Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8
Part 6
Questo era lo stato delle cose nel 1546. Pareva che colla vigilanza continua del Vicerè, per tanti provvedimenti dati, non vi fosse bisogno di altro per toglier ogni timore d'introduzione di nuova dottrina contraria alla antica Religione; ma il Vicerè per le cose precedute, come d'affare così grave e rilevante, avea dato intanto all'Imperador Carlo V relazione distinta di quanto era occorso intorno a ciò in Napoli, mostrando che bisognava seriamente provvedere d'efficaci rimedj per mali sì gravi e pericolosi. L'Imperadore, che co' suoi proprj occhi vedeva que' disordini e le revoluzioni cagionate in Germania per questa nuova dottrina, stimò necessario (per non vedere gli altri suoi Stati dipendenti dalla Monarchia di Spagna nel medesimo disordine) che si dovesse seriamente pensare ad un efficace rimedio; e reputando il più opportuno, per riparare al male, non poter esser altro, che in quelli far erigere un Tribunal d'_Inquisizione_ all'uso di Spagna, affinchè i popoli atterriti, pensassero a vivere come prima, scrisse al Vicerè, che ponesse ogni suo studio in proccurare d'introdurre in Napoli l'Inquisizione all'uso di Spagna. Usasse però ogni industria ed accortezza d'introdurla senza alterazione de' Popoli, ma con modi soavi, covrendo con fino artificio il suo disegno. Avea Cesare fatta esperienza, quanto pericoloso fosse sforzare in ciò i Popoli; poichè avendo tentato di mettere a quell'uso l'Inquisizione in Fiandra, la vide in breve tempo tutta sconvolta e quasichè disabitata; imperciocchè molti avendo orrore di sì rigido Tribunale, lasciando le paterne case, si contentavano più tosto fuggire, ed andar altrove raminghi, tanto che fu egli obbligato levarlo e che più non se ne parlasse. Il Vicerè, prima di ricevere queste insinuazioni da Cesare, avea già da molto tempo pensato da se stesso a questo rimedio; ma sapendo, che l'Inquisizione era stata ai Napoletani sempre d'orrore ed odiosa, e che, nè Ferdinando il Cattolico, nè altri Vicerè, che più volte l'avean tentato, mai eran stati bastanti a metterlo in opera, rispose perciò all'Imperadore, che l'impresa era molto ardua, ma con tuttociò avrebbe egli usata ogni industria e poste in opera le più sottili arti, e come se nè da Cesare nè da lui procedesse, avrebbe proccurato spingere e tirar avanti il disegno nella maniera più accorta e cauta, che si potesse.
In questi medesimi tempi il Pontefice Paolo III, vedendo ancor egli, che in Italia andava serpendo il male, rinvigorì dall'altra il Tribunal dell'Inquisizione di Roma; e con intelligenza di Cesare mandò Commessarj dell'Inquisizione Romana per tutte le Province d'Italia, i quali però erano ricevuti con condizione, che dovessero procedere per via _ordinaria_, con manifestazione de' testimonj e, sopra tutto, senza la confiscazione de' beni.
Il Toledo reputando, che col fare apparire non da lui, ma da Roma, venir tentata l'impresa, e che sotto questo manto avrebbe coperto il suo disegno, proccurò col Cardinal Borgia, uno degl'Inquisitori di Roma suo parente, che, siccome erasi fatto nell'altre Province d'Italia, si mandasse in Napoli un Commessario, con Breve del Papa, dove si comandasse, che per via d'Inquisizione dovesse procedersi contra i Chierici, Claustrali e Secolari; siccome in effetto venne il Breve, ed al Vicerè fu comunicato, il quale però si pose in grande angustia per trovar il modo di poterlo far eseguire.
Narrasi, che 'l Pontefice di buona voglia, a' prieghi del Cardinal Borgia, avesse conceduto il Breve, non perchè egli si curasse molto di porre l'Inquisizione in Napoli, avendo scoperto i disegni di Cesare e del Toledo, che volevano porla all'uso di Spagna e non già di Roma (tanto che questa competenza giovò molto a' Napoletani) ma perchè tenendo odio occulto contra l'Imperatore, sapendo quanto fosse d'orrore a' Napoletani l'Inquisizione, giudicava, che col tentar di metterla in Napoli, si dovessero cagionare in questa città alterazioni, tumulti e sedizioni.
