Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8
Part 31
Pubblicata ch'ebbe Gregorio questa sua _Emendazione_, perchè fosse ricevuta da tutti i Principi Cattolici e sopra ogni altro dall'Imperadore e da' Principi d'Alemagna, spedì a Cesare il Cardinal Lodovico Madruccio Vescovo di Trento; ma essendosi nella Dieta d'Augusta proposto quest'affare, dai Principi quivi assembrati fu riputato un grande attentato del Pontefice d'aver posto a ciò mano, e di grande oltraggio all'autorità di Cesare e dell'Imperio, nè doversi permettere la pubblicazione del nuovo Calendario in Germania. Appartenere ciò agl'Imperadori di farlo, siccome fece _Giulio Cesare_, e da poi nell'Imperio d'Occidente _Carlo Magno_, il qual diede egli a' suoi Germani il Calendario in lingua Tedesca. Ciò che fecero i Padri nel Concilio Niceno, fu per autorità di _Costantino Magno_ Imperadore, per comando del quale s'era convocato quel Concilio: doversi pertanto rifiutare il nuovo Calendario, tanto maggiormente, che quello fu fatto, non ricercati i Principi dell'Imperio, nè il consenso degli Ordini. Cesare vedendo la costante risoluzione de' Principi, e delle città della Germania, che aveano ricevuta la Confessione Augustana, di non riceverlo, differì di trattar quest'affare, e comandò che ne' giudizj della Camera s'osservasse l'antica forma sin allora tenuta[346].
(In Germania presso i Protestanti nella fine del secolo XVII si fece una nuova emendazione del Calendario, togliendone dall'anno 1700 undici giorni, la quale è ancora in uso presso i medesimi, la di cui istoria meglio sarà, che qui si noti colle parole istesse di Burcardo Struvio[347]. _Ad finem properabat seculum decimum septimum, dum fasti Mathematicorum consilio varie emendarentur. Erhardus Weigelius, nostrae olim Academiae fidus, in diversis non sulum Protestantium aulis, Suecia potissimum, et Danica, sed etiam in Comitiis Ratisbonensibus, IV. Octobris St. v. 1699 Calendarii emendationem proponebat, modo simul exhibito, qua ratione fieri possit. Agebatur de hoc negotio in Corpore Evangelicorum, consultabantur alii Mathematici, horumque rationibus auditis, XXIII septembris 1699, conclusum Corporis Evangelicorum fuit factum, ut undecim dies post XVIII, februarium St. v. sequentes, ex anno 1700 ejicerentur, celebratio Paschatos, neque juxta Cjclum Dionysianum in Juliano Calendario receptum: sed secundum calculum astronomicum, uti Concilii Nicaeni tempore factum, instituatur, atque abusus Astrologiae judiciariae ex Calendariis tollantur. Mathematici de reliquis imposterum inter se conferant. Pubblicabatur ex eo novum Calendarium_ (der verbesserte Calender) _cujus adhuc usus est apud Germanos Protestantes. Scripta huc facientia reperiuntur in Fabri Staats-Cantzley_[348]. _Facit huc etiam Jacobi Brunnemanni Dissertatio de jure undecim dierum Calendario subtractarum_. Rink _pag_. 1350. Questo stesso Scrittore avendo fatto ristampare in _Jena_, nell'anno 1730, la stessa opera in due Tomi in folio, con aggiungervi alcune altre note, allungandola sino all'anno 1730, e variando in una sola parola il titolo, surrogandovi, in vece di _Syntag_. quella di _Corpus Hist. Germ_. al periodo 10 _sect_. 10 _sect_. 13 _de Carolo VI_ § 36 _Tom_. 2, _pag_. 4101 aggiunge: _De celebrando Paschate anni 1724 oriebatur controversia, an illud cum Catholicis die XVI. Aprilis secundum Cyclum Dionysianum, atque Gregorianum sit celebrandum, an vero secundum verum calculum Astronomicum, prout in Concilio Niceno sit decretum. Prolata igitur Societatis Scientiarum et variorum Mathematicorum sententia conclusum fuit in conferentia Evangelicorum d. XXX. Januarii_ 1724, _ut non solum Calendarium emendatum in Protestantium terris conservetur, sed etiam Paschatos festum An._ 1724 _d_. IX _Aprilis secundum verum calculum Astronomicum celebretur, idemque an_. 1744, 1778 _et_ 1798, _quibus annis terminus Paschatos ab illo Catholicorum differat, observandum, probcque cavendum, ne Pascha Christianorum cum Judaeorum Paschate coincidat. Extant acta apud Fabrum Tom XLI c. 10 Tom. XLII c. 10, Tom. XLIII c. 12, Tom. XLIV, c. 14 Tom. XLV, c 8, Tom. XLVI, c. 11 Tom XLVII, c. 10 Tom. XLVIII, cap. 8. Facit huc Collegae nostri honoratissimi, Jo. Bernhardi Wideburgii dissertatio, de imperfectione Calendarii Gregoriani, ejusdemque anno 1724 discrepantia a Calendario correcto Jenae 1724, 4 atque Ulrici Junii schediasma, de Paschate Protestantium An. 1724, celebrando; Lipsiae 1723,4_)
