Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 7

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Ma di questo fatto, che sarebbe stato di ribellione manifesta de' Napoletani, non vi è chi fra noi faccia memoria. Ed ancorchè il Duca d'Alba, e gli Spagnuoli lo tenessero per fermo; però il Pontefice Giulio III in una sua epistola rapportata dal Chioccarelli, diretta all'Imperador Carlo V, dove pregavalo a non far differire più la possessione dell'Arcivescovado di Napoli al Cardinal suddetto, lo niega costantemente, come diremo più diffusamente appresso. Ogni uno avrebbe creduto, che il Cardinal Pallavicino[43] antagonista del Soave, dovesse ripigliarlo anche di questo; ma poichè quest'Autore, siccome è tutto al Soave contrario, ed opposto circa il ponderare i fini delle azioni, non già intorno alla verità de' fatti, ove sembra, che (toltone in alcune circostanze di poco rilievo) insieme concordino; così parimente il Pallavicino viene a confessare, che i Napoletani invitarono il Papa con larghe offerte a proteggerli;[44] il quale però con pensiero egualmente pio e savio, non volle far movimento, conoscendo, com'e' pondera di suo capo, che l'acquisto di quel Regno temporale avrebbe messo a pericolo in tali tempi tutto il suo Regno spirituale; di cui il temporale è accessorio, e non durabile senza il sostegno dell'altro.

Intanto il Vicerè dubitando, che quella Unione non partorisse qualche ribellione, massimamente vedendo, che gli Spagnuoli erano perseguitati ed uccisi, fece raddoppiare presidio nel Castel Nuovo. Il dì seguente, che fur li 26 di Maggio, i Capi del rumore sparsero fama per la Città, che il Vicerè disegnava di assaltare il Popolo e castigarlo, perchè avea a suon di campana dato all'arme, che parea spezie di rebellione; perlochè con prestezza fecero bastioni nella piazza dell'Olmo, ed in tutti i luoghi delle frontiere, misero gente a S. Maria della Nuova, e con gran inpeto corsero ad assaltar gli Spagnuoli dentro il quartiere. Il Vicerè, che di ciò ebbe avviso, comandò, che il Castelli giocassero con le artiglierie verso i luoghi, ove si vedeva raccolta gente armata, e mandò soldati spagnuoli alle frontiere a raffrenar l'impeto di quella gente. Si stette in continue scaramucce per tre giorni e tre notti, nelle quali molti dell'una parte e dell'altra furono feriti e morti.

In questo stato di cose, i Deputati, avendo grandissimo riguardo di non incorrere in qualche atto di ribellione, stavano in continui consigli; e per dimostrare la debita fedeltà verso l'Imperadore drizzarono sopra il campanile di S. Lorenzo l'insegna con l'armi dell'Imperio, e vollero, che siccome gli Spagnuoli gridavano _Imperio e Spagna_, similmente il Popolo all'incontro gridasse _Imperio e Spagna_. Oltre di ciò mossero il Principe di Bisignano, ed altre persone amate dal Vicerè, che trattassero con lui di fare una tregua; e che si contentasse di non fare delle cose passate dimostrazione di castigo verso nessuno, insino a tanto, che non avesse sopra di ciò avvisato l'Imperadore. Del che il Vicerè si contentò, e fu risoluto che la città da sua parte mandasse uomo deputato a dar informazione del fatto a Cesare, e che il Vicerè mandasse un altro da sua parte; il quale vi mandò il Marchese della Valle Castellano del Castel Nuovo, con lettere dirette a Cesare, nelle quali lo ragguagliava fra l'altre cose, che _l'Inquisizione_ non si comporterebbe affatto in questo Regno, come in Ispagna, per molte e molte cagioni; onde bisognava che non se ne parlasse, per cancellare questo nome di _Unione_, che al presente s'era cominciato. La città, come si è detto, vi mandò il Principe di Salerno con Placido di Sangro; e partirono questi per le poste a' 28 del medesimo mese di maggio; ma il Principe trattenutosi in Roma in visite ora di questo, ora di quell'altro Cardinale, fece sì, che il Marchese della Valle giungesse prima in Norimberga, ove Cesare in quel tempo dimorava.

