Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9
Part 1
ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
DI PIETRO GIANNONE
VOLUME NONO
MILANO PER NICOLÒ BETTONI M.DCCC.XXII
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO TRENTESIMOQUINTO
Il Regno di _Filippo III_, che quasi cominciò col nuovo secolo XVII, paragonato con quello del padre e dell'avolo fu molto breve; e per ciò, che riguarda il nostro Reame, voto di grandi e segnalati avvenimenti. Succedè egli al padre in età poco più di venti anni, e secondo il costume de' suoi predecessori prese l'investitura del Regno da Papa Clemente VIII a' 9 di settembre dell'anno 1599[1]. Non vi regnò, che ventidue anni e mezzo, insino al 1621, anno della sua morte. Filippo suo padre gli lasciò la Monarchia ancorchè di sterminata grandezza per lo nuovo acquisto del Regno di Portogallo, infiacchita però di denari e di forze. Fu egli un Principe, quanto di singolare pietà, altrettanto disapplicato al Governo, e che contento della Regal Dignità, lasciò tutto il potere a' Consigli, a' Favoriti, ed a' Ministri. Nel suo regnare comandarono in Napoli quattro Vicerè, de' quali il primo fu _D. Ferrante Ruiz di Castro Conte di Lemos_, del quale, e delle cose più ragguardevoli accadute in tempo del suo governo, saremo ora brevemente a narrare.
CAPITOLO I.
_Di D. FERDINANDO RUIZ DI CASTRO Conte di LEMOS, e della congiura ordita in Calabria per opera di FR. TOMMASO CAMPANELLA Domenicano, e di altri Monaci Calabresi del medesimo Ordine._
Rimosso, per le cagioni rapportate nel precedente libro, il Conte d'Olivares, fu da Filippo III destinato Vicerè il Conte di Lemos, il quale giunto in Napoli a' 16 di luglio del 1599 insieme con D. Caterina di Zunica sua moglie e D. Francesco di Castro suo figliuolo secondogenito, applicò subito (essendo di spirito grande e magnanimo) a perfezionare ed ingrandire gli Edificj pubblici, che i suoi predecessori aveano lasciati imperfetti. Ma tosto fu richiamato a cose più gravi e serie, per una congiura ordita in Calabria da Tommaso Campanella, della quale bisogna ora far parola.
Costui avendo sofferta lunga prigionia in Roma, dove i suoi difformi costumi e l'aver dato sospetto di miscredenza, l'Inquisizione gli avea fatto soffrire i suoi rigori, ritrattandosi degli errori, e mostrandone pentimento, ottenne d'esser liberato; ma gli fu assegnato per sua dimora un picciol Convento in Stilo sua patria, donde non potesse più vagare. Ma essendo di genio torbido ed inquieto, per vendetta de' rigori sofferti in Roma, cominciò in quell'angolo a tentar nuove cose. Persuase a' Frati di quel Convento, che nell'anno 1600, secondo gli aspetti degli Astri, di cui egli ben s'intendeva, doveano accadere grandi revoluzioni e mutazioni di Stato, e spezialmente nel Regno ed in Calabria: che per ciò bisognava prepararsi e far comitiva di gente armata, perchè a lui gli dava il cuore in quella rivoluzione di mutar le Calabrie, ed il Regno in una ottima Repubblica, con toglierlo dalla tirannide de' Re di Spagna e de' loro Ministri, gridando _libertà_; e perch'era un grande imbrogliatore, sovente nelle sue prediche diceva, ch'egli era destinato da Dio a tal impresa, e che di questo suo fatto nelle profezie di S. Brigida, in quelle dell'Abate Gioachimo e di Savonarola, e nell'Apocalissi stessa si faceva memoria, ancorchè ad altri oscura, a lui molto chiara. Che per ciò egli avea eletti due mezzi, cioè la _lingua_ e le _armi_. Colla _lingua_ bisognava predicar _libertà_ contra la tirannide de' Principi e de' Prelati, per animar i Popoli a scuoter il giogo; e che per ciò egli avrebbe il seguito di molti Religiosi, che avrebbero con lui cooperato a questo fine. Per le _armi_, egli per terra si credeva facilmente avere quelle de' Banditi e degli altri fuorusciti, e dopo aver mossi costoro, d'aver il concorso della plebe minuta, e con romper le carceri abbruciare i processi e dar libertà a tutti, accrescere le forze: oltre di molti Signori e Prelati, li quali avrebbe tratti a quest'impresa. Per mare e' si fidava aver l'armata del Turco, il quale sarebbe accorso a dargli ajuto.
