Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9

Part 15

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Giunse finalmente in Napoli D. Pietro Antonio di Aragona a' 3 d'aprile, ricevuto con gran pompa dal Cardinal suo fratello, il quale agli 8 del medesimo mese depose il governo nelle mani del Consiglio Collaterale; ed agli 11 s'imbarcò per la volta di Spagna accompagnato dagli Eletti della città, li quali lo pregarono, che andando egli a sedere al governo della Monarchia, tenesse protezione di questi Popoli, ed egli cortesemente assicurogli, che così avrebbe fatto. Partì il Cardinal d'Aragona, dopo aver governato il Regno diciannove mesi, non potendo in così breve tempo lasciarci di se altra memoria, che cinque sole Prammatiche, per le quali, oltre d'avere severamente puniti i mercatanti frodolentemente falliti, comandò, perchè la città si tenesse monda e per li danni che cagionavano, che tutti i porci di qualsivoglia persona, che andavan vagando per le piazze della città, si cacciassero via, nè si permettesse un così stomachevol abuso: rinovò ancora i divieti a Ministri, che non potessero amministrar tutele, baliati, o eredità di particolari persone e diede altri provvedimenti, che sono additati nella tante volte rammentata _Cronologia_ prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO III.

_Morte del Re FILIPPO IV, suo testamento e leggi che ci lasciò._

Il Re Filippo IV nonostante la pace fatta ne' Pirenei con la Francia, fu sempre involto in calamità, ed aggravato da malinconici pensieri e da moleste apprensioni. Egli non potè dissimulare allora il discontento di aver a fermare una pace cotanto svantaggiosa per la Spagna, e sopra ogni altro il trafisse la considerazione, che per quel matrimonio era stato costretto a consegnare a' suoi naturali nemici il più caro pegno della sua casa, presagendo (quel che da poi a nostri dì è convenuto vedere) i pericoli, ed i futuri danni; tanto che tutto malinconico, e poco men che piangente, era solito esclamare, che la Francia sopra il duolo della Spagna avrebbe dovuto festeggiare la di lei miseria. Le infelici spedizioni di Portogallo lo tennero da poi in continue agitazioni: poichè i Portoghesi negli estremi pericoli, avendo date l'ultime pruove della loro fortezza, aveano più volte battuti i Castigliani, ed avendo data per moglie al Re d'Inghilterra la sorella del Re Alfonso, succeduto al Re Giovanni suo padre, con ricchissima dote e con la Piazza di Tanger, si disponevano ad una più forte ed ostinata difesa. Da così molesti e gravi pensieri afflitto, nei principj di settembre dell'anno 1665 s'infermò, e dopo brevi giorni d'acuta febbre a' 17 del medesimo mese chiuse gli occhi, lasciando di se e della Regina Marianna d'Austria sua moglie il Principe Carlo, in età infantile di quattro anni. Volle negli ultimi momenti vederlo, a cui con voce fiacca augurò tempi prosperi e Regno del suo più fortunato.

Nato Filippo agli 8 aprile del 1665 giovanetto ancora si vide erede, per la morte del padre accaduta nell'ultimo giorno di marzo del 1621, della più potente Monarchia d'Europa, ma posto nel lubrico dell'età e del comando, dato in preda a' piaceri del senso, si lasciò rapire l'autorità ed il governo dall'arte del Favorito. Vide egli per ciò, per lo violento governo de' suoi Ministri, sollevate le Province, ed i Regni in rivolta, oltre le gravi percosse, che rilevò dall'armi nemiche; e quando, scosso da' colpi delle disgrazie, e da' sospiri de' sudditi, allontanò l'odiato autor dei travagli, non si trovò con quel vigor d'animo e quella sperienza, che richiedeva la mole degli affari: onde ricadde subito sotto la tutela d'altro Ministro più cauto, ma non men assoluto; ed appena dalla morte di costui ne fu sciolto, ch'egli pure morì tra le afflizioni, nelle quali avea quasi sempre vivuto. Tra le disavventure conservò egli nondimeno una costanza di animo maravigliosa, amò la giustizia e sopra tutto nella pietà fu singolare.

