Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8
Part 32
Non meno da Francia e da Inghilterra, che da Costantinopoli vennero in questi tempi al Conte ed a noi i mali e le travagliose cure. L'apparecchio d'una potentissima armata, che facevasi in Costantinopoli, pose il Regno in molti timori, ed in grave costernazione: per prevenire il male, il vigilante Vicerè fece tosto provedere di munizione, e di gente le Piazze più gelose del Regno, e particolarmente i Castelli di Brindisi, d'Otranto, di Taranto e di Gallipoli: fece radunare anche la Cavalleria e Fanteria de' Battaglioni, e pose alcune Fregate in que' mari, che vegliassero a' disegni dell'inimico. Ed in effetto queste precauzioni, ancorchè dispendiose, non riuscirono infruttuose: poichè nell'anno 1593, tentatasi in vano da' Turchi l'invasione della Sicilia, s'avvicinarono alla Catona, luogo della Calabria vicino a Reggio, dove subitamente accorso Carlo Spinelli, dichiarato Capitan a guerra dal Vicerè, convenne loro partirne, se bene con preda d'alcuni, e di qualche danno recato alla campagna: ma ritornati a' 2 di settembre al Capo dell'Armi, diedero fondo con cento vele nella Fossa di S. Giovanni, saccheggiarono Reggio, e quattordici Terre di quel contorno: e comparsi ne' Mari di Taranto e di Gallipoli, scorgendo di non potere in quelle spiagge tentar cosa di loro profitto, per la vigilanza delle soldatesche che le guardavano, si ritirarono alla Velona.
Ma con tutte queste fastidiose cure e travagliose occupazioni, non mancò con perenni monumenti, che si ammirano ancora, di beneficare la Città e Regno ad imitazione de' suoi predecessori. A lui dobbiamo quel maestoso piano, che si vede fino al dì d'oggi davanti al Regio Palagio, il qual serve non meno alle milizie di Piazza d'armi, che d'Anfiteatro dignissimo alla Nobiltà, in occasione di giostre, giuochi di tori, tornei ed altri spettacoli. A lui dobbiamo la strada, che da Napoli conduce in Puglia fatta di suo ordine spianare per maggior comodo de' Viandanti. A lui si deve l'ingrandimento del Ponte magnifico della Maddalena su il fiume Sebeto; e 'l ristoramento dell'altro, che conduce dalle radici del Monte d'Echia al Castello dell'Uovo. Alla sua magnificenza parimente si dovea il prospetto della Chiesa di S. Paolo de' PP. Teatini, ove era il Tempio dedicato a Castore e Polluce, riducendolo in quella forma, che si vedeva prima che l'abbattesse il tremuoto accaduto a' 5 giugno del 1688, ed alla sua pietà dobbiamo il ristoramento delle tombe e sepolcri de' Re Aragonesi posti nella Sagrestia di S. Domenico, i quali, coperti di broccati, fece riporre nel medesimo luogo sotto ricchissimi baldacchini. Egli in fine con maggiore utilità fece edificare quel palagio, che diciamo la Polveriera, per evitare il pericolo degl'incendj tante volte accaduti, facendolo perciò costruire in luogo disabitato fuori la Porta Capuana, per uso della fabbrica della polvere.
Durò il suo governo nove anni, ne quali pubblicò intorno a cinquantotto Prammatiche, donde si vide quanto gli fosse stata a cuore la giustizia, la emendazione de' Magistrati, q la uguale distribuzion delle Cariche a proporzione del merito. Tolse egli molti abusi introdotti nel Tribunale della Vicaria, e del S. C. e fece molte ordinazioni per la sollecita spedizione delle cause, e diede varj provvedimenti intorno alla pubblica annona, li quali possono vedersi nella Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche. Partì da Napoli per la venuta del successore a' 25 novembre dell'anno 1595, accompagnato dalle benedizioni de' popoli, lasciando in Napoli, quasi per pegno del suo amore, D. Giovanna Pacecco sua nipote, maritata con Matteo di Capua Principe di Conca e G. Ammiraglio del Regno.
CAPITOLO VI.