Nel tempo di questa tregua si stava dall'una parte e l'altra su l'avviso e si tenevano corpi di guardia con le loro sentinelle nelli lor Forti, praticando però i soldati col popolo, ed il popolo con loro, benchè il popolo armato e sollevato non stimava, nè ubbidiva gli Ufficiali della giustizia, anzi non si riteneva sovente d'ingiuriarli e maltrattarli. Ciò che veduto dalli Deputati, dubitando, che non ne nascesse qualche ribellione, andarono al Vicerè a' 15 giugno con Giudice e Notaro a richiederlo, che volesse tener cura della giustizia, come prima, poich'essi erano nella medesima ubbidienza di prima, dalla quale si protestavano non volersi mai levare e che offerivano ostaggi per sicurtà de' suoi Ufficiali. Ma il Vicerè, che vedeva, che tutto questo facevano per lor cautela, perchè in fatti non poteva Ufficiale alcuno comparire per la città per l'insolenze del popolo, che stava in schiere armato, non volle farlo, dicendo, che l'ubbidienza loro era in parole, e non in fatti; onde per pubblico decreto della città fu determinato, che si facesse un corpo di guardia, e che andasse per la città di giorno e di notte pigliando i delinquenti, ed imprigionargli nella Vicaria, acciocchè del Reggente e da' Giudici, che in quel Palazzo erano racchiusi, fossero puniti; e fu posta una Compagnia di soldati fuori del suddetto Palazzo, acciocchè niuno ardisse d'accostarvisi per rompere le carceri, ovvero per far violenza agli Ufficiali. Ma questa diligenza nulla giovava, imperocchè l'audacia della plebe era tanto sfrenata, che nè anco temevano gli Ufficiali della Città.

In questo il Vicerè trovò una via per divider l'_Unione_, e per iscoprire se nella Città vi fosse qualche trattato di ribellione; e fu che scrisse un comandamento a tutti i Baroni, che dovessero per servigio di sua Maestà venire ad alloggiare nelli Quartieri degli Spagnuoli sotto pena di ribellione. Fu fatto sopra di ciò consiglio nella Città, e conchiuso, che vi andassero a lor piacere. Tutti vennero dal Vicerè, e furono alloggiati a que' Quartieri e provveduti a' lor bisogni. Il dì seguente la Città per risarcir quella rottura confermò l'_Unione_ e mandò Ambasciadori al Vicerè, richiedendo, che desse a tutti alloggiamento, perchè per servigio di Sua Maestà tutti, non solo i Baroni e Titolati, volevano venire, ed alloggiare in que' Quartieri; al che il Vicerè ridendo, rispose, che l'ambasciata, ancorchè in tempo d'està, era riuscita troppo fredda.

Per questa cagione, e per non potersi vivere sotto quel corrotto governo, ogni uomo da bene se ne usciva dalla Città con la lor famiglia, e niuno vi sarebbe rimaso, se i Deputati non avessero poste le guardie alle Porte; ed era cosa compassionevole a vedere la Città vota de' suoi Baroni e d'onesti Cittadini, e piena all'incontro di plebe arrogante e d'infiniti fuorusciti, i quali scorrendo, ora in questo, ora in quell'altro luogo, facevano mille insolenze, e chi gli riprendeva era ingiuriato e chiamato traditor della patria, e lo forzavano e pigliar l'armi, ed andar con essi loro; ma chi egregiamente si mostrava in piazza in giubbone, o armato, e si offeriva di morir per la patria, minacciando il Gigante del Castel Nuovo (così chiamavano D. Pietro di Toledo) quello onoravano, e chiamavano patrizio, e degno d'esser Deputato della città; ed allora già il governo de' Deputati si cominciava a dissolvere, e ne nasceva il governo di pochi e potenti, e quasi un Triumvirato di Cesare Mormile, del Prior di Bari e di Giovanni di Sessa, restando i Deputati di solo nome per riputazione della Città.

