Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 14
Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva essere opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forastiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La Corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli in queste provvidenze; poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re, a' quali unicamente apparteneva di preservare il Regno. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli Ecclesiastici, ch'entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie.
Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l'Annona, ed a reprimere l'ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliare il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto aprile del 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede.
Restituendosi tratto tratto il Regno delle precedute sciagure nel pristino stato, non mancavano tuttavia al Conte altre moleste occupazioni, nelle quali lo ponevan gli sbanditi, particolarmente in Principato, ove si erano multiplicati, per la protezione, che n'aveano preso alcuni Baroni; applicò per tanto i suoi pensieri a severamente punire i protettori, ed a snidar li protetti da que' luoghi; e perchè il suo governo così calamitoso ed infelice ricevesse alquanto di conforto, il cielo riserbò negli ultimi mesi di quello, che la Regina a' 28 di novembre del 1637 si sgravasse d'un maschio, al quale fu posto nome _Prospero Filippo_, per cui si diede il successore alla Monarchia. In gennajo del nuovo anno 1658, pervenne in Napoli l'avviso, onde il Conte per ristorar anche i popoli dalle precedute calamità, fece celebrare superbissime e magnifiche feste. Ed essendo da poi a' 18 luglio del medesimo anno seguita l'elezione di _Leopoldo_ in Imperadore, furon replicate in Napoli le feste e li tornei. Ma appena ebbe finite le feste, che gli venne avviso, che il _Conte di Pennaranda_, sbrigato dalla Dieta di Francfort, dove come Ambasciadore estraordinario del Re era intervenuto alla coronazione di Leopoldo, era stato destinato per suo successore. Essendo pertanto giunto il Pennaranda in Napoli a' 29 di dicembre, fu duopo al Conte, a' 11 gennajo del nuovo anno 1659, deporre nelle di lui mani il governo. Ci lasciò egli molte savie ed utili _Prammatiche_, fra le quali fu la pubblicazion della grazia, che il Re fece al Baronaggio ed al Regno, allargando la successione de' beni feudali per tutto il quarto grado, con facoltà d'istruire majorati, e fedecommessi ne' feudi, dentro i gradi della succession feudale; e diede altri provvedimenti, che sono additati nella tante volte riferita _Cronologia_; e quantunque il suo infelice governo non gli avesse permesso di lasciar a noi memoria alcuna della sua magnificenza, pure egli fu, che facendo abbattere molte case, ridusse in isola il palagio regale, e fece porre tutti i ritratti de' Capitani Generali del Regno nella sala de' Vicerè.
Parve, che colla venuta del _Pennaranda_ il nostro Reame cominciasse a ristorarsi de' passati mali, e cessando tante calamità di più travagliarlo, ripigliasse le proprie sue sembianze; ond'essendo fin qui durate le sue sciagure, termineremo ancor noi qui il libro, ponendo tra questo ed il seguente sì distinti confini, affinchè gli avvenimenti, che seguiranno, non siano contaminati da' precedenti infelici e lagrimevoli successi.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOSETTIMO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO TRENTESIMOTTAVO
Avventurosi furono i principj del Governo del _Conte di Pennaranda_, non solo per la tranquillità restituita nel nostro Regno, ma per la felicità della pace, che maneggiata lungamente tra le due Corone, venne ora ne' Pirenei a conchiudersi da' due Favoriti, dal Cardinal Mazzarini per la Francia, e da D. Luigi di Haro per la Spagna. Facilitò la conchiusione l'esser nato al Re Filippo IV il secondo figliuolo, per la natività del quale pareva, che maggiormente si fosse allontanata la successione della Monarchia nell'Infanta D. Maria Teresa d'Austria, figliuola del primo letto del Re Filippo. Ambivano questi due Favoriti di esser creduti autori d'una pace cotanto da' popoli sospirata, siccome erano stati prima riputati istromenti delle tante calamità della guerra; e per ciò ricusavano qualsisia mediazione, ed in particolare quella del Pontefice Alessandro VII, resosi poco grato ad amendue le Corone. Concertatesi adunque le principali condizioni, che consistevano nel matrimonio dell'Infanta col Re Luigi XIV, e nel ritenersi la Francia una parte delle conquiste, rilasciandone l'altra, convennero questi primi Ministri di trovarsi a' Pirenei per istipulare e suggellar il trattato. Si mosse pertanto il Mazzarini da Parigi, il quale per cammino ricevè da Madrid l'approvazione del concertato; ma giunto a' confini trovò, che gli Spagnuoli, anche nel discapito della fortuna, vollero sostenere il rigor del posto; poichè D. Luigi di Haro, ancorchè dovesse cedere alla dignità Cardinalizia, pretese però, uguagliandosi nel Ministerio, di sostenere la parità col Mazzarini, e con tratti d'ingegno nel negoziar tal competenza proccurò di superarlo; poichè fu trovato espediente nell'Isoletta chiamata De' Fagiani del picciol fiume Vidasso, noto, e non per altro famoso, se non perchè divide i due Regni, di fabbricarvi una casa di legno, in cui entrando dalla parte sua per un ponte ogni uno de' Ministri, si trovassero ambedue in una sala comune. Quivi adunque entrati tennero moltissime conferenze, e dopo essersi lungamente dibattuto intorno all'inclusione in questa pace di Portogallo, ed alla restituzione del Principe di Condè nel Regno di Francia, ne' suoi beni e nelle cariche: finalmente rimaso escluso il Portogallo, ed accordata la reintegrazione al Principe, fu il trattato di pace sottoscritto a' 7 di novembre di quest'anno 1659 dai due Ministri, e solennizzato con reciprochi amplessi e con giubilo degli astanti, il qual si diffuse con indicibile allegrezza per tutti i Regni delle due Corone.