_Del Governo di D. ERRICO DI GUSMAN Conte di OLIVARES: Sue virtù, e leggi che ci lasciò._
Il Conte di Olivares fu uno de' più savj e prudenti Ministri ch'ebbe in questi tempi la Spagna, e per la grande perizia e facilità che avea nell'espedizione degli affari politici e più gravi della Monarchia, s'acquistò presso gli Spagnuoli il soprannome di _Gran Papelista_. Fu egli perciò dal Re Filippo II, savio discernitore dell'abilità de' soggetti, impiegato nelle cariche di maggior confidenza e più gravi, avendolo in tempi cotanto difficili mandato suo Ambasciadore nella Corte di Roma, appresso la persona del Pontefice Sisto V, con cui, per l'ingegno di questo Papa cotanto stravagante e bizzarro, per lo spazio di molti anni ebbe a trattare affari molto fastidiosi e difficili. In tempo di questa sua ambasceria gli nacque D. Gaspare di Gusman, chiamato poscia il Conte Duca: quegli che sotto il Regno di Filippo IV governò con titolo di privato per lo spazio di ventidue anni la Monarchia. Di Roma passò poi a governar la Sicilia, donde dal Re Filippo fu destinato successore del Conte di Miranda. Giunse egli in Pozzuoli nel mese di novembre di quest'anno 1595, e dopo alcuni giorni entrò in Napoli ricevuto con molto applauso, e con le solite cerimonie del Ponte, Sindico e Cavalcata.
Non passò lungo tempo, che ciascuno s'accorse del suo genio serio e severo, e lontano da' passatempi. Non curava molto, che i Nobili lo corteggiassero nelle anticamere: diede bando alle danze, alle commedie, ed alle feste, solite farsi in Palazzo da' suoi predecessori. Tutta la sua applicazione era in dar udienza ad ogni ora; soprantendere con vigilanza alla retta e rigorosa amministrazione della giustizia: e quello, che lo distinse sopra tutti gli altri fu lo studio grande, che pose nell'economia del Governo, cosa non molto curata dagli Spagnuoli, anzi dell'intutto da loro sempre trascurata.
A questo fine pubblicò molte Prammatiche, colle quali riformò molli abusi, e particolarmente la vanità de' Titoli, che in iscritto, ed a voce molti superbamente arrogavansi, ed i lussi smoderati negli abiti delle donne. Al suo genio severo s'accoppiò quello di Lodovico Acerbo, Giureconsulto genovese di nazione, da lui creato Reggente di Vicaria, il quale non meno delle gravi, che delle colpe leggiere era giusto vendicatore. Si sterminarono per ciò i ladri ed i giocatori, e le campagne furono in riposo. Vegghiava, perchè nella città e nel Regno l'abbondanza non mancasse, dandovi provvidi ordinamenti, facendo a tal fine costruire quel Palazzo, che chiamiamo la Conservazione delle farine, per riporvi li frumenti e le farine, che vengono per via del mare, per servigio della pubblica annona; e poste in assetto queste due importantissime faccende, s'applicò ad abbellire la Città, colla scorta del Cavalier Domenico Fontana famoso Architetto di que' tempi. Egli fece appianare la strada, che dal Molo grande conduce al picciolo, ed ergervi una fontana: diede principio all'altra, che dalla marina del vino conduce alla Pietra del Pesce, ridotta poi a perfezione dal Conte di Lemos suo successore. Fece appianare ed allargare e porre in linea retta la strada, che dal Convento della Trinità di Palagio conduce a S. Lucia, volendo che dal suo cognome si chiamasse _Via Gusmana_. Egli diede l'ultima mano all'ampio edificio del maggior Fondaco, o sia Regia Dogana di Napoli, ed oltre molte altre magnifiche sue opere, che adornano questa città, rialzò il tumulo di Carlo Martello Re d'Ungheria, e lo ridusse in quella magnificenza, che ora veggiamo sopra la porta del Duomo di Napoli.
