Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 11
Ma non bisognò aspettare la metà di quel mese, perchè a' 7 di luglio un picciolo ed impensato accidente gli aprì la strada. Alcuni contadini della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno portate alcune sporte di fichi al Mercato, erano sollecitati dagli esattori del dazio al pagamento; ed insorta contesa tra essi, ed i bottegai, che doveano comprarle, intorno a chi dovesse pagarlo; essendo accorso Andrea Nauclerio Eletto del Popolo a darne giudicio, decise, che conveniva si sborsasse da chi le portava dalla campagna: uno de' contadini, che non aveva danaro, versò con imprecazioni un cesto di fichi per terra, rabbiosamente calpestandoli. Accorsero molti a rapirli, con risa, altri con collera, ma tutti compatendo quel misero, ed odiando la cagione. Allo strepito essendo sopravvenuto Masaniello con altri ragazzi armati di canne, cominciarono tutti, da costui animati a saccheggiar il posto della gabella, scacciandone co' sassi i ministri. Da ciò accesi gli animi, ricevendo forza dall'unione e dal numero, svaligiarono tutti gli altri luoghi de' dazj; e guidati da cieco furore, senza saperne i motivi, nè discernere il fine, corsero al Palazzo del Vicerè con proteste d'ubbidienza al Re, ma con esclamazioni contro il mal governo.
Le guardie, deridendo quel puerile trasporto, non vi s'opposero, ed il Vicerè impaurito lo fomentò, esibendo prodigamente ogni grazia. Cresciuta con ciò la licenza, e cominciando i più risoluti a porre a sacco il Palazzo, egli tentò di salvarsi nel Castel Nuovo; ma trovato alzato il ponte, non sapendo per lo timore dove ridursi, corse in carrozza chiusa verso quello dell'Uovo: scoperto però dalla plebe, poco mancò, che non restasse oppresso, se non si fosse ricovrato nel Convento di S. Luigi, nè quivi tampoco sarebbe potuto giugnere, se per la breve strada non fosse andato gettando monete d'oro al popolo per trattenerlo, che non lo seguitasse. Di là fece sparger editti, che abolivano la nuova gabella delle frutta; ma ciò non ostante, il tumulto a guisa di un torrente che inondi cresceva, e suggerendo i più torbidi al volgo semplice varie cose, chiedevano ad alta voce, che si levassero tutte l'altre gabelle, e che si consegnasse al Popolo il privilegio di Carlo V. Quelli che lo dimandavano, sapevano meno degli altri dove fosse, e ciò che contenesse, perchè il dominio lungo degli Spagnuoli, e la sofferenza de' sudditi, abolita ogni memoria d'indulto, avea reso arbitrario ed assoluto il comando.
A tanta commozione essendo accorso il Cardinal Filomarino Arcivescovo, per quietar il tumulto, s'interpose col Vicerè: il quale trovandosi in quell'arduo procinto, in cui era pericolosa la severità e l'indulgenza, e se si negava ogni cosa, e se tutto si concedeva: credè in fine meglio consegnargli un foglio in cui prometteva quanto sapevan pretendere, con speranza, che sedato il romore, e sciolta l'unione di que' scalzi, tutto prestamente si rimettesse in buon ordine e quiete. Ma il contrario avveniva, perchè la maggior parte confusa da que' fantasmi di libertà, senza saper ciò che volesse, voleva più, onde il male peggiorava coi rimedj, e s'irritava co' lenitivi.
Scoppiò in oltre l'odio fierissimo, che la plebe contro la Nobiltà lungo tempo nutrito avea: onde i sollevati scorrendo per le strade, trucidarono alcuni Nobili, arsero le case d'altri, proscrissero i principali, e bramando di sterminarli tutti, stava la città in procinto d'andar a fuoco, ed a sangue. E pure il Popolo stolto credeva di mantenersi fedele al Re, e solo di correggere il cattivo governo, e risentirsi de' strazj patiti da' Nobili superbi e da' Ministri malvagi.