I capitoli di questa pace furono in gran numero, ed i primi, con lunghe ed affettuose espressioni, contenevano in ristretto le solite condizioni di reciproca reintegrazione de' beni, onori, dignità e beneficj a tutti i sudditi dell'una e l'altra parte, così Ecclesiastici come Secolari, che avessero seguitato il partito contrario, includendovi nominatamente i Napoletani, Catalani ed il Principe di Monaco; ed altri parimente se ne accordarono intorno al riaprire il commercio fra le due nazioni. Il più principale fu il matrimonio stabilito con dote di cinquecentomila ducati tra l'Infanta D. Maria Teresa col Re Luigi, rinunziando però l'Infanta nella forma più solenne, anche in considerazion della pace, e perchè queste due Corone per qualunque avvenimento non potessero unirsi insieme in un sol capo, alle ragioni di succedere nella monarchia di Spagna. S'accordò, che delle conquiste restasse alla Francia tutta la provincia d'Artois, eccetto S. Omer ed Aire con le loro dipendenze. In Fiandra continuasse quella Corona nel possesso di Gravelines, Borburg, S. Venant, de' Forti annessi e di tutto ciò che apparteneva a que' luoghi; come nell'Ainaut di Landrecies e Quesnoy, nel Lucemburg di Tionville, Damvillers, Juoy ed altri luoghi occupati di minore momento. Restava pure alla Francia Perpignano con li contadi di Rossiglione e Conflans, quella parte però che giace di qua da' Pirenei; deputandosi reciprocamente Commessarj per assegnare i confini.
La Francia restituiva la Bassee e Vinoxberg, in cambio però di Mariemburg e Filippeville, che la Spagna cedeva; ed in oltre rendeva Ipri, Oudenarde, Dixmude, Furnes, le terre sopra il Fiume Lis, alcuni castelli nella contea di Borgogna; Valenza e Mortara in Italia; Roses e Cadagues in Ispagna, con tutto ciò che si trovava di là de' Pirenei. La Spagna pure rendeva Linchamp, ed in oltre lo Sciatelet e Rocroy dal Principe di Condè possedute. Rinunziava le pretensioni sopra l'Alsazia e sue dipendenze, già dall'Imperadore nel trattato d'Osnabrug a' Franzesi cedute.
Quanto al Lorena, se egli voleva entrar nella pace, si rimetteva il Duca nel possesso degli Stati, demolito Nancy, con restar alla Francia Mortmedy, il Ducato di Bar, Clermont, Stenè, Dun e Jametz, ed il passo aperto alle truppe per andare in Alsazia.
A Savoja rimetteva la Spagna Vercelli; al Principe di Monaco i suoi beni; ed il trattato di Chierasco si confermava.
Modena si comprendeva, ritirando gli Spagnuoli da Coreggio il presidio, e passando tra' predetti Duchi e la Spagna varie pretensioni per doti, assegnamenti, ed usufrutti, si rimettevano queste ad amicabile composizione, come pure le differenze, che per la Valtellina potessero insorgere con li Grigioni.
Il Papa doveva esser sollecitato dai due Re a render ragione alla Casa d'Este per le Valli di Comacchio, ed assegnar tempo congruo al Duca di Parma per la ricuperazione di Castro.