Stando le cose in questo stato, vennero al Vicerè Ambasciadori del Duca di Fiorenza suo genero, della Repubblica Senese, e dell'altre Potenze d'Italia, con offerirgli soccorso di gente e di denari; a' quali il Vicerè mandò a ringraziare, accettando solamente l'offerta del Duca di Fiorenza, al quale fece sentire, che gli tenesse in ordine cinquemila pedoni, e che bisognando, per mare si conducessero in Napoli. Sparsasi di ciò la fama per la città, i Deputati dubitando non essere all'improvviso assaltati, determinarono anch'essi di assoldare diecimila soldati, i quali fur subitamente raccolti per la moltitudine de' villani e de' fuorusciti, che erano entrati nella città. Fecero anche rassegna di tutto il popolo, e fur trovati quattordicimila uomini atti all'armi la maggior parte archibugieri. Questo così fatto esercito era senza Capo; imperocchè i Deputati non lo vollero mai fidare ad alcun Capitan Generale, per dubbio che non s'impadronisse della Città, e facesse qualche rivoluzione, ma lor medesimi lo governavano nel miglior modo che potevano, e se ne servivano solamente per difendere lor frontiere, in caso, che fossero assaltati; ma essi essendo senza timore di superiori, si mandavano per assaltar gli Spagnuoli ne' lor Quartieri, ed a' 21 luglio si attaccò tra loro una crudelissima zuffa, e la città toccò la Campana ad arme: e tutta la plebe corse alla volta degli Spagnuoli con grand'impeto insino alla Rua Catalana, dove uccisero molti Spagnuoli, e particolarmente n'uccisero sedici, che stavano i miseri mangiando nell'Osteria del Cerriglio. Il Vicerè quando questo intese, fece dare anch'egli all'arme, e posta la fanteria Spagnuola in squadrone la mandò guidata dal Balì Urries a ributtargli in dietro, il che fu fatto con gran prestezza; imperocchè a forza d'archibugiate gli fecero ritirare da tutto il Quartiere di S. Giuseppe, e della Rua Catalana insino al Capo della piazza dell'Olmo; e perchè dalle case furono feriti molti Spagnuoli per li fianchi, entrarono per forza dentro, rompendo le porte e mura, e finalmente presele, le posero tutte a sacco, ed a fuoco; e venuta la notte furono posti molti soldati Spagnuoli nella Dogana, ed in altre case forti. Presero anche il Convento di S. Maria la Nuova per forza, perchè vi erano molti soldati italiani, e vi fu posto dentro in guardia il Capitan Orivoela con una compagnia La città all'incontro fortificò S. Chiara, il Palazzo del Principe di Salerno, del Duca di Gravina, e Monte Oliveto e quel del Segretario Martirano, ponendo dentro molti archibugieri, ed alcuni pezzi d'artiglieria minuta. Fatto questo, il Vicerè comandò che gli Spagnuoli non uscissero fuora delli loro Forti, e che attendessero solamente alla lor difensione; ma il popolo, essendo senza Capo, e senza timore, non si fermava mai ne di dì, ne di notte, dando sempre all'armi, ed assalti agli Spagnuoli, ed a guerra bandita gli danneggiavano, ed ammazzavano crudelmente insieme con gl'Italiani aderenti del Vicerè, saccheggiando le lor case e vigne, e tal volta scorrevano insino a Pozzuoli a danneggiare le cose del Vicerè, ed insino a Chiaja ad assaltare i Cavalieri, che per ordine del Vicerè stavano ivi alloggiati. Durò questa crudel guerra quindici giorni, ne' quali dì e notte continuamente si combatteva, le artiglierie delle Castella e delle Galee, non perdendo tempo, tiravano nella Città, dovunque si vedeva gente armata; e già il popolo incominciava a gridare, che l'artiglieria della Città si ponesse in ordine per combattere Castel Nuovo, e gli altri Forti; ma li Deputati non lo vollero in modo alcuno consentire, parendo loro che questo sarebbe stata ribellione aperta. Questa guerra si dovrebbe chiamar civile, e per ciò si avrebbe dovuto tacere il numero delli morti in essa; poichè Giulio Cesare non volle scrivere il numero degli uccisi da lui nelle guerre civili; ma non mancarono Scrittori, i quali, senza aver questo ritegno, ne hanno de' loro nomi empite le carte.