Masaniello lacero e seminudo, avendo per teatro un palco e per scettro la spada, con centocinquantamila uomini dietro, armati in varie foggie, ma tutte terribili, comandava con assoluto imperio ogni cosa. Egli Capo de' sollevati, anima del tumulto, suggeriva le pretensioni, imponeva silenzio, disponeva le mosse, e quasi che tenesse in mano il destino di tutti, trucidava co' cenni, ed incendiava co' sguardi; perchè dove egli inchinava, si recidevan le teste e si portavan le fiamme. Il Vicerè per tanto, per la mediazione del Cardinal Arcivescovo, fu indotto a dar in potere del Popolo istesso il privilegio richiesto, ed accordare un solenne trattato, in cui s'abolivano quelle gabelle, ch'erano state imposte dopo le grazie di Carlo V, e si proibiva d'imporne nell'avvenire altre nuove: si concedeva parità di voti al Popolo con la Nobiltà: si prometteva oblivion d'ogni cosa, e si permetteva, che ne' tre mesi, ne' quali si doveva attendere la confermazione del Re, stesse armata la plebe. Fu tutto ciò ratificato con solenne giuramento nella Chiesa del Carmine, onde si diede qualche breve respiro.
(Questa Capitolazione contenente 23 articoli e cinque altri aggiunti, fu per la mediazione del Cardinal _Filomarino_ accordata ai 13 luglio 1647 tra 'l Vicerè e Masaniello, il quale intervenne come _Capo del fedelissimo Popolo_ e si legge presso Lunig[32].)
Masaniello onorato dal Vicerè con eccessi, siccome sua moglie dalla Viceregina, gonfio di vanità cominciò ad agitarsegli la mente, e finalmente dalle vigilie e dal vino ridotto a delirare, fatto insopportabile a' suoi e contra tutti crudele, fu la mattina de' 16 di luglio da gente appostata nel Convento del Carmine ucciso, siccome fu fatto d'alcuni altri de' suoi confidenti, e dal vedersi, che la plebe non fu niente commossa dalla sua morte: anzi pareva, che godesse alla vista del teschio conficcato ad an palo, si credeva che fosse ogni cosa per ridursi in buon ordine e quiete.
Ma con dannosa imprudenza, strapazzati da' Nobili alcuni di que' della plebe, e con peggior consiglio il giorno susseguente essendosi diminuito il peso del pane, si risvegliò il tumulto con tanto furore, che disotterrato il cadavere dell'ucciso e preso il teschio, unendolo al busto, fu esposto con lumi accesi nella Chiesa del Carmine, nè sarebbe cessato il concorso del popolo e la curiosità di vederlo, se con solennissime e regali esequie, a guisa di Capitan Generale non fosse stato sepolto; ed immantenente fu occupato dal Popolo il torrione del Carmine, e presi altri siti opportuni per dominar il Porto, ed opporsi alle batterie de' Castelli.
Il Duca d'Arcos ritiratosi in Castel Nuovo, lo trovò sguarnito d'ogni cosa, e così erano tutti gli altri poichè per accudire a' bisogni lontani, avevano i Vicerè indebolito il freno della città, e la custodia del Regno. Mancava il denaro, niuno osava più esiger le rendite, e tutti con pari licenza ricusavano di pagare l'imposte. Le milizie erano già state spedite a Milano, ed alcuni pochi fanti chiamati dalle province, furono da' popolari per cammino battuti e sbandati. Dilatandosi poi per lo Regno la fama de' successi della città, siccom'erano per tutto universali le cagioni, così non furono dispari gli avvenimenti; poichè in ogni luogo, scosso il giogo delle gabelle, e sollevandosi il Popolo contra l'insolenza de' Baroni, si riempirono le province di tumulti e di stragi.
Fu perciò costretto il Vicerè a' 7 di settembre a giurare un altro accordo più indegno del primo.
(Questa seconda Capitolazione contenente 52 articoli è stata anche impressa da _Lunig_, e si legge _Tom. 2 pag._ 1374).
Ma il Popolo sempre temendo, ed il Duca niente dissimulando, non ebbe più lunghi periodi la calma. Passandosi adunque, come suole accadere, dal tumulto alla ribellione, dimandavano i popolari al Vicerè i Castelli, e non volendo egli dargli, si venne all'attacco. Egli è certo, che se allora quella gente infuriata avesse avuto un corpo di ben disciplinate milizie, ed un Capo sperimentato e fedele, avrebbe espugnati i Castelli, e quindi discacciati gli Spagnuoli dal Regno. Ma dal Popolo abborrendosi il nome di soccorso straniero, e coll'oggetto di libertà immaginaria tendendo a più misera servitù, fu scelto (essendosene scusato Carlo della Gatta) per Capitan Generale Francesco Toraldo Principe di Massa, che n'accettò il carico di concerto col Vicerè. Egli ritardando con apparenza di meglio assicurarsi gli attacchi, e con errori volontarj e mendicate dilazioni, guastando ogni cosa, non potè finalmente a tanti occhi occultare l'inganno: onde imputato d'intelligenza con gli Spagnuoli, con miserabile supplicio dalla plebe arrabbiata fu trucidato.