Finalmente non furono ommesse tutte le clausole più solenni e stringenti, per consolidare una pace perpetua, e divertire le discordie nell'avvenire. Ciò stabilito, partirono i Ministri dalla conferenza, e la corte di Francia, ch'era in Tolosa, si trattenne in Linguadoca e Provenza tutto l'inverno, sino che venne non solo la ratificazione di Spagna, ma che la Sposa col padre arrivasse a' confini.
Fu questa pace pubblicata solennemente da per tutto per consolare i Popoli; ed in Napoli ne pervenne l'avviso nell'entrar del nuovo anno 1660 avendo poco da poi il Re Filippo con suo dispaccio de' 10 febbrajo comandato, che quivi si pubblicasse, siccome con solenne cerimonia fu fatto a' 6 d'aprile avanti il regal Palagio. Comandò ancora il Re con suo particolar rescritto, che si pubblicasse il perdono di tutti coloro, che avevano seguito il partito franzese, siccome fu poi dal Vicerè eseguito a' 11 gennajo del seguente anno 1661, e furono reintegrati nel possesso de' loro beni il Principe di Monaco, ed il Duca di Collepietra. Furono ancora celebrate solenni e magnifiche feste per la pace, e per lo matrimonio dell'Infanta col Re Luigi, seguito già ne' 29 del mese di giugno di quest'anno 1660, le quali furono poco da poi replicate per l'altra pace conchiusa tra' Principi del Settentrione. Solo il Regno di Portogallo rimase escluso ne' trattati di questa pace; onde gli Spagnuoli rivoltarono i loro pensieri per riunirlo alla Corona, e s'accinsero ad unire formidabili eserciti per domare i Portoghesi.
CAPITOLO I.
_Il CONTE DE PENNARANDA manda dal Regno soccorsi per l'impresa di Portogallo: reprime l'insolenze dei banditi; e festeggia la natività del PRINCIPE CARLO e le nozze dell'Imperador LEOPOLDO con MARGHERITA d'Austria figliuola del Re: parte indi dal Regno, essendogli dato successore._
La guerra di Portogallo proseguita dagli Spagnuoli, ma con infelici successi, obbligò il Pennaranda a spedir dal Regno nuovi soccorsi: fece pertanto nel mese di maggio di quest'anno 1660, sopra dodici Vascelli comandati dal Principe di Montesarchio, imbarcar 1000 Alemanni, e 800 Napoletani sotto il comando del Maestro di Campo D. Emmanuele Caraffa. Partirono ancora dal nostro porto sette Galee di Napoli e di Sicilia verso il Finale per imbarcare le soldatesche, che calavano dal Milanese, per traghettarle in Ispagna; e nel seguente anno 1661, si mandarono altri 400 soldati sopra tre galee di Sicilia, ed altrettante della Squadra di Napoli. Nel 1662, vi furono spediti 800 fanti, comandati dal Maestro di Campo D. Camillo di Dura sopra otto galee delle mentovate due squadre; e nel 1663, sopra quattro Vascelli della Squadra del principe di Montesarchio, furon spediti 1800 Napoletani sotto il comando del Maestro di Campo Paolo Galtiero.
Resero ancora alquanto torbido il governo del Conte gli fastidiosi, ed insolenti banditi, li quali a questo tempo con ladrocinj e ruberie disertavano le campagne, tenevano in continui timori le città e le terre abitate, e toglievan loro la comunicazione ed il traffico: giunse la loro audacia a svaligiare spesse volte i Regj Procacci e ad arrestare qualunque ancorchè illustre personaggio, ponendo mano sino a' Ministri del Re; e chiunque capitava nelle lor mani era costretto dopo molti tormenti e strazj, a ricomprare la libertà con somme immense di danaro; era in fine la loro insolenza giunta a tale, che spingevano le loro scorrerie sino alle porte di Napoli.
A riparar disordini sì gravi applicò il Vicerè i suoi pensieri; onde spediti ne' due Apruzzi, ne' due Principati e nell'altre Province, Presidi risoluti e di coraggio, furon molti di questi ribaldi presi, altri uccisi in campagna e de' presi alcuni lasciarono la vita in su le forche, altri furon condennati durante la lor vita a remare, e moltissimi ottennero il perdono con legge d'andar a servire il Re nelle guerre di Portogallo. Ma tanta applicazione e rigore non era sufficiente per la protezione, ch'aveano d'alcuni potenti Baroni; onde fu duopo al Conte pubblicar rigorose Prammatiche contro i loro Ricettatori e Protettori.