Ma ecco, stando la guerra nel suo fervore, che ritornarono da Cesare il Marchese della Valle e Placido di Sangro. Incontanente fu fatta tregua per intender la volontà dell'Imperadore, la qual Placido spiegò alla città nel pubblico Consiglio, dicendo che Sua Maestà ordinava e comandava alla città, che dovesse deporre l'armi in potere del proprio Vicerè, il quale l'avrebbe appresso manifestato compitamente qual fosse sua volontà circa questo fatto. Questa risposta, benchè parve alla città molto dura, dovendo depor l'armi, senz'altro intendere, in poter del proprio nemico armato, tuttavia volendo mostrare, che le cose passate non erano state con mala intenzione d'inobbedienza verso sua Maestà, volle senza replica ubbidire; e volontariamente tutti andarono senza tardar punto a consegnar l'armi a' Deputati in S. Lorenzo, li quali poi in nome del pubblico le rassegnarono al Vicerè in Castello; e quantunque ne mancassero molte, il Vicerè, appagatosi di questa ubbidienza, non volle procedere rigorosamente in farle rassegnar tutte, ma ben volle gli fosse rassegnata tutta l'artiglieria grossa della città; e del resto desideroso di veder quietate le cose, dissimulò, come savio, molte altre cose, in che avrebbe potuto mostrar rigore. Fatto questo, subito il Vicerè con grandissima diligenza attese a riformar la giustizia, ed il governo della città; s'aprirono i Tribunali, ed ognuno attese a' suoi negozj, come prima, facendo assicurare, ed acquietare gli animi de' cittadini, scusando ognuno, e dicendogli, ch'egli conosceva, che furono ingannati da alcuni, che per le proprie passioni, e perversi disegni proccuravano di sollevarli sotto scusa dell'_Inquisizione_ a far qualche rivoluzione, e che si rallegrava, che Iddio l'aveva liberati dalle loro mani: e per questo l'Imperadore perdonava a tutti, e ch'egli similmente faceva, ed era per fare qualsivoglia cosa per lor quiete e ristoro.

Ma la città, che tuttavia stava sospesa e desiderosa d'intendere qual fosse l'intera volontà dell'Imperadore, pregava il Vicerè, che la palesasse, poich'era pronta ad eseguirla. Perlochè a' 12 agosto fece chiamare in Castello i Deputati della Città, ed entrati che furono, fu alzato il Ponte, il che diede a que' di fuora non picciol terrore; ma il Vicerè raccoltigli benignamente, palesò loro la volontà dell'Imperadore, ch'era, che si contentava, che non fosse posta _Inquisizione_[45]; che perdonava alla città l'aver posta mano all'armi, poichè conosceva non esser venuto per ribellione: e che se Cesare Mormile, il Prior di Bari e Giovanni di Sessa fossero andati a S. M. in nome della città avrebbero avuto da lui compimento di giustizia. Li Deputati oltremodo allegri di questo, si partirono per andare a notificarlo alla città con sommo contento; ma poco da poi furono pubblicati trentasei eccettuati dalla grazia fatta dall'Imperadore, i quali essendo stati sentenziati a morte, avendo avuta tal notizia il Prior di Bari, Cesare Mormile e gli altri, fuggirono tutti via: solamente fu preso Placido di Sangro, e fu portato prigione in Castello; ma dopo certo tempo ne fur aggraziati molti, eccetto il Mormile, e tutti coloro, che andarono a servire al Re di Francia, a' quali furono confiscati i beni, e venduti: ed eccetto anche l'infelice Giovan Vincenzo Brancaccio, uno degli eccettuati, il quale per sua disgrazia fu preso, e decapitato.

Dopo questo venne lettera dell'Imperadore alla città dichiarandola _Fedelissima_, perdonandole gli eccessi dei precedenti rumori; ma per gl'interessi corsi per quel conto, la condannò in centomila scudi per emenda. Dichiarò anche, che tutto quello, che il Vicerè avea detto e fatto, era stato di sua volontà, e che per l'avvenire fosse tenuto e riverito come la sua Persona.