Letto il suo testamento, si vide aver istituito erede Cario; al quale, se mancasse senza prole, sostituiva Margarita seconda sua figliuola, destinata per isposa all'Imperador Leopoldo, ed i figliuoli di lei; e se premorisse questa, o riuscisse il suo matrimonio infecondo, chiamava alla successione l'Imperadore. In ultimo luogo ammetteva il Duca di Savoja, esclusa sempre la sua figliuola primogenita Regina di Francia, se non in caso, che restando vedova e senza prole, ritornasse nei Regni paterni, e con assenso degli Stati si maritasse con alcun Principe della Casa.

Rimanendo il successore infante, e la Regina considerata come straniera, giovane, e nel governo inesperta, lasciando a lei la tutela e l'educazione di quello, e la Reggenza della Monarchia le stabilì un Consiglio a parte, dagli Spagnuoli chiamato Giunta, composto dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Maggiore, del Presidente di Castiglia, del Cancellier d'Aragona, del Conte di Pennaranda e del Marchese d'Aytona. Erano i quattro primi nominati non a contemplazione della qualità de' soggetti, ma delle cariche, e perciò, come si disse, nell'istesso giorno che il Re morì, essendo spirato il Cardinale di Sandoval, che reggeva la Chiesa di Toledo, la Regina la conferì al Cardinal d'Aragona, e poichè costui si trovava Inquisitor Maggiore, gli sostituì in questa carica il P. Everardo Nitardo, nato in Germania, Gesuita, che regolava, non men a guisa di arbitro, la volontà della Regina, che come Confessore la sua coscienza, il quale, dopo aver governato per molti anni in questa Giunta, ottenne parimente la dignità di Cardinale.

Pervenne l'avviso della morte del Re in Napoli ai 13 ottobre, con lettere del Marchese della Fuente, Ambasciador Cattolico in Francia, ma convenne al Cardinal d'Aragona Vicerè tenerla celata, fin che dalla Corte di Spagna non giungessero i dispacci. Prima il Cardinale con pubblica celebrità e cavalcata fece acclamar il novello Regnante, con far coniare alcune monete, chiamate dal suo nome _Carlini_, ch'egli andava spargendo per le pubbliche strade per dove cavalcando passava.

Dopo l'acclamazione, cominciossi ad udire il mesto suono delle campane, e si vide la città piena di duolo e di lagrime, piangendo la morte del defunto Re. La Corte del Vicerè, la Nobiltà, i Magistrati, gli Ufficiali, i Curiali e Mercatanti, in fine, toltane la gente minuta, non vi fu persona d'onesta condizione, che non vestisse a bruno. Ricevè il Vicerè le visite di duolo da Titolati e Cavalieri, da' Magistrati, dagli Ufficiali Militari, da' Ministri di stranieri Principi, da Superiori delle Religioni, ed anche dal Cardinal Acquaviva, il quale trovandosi in Napoli, passò col Vicerè il medesimo ufficio, e vestì per tutto il tempo che vi dimorò, l'abito pavonazzo. Solo il nostro Cardinal Arcivescovo non volle accompagnare il comune dolore, e si guardò come dalla peste, d'andar giammai in palazzo, fingendo indisposizioni e malattie. Egli non voleva contravvenire a certi suoi cerimoniali, delli quali era cotanto zelante, che nè disordini, nè mali più gravi, che da tali inurbanità e poco rispetto ne potessero seguire, lo potevano ritrarre per un pelo a non esattamente eseguirli; diceva non esser egli a ciò obbligato, nè convenire a lui, come Pastore, usare con la sua Corte vestimenti lugubri.

Per non esporsi per ciò il Vicerè a nuove cerimoniali brighe, dopo essersi per nove giorni celebrati i funerali nella Cappella del Regal Palagio, ed in molte altre Chiese, si disposero le pubbliche esequie, lasciato il Duomo, nella Regal Chiesa di S. Chiara, ove fu eretto un magnifico Mausoleo, e per l'invenzione dell'opera fu data la cura al Consigliere _D. Marcello_ Marciano, il quale altresì si prese il carico degli Epitafi e delle Iscrizioni, siccome per le dipinture se ne diede il pensiere al famoso Luca Giordano. Disposta la pompa ed i lugubri apparati, furono celebrate l'esequie il giorno 18 di febbraio del nuovo anno 1666 con gran solennità e magnificenza, e perchè ne rimanesse fra noi sempre viva la memoria, il Consigliere _Marciano_ volle minutamente descriverle in un suo particolar libro, ch'egli diede alla luce, intitolato le _Pompe funebri dell'Universo_.

