne' nostri Studj, quella delle Istituzioni e della Rettorica, concorrendovi gran numero di scolari ad apprenderle.
Parimente egli rimise in questa Università la cattedra di Matematica, e quel che fu più, proccurò, che l'occupasse _Tommaso Cornelio_ famoso Filosofo e Medico di que' tempi, il quale insegnandola secondo il metodo tenuto da' migliori e più valenti Matematici, fece sì, che unita la sua opera a quella di _M. Aurelio Severino_, ancor egli famoso Filosofo e Medico di questi tempi, e Lettore primario de' nostri Studj (delle cui opere il Nicodemo[46] tessè lunghi cataloghi), presso di noi pian piano cominciasser i nostri giovani ad aver buon gusto delle buone lettere, e della Filosofia, e della Medicina, e cominciassero a deporre gli antichi pregiudicj delle Scuole.
Nè contento questo insigne Giureconsulto di tutto ciò, per l'amicizia ch'e' si proccurò di que' pochi veri letterati, che fiorivano a' suoi tempi, d'_Ottavio di Felice_, vecchio assai erudito, e che avea consumata quasi tutta la sua vita nello studio della lingua greca e della morale d'Aristotele: di _D. Camillo Colonna_, uomo eruditissimo, di sublime intendimento, e gran Filosofo: del cotanto appresso noi rinomato _Camillo Pellegrino_, e d'alcuni pochi altri: avea egli assai più distese queste cognizioni, e proccurato, per mezzo della sua eloquenza, diffonderle in altri; ed essendo a questi tempi, come si è detto, opportunamente venuto in Napoli _Tommaso Cornelio_, a cui Napoli deve tutto ciò, che ora si sa di più verisimile nella Filosofia e nella Medicina, l'_Andrea_ fu il primo che abbracciasse quella maniera da colui proposta di filosofare, ed il _Cornelio_ per mezzo suo fece venire in Napoli l'opere di _Renato delle Carte_, di cui sino a quel tempo n'era stato presso noi incognito il nome; tal ch'essendosi restituita nel medesimo tempo l'_Accademia degli Oziosi_ sotto il Governo del Duca di San Giovanni, dov'esercitavansi gli Accademici in recitarvi varie lezioni, egli fra l'altre ne recitò due, che per la novità diede molto che dire, nell'una delle quali dimostrò su quali deboli fondamenti s'appoggiasse la volgar Filosofia delle Scuole, e nell'altra quanto dovesse per conseguenza esser preferita la novella maniera di filosofare. E quantunque essendo poc'anni da poi soppravvenuto il contagio, bisognasse tralasciare tutti questi studj, nulladimanco quello poi cessato, e restituite le cose allo stato primiero, si ripigliaron da lui con maggior fervore e con maggior successo: poichè cresciuto assai più in opinione ed autorità, ebbe molti, che lo seguirono, tanto che poi, col correr degli anni, si videro presso noi introdotte e stabilite le buone lettere in tutte le discipline, nella maniera, che sarà narrata ne' seguenti libri di quest'Istoria.
CAPITOLO V.
_Politia delle nostre Chiese di questi tempi, insino al Regno di CARLO II._