Uberto Foglietta genovese[40], seguito dal Presidente Tuano[41], scrive, che il Toledo a' Commessarj dell'Inquisizione venuti da Roma, che lo richiedevano secondo il costume, dell'_Exequatur Regium_ al Breve, avesse risposto, che in ciò non s'affrettassero tanto, ma tenessero presso di loro il Breve, perchè, quantunque per non insospettire i Napoletani odiosissimi all'Inquisizione, non poteva allora darlo, stessero però di buon animo, con tener sotto silenzio il tutto, perch'egli avrebbe oprato in modo, che il Breve s'eseguisse.
Però i nostri Scrittori napoletani, contemporanei non men che il Foglietta, a questi successi, i quali, siccome devon cedere all'eleganza e maestà del suo stile, così è di dovere, che, come forastiero, egli ceda per la verità e più minuta e distinta narrazione di questa istoria a costoro che trovaronsi presenti, e furono in mezzo di quegli affari, e li trattarono con pericolo della vita e perdita delle loro robe. Narrano questi, che il Vicerè, dopo alquanti giorni, dal Consiglio Collaterale fece dar l'_Exequatur_ al Breve; ma che non volle farlo pubblicare per la Città a suon di trombe, nè con prediche, per timor di qualche sollevamento; ma volle che solamente per cartone affisso nella porta dell'Arcivescovato si palesasse; nell'istesso tempo, ritiratosi egli a Pozzuoli, ove l'inverno soleva dimorare, ordinò a Domenico Terracina, quanto al Popolo odioso, altrettanto suo dependente, avendo a questo fine, (oltre averselo fatto compare) quattro mesi prima proccurato di farlo elegger di nuovo Eletto del Popolo, ed agli altri Ufficiali della città, de' quali egli si fidava, che insinuassero con dolci maniere alle lor Piazze, che non bisognava di quell'editto d'Inquisizione far tanto rumore, nè sgomentarsi tanto, poichè quello non era ad uso di Spagna, ma veniva per provisione del Papa, Giudice competente in quella causa, di che la città non avea occasione di dolersi del Vicerè, di cui non era volontà, nè dell'Imperadore di metter l'Inquisizione; ma che il Papa per moto proprio lo faceva, acciò, se la città fosse in qualche parte contaminata d'eresia, se ne avesse da purgare; e non essendo, se ne fosse con questa paura preservata.
Dall'altra parte i Napoletani, a' quali essendo noti gli artificj del Vicerè, erano entrati in sommo sospetto, aveano eletti perciò Deputati, li quali essendo più volte ricorsi al Vicerè per questi rumori, che si sentivano d'Inquisizione, furono altrettante volte assicurati dal medesimo, ch'egli non avrebbe permessa novità alcuna. Tuttavolta la fama essendo continua e grande, che l'Inquisizione sarebbe stata fra poco tempo posta, non cessavano i timori ed i sospetti; ma quando poi in un dì di Quaresima di questo nuovo anno 1547 coi propri loro occhi videro l'Editto affisso nella porta della Chiesa Cattedrale, il quale da molti letto, era esagerato molto più di quel che conteneva, cominciarono molti a sollevarsi e farne rumore, e corsi al Vicario dell'Arcivescovado (il qual udito il tumulto per timore s'era nascosto) fecero stracciare l'Editto. Il Vicerè inteso il tumulto, la Domenica delle Palme fece tosto chiamar a se il Terracina e gli altri Ufficiali della città, a' quali niente parlando d'Inquisizione, ma solo esagerando l'eccesso, persuadeva di doversi procedere contra i tumultuanti ad un severo castigo; e se bene quasi tutti erano per acconsentirgli, nulladimeno per tema del Popolo, già insospettito e sollevato, non risposero risoluti, ma diedero buone parole, con riserva di farlo intendere alle loro Piazze: perlochè congregati gli Eletti, così nobili, come popolari nelle loro Piazze, e proposto il negozio per arduo, conchiusero di dover andare dal Vicerè a Pozzuoli, e creati scelti uomini, e di qualità per Deputati, se n'andarono giuntamente a Pozzuoli, dove avanti il Vicerè, Antonio Grisone gentiluomo del Seggio di Nido parlò con molto vigore ed energia, mostrandogli quanto fosse stato sempre alla città e Regno odioso ed insoffribile il nome dell'Inquisizione, e sopra tutto, che trovandosi con facilità uomini ribaldi, che per denari e per odio facilmente s'inducono a far testimonianze false (il che molto bene poteva egli aver conosciuto, che per estirpar le scuole de' testimonj falsi, era stato costretto di far pubblicar contra d'essi un rigoroso bando a pena della vita) in breve tempo si sarebbe veduto il Regno e la città tutta sconvolta e rovinata; lo pregava per tanto, in nome di tutti, a non voler permettere, che a tempo suo, quando ne aveano ricevuti tanti beneficj, Napoli restasse di tanto obbrobrio e vergogna macchiata, e da così intollerabil giogo oppressa.