Turbarono non poco il suo governo eziandio i tanti duelli seguiti a' suoi tempi tra' Nobili e li furti delle suppellettili e vasi sagri in alcune Chiese; onde con rigorosi editti rinovò le Prammatiche stabilite da D. Pietro di Toledo e dal Conte di Monterey contro i duellanti e dichiarò, che a' provocati a duello, ricusandolo, non potesse attribuirsi nota di viltà e d'infamia: contro i sacrilegi fu usato estremo rigore, e fatte severe esecuzioni di morte.
Ma furono queste cure moleste di gran lunga compensate, per la natività del Principe _Carlo_, dato alla luce dalla Regina Maria Anna d'Austria, seconda moglie del Re Filippo a' 6 novembre di quest'anno 1661, e tanto più il parto fu desiderabilissimo quanto che il Principe _Prospero_ era già morto, ed il Re erasi veduto di nuovo in timore di poter mancare, senza lasciar di se prole maschile. Pervenne l'avviso in Napoli nel sesto giorno del seguente dicembre; onde furon quivi celebrate feste magnifiche con grandi apparati ed illuminazioni, e degne d'un così felice avvenimento, che furon continuate nel principio del nuovo anno 1662. Non molto da poi, essendosi a' 25 d'aprile del nuovo anno 1663, conchiuso il matrimonio tra l'Infanta Margherita figliuola del Re coll'Imperador Leopoldo, furono ancora dal Pennaranda ordinate feste ed illuminazioni.
Mentre il Conte era per continuar il rimanente del suo Governo in riposo, gli venne avviso, che dalla Corte gli era stato dato il successore. Fu questi il _Cardinal d'Aragona_, il quale trovandosi Ambasciadore del Re in Roma, essendo stato spedito per quella Corte D. Pietro d'Aragona suo fratello per occupar la sua carica, fu egli destinato al Governo di Napoli e fu comandato al Pennaranda, che partisse per Madrid, per occuparvi il posto di Presidente del Consiglio d'Italia. Fu pubblicata in Napoli la venuta del Cardinale a' 10 d'agosto di quest'anno 1664, e furono spedite cinque galee in Nettuno, dov'erasi portato, per quivi imbarcarsi, e pervenne egli a Mergellina a' 27 del medesimo mese. Il Conte partì a' 9 di settembre, lasciando di se un grandissimo desiderio, per la sua pietà, affabilità e limpidezza, e per la somma avversione, che avea ad ogni sordidezza, tanto che lasciò fama, che rade volte, o non mai addiviene, d'aver lasciato il governo di Napoli con qualche debito.
Ci lasciò 14 Prammatiche, tutte savie e prudenti, per mezzo delle quali provvide alla pubblica Annona: fu terribile contro i duellanti, e contro gli portatori d'arme, e spezialmente delle spade con foderi tagliati: vietò a tutti i Ministri l'amministrazione de' Baliati, Tutele e d'esser Procuratori de' Baroni e Feudatarj del Regno; e diede altri provvedimenti, che vengono additati nella rammentata _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO II.
_Governo di D. PASCALE CARDINAL D'ARAGONA._
La troppa indulgenza, ed affabilità del Conte di Pennaranda avea alquanto fra noi rilasciata la disciplina, ed avea parimente non poco pregiudicato al decoro della giustizia: i delitti eran frequenti e spezialmente gli omicidj per la facilità e comodità, che ne davano le armi corte da fuoco, e per l'usanza a questi tempi introdotta di vestire alcuni con abiti chericali, corti e larghi, chiamati mezze sottane, le quali somministravano il modo di nasconder queste armi e di portarle impunemente per la città. Applicò per tanto il Cardinale, ne' principj di questo suo Governo, l'animo a pubblicar rigorosi editti contro costoro, ed alla sollecita punizione de' delinquenti: fu dato bando a tutti i vagabondi, comandando, che fra tre giorni sgombrassero dalla città: fece far terribili esecuzioni di giustizia; fece impiccar nel suo arrivo un'adultera col suo drudo, per morte data all'innocente marito: fece morir su le forche, più ladri più omicidi, e moltissimi furon condennati a remare.
Ma con tutto ciò, tanti rigori e severità del Cardinale non bastavano a poter frenare una Città così corrotta. Alcuni si sottraevano da' dovuti castighi colla fuga, altri col privilegio del Foro Chericale e molti coll'immunità delle Chiese, la quale sempre più dagli Ecclesiastici ampliandosi, è perpetua cagione di continue brighe tra i due Fori; quindi, come altrove fu detto, fu di mestieri spedir in Roma il Consigliere _Antonio di Gaeta_ per ottener qualche riforma agli abusi di tal pretesa immunità; ma riuscendo la missione inutile, si rimase negli antichi disordini.