In Francia per la morte del Tuano e per l'assenzia d'Achille Arleo non fu sopra ciò fatto lungo esame, ma il Re promulgò egli un Editto, che fu ubbidito dal Parlamento, col quale la nuova emendazione fu ricevuta; e scemati i diece giorni all'anno fu stabilito, che li diece di Dicembre si contassero per venti, onde in quell'anno il giorno di Natale fu celebrato a' 15 di quel mese. Parimente ad emulazione del Re di Francia, il novello Duca del Brabante Francesco, per cattivarsi la benevolenza del Pontefice, ottenne anche da' Protestanti, che fosse la sua emendazione ricevuta in Fiandra, siccome fu ricevuta in Olanda, e nella Frisia Occidentale e nell'altre province[349].
In Ispagna e ne' Dominj del nostro Re Filippo II particolarmente nel Regno di Napoli, pubblicata che fu da _Gregorio_ questa emendazione, prima che si ricevesse, fu quella esaminata e fu richiesta la permissione e 'l beneplacito del Re Filippo, siccome in tutti gli altri Regni erasi fatto, appartenendo a' Principi, per ciò che riguarda i loro Stati, regolare i giorni e per le celebrità de' loro natali, incoronazioni e per ogni altro, ma sopra tutto per le Ferie de' loro Tribunali. Il Re Filippo informato, che con accordo e partecipazione di molti Principi della Cristianità erasi fatta, questa emendazione, e che coloro l'aveano ricevuta ne' loro Dominj, così egli fece ne' suoi Regni; onde governando il nostro in questi tempi il Principe di Pietrapersia, mandò al medesimo il nuovo Calendario riformato da Gregorio, scrivendogli a' 21 agosto di quest'anno 1582, che avendo il Pontefice Gregorio con matura deliberazione e comunicazione de' Principi Cristiani, ed accordo di tutto il Sagro Collegio dei Cardinali riformato il Calendario, per ridur la Pasqua di Resurrezione ed altre Feste Mobili al giusto e vero punto della loro antica istituzione, per ciò l'ordinava che lo facesse eseguire nel Regno di Napoli ed in tutte le Chiese di quello.
Ma contenendosi in quel Calendario alcune cose pregiudiziali alle sue preminenze, scrisse nel medesimo tempo un'altra lettera a parte al suddetto Principe, avvertendogli di mirar molto bene, che se in quel che tocca alla proibizione, che s'aggiunge in quello, cioè che non lo possa imprimere altri, che _Antonio Lilio_, o altri di suo ordine, vi fosse cosa da notare di pregiudizio alla sua Regal Giurisdizione, o ritrovandosi altro inconveniente, o novità di considerazione, trattenga l'impressione, e ne l'informi, ed aspetti da lui nuova risposta[350]. In cotal maniera e con tali moderazioni fu il nuovo Calendario appo noi ricevuto ed osservato; e narra il Summonte[351], che per ciò in quest'anno li 4 d'ottobre furon contati per 14 e li pagamenti di tutti gli affitti si fecero per tanto meno, quanto era la valuta di que' diece giorni. Parimente fu osservato, che conservandosi nella Chiesa di S. Gaudioso una caraffina di Sangue di S. Stefano portata in Napoli, secondo che scrive il Baronio[352], da S. Gaudioso Vescovo Affricano, la quale era solita liquefarsi da se stessa il dì terzo d'Agosto secondo il Calendario antico: da poi che Gregorio fece questa emendazione non bolle il sangue, che alli 13 d'agosto, nel qual dì, secondo la nuova riforma, cade la festa di S. Stefano; onde Guglielmo Cave[353] scrisse, che questa sia una pruova manifesta, che il Calendario Gregoriano sia stato ricevuto in Cielo, ancor che in Terra alcuni paesi abbiano ricusato di seguitarlo.