CAPITOLO III.
_Venuta di D. GIOVANNI D'AUSTRIA figliuolo naturale del Re; che inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a manifesta ribellione. Fa che il DUCA D'ARCOS gli ceda il Governo del Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie più s'accrescono._
Gli avvisi intanto pervenuti alla Corte di Spagna di questi successi, sollecitarono la partenza dell'armata navale, sopra la quale imbarcossi D. Giovanni d'Austria, figliuolo naturale del Re, con titolo di Generalissimo del mare, e con ampio potere sopra gli affari del Regno, giovane di 18 anni, ben fatto di sua persona, che accoppiava alla gentilezza e soavità dei costumi un giudizio maturo; giunse l'armata, e diede fondo nella spiaggia di S. Lucia nel primo giorno d'ottobre. Si componeva ella di 22 Galee e 40 Navi, ragguardevoli per lo numero e per la grandezza, ma poco meno, che sguarnite di munizioni, e con soli quattromila soldati; e pure era stimata da' Spagnuoli il presidio della Monarchia, perchè era destinata a frenar i due Regni fluttuanti, soccorrere l'Italia e riscuotere Portolongone e Piombino dalle mani de' Franzesi. Questa non tantosto approdò, che il Vicerè, contra il parere del Consiglio Collaterale, che sentiva di introdurre col negozio la quiete, indusse D. Giovanni ad usare la forza.
Amaramente vedeva questo giovane Principe, partito di Spagna coll'impressione datagli da' suoi adulatori, di vincere con la sola presenza, che così vil plebe ancora osasse tenere in mano le armi, e volesse capitolare del pari. Il Vicerè per gli scorsi pericoli e per gli affronti patiti, desideroso di vendicarsi, figurava tutto facile e piano. Fu pertanto da D. Giovanni fatto sapere al Popolo, che consegnasse le armi, e ciò negato, come si prevedeva, sbarcati tremila fanti, e da essi presi i posti più alti ed opportuni, cominciarono i Castelli e l'armata indistintamente a percuotere da ogni parte, con incessante tempesta di cannonate la città. Ciò, benchè nel principio alquanto atterrisse, fu però tanto lontano che domasse il Popolo, che anzi i Tempj ed i Palazzi si danneggiavano indistintamente i colpevoli, ed i fedeli; ma in sì vasta città non per tutto arrivavano i colpi, nè oltre lo strepito e le ruine, apportavano altre notabili offese. All'incontro i mantici della ribellione infiammavano gli animi contro gli Spagnuoli, notandoli di mancatori di fede, e che il Re Filippo avea inviato il figlio, acciocchè portasse più possenti i fulmini del suo sdegno, e che amava più tosto di perder Napoli, con esempio atroce di crudeltà e di vendetta, che conservarla con moderato ed indulgente imperio.
(Furono emanati dal Popolo per questa irruzione de' Spagnuoli due editti, uno a' 15 ottobre, l'altro nel giorno seguente 16, per cui si aboliscono affatto tutte le gabelle, si proibisce a tutti i Baroni e Titolati d'unirsi in comitiva di gente, e s'offeriscono taglioni di più migliaja di ducati ed indulti generali a chi ammazzasse _il Duca di Maddaloni, D. Giuseppe Mastrillo, Lucio Sanfelice_, il _Duca di Siano_, e li figli di _Francesco Antonio Muscettola_. Nel giorno 17 si pubblica un _Manifesto_, nel quale il popolo espone l'infrazione fatta da' Spagnuoli agli articoli accordati, e le crudeltà da' medesimi praticate, onde s'invitano il Papa, l'Imperadore, tutti i Re, Repubbliche e Principi a prestar lor ajuto e favore. Si leggono i due Editti ed il Manifesto presso Lunig[33]).