Ma la morte accaduta a' 13 di settembre del 1598 del Re Filippo II (della quale diremo più innanzi) di cui egli in gennajo del nuovo anno 1599 fece celebrare pompose e superbissime esequie, abbreviò gli anni del suo governo; poichè non avendo trovato presso il nuovo successore Filippo III quella grazia, della quale egli interamente godeva con suo padre, diede a' suoi emoli campo di querelarlo al nuovo Re, per un'occasione che diremo. Per li fallimenti seguiti di diversi Banchieri con grandissimo danno di non poche persone, che tenevano il denaro nelle loro mani, fu proposto al Vicerè dal Mercatante Salluzzo genovese l'espediente di istituire in Napoli una Depositaria generale, nella quale si dovessero fare tutti i depositi della città e del Regno: vi si opposero i Deputati della città, affermando, ch'essendovi molti Banchi fondati da' Luoghi Pii, e governati con sommo zelo, ne' quali potevano farsi sicuramente simiglianti depositi, non era ragionevole violentare l'arbitrio dei Cittadini a confidare il denaro in mano de' forastieri. Ma perchè l'espediente pareva al Vicerè, che fosse molto profittevole al pubblico, interpetrando l'opposizione de' Deputati per un emulazione invidiosa alla sua gloria, fece imprigionare il Principe di Caserta, Alfonso di Gennaro, ed Ottavio Sanfelice, come quelli ch'erano stimati fra Deputati di maggiore autorità. Offese da ciò le Piazze di Capuana, Porto e Montagna, dopo avere eletti altri Nobili per empire i luoghi de' prigionieri, spedirono segretamente alla Corte di Madrid Ottavio Tuttavilla de' Conti di Sarno, affine di rappresentare al Re le violenze usate dal Conte per opprimere nelle persone de' Deputati le ragioni della città. Il Vicerè informato, che ogni cosa era cagionata da' consigli di D. Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, allora Scrivano di Razione, fece imprigionarlo, pigliando il pretesto dell'accuse fattogli promovere contra dal Marchese della Padula Giovan-Antonio Carbone nemico del Duca. La nuova carcerazione del Sangro accrebbe alla Corte le querele contra il Vicerè, e diede maggiormente spirito al Tuttavilla d'esclamare a' piedi del Re, e dipingere a suo modo i rigori e le violenze, ch'e' diceva praticarsi dal Conte contra la Nobiltà e suoi fedeli vassalli, per soddisfare alla propria vendetta con pregiudizio della giustizia. Il Re nuovo al governo de' suoi Regni, deliberò per tanto di rimuoverlo, e gli destinò per successore il _Conte di Lemos_, il quale venuto in Napoli all'improvviso, obbligò l'Olivares a partirsi tosto, e ritirarsi in Posilipo nel Palagio del Duca di Nocera. donde, a 18 di luglio dell'anno 1599, s'incamminò alla volta di Spagna. Fu creduto, che il suo governo sarebbe stato più lungo, se non fosse accaduta la morte del Re Filippo II; poichè non poteva desiderarsene uno più giusto, ed una provvidenza più saggia, ed una applicazione più indefessa di quella, che ammirossi nel Conte. Lo dimostrano le leggi, che ci lasciò, avendo egli in questi quattro anni del suo governo promulgate intorno a trentadue Prammatiche, tutte utili e sagge, le quali potranno leggersi nella tante volte mentovata _Cronologia_ prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO VII.
_Morte del Re FILIPPO II, suo testamento, e leggi che ci lasciò; e delle varie Collezioni delle nostre Prammatiche._
Intanto il Re Filippo grave già d'anni e da molte e varie infermità travagliato, scorgendo non dover essere molto lontano il fine de' suoi giorni, cominciò seriamente a pensare alla partita, ed a provvedere, per quanto l'umana prudenza può giungere, a' mali, che dopo la sua morte avrebbero potuto sorgere, cadendo la Monarchia in mano di Filippo suo figliuolo. Era già morto il Principe D. Diego, e sol rimaneva per successore di una sì ampia Monarchia _Filippo_, giovane, e ch'egli ben conosceva inesperto, non meno al maneggio degli affari di Stato, che a trattare le armi. A questo fine e' sollecitò la pace col Re di Francia Errico IV, affinchè mancando, non lasciasse il figliuolo nel principio del suo Regno intrigato in una guerra con un Principe cotanto allora invitto e potente: fu conchiusa questa pace a Vernin li 2 maggio di quest'anno 1598, l'istrumento della quale è rapportato da Lionard nella sua Raccolta[359], onde nel