Cominciò egli ad insinuar questi sentimenti a molti in Stilo, poco dopo la morte di Filippo II, nell'istesso anno 1598, com'egli confessa nella sua deposizione ed in effetto trovandosi allora quella Provincia piena di fuorusciti, e gravati i popoli per le tante contribuzioni e per una nuova numerazione allora seguita, non solo trasse a se i Frati, ma molti altri di Stilo e de' suoi Casali, li quali avrebbero volentieri ricevuta l'occasione d'ogni tumulto e rivoluzione.
Fatto ciò, scelse per Catanzaro _Fr. Dionisio Ponzio_ del suo Ordine, di Nicastro, il quale predicando a molti con fervore quest'istesso, esagerava molto più, che il Campanella, per facile l'impresa: diceva, che costui era un uomo mandato da Dio, e che per ciò se gli dovea credere: ch'era sopra tutti gli uomini dottissimo e scienziato, il quale avendo conosciuto, che nell'anno 1600 doveano seguire grandi mutazioni e cangiamenti di Stato, per ciò non dovean lasciarsi scappare quest'opportunità di divenir liberi, che per quest'effetto s'era dato pensiero a molti Predicatori di diverse Religioni, e fra gli altri agli Agostiniani, Zoccolanti e Domenicani, che insinuassero a' popoli, che i Re di Spagna erano tiranni, e che questo Regno se l'aveano tirannicamente usurpato; e che per ciò erano a casa del Diavolo; e che li popoli, per li tanti pagamenti e collette, erano costretti per soddisfarle a perder l'anima ed il corpo: che per revelazioni fatte a più Religiosi questa era volontà di Dio di cavar il Regno da simili suggezioni, per la poca giustizia de' Ministri del Re, che vendevano il sangue umano per danari, scorticando i poveri, onde doveano tutti accorrere per agevolar l'impresa, proccurando altri loro amici e confederati, li quali in determinato giorno, sentendo gridar _libertà_, si sollevassero tutti, essendosi concertato d'ammazzare tutti gli Ufficiali del Re, rompere le carceri, liberar i carcerati ed in segno di libertà, abbruciar tutti li processi; e tanto più dovean riputar facile la impresa, che molte terre della provincia erano già pronte ed apparecchiate, coll'intelligenza ancora d'alcuni Signori e Prelati, e che per quest'effetto tenevano tutti li Castelli a loro divozione e che trattavano avere ancora il Castello di Cotrone.
Fra' Ministri più fedeli e fervorosi del Campanella, oltre al _Ponzio_, furono ancora _Fr. Giovan-Battista_ di Pizzoli, _Fr. Pietro_ di Stilo e _Fr. Domenico Petroli_ di Strignano; e del Convento de' Domenicani di Pizzoli più di 25 Frati di quest'Ordine, aveano fatti grandi progressi, unendo molti fuorusciti, e tirando al lor partito molti altri Religiosi e Calabresi; e non pur in quella provincia, ma nell'altra vicina erasi attaccata la contagione.
Secondo le pruove, che si leggono nel processo fabbricato di questa congiura (copia del quale M. S. si conserva presso di Noi), de' Frati di diversi Ordini, fra gli altri di Agostiniani, Zoccolanti e Domenicani, depongono vari testimoni ch'erano più di 300. I Predicatori, che aveano l'incombenza d'andar secretamente insinuando e persuadendo i popoli alla sollevazione, erano 200. Tra Vescovi, che n'erano intesi, e che nascostamente favorivano l'impresa, si nominavano il Vescovo di Nicastro, quello di Girace, l'altro di Melito ed il Vescovo d'Oppido. Ne furono parimente intesi alcuni pochi Baroni Napoletani, ma il numero de' provinciali fu ben grande, i nomi de' quali, per buon rispetto delle loro famiglie, che ancor durano, qui si taciono.