Il Re Filippo nel suo lungo regnare, cominciando da' 6 aprile del 1621, insino a' 4 d'agosto del 1664, stabilì per nostro governo più di 50 leggi, le quali ei dirizzò a' suoi Vicerè, che per lui amministrarono il Regno: diede egli per quelle a noi molti salutari provvedimenti, li quali, per non tesserne qui un lungo e nojoso catalogo, possono con facilità vedersi ne' volumi delle nostre Prammatiche, venendo additate, secondo i tempi, ne' quali furono stabilite, nella tante volte rammentata _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle medesime.

CAPITOLO IV.

_Stato della nostra Giurisprudenza nel Regno di FILIPPO III e IV e de' Giureconsulti ed altri Letterati che vi fiorirono._

La Giurisprudenza presso di noi, così ne' Tribunali, come nelle Cattedre, non prese a questi tempi nuove forme, ma continuò, siccome per lo passato, ad esser maneggiata da' Professori nel Foro con modi inculti, e da' Cattedratici all'usanza delle altre Scuole, senza che l'erudizione vi avesse ancora posto piede. Ma il numero de' Professori fu assai maggiore e molto più degli Scrittori, i quali compilarono a questi tempi tanti trattati, consigli, allegazioni, ed altre opere legali, che se ne potrebbe formare una mezza libreria. Il lor numero crebbe tanto, che delle loro opere, che diedero alla luce, non se ne può ora tener più conto, essendo infinite; onde saremo contenti di nominarne alcuni i più famosi, che dieder saggio per le opere lasciateci, quanto in Giurisprudenza intendessero; e se bene ve ne fiorissero altri di non inferior dottrina, anzi a molti di costoro superiori, conoscendo nondimeno di quante parti sia di mestieri esser fornito colui, che intende dar fuori li parti del suo ingegno, forse con miglior consiglio stimarono di non esporre le loro fatiche alla pubblica luce del Mondo.

È veramente cosa da notare, che con tutto che il Regno si fosse veduto per tante rivolte, per tante calamità e disordini, così miseramente travagliato, ed involto in tante sciagure; ad ogni modo il numero dei nostri Professori non solamente non si vide scemare, ma tanto più crescere e moltiplicarsi. Ma non parrà ciò cosa strana a chi considera, che per questo istesso, che le cose furono in rivolta, che i disordini crebbero, che i vizj, le malizie e le frodi abbondarono, perciò doveano crescere i Professori e' Curiali, de' quali allora si avea maggior bisogno. Dove sono molte infermità è di mestieri, che vi siano molti medici, così corrotta la disciplina, è duopo, che si ricorra alle leggi, ed a' Professori di quelle, per far argine a più gravi disordini, come si possa il meglio.

Fra tanti merita il primo luogo _Scipione Rovito_. Nacque egli in Tortorella picciola terra della provincia di Basilicata; e venuto in Napoli, essendo di tenue fortuna, visse quivi in umilissimo stato, esercitandosi ne' nostri Tribunali da Procuratore: ma essendo uomo di molta fatica nello studio legale, puntuale e d'integrità di costumi, cominciò a poco a poco a difender qualche causa; e diede poscia in luce i suoi primi _Commentarj_ sopra le Prammatiche, ne' quali non isdegnò, in que' principi, di ponere il nome della sua Patria, come che poi nella seconda edizione si chiamasse Napoletano. Preso per ciò qualche nome, si pose in riga d'Avvocato, e patrocinò molte cause de' primi Signori del Regno, come si vede da' suoi _Consigli_, e fece per conseguenza nobil acquisto di fama e di ricchezze. Fiorirono ancora a' suoi tempi tre altri celebri Avvocati, _Gio Battista Migliore_ (quegli che, come altrove si disse, fu mandato in Roma dal Cardinal Zapatta Vicerè al Pontefice Gregorio XV per affari di Giurisdizione). _Ferrante Brancia_, nobile di Surrento, che morì vecchio Reggente, e _Camillo Villuno_, li quali insieme con Scipione Rovito nell'anno 1612 dal Conte di Lemos, successore del Conte di Benavente, furon fatti Consiglieri, unicamente per la lor dottrina e merito, senza che n'avessero avuta alcuna antecedente notizia. Nel tempo, che il Rovito fu Consigliere, acquistò fama non men di dotto, che di savio e prudente; onde come si è veduto ne' precedenti libri, non v'era affare di momento, che a lui non si commettesse. Passò poi Presidente in Camera, e dopo alquanti anni nel 1630 fu promosso alla suprema dignità di Reggente, esercitata da lui con fama forse di soverchia austerità; e _Pietro Lasena_, che fu suo amicissimo, attestava al famoso _Camillo Pellegrino_, da chi l'intese _Francesco d'Andrea_, che nella morale affettava esser seguace della dottrina degli Stoici; ancorchè il rigore che usava con altri, nol seppe praticare nella casa sua, poichè benchè avesse più figliuoli, non ebbe motivo per la troppo indulgente educazione di molto rallegrarsi d'avergli avuti. Di lui, oltre i Commentarj sopra le nostre Prammatiche ed i suoi Consigli, si leggono ancora le Decisioni, che furono impresse in Napoli l'anno 1633, e finalmente grave già d'anni, e travagliato di molte infermità, rendè lo spirito nel mese di giugno dell'anno 1638, e giace sepolto nella casa Professa de' PP. Gesuiti di questa città[37].