Poco ci volle per confermare con la disperazione del perdono nella contumacia i sollevati: anzi per indurvi i più quieti, mentre il danno e l'offesa era comune, s'animavano tutti con odio estremo alla resistenza.
Ripartita perciò la difesa, fortificati i posti, cavate armi, e cannoni dagli Arsenali, per tutto mostravansi, con risoluzione ostinata, di voler difendere se stessi e la patria. S'avvidero presto gli Spagnuoli esser vano ogni sforzo di vincere col timore una città sì grande, piena di Popolo furibondo ed armato. Mancarono loro inoltre presto la polvere e i bastimenti, onde convennero rallentare le batterie, ad allontanare le navi, rendendo più audace il popolo col dimostrarsi impotenti. Nè vi fu caso enorme, in cui licenziosamente la plebe non trascorresse. Nel patibolo del Toraldo, pareva che fosse stato affisso un decreto d'odio perpetuo contro la Nobiltà; e nelle conventicole non s'udiva altro, che disperati consigli, e concetti rabbiosi contro i Nobili.
Si venne infine ad abbattere le riverite insegne del Re, ed a calpestare i suol Ritratti, sino a quell'ora, si può dire, adorati; e la città di Napoli assunse titolo di _Repubblica_. Non si può dire quanto di tal nome nel principio esultasse la plebe fastosa, quantunque pochi credessero dover essere lunga la forma del suo reggimento. Non vi è Popolo della libertà più cupido del Napoletano, e che altresì men capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile nei pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni, o troppo teme, o troppo spera nell'avvenire. Per la morte del Toraldo, s'intruse un tal _Gennaro Annese_ nel Generalato dell'armi, uomo di profession militare, ma d'abbietti natali, accorto però, e niente meno sagace architetto di frodi, che ardito esecutore di scelleratezze.
In questo stato di cose, non mancarono i confidenti della Corona di Francia di andar spargendo tra il popolo, che per mantenersi in quel governo, era bisogno di ricorrere alla protezione di un Re potente: e mostrando lettere del Marchese di Fontanè, Ambasciador di Francia in Roma, per le quali si prometteva ogni favore, furono risoluti di ricorrere per miglior partito ad _Errico di Lorena, Duca di Guisa_, che si Trovava per suoi affari domestici allora in Roma, e di chiamarlo al reggimento della nuova Repubblica, con dichiararlo Capo di essa. Il Duca di Guisa era un Principe giovane, di amabile aspetto, di cuor generoso, prode ne' fatti, e nelle parole cortese; in oltre d'alti natali, e che discendendo dagli antichi Re, vantava ragioni sopra il Regno, ed ancor ne conservava i titoli e l'insegne.
(Le ragioni per lo quali la famiglia di _Lorena_ conservi ancora i titoli e l'insegne di Napoli e di Gerusalemme, furon esposte altrove, parlandosi de' discendenti di _Renato d'Angiò_, ultimo e discacciato Re dal Regno).
Si credeva, che egli non molto contento del presente governo di Francia potesse di là bensì trarne soccorsi, ma non dipendesse dalle voglie de' Ministri nè dagl'interessi di quella Corona.
Il Duca a così grand'oggetto d'impiego famoso, si lasciò rapire, ed arditamente con poche filuche spedite a quest'effetto dal popolo, superati gli agguati dell'armata spagnuola, s'introdusse in Napoli a' dì 15 di novembre, dove fu accolto con quelle acclamazioni ed applausi, che suggeriva la stima della persona, ed il bisogno della città. Accompagnato da' Capi principali del popolo, andò la mattina seguente a dare il giuramento nel Duomo, dove volle farsi benedire lo stocco; ma avendo scorto il disordine grandissimo che vi era nell'infima plebe, indiscreta, insolente, che uccideva, rubava e bruciava sol per soddisfare l'ingordigia e la vendetta: e che le milizie regolate, a proporzion del bisogno, erano pochissime: applicò l'animo a trovar mezzi per mettervi freno, e darvi compenso; vietò pertanto con severe pene i furti, le rapine e gl'incendj: assoldò un reggimento a sue spese, proccurando di tirare eziandio qualche nobile al suo partito: comandò, che si trattassero gli Spagnuoli all'uso di buona guerra, e per supplire alla mancanza del danaro, fece aprir la Zecca delle monete, delle quali ne furono coniate molte d'argento e di rame coll'impronta della nuova Repubblica; della quale egli si fece eleggere Duca, con sommo rammarico di Gennaro Annese, che vedevasi poco men che privato dell'intero comando.