Il Vicerè gli rispose con molta umanità, dicendogli, che non era di mestieri, che per ciò si fossero incomodati di venir sino a Pozzuoli: che egli amava molto più di quel, che credevano, la loro città, la quale poteva chiamarla anche sua patria, non meno per avervi abitato tanti anni, che per aver maritata una sua figliuola ad uno de' suoi Nobili; che non era stata mai intenzione nè di sua Maestà, nè sua, d'imporre Inquisizione; anzi che più tosto avrebbe egli deposto il governo del regno, che soffrire questa novità in tempo suo: restassero per tanto sicuri, che d'Inquisizione non si parlerebbe mai. Soggiunse però, che sapendo essi, che molti, benchè ignoranti e di poco conto, parlavano troppo licenziosamente, e che perciò davano qualche sospetto d'infezione, non giudicava fuor di proposito, nè la città lo dovea tener per male, che se alcuni ve ne fossero, siano per la via ordinaria e secondo i Canoni inquisiti e castigati; acciocchè le persone infette non abbiano ad attaccar la loro contagione agli altri sani; e che per questo fine e non per altro, e credeva, che fossero stati affissi quegli Editti. I Deputati udita questa risposta, gli resero grazie infinite e tutti allegri tornati a Napoli, la riferirono alle Piazze, la quale sebbene avesse universalmente apportata somma allegrezza, nulladimeno molti da quelle ultime parole, di castigare i colpevoli per via di Canoni, non lasciarono il sospetto, interpetrando la mente del Vicerè non essere in tutto aliena dall'Inquisizione, ma di volerla cominciare con apparenza giusta, acciò col tempo ella passasse a termini più ardui, tanto che finalmente restasse poi da senno Inquisizione all'uso di Spagna.
Crebbe poi il sospetto dal vedere, che il Terracina co' suoi partigiani non tralasciava d'andar insinuando a' popolari di non doversi di ciò curar molto, e farne tanti schiamazzi; ma ciò da che più se ne resero certi fu, quando a' 21 di maggio dell'istesso anno 1547 videro nella porta dell'Arcivescovado affisso un altro editto assai più del precedente chiaro e formidabile, parlando alla scoverta d'Inquisizione. Allora la città si sollevò, e con grande strepito per le piazze di Napoli si gridò _arme, arme_: fu immantinente l'editto lacerato, il Popolo tumultuosamente corse dal Terracina, dicendogli che convocasse tosto la Piazza, acciò s'amovessero i Deputati vecchi sospetti d'intelligenza col Vicerè e si creassero i nuovi. Il Terracina, con mostrarsene renitente, accrebbe il sospetto; onde entrati in fretta dentro S. Agostino, congregata la Piazza, ed ivi esposto l'arduità dell'affare, ed il pericolo grande e la poca corrispondenza de' fatti alle buone parole del Vicerè, parve a tutti espediente di privare il Terracina del suo ufficio d'Eletto, ed i suoi compagni dell'ufficio di Consultori (perchè in quel tempo il Popolo li creava) e rifecero in suo luogo per Eletto _Giovanni Pascale_ da Sessa uomo audace e di fazione popolare, e per Consultori altri poco amici del Terracina e zelantissimi delle cose pubbliche.