Non fu per indefessa applicazione a lui disuguale _Carlo Tappia_, il quale, per le elaboratissime opere, che ci lasciò, spezialmente per quella del Codice Filippino, merita essere annoverato fra' primi Giureconsulti, che fiorissero a questi tempi. Fu egli figliuolo d'Egidio Tappia Presidente di Camera, e dopo aver girato, come Auditore, per varie province del Regno, fatto poi Giudice di Vicaria, fu nell'anno 1597 creato Consigliere. Nel 1612 passò in Madrid Reggente nel supremo Consiglio d'Italia, e finalmente nel 1625, tornò in Napoli Reggente di Cancelleria, dove per molti anni esercitò il posto, e morì poi Decano del Collaterale a 17 gennajo dell'anno 1644, essendo stato sepolto nella Cappella sua gentilizia, posta nella Chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli. Oltre il suo Codice, e le Decisioni, ci lasciò molte altre sue operette, delle quali il Toppi[38] fece catalogo. Fu uomo, per la sua canizie, e per una somma gravità in tutte le cose, tenuto in gran venerazione da nostri Vicerè, e da tutti gli Ordini del Regno; e per la sua instancabile applicazione, senza che gli si vedesse prender mai un'ora di riposo, acquistò nome di Ministro laborioso, ancorchè in dottrina avesse molti che lo superavano.

Celebri ancor furono _Marcantonio de Ponte_, che ascese anche per la sua dottrina al grado di Presidente del Consiglio. _Pietrantonio Ursino_, profondo Giureconsulto, come lo dimostra il suo trattato: _De successione Feudorum_, ancor egli Presidente; ed _Andrea Marchese_.

Rilusse ancora a questi tempi _Gianfrancesco Sanfelice_ del Sedile di Montagna, il quale, dopo avere nelle Audienze Provinciali, e nella Gran Corte della Vicaria dato saggio de' suoi talenti, fu nell'anno 1619 creato Consigliere. Da poi nel 1640, ascese alla suprema dignità di Reggente; ma si rese assai più famoso per le opere da lui date alla luce, come delle _Decisioni_, comprese in due volumi e della _Pratica Giudiciaria_, che si diede poi alle stampe nell'anno 1647. La sua vita non fu che una indefessa applicazione a governar la città nelle cose criminali, e fu insigne per l'innocenza de' costumi, e per l'integrità della vita, non discompagnata dalla dottrina, come lo dimostrano i suoi tomi delle _Decisioni_. Fu severissimo nel castigare i delitti, ma con tal tranquillità, che quando condannava rei, pareva che gli assolvesse; nè fu meno ammirabile per l'indicibil pazienza, con la quale ascoltava tutte le differenze che succedevano in Napoli, anche tra povere donnicciuole, e tra persone d'infima plebe, e per l'equità nel determinarle: sicchè la sua vita potea dirsi un continuo esercizio di amministrare a tutti indifferentemente giustizia. Fu anche Provicecancelliere del Collegio de' Dottori, il quale ufficio non isdegnò d'esercitarlo anche fatto Reggente, mentre il Vicecancelliere era il Duca di Caivano Segretario del Regno.