Queste prediche (almeno secondo vantavano il Campanella ed il Ponzio) aveano ridotti molti cittadini delle città e terre non men dell'una, che dell'altra provincia. Si contano, Stilo co' suoi Casali, Catanzaro così per li Nobili, come per li Popolani, Squillace, Nicastro, Cerifalco, Taverna, Tropeja, Reggio co' suoi Casali, S. Agata, Cosenza co' suoi Casali, Cassano, Castrovillari, Terranuova e Satriano.
Non meno il mezzo della _lingua_, che quello delle _armi_ avea fatti maravigliosi progressi. Per terra oltre i Castelli, de' quali si promettevano, aveano uniti 1800 fuorusciti, ed alla giornata cresceva il lor numero per l'impunità promessa e libertà sognata: promettevano di liberare tutte le Monache da' Monasterj, uccider tutti li Preti e Monaci che non volevano aderire ad essi, e passar a fil di spada tutti li Gesuiti. Volevano abbruciar tutti i libri e far nuovi Statuti: che Stilo dovea esser Capo della Repubblica, e far chiamare quel Castello, _Mons Pinguis_, e che Fr. Tommaso Campanella s'avea da chiamare il _Messia_ venturo, siccome già alcuni de' congiurati lo chiamavano. Per mare, teneva il Campanella nella Marina di Guardavalle sentinelle, le quali, quando passava qualche legno Turco col pretesto di doversi riscattare qualche schiavo, andassero a trattar co' Turchi, ed insinuar loro la resoluzion presa di sollevarsi, e che perciò fossero pronti ad accorrere ed agevolar l'impresa; di vantaggio fece nella Marina di Castelvetere imbarcare Maurizio di Rinaldo con otto altri compagni sopra le Galee di Murath Rays, perchè trattassero col Bassà _Cicala_ il soccorso della sua armata, offerendogli molte Fortezze e terre; ed in fatti, essendo comparse nel mese di giugno le Galee di Murath nella Marina di S. Caterina e Guardavalle, per conchiudere il trattato e stabilire il modo da tenersi, fu conchiuso per la mediazione di Maurizio, che l'armata fosse venuta nel mese di settembre, perchè alla sua comparsa si sarebbe fatta la sollevazione, con entrare nelle terre, e gridando _libertà_, ammazzare gli Ufficiali del Re, e tutti coloro che si fossero opposti.
Ma come è difficile, ove vi corra tempo, e sia grande il numero de' congiurati, tenersi simili maneggi lungamente celati, fu la congiura scoverta da Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia di Catanzaro, complici di quella, li quali la palesarono a D. Luigi Xarava, che si trovava allora Avvocato Fiscale della provincia di Calabria ultra, e per mezzo del medesimo ne fecero una piena e distinta relazione al Conte di Lemos Vicerè. Il Conte spedì tosto in Calabria D. Carlo Spinelli con amplissima autorità, il quale col pretesto di fortificar quelle Marine contra l'invasione de' Turchi, pensava a man salva imprigionare tutti i congiurati; onde portatosi in Catanzaro, ed all'ultimo d'agosto di quest'anno 1599, ricevute avanti il Fiscale le deposizioni di Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia, cominciò a carcerare segretamente alcuni de' congiurati; ma la fuga d'uno, e l'essersi da poi il cadavere del fuggitivo affogato in mare, veduto in quelle marine, rese pubblico il fatto; onde sparpagliati i congiurati si diedero in fuga, e costrinsero lo Spinelli a palesemente operare. Alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu _Maurizio di Rinaldo_, il quale, e prima e dopo la tortura, confessò il tutto; altri scapparon via; ma _Tommaso Campanella_, ch'era corso alla marina travestito per imbarcarsi, fu colto in una capanna per opera del Principe della Rocella. _Fra Dionisio Ponzio_, ancorchè fosse stato più presto ad imbarcarsi, per sottrarsi dal supplicio, fu arrestato in Monopoli in abito sconosciuto di secolare.
E veramente fu la congiura scoverta a tempo opportuno; poichè già il Bassà Cicala, secondo il trattato, a' 14 settembre del medesimo anno s'era fatto vedere al capo di Stilo con 30 Galee, il quale non avendo trovata quella corrispondenza, che i congiurati gli avean fatta sperare, anzi vedute le marine guarnite di soldatesche ben disposte a riceverlo, si ritirò alla Fossa di S. Giovanni, donde, dopo la dimora d'alcuni giorni, fece vela verso Levante.