(Le Monete coniate a questo tempo hanno lo scudo col monogramma S. P. Q. N.; nè vi è immagine di _Errico di Lorena_, ma solo intorno il suo nome col titolo REIP. NEAP. DUX. Furon anche impresse dal _Vergara_ nel suo libro delle monete del Regno di Napoli; e ciò ch'è notabile, le medesime, dopo essere ritornato il Regno alla divozione del Re di Spagna, si lasciarono intatte, e tuttavia si spendono, ed hanno il lor corso, come, tutte le altre monete Reali).
S'applicò ancora il Duca in Campagna a reprimere gli sforzi de' Baroni, li quali, ridotti a disperazione per l'odio del popolo, unitisi agli Spagnuoli, avevano sotto Vincenzo Tuttavilla e Luigi Poderico raccolte in Aversa alcune milizie.
In questo tempo era comparsa L'armata franzese a vista della città con non più di 29 mal provveduti Vascelli da guerra e 5 da fuoco, non già per secondare l'impresa del Duca di Guisa, ma unicamente per proccurare di trarre nei romor de' tumulti alcun profitto per la Corona di Francia, non tenendo ordini il Comandante di prestare ajuto a! Duca; poichè quando giunse in Francia l'avviso di questi tumulti, e successivamente, che il Guisa si era portato a Napoli, il Cardinal Mazzarini con gran sentimento disapprovò la condotta, non credendolo, per la volubilità dell'animo, capace di maneggiare negozio sì arduo; perciò l'Armata franzese dopo aver scorsi questi Porti, e sol cannonandosi da lontano con la Spagnuola, trovandosi con poche forze, presto si ritirò. Nè il Duca si curò di cavarne sussidj, perchè come la Corte di Francia non approvava, che egli si fosse intruso in quel carico, così egli divisava di operar da se, e profittar per suo conto. Ciocchè però fu di grande ostacolo alla sua impresa, vedendosi la confusione in quegli del partito istesso franzese: poichè alcuni Capi del popolo, a suggestione d'alcuni soldati franzesi, posero in trattato d'acclamare il Duca d'Orleans allo scettro. Inclinavano molti altri a darsi al Pontefice, chiamandolo a piene voci, per essere più validamente protetti dalla religione e dall'armi; ma Innocenzio, ancorchè potesse allettarlo l'apparenza del sicuro profitto, con riflessi però più maturi considerava, che se in ogni tempo questo Regno era stato preda del più potente, ora la sua cadente età non poteva porgergli speranze di veder ridotta a perfetto stato l'impresa, che promovesse, e che convenendo alla Chiesa valersi d'armi straniere, ogni acquisto resterebbe finalmente in preda di quegli, che avesse chiamato in ajuto. Applicò dunque più tosto l'animo a comporre le cose, dandone commessioni efficaci ad Emilio Altieri suo Nunzio in Napoli.
Dall'altra parte D. Giovanni d'Austria, il Duca d'Arcos e tutti i Nobili, attediati da sì gravi e lunghi disordini, anzi l'istesso Annese, che mal soffriva il comando del Guisa, erano desiderosi della quiete; quindi fecesi pubblicare un editto,[34] nel quale si conteneva un'ampia plenipotenza, che avea conceduta il Re al Duca d'Arcos, e si offeriva di consolar tutti, facendovi per lor sicurezza intervenire l'autorità del Pontefice, che ne avea date precise commessioni al Nunzio Altieri. Ma, e l'editto e le lettere, che il Nunzio fece consegnare all'Annese, non partorirono effetto alcuno, dichiarandosi costui, che la plenipotenza era buona, ma non il personaggio, che la rappresentava, come quegli, che col mancamento delle promesse avea coltivati i semi della discordia, e conchiudeva, che fidandosi del Duca d'Arcos sarebbe cadere ne' medesimi errori. D. Giovanni vedendo, che tutte le Province del Regno, non men che la Metropoli, andavano in ruina, involte tra tumulti e sedizioni, volle tentare, se tolto di mezzo il Duca d'Arcos, persona al popolo resa cotanto odiosa, potesse ripigliarsi il trattato; rinnovò per tanto le pratiche, e fu proposto di rimovere il Duca dal governo del Regno, e porlo nelle mani di D. Giovanni, nella persona del quale non concorrendo quell'odio, che i sollevati mostravano al Vicerè, credevasi rimedio efficace per acchetare i rubelli; tanto più, che il popolo n'avea fatta prima istanza particolare a D. Giovanni di farlo rimovere. Si mostrò pronto il Duca d'Arcos a rinunziare il comando, purchè da ciò ne seguisse la quiete del Regno; anzi egli stesso fece ragunare il Consiglio Collaterale di Stato, perchè autenticassero la sua deliberazione. Alcuni furono d'opinione, che non potesse ciò farsi, appartenendo solo al Re il creare e rimovere i supremi moderatori del Regno; altri (che furono la maggior parte) assolutamente conchiusero, che convenisse al servigio del Re e del Regno la partenza del Duca, e l'introduzione di D. Giovanni al governo. Ciocchè essendo stato da costui approvato, mandò il Duca la moglie e i figliuoli in Gaeta, ed a' 26 di gennajo di questo nuovo anno 1648 partì da Napoli, dopo aver governato pochi giorni meno di due anni.