(Lo stesso narrasi esser accaduto nel bollimento del sangue di S. Gennaro a' 19 settembre. E _Panzirolo_ in prova della verità dell'emendazione Gregoriana rapporta nel cap. 177 _de Clar. Leg. Interp._ una Istorietta che merita esser trascritta colle sue stesse parole: _Haec anni emendatio divinitus est comprobata; quoddam enim Nucis genus reperitur, quod tota hieme usque ad noctem D. Joannis Baptistae foliis, ac fructibus velut arida caret; mane ultro ejus diei, more aliarum foliis, fructibusque induta reperitur. Haec post ejus anni correctionem decem diebus priusquam antea consueverat, id est eadem nocte D. Joannis quae retrocessit, et non ut antea virescere coepit_.)
§. III. _Fine del Governo del PRINCIPE DI PIETRAPERSIA, e leggi che ci lasciò._
Da questi tempi in poi osserviamo, che il Re Filippo II avesse stabilito e prefisso il tempo de' governi de' suoi Vicerè di Napoli, prescrivendo, che non dovesse regolarmente durare, che per tre anni; poichè prima era riposto nell'arbitrio del Re, nè era circoscritto dentro tali confini; onde terminato, che fu ai 11 novembre di quest'anno 1582 gli convenne partire per Ispagna, e dar luogo al Duca d'Ossuna suo successore. Partì con dolore di tutti, lasciando di se, per le sue commendabili doti di pietà, mansuetudine ed assiduità nell'audienze, fama d'un ottimo Vicerè. Nel suo triennio oltre delle cose memorabili di sopra scritte, accadde a' 23 d'ottobre del 1580 nella città d'Elves la morte della Regina Anna moglie del Re Filippo, lasciando di se al Re due figliuoli D. Diego d'anni otto e D. Filippo di due, essendo gli altri due Ernando e Giovanna premorti. Egli terminò la fabbrica dell'Arsenale, e vi fece quella magnifica Porta, che guarda su 'l Molo. Fondò nelle carceri della Vicaria l'infermeria per comodo degli ammalati prigioni; e finalmente per perenne monumento della sua prudenza civile, ci lasciò intorno a trentatrè Prammatiche, ricolme di savi provvedimenti, le quali possono osservarsi nella _Cronologia_ prefissa nel primo tomo delle medesime.
(Non solo dalla rimozione del Principe, finito il triennio, ciò si rende manifesto, ma dal diploma del Viceregnato; che da _Ferdinando II_ fu spedito a _D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna_, successore, ristretto _ad unum triennium, a die captae possessionis computandum_. Questo Diploma si legge presso _Lunig_[354]).
CAPITOLO IV.
_Governo di D. PIETRO GIRON D'OSSUNA, e sue leggi._
Per compensare in parte alle esorbitanti spese, che in servizio della Corona di Spagna avea fatte il Duca d'Ossuna, nelle guerre di Granata, nella conquista di Portogallo, ed altrove, piacque al Re Filippo II gratificarlo con uno de' maggiori governi, che si possa dare da qualunque Principe d'Europa, qual è quello del nostro Regno di Napoli. Giunse D. Pietro in questa città dopo la Legazione di Portogallo, con gran pompa e magnificenza nel mese di novembre di quest'anno 1582. Il suo natural contegno, ed un genio soverchio altiero e disprezzante, lo fece tosto cadere nel biasimo della Nobiltà; ciò che resegli il governo un poco difficile e non cotanto commendabile; di che egli molto tardi accorgendosi, cercando togliere il concetto, che s'avea di lui, che poco stimasse la Nobiltà, fecesi annoverare tra' Nobili della Piazza di Nido. Ma il successo di _Starace_ cotanto celebre e rinomato per tutta Europa, che fu stimato degno di essere anche narrato nella sua Istoria dal Presidente Tuano[355], rese il suo governo molto più torbido ed inquieto. Non accade di quello far qui nuovo racconto, essendo stato (oltre a Tommaso Costo, di cui si valse il Tuano) minutamente descritto dal _Summonte_, dove questo Scrittore termina la sua Istoria, avendo qui ancora finita la sua il di lui traduttore _Giannettasio_.