I presi furon esaminati e tormentati, li quali nelle loro deposizioni scovrirono altri, che erano intesi nella congiura, e furono mandati in Napoli sopra quattro Galee, e giunti al Porto, il Vicerè, per terror degli altri, ne fece due d'essi sbranar vivi dalle Galee medesime, ed appiccare quattro all'antenne: tutti gli altri furono mandati in carcere per punirli secondo il merito di ciò che venivano rei. Il Campanella, col Ponzio, ed alcuni altri Preti e Frati, stati presi, furon condotti nel Castello.
Nacque tosto contesa di giurisdizione intorno alla loro condanna: gli Ecclesiastici pretendevano volerli essi giudicare, all'incontro i Ministri regj dicevano, che la cognizione del delitto di fellonia s'apparteneva a' Tribunali del Re, non ostante il carattere, che portavano molti de' congiurati di persone Ecclesiastiche e Religiose. Fu preso temperamento, che il Nunzio per delegazione della Sede Appostolica insieme con un Ministro del Re, che fu D. Pietro di Vera, giudicassero la causa de' Preti e de' Frati, e che a rispetto delle molte ed esecrande eresie, delle quali erano imputati, procedesse il Vicario Generale della Diocesi, con l'intervento di Benedetto Mandini Vescovo di Caserta.
I Frati furono aspramente tormentati; ma il Ponzio in mezzo de' tormenti non lasciossi scappar di bocca nè pure una sola parola. Fu tormentato ancora il Campanella, di cui si legge una sua lunga deposizione fatta nel mese di febbrajo del nuovo anno 1600, nella quale, a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa: gli riuscì, per tante cose strane ed inette che gli usciron di bocca, farsi creder pazzo, onde fu condennato a perpetuo carcere, dal quale a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscirne; onde finalmente ricovratosi in Francia finì in Parigi i giorni suoi nell'anno 1639[2].
I secolari sottoposti a' Tribunali del Re furono sentenziati secondo i delitti, de' quali erano convinti: il Consigliere Marcantonio di Ponte fu destinato Commessarie alle loro cause, e molti con crudelissima morte pagarono la pena della loro ribalderia. Maurizio Rinaldo essendo stato condennato alle forche, mentr'era per giustiziarsi avanti il largo del Castel Nuovo, disse, che per disgravio di sua coscienza dovea rivelare alcune cose di somma importanza; il Vicerè fece trattener la giustizia, e lo fece condurre in Vicaria, dove fece una lunghissima deposizione, nella quale minutamente espose l'ordine tenuto in questa congiura, e svelò maggior numero di congiurati, la quale ratificò anche ne' tormenti, e poco da poi portato di nuovo al patibolo, avanti la piazza del Castel Nuovo lasciò su le forche ignominiosamente la vita.
Così dileguossi questo turbine, ma non per ciò, tornato che fu il Vicerè da Roma, ov'erasi portato in quest'anno del Giubileo, per render ubbidienza al Pontefice Clemente VIII in nome del Re, fu libero da nuovi timori del Turco; poichè Amurath Rays nel mese d'agosto del medesimo anno comparve con sei vascelli nelle marine di Calabria, e posta a terra la sua gente a' lidi della Scalea, meditava dar il sacco a quella Terra e luoghi circostanti; ma fattasegli valida resistenza da D. Francesco Spinelli Principe della Scalea, ancor che fugasse que' barbari, vi lasciò egli però miseramente la vita.
Fu spettatore il Conte da poi di quella comedia, che un impostore volle rappresentare in Napoli sotto la maschera di D. Sebastiano Re di Portogallo, di cui nel precedente libro fu brevemente narrata la favola. Ed avendo la Contessa di Lemos moglie del Vicerè invogliato il Re a far un viaggio per Italia per vedere il Regno di Napoli; dandone Filippo speranza, il Conte riputando il Palagio regale di Napoli edificato da D. Pietro di Toledo, troppo angusto per un tant'Ospite, e per una così numerosa e splendida Corte, pensò d'edificarne un altro più maestoso e magnifico, ed ottenutosene assenso dal Re, ne fece fare il disegno dal celebre Architetto _Fontana_. Così cominciossi la fabbrica della nuova abitazione de' nostri Vicerè, la quale continuata da poi con non minor magnificenza da D. Francesco di Castro suo figliuolo, s'ammira ora per uno delli più stupendi e magnifici edificj di Europa, sufficiente a ricevere non uno, ma più Principi e Corti regali.