Da queste forti resoluzioni del Popolo si mossero anche i Nobili, i quali avidamente ricevettero sì opportuna occasione per vendicarsi del Toledo, da loro in secreto odiato, i quali, non meno che i popolari abbominando l'Inquisizione, s'unirono con quelli, dando loro titolo di _fratelli_, avvertendoli sempre, che stessero vigilanti, atteso senza dubbio il Vicerè voleva l'Inquisizione, nè punto si fidassero delle sue parole, al quale, per togliere ogni ambiguità, bisognava resister apertamente, con dirgli, ch'essi non volevano Inquisizione nè all'usanza di Spagna, nè di Roma, e che insino alla morte, salva la riverenza al loro Principe, l'avrebbero contrastata. Il Terracina, e' suoi compagni rimasero in grandissimo odio col Popolo, ed il volgo, insino a' fanciulli, li chiamavano per le strade _Traditori della Patria_. Odiavano ancora, come dipendenti del Vicerè, il Marchese di Vico vecchio, il Conte di S. Valentino vecchio, Scipione di Somma, Federigo Caraffa padre di Ferrante, Paolo Poderico, Cesare di Gennaro e molti altri d'ogni Seggio.
Il Vicerè, udita la sollevazione del Popolo, il tumulto seguito, e come senza sua licenza erano stati imperiosamente privati de' loro ufficj il Terracina e gli altri, e che il Popolo alle sue parole e promesse, non dava alcuna credenza, fieramente sdegnato, minacciando, che avrebbe severamente castigati gli Autori di questi tumulti, se ne venne in Napoli; ed ancorchè da' Deputati si proccurasse raddolcire tanto sdegno, egli diede rigorosi ordini al Tribunal della Vicaria, che procedesse contra gli Autori, non men del tumulto, che della nuova elezione dell'Eletto, e Consultori: fra gli altri, che furono da quel Tribunale portati per Autori più principali, fu un tal _Tommaso Anello_ Sorrentino della Piazza del Mercato, uno dei primi Compagnoni di Napoli, e di gran sequela, il quale, così nell'elezione, come nella sollevazione, si era sopra gli altri distinto, ed era stato colui, che avea tolto il nuovo Editto dalla porta della Cattedrale e laceratolo. Costui, essendo stato citato dal Fisco, dopo molta discussione, se dovea presentarsi o no, alla fine vi andò accompagnato da infinita moltitudine, che postasi attorno al palazzo della Vicaria, ondeggiando aspettava, che il suo Cittadino licenziato se ne tornasse. Il Reggente della Vicaria Girolamo Fonseca, quando vide tanta moltitudine, giudicò meglio per allora licenziarlo dopo breve esame, che di ritenerlo: il quale tolto in groppa del suo cavallo da Ferrante Caraffa Marchese di S. Lucido, al Popolo assai caro, a cui fu dal Reggente consegnato, bisognò portarlo per molte piazze di Napoli per acquetare i tumulti nati tra' Popolari, che temevano della vita di quel loro cittadino. Il Vicerè, dopo questo, vedendo riuscir vani i suoi disegni, pien di cruccio se ne tornò a Pozzuoli; e poco da poi fu, per l'istessa cagione del tumulto, citato Cesare Mormile Nobile di Portanova, ed al Popolo assai caro, il quale vi andò con molta riserva, e ben accompagnato; onde il Reggente riputò anche lasciarlo andare per l'istessa cagione, che avea lasciato andar l'altro. Questo fatto assai dispiacque al Vicerè; ma dissimulandolo, avea rivolto l'animo al castigo ed alla vendetta, aspettando sol il tempo di poterlo fare.
Ma nuovo accidente accrebbe vie più i tumulti e disordini. Aveva il Vicerè, fra questo mezzo, da' presidj di fuora fatte venire in Napoli alcune compagnie di soldati spagnuoli al numero di 3000, alloggiandogli dentro il Castel Nuovo: un giorno, qual si fosse la cagione, all'improvviso fur veduti questi soldati spagnuoli uscir fuori de' fossi del Castello; a questo avviso, il Popolo insospettito, corse a pigliar l'arme, si chiusero le botteghe e le case e tutti armati corsero verso il Castello. Gli Spagnuoli cominciarono a tirar dell'archibugiate, e corsi sino alla Rua Catalana, saccheggiavano le case, uccidevan uomini e donne e fanciulli. I Napoletani corsi al campanile di S. Lorenzo fecero sonare quella Campana alle armi: al suono di questa Campana, siccome ivi accorsero molti cittadini, così si svegliarono i Regj Castelli, cominciando a tirar cannonate contra la Città, ancorchè con pochissimo danno. Dentro la città e sovente nelle osterie, ove erano trovati Spagnuoli, erano uccisi e tagliati a pezzi. I Tribunali si chiusero; tutto era disordine e rivoluzione; sin che, sopraggiunta la notte, fu sopito alquanto il tumulto.