Le continue istanze, che venivan di Spagna, perchè dal Regno si mandasse denaro per le continue spese per li bisogni del Re, agitavano non poco l'animo del Duca. Si pose in trattato d'imporre per ogni botte di vino un ducato; ma non acconsentendovi tutte la Piazze, restò quello escluso: ad ogni modo, colla promessa di nuove grazie e privilegi, si fecero al Re in tempo del suo governo due donativi: l'uno d'un milione e ducentomila ducati nel Parlamento celebrato a' 2 gennajo del 1583, dove intervenne per Sindico Muzio Tuttavilla Mobile di Porto; l'altro d'ugual somma in ottobre del 1584 essendone Sindico Scipione Loffredo di Capuana, e con effetto nell'una e nell'altra congiuntura s'ottennero quelle grazie, che si leggono nel volume de' nostri Capitoli. Pure il zelo, che egli avea di far amministrare, senza distinzione di Nobile, o di plebeo, ugualmente la giustizia a tutti, e la sollecitudine che praticava nella spedizione dei negozj, gli fecero meritare la benivolenza del Popolo. Maggiori encomj e benedizioni se gli resero per li molti beneficj, che Napoli ed il Regno ritrasse dalla sua vigilante cura ed applicazione ne' quattro anni che ci governò. Egli fu quello, che fece riparare l'Acquedotto, che dalla Villa della Polla conduce l'acqua ne' formali di Napoli. Più magnifico fu l'edificio della Real Cavallerizza, che dalle rive del Sebeto presso il Ponte della Maddalena, ov'era stato da' Re di Aragona di Napoli collocata, per la corruzione dell'aria cagionata dalle Paludi, che ivi eransi multiplicate, trasportò fuori la Porta Costantinopoli, vicino il palagio de' Duchi di Nocera. Egli fece spianare le strade, innalzare più ponti sopra fiumi, che trovansi nel cammino di Puglia, acciocchè con più sicurezza e facilità condur si potessero le vettovaglie ed altre merci per l'abbondanza di Napoli. Egli in fine ci lasciò molte prudenti ordinazioni, che si leggono in quarantasei Prammatiche, le quali ancor ci restano, e che si possono vedere nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.
CAPITOLO V.
_Governo di D. GIOVAN DI ZUNICA, Conte di MIRANDA reso travaglioso per l'invasione degli sbanditi. Suoi monumenti e leggi che ci lasciò._
All'espettazione d'un prudente governo, che per la fama precorsa delle sue virtù, s'avea del _Conte di Miranda_, non difforme dell'altro Zunica suo zio, ben corrisposero i successi: e dal vedersi, d'essere stato egli mantenuto per nove anni continui dal Re Filippo in questo governo, si fece manifesta la soddisfazione, ch'egli incontrò non meno del proprio Principe, che de' popoli a sè soggetti. Fu ricevuto egli in Napoli dopo la partenza del Duca d'Ossuna, nel mese di novembre di quest'anno 1586 con molta contentezza ed applauso. Ma nuovi accidenti resero pur troppo faticosi e molesti gli anni del suo governo. Ancorchè ne' tempi de' suoi antecessori avesser gli sbanditi cominciato ad inquietare le province del Regno; nientedimeno il male ne' suoi principj non riputandosi cotanto grave, se non fu trascurato, almeno non s'usarono que' rimedj, che si convenivano per toglierlo affatto, ed in su lo spuntare dalle radici estirparlo. Questo fece che tuttavia crescendo, si videro a schiera que' masnadieri rinselvarsi ne' boschi, assassinare i viandanti, e svaligiare i Regj Procacci; e sempre più avanzandosi la loro audacia e ribalderia, arrivarono sino a saccheggiare le Terre anche murate, e metter tutto in desolazione e ruina, tal che il traffico non era sicuro, e 'l commercio impedito. A tutto ciò s'aggiungeva la difficoltà di praticare il rimedio, che sovente riusciva peggiore del male, poich'essendo pur troppo multiplicati, per dissiparli, si mandavano soldatesche, le quali apportavano maggiori incomodi e desolazione a' luoghi ove capitavano, e sovente inutilmente, e senza buon successo; poichè tra' monti e balze niente giovavano le milizie regolate, ed erano bene spesso deluse, e sovente anche malmenate.