mese di giugno del medesimo anno, imitando l'Imperador Carlo suo padre, cominciò a disporsi a tal passaggio e ad abbandonare le cure moleste del Regno, e sentendosi per li continui dolori d'_artritide_ molto debilitato, ancorchè i medici fossero di contrario parere, egli in ogni modo volle, che vivo fosse trasferito nel Monastero di S. Lorenzo dello Scuriale, lontano da Madrid sei leghe, dove avrebbe dovuto portarsi, morto che fosse. Quivi giunto se gli accrebbero i dolori della chiragra e pedagra: nè questi bastando, se gli aggiunsero altri mali, e fra gli altri s'osservò nel ginocchio destro un doloroso tumore, che aperto, ancorchè si mitigasse il dolore, non per ciò s'ebbe speranza di sua vita; anzi poco da poi se ne videro quattro altri nascere nel petto, che parimente aperti, diffusero per tutto il corpo un così pravo umore, che cangiossi in una colluvie sì grande di pidocchi per tutta la persona, che quattro uomini, di continuo a ciò impiegati, appena bastavano a mondarlo di tanta sporcizia: se gli aggiunsero da poi una febbre etica terzana, più ulcere alle mani, ed agli piedi, una disenteria, un tenesmo e finalmente una manifesta idropisia, non cessando intanto la colluvie de' pidocchi, la quale non meno d'uno miserando spettacolo, serviva per un gran documento a tutti delle umane cose. In questo stato però, cotanto spietato e doloroso, serbò egli sempre una somma costanza e fortezza d'animo; finchè assalito da un parossismo, avendo già preso il Viatico, si dispose agli ufficj estremi: fece per tanto, prima di rendere lo spirito, chiamarsi il Principe Filippo e Chiara Eugenia Isabella sua dilettissima figliuola; e dall'Arcivescovo di Toledo in loro presenza e degli altri Grandi della sua Corte, prese la penitenza: è questa penitenza una spezie di consecrazione, già da molti anni solita usarsi in Ispagna tra' Principi e Grandi, della quale S. Isidoro nella Cronica prefissa alle leggi de' Westrogoti fece menzione, distinta dall'Estrema Unzione, che usa la Chiesa. Poi voltatosi a Filippo gli raccomandò caldamente la sua sorella, e diegli alcuni avvertimenti, ch'egli in vita avea scritti e tenevagli serbati per darglieli nell'estremo di sua vita. Si prescrisse egli stesso la pompa dei suoi funerali; ed aggravandosi l'agonia, benedisse i figliuoli, e quelli licenziati, finalmente rese lo spirito a' 13 di Settembre di quest'anno 1598 nel settantesimosecondo anno di sua età dopo averne regnato quarantaquattro.
Fu Filippo di statura breve, ma venusta, di volto grave, ma giocondo, ben fatto di membra, e di biondo crine. Fu d'ingegno elevato e sagace: nell'ozio desideroso d'affari: accurato nel trattargli e dalle altrui calamità cercava trar profitto, colle quali arti seppe conservare, ed accrescere ciò che il padre aveagli lasciato, esperimentò quanto grande, altrettanto varia e difforme fortuna. Quattro anni prima si trovò avere in Madrid fatto il suo testamento. In quello, prima d'ogni altro, ordinò, che si soddisfacessero con buona fede tutti i suoi creditori: si rifacesse il danno cagionato a' privati per le cacce, che aveasi riserbate nelle selve ed altri luoghi, ch'egli aveasi chiusi a questo fine. Lasciò molti maritaggi da dispensarsi a povere vergini di buona fama: altri Legati fece per redenzione de' cattivi Cristiani, ch'erano in ischiavitù in mano de' Turchi: molte elemosine e Legati pii lasciò a varie Chiese, imponendo a' suoi Esecutori, che vendessero tanti suoi mobili per soddisfarli, li quali, se non bastassero, ordinò, che il rimanente si supplisse dalle gabelle e dazj de' suoi Regni.
Raccomandò il culto e venerazione, che deve prestarsi alla Chiesa Romana, comandando, che gli Ufficiali dell'Inquisizione, destinati per estirpare le nascenti sette, siano stimati ed avuti in pregio e che se mai accadessero controversie intorno all'interpetrazione di questo suo testamento, quelle si commettessero alla decisione de' Giureconsulti e Teologi periti.
Ordinò, che tutto il suo regal patrimonio, con le ragioni, privilegi e gabelle de' suoi Regni, Stati e città, sia diligentemente conservato: non si alienassero, non s'impegnassero, o si dividessero; ma tutte unite si serbassero al suo erede, acciò con più vigore possa difendere la grandezza del suo Imperio e la Religione Cattolica.