Così terminò il suo Governo infelice il Duca d'Arcos, il quale in una rivoluzione cotanto lagrimevole di cose, non potè lasciar di se presso noi altra memoria, se non quella d'alcune sue Prammatiche, che ancor ci restano insino al numero di quattordici, per le quali, a fin di supplire, come si potea meglio agli estremi bisogni, proccurava di toglier le frodi, che si commettevano in pregiudizio de' dazj e delle gabelle, e rinovò le pene contro coloro, che commettevano contrabbandi, particolarmente di salnitro e di polvere, e diede altri provvedimenti, che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
§. I. _D. GIOVANNI D'AUSTRIA prende il Governo del Regno._
Preso ch'ebbe il governo del Regno D. Giovanni d'Austria, s'applicò a' mezzi, che e' credeva più proprj per estinguere tanto incendio, che ora più che mai ardea, non solo nella Metropoli, ma in tutte le Province; ed a tal fine pubblicò un editto, col quale invitava il popolo alla quiete, ed oltre alla concessione di moltissime grazie, gli prometteva un general perdono; ma questo editto pubblicato in tempo, che i disordini erano più cresciuti, produsse effetti contrarj; poichè essendo stati alcuni esemplari dell'editto affissi ne' quartieri, che eran tenuti dal popolo, furono immantinente lacerati, e poste grosse taglie su le teste di coloro, che avevano avuto ardimento di affiggerli in quei luoghi. Anzi per mostrar maggiormente la loro pertinacia, furono da' popolari eletti Ministri per empire i Tribunali del Consiglio di S. Chiara, della Regia Camera, della G. C. della Vicaria, e di quella del G. Ammiraglio, affine d'amministrare a tutti giustizia. Nè intanto si tralasciavano le zuffe più crudeli tra le soldatesche spagnuole, e quelle del popolo, che riempivano la città di terrore e di spavento.
In questo stato lagrimevole di cose, il Duca di Guisa, volendo a se trarre tutto il comando, pose gran tepidezza ne' popolari: e molta discordia ne' Capi: ciocchè fu l'origine che il Regno fosse poi confermato sotto l'imperio del Re Cattolico; poichè Gennaro Annese, che teneva il Torrione del Carmine, non poteva patire, che il Duca fossegli superior nel comando, ed il Duca non voleva sofferire per emulo dell'autorità un uomo sì vile; e procedendo perciò con gelosie e diffidenze, non mancarono di praticare insidie per torsi l'un l'altro la vita; onde nella città ed in campagna, fluttuando gli affetti, anche l'armi con varia fortuna s'agitavano. S'aggiunse la confusione in quei del partito Franzese, che col fomento del Fontanè Ambasciador di quella Corona appresso il Pontefice, pretendevano alcuni di essi di formar fazione distinta da' seguaci del Duca di Guisa. Ma questi erano pochi, e non molto forti; poichè avendo il popolo prevenuti i disegni ancora immaturi, che la Francia nudriva con alcuni Baroni, questi erano stati quasi tutti costretti, per salvarsi dall'ira e crudeltà della plebe, ad unirsi con li Spagnuoli, e contro lor voglia cospirare allo stabilimento di quell'abborrito dominio.