Non furono meno molesti ed insolenti, con tutti questi rigori, gli sbanditi, li quali, appoggiati alla protezione di potenti Baroni, infestavano le pubbliche strade, rubando, riducendo molti in cattività, nè rilasciandogli se non con ricatti di grossissime somme, e talora, anche dopo averli straziati, barbaramente uccidendogli. I duellanti si fecero ancora sentire, nonostante le severe proibizioni e le rigorose pene imposte contro essi. Ma una nuova malizia inventata dai mercatanti in tempo di questo Governo, turbò ancora non poco il traffico e la pubblica fede. Costoro con fallimenti frodolenti, dopo avere riscosse somme importanti da chi in essi fidava, a man salva rubavano, e cotali fallimenti eran fatti così frequenti, che erano passati in usanza appresso quasi tutti i negozianti. Per estirpar un così pernizioso abuso, il Cardinal d'Aragona pubblicò una Prammatica, colla quale sottopose a pena di morte i mercadanti frodolentemente falliti, e comandò, che dovessero dichiararsi fuor giudicati, se fra quattro giorni non comparivano; e la medesima pena volle, che s'eseguisse contro agli occultatori dei loro beni e contro a tutti coloro, che si fingessero loro creditori, quando non lo fossero: vietò parimente a' Giudici di poter loro concedere salvicondotti, o moratorie di sorte alcuna, ancor che vi concorresse il consenso, non solamente della maggior parte, ma anche di tutti i creditori.
Mentre che il Cardinale era tutto inteso a dar riparo a questi disordini, ed a restituire la caduta disciplina a qualche buono stato, pervenne in Napoli, in ottobre del 1665, la funesta novella della morte del Re Filippo IV, il quale lasciando il _Principe Carlo_ in età di quattro anni, lo raccomandò sotto la tutela ed educazione della Regina sua madre, alla quale parimente fu dal medesimo lasciata la reggenza della monarchia; ma come donna ed inesperta delle cose appartenenti al governo, fu dal Re nel suo testamento istituita una Giunta, che dovea comporsi, fra gli altri, dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Generale, del Presidente di Castiglia e del Cancelliere di Aragona: comandando, che se venisse alcuno a mancare di questi quattro, gli fosse succeduto colui, ch'entrava nel ministerio di quella carica, che dal morto lasciavasi. Avvenne, che nel medesimo giorno, che mancò il Re Filippo, spirasse anche il Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo; la Regina Reggente, dovendo dargli successore, nominò all'Arcivescovado di Toledo il Cardinal d'Aragona nostro Vicerè; per la qual cosa, essendo in dicembre del medesimo anno giunto l'avviso in Napoli della sua promozione a quella Cattedra, avendo prima fatto acclamare in Napoli il _Re Carlo II_, e fatte celebrare pompose esequie al Re Filippo, si dispose alla partenza per la Corte di Spagna, dove veniva chiamato, non solo per governar la sua Chiesa, ma ad esser a parte del governo della monarchia nella Giunta, in luogo del Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo suo predecessore. Fu all'incontro sustituito al Cardinale nel Governo di Napoli _D. Pietr'Antonio d'Aragona_ suo fratello, il quale si trovava allora in Roma Ambasciadore del Re Cattolico presso il Pontefice Alessandro VII.
Ritardò l'Aragona la sua venuta in Napoli per cagion dell'orrido inverno, che impediva al fratello la navigazione per Ispagna, differendola insino ad aprile del nuovo anno 1666. Ed intanto essendogli state spedite del Pontefice le Bolle, volle quivi farsi consegrare Arcivescovo: fu commessa la consegrazione all'Arcivescovo d'Otranto, dal quale insieme colli Vescovi di Pozzuoli, di Menopoli e d'Aversa, con le consuete cerimonie, fu a' 28 febbrajo del medesimo anno consegrato nella Chiesetta di S. Vitale, detta comunemente di S. Maria delle Grazie, della Diocesi di Pozzuoli, e soggetta a quel Vescovo, posta fuori della Grotta, che conduce a Pozzuoli. Concorsevi e per cagion del personaggio e per la rarità della funzione, rade volte veduta in Napoli, infinito Popolo, ed un gran numero di Nobili e di Magistrati; onde D. Benedetto Sanchez De Herrera Vescovo di Pozzuoli, perchè a' posteri ne rimanesse memoria, fece nella medesima Chiesetta porre un marmo con iscrizione, dove un cotal atto si legge.