Che parimente il Regno di Portogallo, per succession legittima novellamente a lui pervenuto, con tutte l'Isole nel Mare Atlantico, e nell'Oriente a quello appartenenti, resti unito al Regno di Castiglia, di maniera che da quello per niun tempo o cagione possa separarsi.
Istituisce poi suo erede universale ne' Regni di Castiglia, d'Aragona, di Portogallo e di Navarra, Filippo suo carissimo figliuolo. Nel Regno di Castiglia come a quello uniti, comprende i Regni di Lione, di Toledo, di Galizia, di Siviglia, di Granata, di Cordova, di Murcia, Jaën, Algaria e Cadice, le Isole Fortunate, le Indie, l'Isole, e 'l continente del Mare Oceano, del Mare Settentrionale e Meridionale: quelle che si sono già scoverte, e quelle, che in avvenire si scovriranno.
Sotto il Regno d'Aragona comprese i Regni di Valenza, di Catalogna, di Napoli, Sicilia, Sardegna e le Isole Baleari, Majorica e Minorica.
Sotto quello di Portogallo, comprese Algarbe, le Regioni e le città in Affrica, l'Isole e gli altri paesi nel Mare Orientale.
Parimente istituì erede l'istesso Filippo nel Ducato di Milano e nelle Dizioni di Borgogna, ripetendo la clausola, che tutti questi Regni interamente cedano al primogenito suo erede, nè che in alcun caso possano dividersi, separarsi, ovvero pignorarsi, eccettuatone quando ciò si faccia per contratto celebrato dalle corti del Regno, secondo la forma prescritta dal Re Giovanni II, in Valladolid nell'anno 1442, e poi confermata da' Re Ferdinando ed Isabella ed ultimamente dall'Imperador Carlo suo padre, parimente in Valladolid nell'anno 1523.
Mancando Filippo senza figliuoli, gli sustituì Isabella sua figliuola, e questa parimente accadendo morire senza prole, le sustituisce Caterina e i di lei figliuoli col medesimo ordine, li quali mancando, sustituisce Maria Augusta sua sorella e i di lei figli col medesimo ordine: e finalmente, questi mancando, sustituisce colui, che dalla legge sarà chiamato alla successione, purchè però questi fosse vero Cattolico, nè macchiato di eresia, ovvero di quella sospetto[360].
Dall'unione di questi Regni ne eccettuò le Dizioni di Borgogna, sotto il nome delle quali intese la Contea, il Principato di Lucemburg e Limburg, Namur, Artois, l'Annonia, la Fiandra, Brabante, Malines, la Zelandia, Olanda, Frisia e la Gheldria, le quali all'Infante sua figlia avea destinate per dote. Per ultimo, per evitare i pericoli degl'Interregni sotto i Tutori e Reggenti, rinnovò ne' suoi Regni la legge e stabilì, che subito che il Principe successore giunga all'età di quattordici anni, si abbia come maggiore e che per se medesimo possa amministrare il Regno.
Due anni da poi, trovandosi nel Monistero di S. Lorenzo, ordinò un codicillo, nel quale confermando il testamento prima fatto, fra le altre cose raccomandò, che le sue ragioni sopra il Regno di Navarra e sopra Finale, occupato da lui non guari innanzi nel Genovesato, si rivedessero esattamente da uomini probi e periti, e trovatele forse di poco momento, affin di quietarsi la sua coscienza, si pensasse all'emenda. Nel medesimo codicillo fu destinata Gregoria Massimiliana, figliuola di Carlo Arciduca d'Austria per moglie a Filippo erede; ma questa essendo morta dopo pattuite le nozze, fu la sorella Margarita assunta in suo luogo. Parimente fu destinata l'Infante Isabella per moglie ad Alberto d'Austria, assignandosele per dote la Fiandra.