Il Conte di Miranda non per ciò tralasciò d'impiegarvi per estirparli tutti i suoi talenti, e vennegli fatto d'avere in mano quel famoso bandito Benedetto Mangone, di cui rimane ancora l'infame memoria per le tante scelleratezze commesse nella Campagna d'Eboli. Fu, per altrui spaventoso ed orribile esempio, sopra un carro fatto tirare per le strade della città, strappandosegli con tenaglie le carni, e poi condotto al Mercato a' 17 aprile del seguente anno 1587 sopra una ruota a colpi di martello gli fu tolta la vita. Ma niente giovò questo terribile spettacolo; non guari da poi s'udirono le incursioni d'un altro famoso ladrone detto _Marco Sciarra_ Apruzzese, che imitando il _Re Marcone_ di Calabria, si faceva anche chiamare il _Re della Campagna_: avea egli unita una comitiva di seicento ladroni, a' quali comandava. E per la vicinanza d'Apruzzo collo Stato della Chiesa teneva corrispondenza con gli banditi di quello Stato, col quali davansi scambievolmente la mano: il Vicerè non trascurò ripararvi: proccurò in prima col Pontefice Sisto V, successor di Gregorio, che in vigor degli antichi concordati tra la Santa Sede ed il Regno di poter perseguitare i Banditi ne' loro Territorj, e scambievolmente ajutare in ciò l'un l'altro, se gli accordasse di poter mandare Commessarj nello Stato Ecclesiastico a questo fine, senza richieder ad altri licenza; e Sisto a' 14 maggio di quest'anno 1588 ne gli spedì Breve, nel quale gli dava potestà, che tanto esso quanto i Commessarj da lui destinati per la persecuzione de' Banditi e delinquenti, potessero entrare nello Stata della Chiesa, e quelli perseguitare e pigliare per tre mesi senza cercare ad altri licenza[356]. Oltre a ciò mandò più Commessarj forniti di soldatesche per sterminarli; ma furono inutili tutte queste spedizioni e cautele; poichè per le carezze, colle quali lo Sciarra generosamente trattava i naturali delle Terre dove dimorava, era fedelmente avvertito dell'imboscate, che gli si tendevano dalle genti di Corte: e la sua vigilanza era grandissima, poichè alloggiava sempre in siti inaccessibili, distribuiva le guardie, piantava le sentinelle e ripartiva la gente in luoghi proprj ed opportuni. Erasi per ciò reso poco men che invincibile, onde in molti cimenti si disbrigò sì bene, che il danno de' suoi fu poco, e la strage degli aggressori era molta.
Sopraggiunsero in questi tempi non leggieri sospetti conceputi per le stravaganti e boriose azioni del Pontefice Sisto V, il quale essendo d'un ingegno _agreste_, come lo qualifica il Presidente Tuano[357], non la preghiera, o la sommessione il piegava, ma solo il timore, o la forza. Quindi il Re Filippo avea date istruzioni al Conte di Miranda, che usando di questi ultimi mezzi il tenesse a freno. Il Vicerè per tanto presa quest'occasione di perseguitare i banditi, con animo per altro impegnato di sterminare Sciarra, fece ammassare quattromila soldati tra fanti e cavalli, e datone in quest'anno 1590 il comando a D. Carlo Spinelli, lo spinse contra colui per sterminarlo, ma pure riusciron contrarj gli effetti alle concepute speranze; poichè in quella azione mancò poco, che lo Spinelli stesso non vi lasciasse la vita; onde in vece d'abbatterlo, crebbe tanto il suo ardire, che senza contrasto saccheggiò la Serra Capriola, il Vasto e la città istessa di Lucera, dove restò miseramente ucciso il Vescovo Colpito in fronte da una archibugiata, mentre affacciavasi ad una finestra del Campanile, dov'erasi posto in salvo. Resesi vie più baldanzosa la sua insolenza, per la corrispondenza, che a dispetto del concordato di Sisto col Vicerè, e' coltivava co' banditi dello Stato del Papa, co' quali davansi scambievoli ajuti: a tutto ciò s'aggiungeva la protezione, che dava loro Alfonso Piccolomini ribelle del Gran Duca di Toscana, il quale ricovratosi nello Stato di Venezia, militava sotto gli stipendi di quella Repubblica nella guerra, che allora avea mossa contro gli Uscocchi.