Non men celebre fu _Ettorre Capecelatro_ Cavaliere del Seggio di Capuana, il quale datosi all'avvocazione, vi fece notabili progressi. Da' due volumi, che ci lasciò delle sue _Consultazioni_, si vede, che alla di lui difesa furono appoggiate cause di grandissima importanza: ed ancorchè non avesse avuta molta felicità nell'orare, suppliva al difetto dell'eloquenza con la dottrina e colla fatica. Fu poi nel 1631 creato Consigliere, esercitando il posto con pari decoro ed integrità. Trasportato poi dal desiderio di divenir Reggente, non ebbe riparo di portarsi in Ispagna con titolo d'Ambasciadore della città, contro il voto della sua medesima Piazza, ad istanza del Duca di Medina Vicerè, per opporlo al Duca di S. Giovanni, andatovi poco prima col medesimo titolo, per rappresentare in nome della Nobiltà alcuni aggravj pretesi essersi inferiti a quella dal Vicerè. L'occasione fu, ch'essendo, siccome si è veduto ne' precedenti libri, comparsa l'armata di Francia ne' nostri mari, il Duca di Medina, per maggior difesa, diede l'armi al Popolo sotto i suoi Capi popolari, con governo independente dalla Nobiltà. Pretesero le Piazze Nobili, che ciò fosse contro l'antico stile: onde destinarono Ambasciadore in Ispagna il Duca di S. Giovanni in nome della città per gravarsene; ma il Popolo pretese, che le Piazze Nobili non potessero rappresentar città quando si trattava d'una particolar differenza tra la Nobiltà ed il Popolo; onde il Duca di Medina, non avendo fatto ricevere in Ispagna il Duca di S. Giovanni come Ambasciadore, proccurò dal Popolo, e dall'altre tre minori Piazze, che si mandasse un altro Ambasciadore per altri negozj universali della città, e che s'eleggesse il Capecelatro, ancorchè le Piazze di Capuana e di Nido vi dissentissero, dicendo non riconoscere altro Ambasciadore, che il Duca di S. Giovanni. Andò per tanto il Consigliere in Ispagna, ed avendo ivi con felice esito terminati i suoi affari, se ne ritornò in Napoli colla mercede del titolo di Marchese del Torello, e l'altra della prima piazza di Reggente, che fosse vacata, della quale anticipatamente glie ne fu data dal Vicerè la possessione, con titolo di Proreggente, e dalla Corte fu dichiarato Reggente sopranumerario; e finalmente fu dichiarata la piazza ordinaria, da poi che s'aggiunse la terza piazza spagnuola ad istanza della Corona di Aragona. Sopravvisse nel posto molti anni, e mandato due volte in Foggia dal Conte d'Onnatte per rimettere in piedi le rendite di quella Dogana, che per le passate revoluzioni stavano non mediocremente turbate, fu fama, che cumulasse gran contante. Morì egli a' 10 d'agosto dell'anno 1654, ed oltre averci lasciati i volumi delle sue _Consultazioni_, ch'e' dedicò al Re Filippo IV, ci diede ancora le sue _Decisioni_, che ora colle addizioni di Michelangelo Gizzio, girano attorno per le mani de' nostri Professori.