Narra il Presidente Tuano[361], che oltre di questo codicillo, si parlava ancora d'avere egli lasciati alcuni secreti precetti e ammonizioni trascritte da molte note, le quali, ordinò nel medesimo codicillo, doversi abbruciare dopo la sua morte. Infra gli altri ingenuamente confessava aver egli inutilmente consumati più milioni, nè altro averne ritratto, che il solo Regno di Portogallo, il quale reputava colla medesima facilità potersi perdere, colla quale fu perduta la speranza concepita dell'acquisto del Regno di Francia: per ciò ammoniva suo figliuolo, che stesse vigilante negli interessi de' vicini Regni e secondo le risoluzioni di quelli prendesse consiglio: che per ben governare la Spagna attendesse a due cose, alla civile amministrazione, con tenersi ben affette la Nobiltà e l'Ordine Ecclesiastico, ed alla navigazione dell'Indie: proccurasse unione e concordia co' Principi vicini, poco fidando ne' lontani. Imponeva al primogenito che sopra tutto coltivasse amicizia stretta co' Pontefici Romani, fosse a quelli riverente ed in tutte le occasioni si mostrasse apparecchiato a sovvenirgli. Si conciliasse l'amore de' Cardinali, che dimoravano in Roma, affinchè per mezzo di quelli nel Concistoro e nel Conclave acquistasse autorità. Si conciliasse parimente l'amore de' Vescovi della Germania, ed avesse pensiero, che le pensioni che loro si somministravano, non per Cesare o per li suoi Ministri, ad essi si distribuissero, come prima, ma si servisse in tutto dell'opera de' proprj Ministri. Lo persuadeva in fine, che richiamasse dalla Francia, ove era esule, Antonio Perez e lo facesse ritirare in Italia, con legge però, che non mettesse il piede nè in Ispagna, nè nelle Fiandre.
Con queste disposizioni e ricordi, morto Filippo, fu il suo cadavere con poca pompa seppellito nella Chiesa di S. Lorenzo, vicino al corpo della Regina Anna sua ultima moglie, come egli avea prescritto. E nel medesimo giorno il Re Filippo, che di qui avanti lo diremo III, scrisse al Pontefice, dandogli con molte lagrime insieme ed ossequio, avviso della morte del Re suo padre, chiedendogli in tanta mestizia qualche suo conforto, e due giorni da poi partì con la sorella e si portarono in Madrid, mentre s'apparecchiavano ivi le esequie con regal pompa e fasto. Il giorno di San Lucca nel Convento di S. Girolamo s'erse il mausoleo: ed assisterono a questi lugubri uffici il Re e la sorella: gli Ambasciadori del Papa, di Cesare e del Senato di Venezia: gli Ordini delle Religioni militari: i Reggenti de' Consigli di Castiglia, d'Aragona, dell'Inquisizione, d'Italia, dell'Indie ed altri Signori e Grandi di quella Corte.
In Napoli giunse la mestissima novella di sua morte nel principio d'ottobre di quest'istesso anno 1598, ed il Re _Filippo III_ non mancò di scrivere agli Eletti di lei avvisandogli, com'era piaciuto al Signore di chiamare al Cielo suo padre, e però voleva, che con l'usata fede attendessero al suo servizio, eseguendo quanto in suo nome avesse loro comandato il Conte di Olivares, che confermava suo Vicerè e supremo Ministro, com'era stato fin allora del Re suo padre. Si congregarono per ciò i Baroni nel regal Palagio con la maggior parte della Nobiltà ed Ufficiali, dai quali accompagnato a' 11 del medesimo mese d'ottobre cavalcò il Vicerè per Napoli, e coll'usate cerimonie e solennità si gridò il nuovo Re per tutta la città e principalmente nelle cinque Piazze de' Nobili ed in quella del Popolo. Il giorno appresso si vide tutta la città in lutto e s'ordinarono dal Vicerè superbi funerali. Si diede ordine, che il mausoleo s'ergesse nella Chiesa Cattedrale, dove si dovessero celebrare l'esequie con pompa regale e conveniente ad un tanto Principe. L'ultimo di gennajo del nuovo anno 1599 fu il dì destinato a tanta celebrità, nella sera del quale si cominciarono, e finirono nella mattina del dì seguente con tanta magnificenza e pompa, che Napoli non ne vide altra volta nè pari, nè maggiori: fu data dal Vicerè la cura d'attendere all'invenzioni ed agli ornamenti, così del mausoleo, come anche della Chiesa ad _Ottavio Caputi_ di Cosenza, il quale, oltre avere adempite le parti a se commesse, diede poi alle stampe un volume, dove minutamente furono queste pompe funerali descritte, colle composizioni, che vi s'affissero di varj ingegni Napoletani, e per la maggior parte de' Gesuiti, presso i quali allora era in Napoli quasi che ristretta la letteratura.