Ma nuovi accidenti, poco da poi seguiti, tolsero alle Sciarra tutti questi sostegni. Il Gran Duca di Toscana, perchè i Vineziani discacciassero da' suoi Stati il Piccolomini, avea loro proposto, e assiduamente inculcavagli, che meglio era servirsi dello Sciarra contra gli Uscocchi, che del Piccolomini; ma avvenne, che ciò, che per questa via non potè ottenere, gli riuscì per un'altra; polche il Piccolomini, per avere in certa occasione arditamente risposto a' Capi di quel Governo, fu scacciato dallo Stato di Venezia, ed inciampato negli aguati tesigli dal Gran Duca, fu fatto in fine da costui violentemente morire. I Vineziani perciò chiamavano lo Sciarra per ispedirlo contra gli Uscocchi; ma egli non molto curava i loro inviti. Finalmente morto il Pontefice Sisto, e succeduto in suo luogo _Clemente VIII_, questi nutrendo i medesimi sentimenti del Conte nostro Vicerè, e tutto inteso contra i banditi dello Stato della Chiesa, vi spedì Gianfrancesco Aldobrandini per estirparli.
Il Vicerè dall'altra parte, richiamato lo Spinelli dal governo delle armi, sperimentate sotto la sua condotta poco felici, diede la cura di questa impresa con assoluta potestà a D. Adriano Acquaviva Conte di Conversano; il quale uscito da Napoli nella Domenica delle Palme del 1592 con fresche milizie, ne ammassò altre paesane, come più pratiche della campagna: ed astenendosi d'alloggiar in luoghi abitati, per non aggravarli, si conciliò totalmente gli animi de' Paesani, che tutti cospirarono con esso alla sterminazione dei banditi. Così lo _Sciarra_, spogliato della protezione del Piccolomini, e vedendosi stretto non meno dalle genti del Vicerè, che del Pontefice, deliberò finalmente di abbracciare il partito che gli offerivano i Vineziani; onde traghettando il mare con sessanta de' suoi sopra due Galee della Repubblica, portossi in Venezia. Ma non per ciò coloro, che rimasero, s'astenevano di danneggiar la campagna, guidati da Luca fratello di Sciarra, e fomentati dallo stesso Sciarra, che da Venezia di quando in quando ritornava ad animarli, finchè, una volta, giunto alla Marca con parte della sua Comitiva, non fosse stato ucciso da un suo compagno chiamato Battimello, che in premio del tradimento ottenne dall'Aldobrandini per sè e per altri tredici suoi compagni il perdono. Questo fine ebbe lo _Sciarra_, che per lo spazio di sette anni continui avea travagliato lo Stato della Chiesa ed il Regno. Cessarono con la sua morte le scorrerie de' banditi, sterminati poi interamente dal Conte di Conversano, che ritiratosi con molto onore in Napoli, fu dal Vicerè molto ben visto e careggiato. Ma se cessarono al presente, non fu però, che non pullulassero ne' seguenti anni, travagliando il Regno sotto altri Capi, non men di quello che aveano fatto sotto lo Sciarra e Mangone. La gloria di doversi affatto estirpare e di perdersene fra noi ogni memoria, l'avea riserbata il Cielo all'incomparabile D. Gaspare di Aro Marchese del Carpio, a cui il Regno, fra tanti, deve questo inestimabile e grande beneficio.
Non meno per queste incursioni, che per le continue premure, che venivan di Spagna per denari e per gente, riuscì travaglioso al Conte il suo governo. L'impegno, nel quale il Re Filippo era entrato contra l'Inghilterra e la Francia, finì d'impoverire il Regno, per tante spese e donativi, che fu d'uopo somministrare. In quella grande Armata, che con infelice successo spinse egli contra l'Inghilterra, vi ebbe ancor parte il nostro Regno: nel nostro Arsenale furono fabbricate quattro Galeazze, che dal Conte di Miranda furon mandate nel Porto di Lisbona per accrescere quella armata, la quale dissipata dalle tempeste nel 1588, e assorbita dal mare, rovinò la Spagna, e sparse tutti i suoi disegni al vento, e le mal concepite sue vaste idee. Per la guerra che i Franzesi aveano accesa in Savoja, furono parimente dal nostro Regno nel 1593 inviati dal Conte quattromila e cinquecento pedoni sotto il comando del Prior d'Ungheria, acciò che nella Savoja fossero impiegati contra i Franzesi. Per supplire adunque alle spese di tante spedizioni ne' nove anni di questo suo governo, nel 1586, 1588, 1591, 1593 e finalmente nel 1595, si estorsero dal Regno cinque donativi, ciascuno de' quali fu d'un milione, e ducentomila ducati[358].