Il Vicerè fieramente sdegnato pretendeva, che la città col prender le armi avesse commessa chiara rebellione: all'incontro gli Eletti e' Deputati dolendosi di lui; dicevano, che per odio delle cose passate avea fatto introdurre tanti Spagnuoli in Napoli per saccheggiarla, e che come non fosse stata città dell'Imperadore, ma o de' Franzesi, o de' Turchi, come nemico la faceva cannonare da' Castelli, e che di tutto ne avrebbero avvisato Cesare; ed avendo fatto congregare i più famosi Avvocati e Dottori di que' tempi, fra' quali teneva il primo luogo _Giovan-Angelo Pisanello_, tutti seguitando il voto del Pisanello, conchiusero, che la Città non potea incolparsi di ribellione; e che per ciò potesse armarsi contra l'adirato Ministro, non per altro, che per conservare al suo Re la città e Regno. Fu per tanto risoluto di far soldati per la difesa della città, e fu dato questo carico a Giovan Francesco Caracciolo Priore di Bari Cavaliere di Capuana, ed a Pascale Caracciolo suo fratello, a Cesare Mormile nemico del Vicerè, ed a Giovanni di Sessa Eletto del Popolo; ma l'autorità del Priore e del Mormilo era quella, che governava il tutto.
Inasprì maggiormente gli animi un nuovo accidente; poichè stando nel Seggio di Portanova alcuni giovani nobili di quel Seggio, passarono alcuni Alguzini di Vicaria, che conducevano prigione uno per debiti; e perchè la città stava sollevata e tutta in arme, stimandosi poco li Ministri di giustizia, que' Nobili trattennero gli Alguzini, e gli dimandarono per qual cagione portavano colui prigione: quel ribaldo alzando la voce, disse; _Signori, questi mi portano prigione per conto d'Inquisizione_; per le quali parole que' giovani leggiermente si mossero a farlo fuggire dalle loro mani. Saputosi ciò dal Reggente della Vicaria, ne prese cinque di coloro, de' quali tre se ne trovarono colpevoli, e subito ne avvisò il Vicerè. Costui subitamente da Pozzuoli, ov'era, si portò in Napoli, ed a' 23 di questo mese di maggio comandò, che que' tre giovani fossero portati in Castel Nuovo, e chiamato il Consiglio Collaterale, ancorchè il famoso _Cicco di Loffredo_ Presidente allora Reggente non vi consentisse; credendo che con usar sopra di loro estremo rigore s'avvilissero i Nobili, siccome il caso di Focillo avea fatto avvilire i Popoli, volle in tutte le maniere, che fossero condennati a morte ad uso di Campo; il che fu fatto, onde il dì seguente de' 24 ad ore 17 fur cacciati fuor del Castello e condotti a quel luogo ov'è solito piantare il talamo; e perchè il caso richiedeva prestezza, fur posti inginocchioni in terra, e scannati ad uso di campo.
Il Vicerè fatto questo, lusingato che con mostrar intrepidezza dovesse abbattere la superbia de' sediziosi, cavalcò subito per la Città accompagnato da molti Cavalieri spagnuoli e napoletani e con molti Soldati a piedi. Intanto i popolani, serrate le case e le botteghe, eransi posti tutti in arme e gridando, bestemmiando e minacciando andavan per la città a guisa di baccanti; per lo che i Deputati, quando intesero la risoluzione del Vicerè, mandarono a pregarlo, che per allora volesse differire di cavalcare, dubitando, che alcuno scellerato non avesse ardimento d'offenderlo, essendo il Popolo tutto in arme; con tutto ciò il Vicerè non volle lasciar di cavalcare, parendogli, che ciò sarebbe stata cagione di dar maggior animo a' sediziosi; onde i provvidi Deputati mandarono Cesare Mormile ed altri Cavalieri innanzi lungi dalla cavalcata, a raffrenare il Popolo, ch'era in grosse schiere armato per le strade, acciocchè non si movessero per niente contra il Vicerè. Ma fu cosa stupenda a vedere, che se bene non facessero movimento alcuno contra di lui, niente di meno a passar per le strade, non fu trovato uomo, nè picciolo nè grande che gli facesse con la berretta, o col ginocchio segno alcuno di riverenza, quando prima, sempre che cavalcava per la città, ogni uno correva a salutarlo con sviscerata affezione. Tanto l'orrore, che aveano all'Inquisizione, avea mutati gli animi loro.