Stava la città quasi ristorata e quieta; ma con tutto ciò teneva maneggio col Principe di Salerno, che rimase per suo ordine nella Corte dell'Imperadore, non troppo ben mirato, nè in molto credito: anzi rimproverato d'essere andato Ambasciadore della città, lasciandola con l'armi la mano, ed anche perchè si diceva, che non era legittimo Ambasciadore, per non essere stato eletto da tutte le Piazze; e per questa cagione interteneva con lettere la città, che non s'assicurasse del tutto; e mandò a chiederle, che mandasse nuovi Ambasciadori a confermare all'Imperadore quanto gli avea esposto da sua parte; e per ciò furono mandati Giulio Cesare Caracciolo per li Nobili, e Giovanni Battista del Pino per lo Popolo, i quali partirono a' 2 dicembre, e furono gratamente uditi dall'Imperadore. Non molto da poi ritornò anche dalla Corte il Principe di Salerno, e segretamente dava speranza ad alcuni, che si moveano di leggieri a crederlo, che l'Imperadore gli area promesso di rimovere il Vicerè dal governo del Regno; ma il Vicerè, che sapeva la verità, stava saldo, e colla stessa autorità di prima continuò a governarlo fin che visse.

In cotal guisa i Napoletani costantemente s'opposero all'_Inquisizione_, Tribunale per essi cotanto odioso ed abborrito. Dalla lettera dell'Imperador Carlo in poi, non si parlò più d'_Inquisizione_; e tanto più fu posto poi a quella silenzio, quanto che gli animi di Cesare e del Papa s'erano ingrossati, e l'odio fra loro molto cresciuto; poichè essendo stato in una congiura nel proprio palazzo trucidato a' 10 settembre di quest'anno Pier Luigi Farnese figliuolo del Papa, il Pontefice se ne afflisse sopra modo: non tanto per la morte violenta ed ignominiosa del figlio, quanto per la perdita di Piacenza, e perchè vedeva chiaramente il tutto essere succeduto con participazione di Cesare. E morto il Pontefice Paolo III, il suo successore _Giulio III_, ad istanza di D. Giovanni Manriquez Ambasciadore di Cesare a Roma, ed a' prieghi della città, spedì Bolla a' 7 aprile del 1544, diretta al Cardinal Pacecco, allora Luogotenente del Regno per l'Imperadore, colla quale, per far cosa grata a Cesare, al detto Cardinale ed alla città ordinò, che non si facessero più confiscazioni di beni di Eretici nel Regno, cassando tutte quelle, che insino allora fossero fatte[46].

Intanto il Vicerè Toledo, per estirpare qualche falsa opinione, ch'era rimasa in alcuni, prestava facilmente il braccio secolare al Vicario di Napoli, che vi procedeva, secondo il prescritto de' Canoni, per via ordinaria. Egli è però vero, che non si sradicò allora l'abuso, che lo vedremo durare per più anni appresso, cioè di mandarsi i prigioni a Roma agli Ufficiali di quella Inquisizione, ovvero esigerne dagl'inquisiti le malleverie di presentarsi ivi avanti que' Ufficiali; poichè così nel tempo di D. Pietro, come de' suoi successori lo vediamo praticato, cioè, che andati gl'inquisiti in Roma, fatta la abjura, e la penitenza ad essi imposta dagli Ufficiali di quella Inquisizione, n'erano poi rimandati alle loro case.

§. II. _Inquisizione nuovamente tentata nel Regno di FILIPPO II ma pure costantemente rifiutata._

L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare d'Inquisizione, e passare avanti nel racconto degli anni dell'Imperio di Cesare e del governo del Toledo; ma io stimo serbar miglior ordine proseguendo questa materia insino agl'ultimi nostri tempi, affinchè per non interrompere il filo, e per non venire di nuovo a trattarla, tutta intera, quanta ella è, sia collocata sotto gli occhi d'ogni uno: affinchè in uno sguardo tutta ravvisandola, possano i nostri con esattezza vedere i suoi orrori, e con quanta ragione i nostri maggiori l'abbian sempre abborrita, e si conosca con ciò, quanto siano grandi le grazie che debbonsi rendere al nostro Augustissimo Principe, che ce ne ha ora affatto resi liberi, ed esenti.