Fiorì ancora a questi medesimi tempi _Fabio Capece_ _Galeota_ del Seggio di Capuana. Costui, applicatosi all'avvocazione, riuscì assai celebre per dottrina, e per efficacia nel rappresentare: fu assai dotto nelle materie legali, come lo dimostrano le sue _Controversie_, ed i suoi _Responsi Fiscali_; onde per la sua dottrina fatto Giudice di Vicaria, passò tosto Consigliere del Consiglio di S. Chiara. Fu da poi eletto per Avvocato Fiscale del Regal Patrimonio nel Tribunal della Regia Camera, dove poi fu Presidente; indi fu innalzato alla suprema dignità di Reggente del supremo Consiglio d'Italia, e ritornato di Spagna con titolo di Duca della Regina, sedè per breve tempo nel nostro Consiglio Collaterale; poichè mandato dal Vicerè in Foggia, per riordinare quella Dogana, morì quivi ai 15 dicembre dell'anno 1645, e fu depositato il suo cadavere nella Chiesa de' PP. Domenicani di quel luogo. Mentre fu Avvocato diede alle stampe un assai dotto _Responso_ per lo Duca di Gravina sopra la successione del Principato di Bisignano; ed essendo Consigliere, e poi Avvocato Fiscale, diede alla luce il trattato: _De officiorum, ac regalium prohibita sine Principis authoritate commutatione, et alienatione_. Nel tempo, che fu Presidente di Camera diede fuori le _Controversie_, dove si veggono trattate cause arduissime, che furon agitate, non meno ne' nostri supremi Tribunali, che nel supremo Consiglio d'Italia, che egli divise in due tomi stampati in Napoli nel 1636. Li _Responsi Fiscali_, che e' compilò per difesa de' diritti del Patrimonio Regale, essendo Avvocato Fiscale, furon da lui dati alle stampe in Napoli nel 1645, anno della sua morte. Oltre a ciò avendosi egli, mentr'era Avvocato, presa in moglie l'erede di _Camillo de' Medici_ celebre Avvocato de' suoi tempi, come si vede da' suoi _Consigli_, tanto che meritò, ancorchè fosse di Gragnano, d'esser dichiarato dal Gran Duca di Toscana della sua Famiglia, con una Commenda della sua Religione di S. Stefano: ebbe la cura di raccorre i di lui _Consigli_ in un giusto volume, ed avendovi fatte alcune Addizioni, con aggiungervi ancora la vita di _Camillo_, lo fece dare alle stampe in Napoli l'anno 1633, dedicandolo a Ferdinando II de' Medici Gran Duca di Toscana[39].

Fa di mestieri, che qui della meritata lode non si defraudino i famosi _Marciani_, dotti e profondi nostri Giureconsulti. _Marcello Marciano_ rilusse nel nostro Foro non men essendo Avvocato, che Consigliere. Nell'avvocazione meritò i primi onori, e fece per ciò acquisti di molte ricchezze. Fu riputato non men dotto che grande Oratore, come lo dimostrano i suoi _Consigli_. Ma innalzato poi alla dignità di Consigliere a' 3 di novembre dell'anno 1623, fu esercitato da lui il posto con integrità e soddisfazione indicibile. Ci lasciò egli due volumi di suoi sublimi _Consigli_, ma molto più se gli dee per aver di se lasciato Gianfrancesco di lui figliuolo.

Riuscì _Gianfrancesco Marciano_ non men dotto del padre e nel Foro, ebbe grido di famoso avvocato, come lo dimostrano i due tomi delle sue _Controversie_, che ci lasciò; e se bene non avesse avuto nel patrocinar le cause molta eloquenza, nello scrivere fu molto profondo e dotto. Fu creato Consigliere a' 10 maggio dell'anno 1645, e dopo avere con molto applauso esercitata per dieci anni tal carica, fu innalzato alla dignità di Reggente nel 1655, benchè sopraggiunto poco da poi dalla morte non godesse del Reggentato, che le congratulazioni degli amici.

Lasciò pure costui un altro _Marcello_, erede non men delle virtù che delle speranze paterne, il quale, imitando le vestigia de' suoi maggiori, si diede ne' suoi primi anni all'avvocazione, nella quale non gli mancò alcuna di quelle parti, che ricercansi per riuscir grande in tal professione: ebbe egli gran capacità, gran dottrina e ardire e grande erudizione, ed in età assai giovanile gran maturità di giudizio. Fu egli, proccurandoselo, fatto assai giovane Giudice di Vicaria dal Conte di Castrillo: poco da poi dal Conte di Pennaranda fu fatto Consigliere, e dal medesimo fu poi mandato in Camera per Avvocato Fiscale, donde nei principj del Governo di D. Pietro d'Aragona, andò Reggente in Ispagna, e quivi di là a non molto se ne morì. Lasciò figliuoli di assai poca età, ma il di lui primogenito _Francesco_ non interruppe il corso; poichè imitando ancor egli i suoi antenati, riuscì famoso Avvocato, poi Giudice, ed indi fatto Consigliere giunse pure al Reggentato, ma per fatalità di questa Casa, ancor egli passato in Ispagna, di là a poco ivi traspassò: tal che essendo questa casa per lo spazio poco men di cento anni stata Senatoria, rimane ora chiusa ed estinta.