Questa rigorosa giustizia e questa cavalcata del Vicerè imputata a disprezzo e poco conto, diede l'ultima spinta a maggiori sollevazioni e tumulti; poichè dubitando, che il Vicerè non volesse prender vendetta di tutti coloro, che gli aveano contraddetto al ponere l'Inquisizione, nella stessa maniera, che avea fatta con li riferiti tre meschini giovani, si posero nell'ultima disperazione; ed il Mormile, ed il Prior di Bari, per far credere al Popolo essere questo il disegno del Vicerè, fecero ad arte sparger voce, che il Vicerè mandava una Compagnia di Spagnuoli a prender prigione Cesare Mormile e tutti gli altri, che l'aveano contraddetto al poner l'Inquisizione. A questa voce fu sonata subito la Campana di S. Lorenzo ad arme, ove concorsero infiniti colle armi alle mani, con prontezza di morir tutti per la libertà della loro patria: allora i Capi prendendo l'occasione, e vedendoli così invasati, fatto pubblico Consiglio, ottennero facilmente di far conchiudere in quello più cose. Primieramente fu determinato, che si togliesse al Vicerè ogni ubbidienza. II. che per tal effetto si facesse fra' Nobili e Popolari una _Unione_, con proposito di morir tutti, o niuno. E per III. che si spedissero Ambasciadori a Cesare.
Fu fatta l'_Unione_, e per pubblico istromento firmata, e fu mandato un Trombetta ad intimarla a tutti que' Cavalieri napoletani, che s'erano racchiusi col Vicerè nel Castello, con protesta, che se non andavano a celebrar l'Unione con loro, metterebbero fuoco alle lor case e poderi; perlochè il Vicerè diede a tutti licenza, che v'andassero, per conservare i loro beni. Fu celebrata l'Unione, e preso un Crocifisso, andarono in processione per la città mescolatamente nobili e popolari, poveri e ricchi, titolati e non titolati, gridando; _Unione, Unione in servigio di Dio, dell'Imperadore e della città_; ed acciocchè ognuno entrasse in questa Unione, fu inventato, che chi non v'entrava, era chiamato _Traditor della Patria_; la qual fu di tanta forza, che tutti, grandi e piccioli, entrarono in quella, come in una venerabile Religione; perlochè il Vicerè ridendo soleva dire, che gli rincresceva molto di non aver potuto entrare in quella _Santa Unione_.
Fu eletto per Ambasciadore della città a Cesare, Ferdinando Sanseverino Principe di Salerno nemico del Vicerè, il quale pieno di vanità e leggerezza, in cambio di scusarsene, accettò con giubilo la carica; a cui fu aggiunto Placido di Sangro, e portatosi subito dal Vicerè a licenziarsi, ancorchè questi gli assicurasse, che se egli andava per l'Inquisizione non era bisogno, perchè egli gli dava parola di far venire privilegio dell'Imperadore di non mai metterla; con tutto ciò rispondendogli, che non poteva lasciar d'andare per averlo promesso alla città, se ne andò subito a Salerno per ponere in ordine la sua partita. Il Vicerè stette tutto quel dì nella porta del Castello per informarsi di quello che passava nella città, ed avuto avviso, che gli era stata tolta l'ubbidienza, e che non lo chiamavano più Vicerè, ma _D. Pietro_, voltatosi a que' Cavalieri, ch'erano seco, ridendo disse. Signori, andiamo a starci in piaceri; or che non ho che fare, perchè non son più Vicerè Di Napoli.
Pietro Soave[42] nell'Istoria del Concilio di Trento (ancorchè ciò si taccia da tutti gli Scrittori napoletani) narra, che la Città mandò anche Ambasciadori al Pontefice Paolo III, al quale, aggiunge, che i Napoletani si offerirono di rendersi, quando avesse voluto riceverli; e che Paolo, a cui bastava nutrire la sedizione, come faceva con molta destrezza, non parendogli aver forze per sostener l'impresa, avesse rifiutato l'invito; non ostante che il Cardinal Teatino Arcivescovo di quella città, promettendogli aderenza di tutti i parenti suoi, ch'erano molti e potenti, insieme coll'opera sua, che a quell'effetto sarebbe andato in persona, efficacemente l'esortava a non lasciar passare una occasione tanto fruttuose per servizio della Chiesa, acquistandole un tanto Regno.