L'abborrimento, che i nostri maggiori concepirono all'Inquisizione, si è veduto, che procedè dall'orribil modo di procedere dell'Inquisizione di Spagna contra i Mori e gli Ebrei, a tempo di Ferdinando il Cattolico: ora quest'avversione la vedremo assai più crescere per li nuovi e più terribili modi del Tribunal dell'Inquisizione di Roma, sotto il Pontificato di Paolo IV nostro napoletano. Questo Pontefice, assunto che fu al Papato, quando gli altri suoi predecessori s'affaticavano, o almeno lo fingevano, che per estirpar tanti novelli errori surti nella Germania non vi fosse mezzo più proprio, che la convocazione d'un Concilio generale; egli all'incontro reputava, che l'Inquisizione fosse il vero ariete contra l'eresia e la più valida difesa della Sede Appostolica; onde fu tutto rivolto a porre con rigorose Costituzioni in maggior terrore quel Tribunale[47]. Egli a' 15 febbrajo 1558 pubblicò una nuova Costituzione, la quale fece sottoscrivere da tutti i Cardinali, in cui rinovando qualunque censura, e pene pronunziate da' suoi predecessori, qualunque statuto de' Canoni, Concilj, e Padri in qualsivoglia tempo pubblicati contra gli Eretici, ordinò che fossero rimessi in uso gli andati in desuetudine, dichiarò, che tutti i Prelati e Principi, eziandio Re ed Imperadori caduti in eresia, fossero e s'intendessero privati de' Beneficj, Stati, Regni ed Imperj, senz'altra dichiarazione, ed inabili a poter essere restituiti a quelli, eziandio dalla Sede Appostolica: e li Beni, Stati, Regni, ed Imperj, s'intendano pubblicati e siano de' Cattolici, che gli occuperanno. E narra il Presidente Tuano[48], che, quando il Papa pochi anni prima di sua morte, si vide libero della cura della guerra, tutto si diede a render più vigorosa l'Inquisizione, ch'e' chiamava _Ufficio Santissimo_, volendo, che si esercitasse con la maggiore severità del mondo, come la sperimentò (per tacer d'altri) Pompeo Algieri da Nola, che come eretico lo fece bruciar vivo[49]. A questo fine vi prepose Michele Gisleri Domenicano, fatto da lui Cardinale per l'austerità, ed asprezza de' suoi costumi, acciò l'esercitasse con maggior rigore, siccome fece; non solo in questo tempo, ch'era Inquisitor generale, ma anche da poi fatto Papa col nome di _Pio V_, il quale durante il suo Pontificato usò tali severità contro i sospetti d'eresia, che il Presidente Tuano[50] non ebbe difficoltà di dire, che non senza orrore veniva a rapportarle. Volle ancora Paolo IV che a questo Tribunale si riportassero non solo le cause d'eresia, ma ancora altri delitti, li quali prima solevansi diffinire da altri Ordinari Giudici[51].

Erano surti fra noi a questi tempi li _Teatini_, li quali seguitando i vestigi del loro Istitutore, furono perciò tutti intesi ad invigilar sopra i Napoletani, e credevano non potere far cosa più grata al Pontefice, che andar a denunziare all'Inquisizione tutti coloro, ch'eglino credevano sospetti, ancorchè con debolissimi indizi, onde sovente di gravi disordini e tumulti nella città e nelle famiglie erano cagione; e se i Gesuiti surti nel medesimo tempo, loro emoli e competitori, non si fossero sovente opposti, di mali maggiori sarebbero stati cagione. Quindi l'abbominazione di questo Tribunale, non pur in Napoli, ma anche in Roma crebbe tanto, che morto il Pontefice Paolo a' 8 agosto del 1559, anzi ancora spirante, per l'odio concepito dal Popolo e Plebe Romana, gli ruppero la di lui Statua in Campidoglio, furono rotte le carceri ed estratti li prigioni, fu posto fuoco al luogo dell'Inquisizione, ed abbruciarono tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e mancò poco, che il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal Popolo bruciato[52].

Ma in questi tempi s'accrebbe lo spavento non solo per lo terrore, che dava l'Inquisizione di Roma, ma molto più per quello, che per opera del Re Filippo II diede in quest'anno 1559 l'Inquisizione di Spagna per l'occasione che racconteremo.