Non si tralasciò ancora da Spagna, in tempo del suo governo, premere il Regno con nuovi donativi; onde ragunatosi un Parlamento generale in S. Lorenzo, nel quale, come Sindico, intervenne Alfonso di Gennaro nobile della piazza di Porto, si fece al Re un donativo d'un milione e ducentomila ducati, oltre di venticinquemila altri donati al Vicerè.
Ma poco da poi infermatosi il Conte, fu il male così pertinace, che sempre più avanzandosi, finalmente a' 19 d'ottobre di quest'anno 1601 gli tolse la vita. Fu il suo cadavere con magnifico accompagnamento trasportato nella Chiesa della Croce de' Frati Minori, dove gli furon celebrate pompose esequie. Governò egli il Regno due anni e tre mesi, nel qual tempo promulgò diciassette _Prammatiche_ tutte savie e prudenti, per le quali si emendano molti abusi ne' Tribunali, e si danno altri salutari provvedimenti, che possono vedersi nella tante volte accennata _Cronologia_, prefissa nel primo tomo delle nostre Prammatiche.
Lasciò morendo, in vigor di regal carta venutagli mentr'era infermo, per _Luogotenente_ del Regno _D. Francesco di Castro_ suo figliuolo, giovane di 23 anni, ma maturo di senno e di prudenza, il quale lo governò insino ad aprile del 1603, nel qual tempo pubblicò diece savie _Prammatiche_, ed ebbe pure ad accorrere alle scorrerie del Bassà _Cicala_, il quale nel 1602 pose le sue genti in terra alle marine del Regno, e saccheggiò Reggio[3]. Cedè egli il governo al _Conte di Benavente_, eletto da Filippo per nostro Vicerè, di cui ora bisogna brevemente ragionare.
CAPITOLO II.
_Del Governo di D. GIOVANNI ALFONSO PIMENTEL D'ERRERA Conte di BENAVENTE; e delle contese, ch'ebbe con gli Ecclesiastici per la Bolla di Papa GREGORIO XIV, intorno all'immunità delle Chiese._
Giunto che fu il Conte in Napoli a' 6 aprile di quest'anno 1603 mostrò un'applicazion continuata alla retta amministrazione della giustizia, e vedendo rilasciata la disciplina, riprese il rigore, e con serietà attese ad emendare gli abusi de' Tribunali, a sollecitar le cause criminali, ordinando di più, che tutti i processi, che marciavano ne' Tribunali delle province venissero in Napoli, dove sollecitamente fossero spediti i rei, o con morte, o col remo, o con altri castighi a proporzione de' delitti, de' quali erano convinti. Fu rigido e severo in punir i delinquenti, e sovente non faceva valer loro il refugio alle Chiese, cotanto era cresciuto il numero de' ribaldi, siccome tuttavia cresceva quello delle Chiese, onde con facilità si ponevano in salvo: ciò che accese nuove contese con Roma per l'immunità di quelle, di cui più innanzi saremo a favellare.
Ma non meno la perduta disciplina, che le gravezze, che soffrivano i nostri Regnicoli, e le continuate scorrerie de' Turchi, non meno che de' banditi, tennero occupato il Conte di Benavente in cure sollecite e moleste. Per essere il Regno stato premuto tanto con sì spessi e grossi donativi, e gravose tasse, mal si soffrivano poi nuove gravezze e nuovi dazj. Non finivan mai i bisogni della Corte e le richieste di nuovi soccorsi; onde bisognò finalmente venire all'imposizione d'una nuova gabella sopra i frutti. Dispiacque notabilmente alla plebe sì scandalosa gabella, ed ancorchè soffrisse il giogo, non lasciava internamente d'abborrirlo e di scuoterlo sempre che le ne veniva l'opportunità. Avvenne, che un Gabelliere avea fatto dipingere nella casetta ove riscoteva il dazio, posta al Mercato, otto Santi Protettori della Città: ciò parendo disdicevole al Vicario Generale della Diocesi, volendo egli farsi giustizia colle sue mani, mandò un suo Ministro con comitiva, con ordine di cancellar quelle Immagini con molto rumore e strepito. Accorse per ciò ivi molta gente, ed in un tratto si vide quella contrada piena di popolo: alcuni fomentati da' mal contenti, credendo che il tumulto fosse per levar via la gabella, si lanciarono sopra quella stanza per rovinarla da' fondamenti, affinchè si togliesse ogni vestigio di sì abbominevol dazio. Fu il tumulto sì strepitoso, che se la vigilanza del Vicerè non faceva tosto accorrer gente per quietarlo, sarebbe certamente degenerato in una aperta rivoluzione. Si quietò finalmente, ed il Vicerè volle prender severo castigo de' Capi principali dell'eccesso, e sopra ogni altro, dell'impertinente Ministro mandato dal Vicario, cagione di tutto il disordine: si opposero a ciò gli Ecclesiastici con attaccar brighe di giurisdizione; ma il Vicerè castigò severamente i Capi, e mandò in galea il Ministro del Vicario.
Una nuova gabella imposta sopra il sale cagionò pure dell'amarezze e disturbi; ma sopra tutto era intollerabile l'uso delle _monete_, tanto avidamente tosate da' Monetarj, che impedivano notabilmente il commercio: fu la città per sollevarsi, ma vi diede il Conte tosto riparo, con lasciar correre le _zannette_ (moneta, il cui valore era di mezzo carlino) giuste o scarse che fossero, e che l'altre monete, nuove o vecchie, si ricevessero a peso per supplire con ciò alle tosate, e per togliere a' Monetarj l'occasione di tosarle per l'avvenire.
Le scorrerie de' Corsari Turchi nelle marine di Puglia non meno frequenti che dannose, saccheggiavano, predavano e riducevano in ischiavitù non picciol numero di persone. Essi s'aveano fatto asilo la Città di Durazzo nell'Albania, lontana dal Capo d'Otranto non più che cento miglia. Per isnidarli da quel luogo, fu risoluto doversi impiegar ogni opera per distrugger Durazzo. Ne fu data la cura al Marchese di S. Croce, il quale colla squadra delle nostre galee, giunto nei lidi d'Albania, e poste a terra le soldatesche ed artiglierie, superò a viva forza il Castello di Durazzo, diede il sacco alla Città, la distrusse, e ciò che vi rimase, fece divorar dalle fiamme.
I banditi dall'altra parte non lasciavano d'infestar le Calabrie: vi accorse D. Lelio Orsini per far loro argine, ne dissipò buona parte, ma non gli estinse affatto; imperocchè essendo notabilmente cresciuti, provvidero alla loro salvezza, ritirandosi altrove tra monti inaccessibili.
Ma non meno fastidiose e moleste furono le contese, ch'ebbe il Conte di Benavente a sostenere con gli Ecclesiastici per cagion d'immunità pretesa, non meno per le loro persone, che per le Chiese. La gran pietà del Re Filippo III, e la poca sua applicazione al Governo de' suoi Regni, diede lor animo di far nuove sorprese, e sopra tutto di far valere nel Regno la _Bolla di Gregorio XIV_ stabilita intorno all'immunità delle Chiese. Si resero a questi tempi sopra noi maggiormente animosi, dal vedere, che in quella famosa contesa insorta tra il Pontefice Paolo V colla Repubblica di Venezia, sopra la quale tanto si è disputato e scritto, il Re Filippo pendeva dalla parte del Pontefice; e non ostante, che la causa di quella Repubblica doveva esser comune a tutti i Principi, seppero far sì, che il Re, non solo s'impiegasse a trattar per essi vantaggioso accordo, spedendovi a tal effetto in Venezia D. Francesco di Castro con carattere di suo Ambasciadore; ma l'indussero a comandare al Conte di Benavente nostro Vicerè, e al Conte di Fuentes Governador di Milano, che in ogni caso assistessero alla difesa della Sede Appostolica; onde da Napoli il Vicerè mandò a quest'effetto in Lombardia ventidue insegne di fanteria sotto il comando di Giantommaso Spina, ed altre ventitrè sotto il Marchese di S. Agata. Quindi è, che fra la turba di coloro che scrissero in questa causa a favor del Pontefice contra il P. Servita, Fr. Fulgenzio e Giovanni Marsilio Teologi di quella Repubblica, ve ne siano molti Spagnuoli, e de' nostri ancora, e tra questi vi fu anche il _Reggente di Ponte_, riputato a torto fra noi il più forte sostenitore della regal giurisdizione.