Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 30

Chapter 303,569 wordsPublic domain

Gli Spagnuoli, il Papa e gli altri Principi Cristiani si dolevano di ciò, e declamavano, che il Re di Francia per emulazione ed odio cercava framettersi in quest'affare per interrompere i loro disegni: per la qual cosa il Re Filippo cominciò seriamente a pensare di dovere più nelle armi, che in quelle discussioni, fondare la sua pretensione. Erasi ancora reso certo, che non meno i Franzesi, che gl'Inglesi gelosi per un tanto acquisto ed ingrandimento, che si farebbe alla sua Monarchia d'un si vasto Regno, si sarebbero opposti alla sua impresa. Vedea chiara la avversione non meno del Re Errico, che di que' Popoli per lui; ed all'incontro l'inclinazione del Re per Braganza e dei Popoli per Antonio: gli Ordini del Regno erano pure entrati in pretensione, che stante la dubbiezza delle ragioni, che i Pretensori allegavano, dovesse spettare ad essi la ragione d'eleggere il successore. Per la qual cosa rivolse Filippo i suoi pensieri ad unire da tutti i suoi Regni un potentissimo esercito per venir a capo dell'impresa, e stabilì sostenere più coll'armi le sue ragioni, che colle allegazioni e sentenze de' Giureconsulti: non trascurava però, per rendere giusta e plausibile al Mondo la guerra, ch'e' apparecchiava, di consultare i più celebri Giureconsulti e le Accademie più insigni d'Europa; onde si videro uscire più famose consultazioni sopra questo soggetto: nè si tralasciò il famoso Giacomo _Cujacio_ insigne Giureconsulto di questi tempi, il quale per Filippo compilò quella consultazione, che leggiamo ancora tra le sue opere. Quasi tutte le Accademie della sua vasta Monarchia furono impegnate a far lo stesso; ed i nostri Giureconsulti Napoletani pure richiesti contribuirono le loro fatiche sopra questo soggetto[332]. Risoluto per tanto il Re Filippo colle armi far valere le sue ragioni, fece prima dal Duca d'Ossuna insinuare al Re Errico, che non bisognavano più tanti scrutinj: essere le sue ragioni chiarissime, le quali egli avea fatte esaminare dalle Accademie più famose d'Europa e da' più insigni Giureconsulti di quella età; che considerando ancora il pubblico bene, che ne sarebbe seguito in quel Regno, dovea egli dichiarare la successione appartenersi a lui dopo la sua morte. Questo medesimo glie lo faceva insinuare dal P. Lione Enriquez Gesuita suo Confessore, il quale regolando la coscienza di quel timido e scrupoloso vecchio, tanto fece che pose il Re in angustia, e lo fece divenir dubbioso di quello che dovea fare.

Ma gli apparecchi che si facevano per la guerra erano assai più considerabili: da tutte le parti, non men di Spagna che d'Italia, s'univano truppe ed armate da Milano, da Sicilia e dal nostro Regno di Napoli ancora, e per non insospettire il Papa e gli altri Principi si dava colore e pretesto, che tanto apparecchio si faceva per la guerra d'Africa. Fu comandato perciò al nostro Vicerè, che quelle provvisioni, che il Marchese di Mondejar avea apparecchiate contra gli Infedeli, le tenesse per questa nuova impresa. Ma il Papa sospettando di quel ch'era, cercò frapporsi col Re Filippo per distogliernelo; e propose un trattato, che se gli fosse riuscito sarebbe ridondato in grande stima dell'autorità della sua Sede[333]. Proccurava con efficaci dimande, che seguitando gli esempj di molti Principi che non ebbero riparo, particolarmente nel felice secolo d'Innocenzio III di portare alla decisione della Sede Appostolica simili contese di Principati e Reami, volesse ancor egli imitarli, perchè avrebbe egli composta tal controversia. Ma il Re Filippo simulando di ricever a favore il suo ufficio e la sua interposizione, tirando secondo la solita tardità spagnuola la cosa in lungo, proseguiva con maggior calore gli apparecchi militari: e già si mandavano esploratori in Portogallo per deliberare, in qual parte di quel Regno convenisse cominciar la guerra, nell'istesso tempo che dagli Ordini di quel Regno, essendosi presentiti tanti apparecchi, e che la fazione del Duca di Braganza, e quella più numerosa del Prior di Grato vie più crescevano, si davano le provvidenze per prevenire le revoluzioni ed i disordini.

Ma ecco, stando le cose in questo stato, che viene a mancare il Re Errico, il quale non avendo regnato più che un anno e cinque mesi, nell'età di 68 anni, nell'ultimo di gennajo di quest'anno 1580, rese lo spirito. Il Prior di Grato, che era stato dal Re allontanato da Lisbona, intesa la sua morte, vi tornò immantinente; ed il Re Filippo affrettando vie più l'impresa, unì due potentissimi eserciti, per mare e per terra, creandone Capitan Generale il famoso Duca d'Alba. Dal nostro Regno furono somministrati in questa guerra validi soccorsi: il Vicerè vi spedì diciassette ben provveduti Navili, con seimila soldati e quattromila guastadori, comandati dal Prior d'Ungheria e da D. Carlo Spinelli: fu conceduto indulto a tutti gli sbanditi e forgiudicati dal Regno, da ribelli e falsi monetarj in fuori, i quali furono invitati ad assoldarsi in questa guerra, promettendosi lor perdono dei loro misfatti, e sopra tutta per supplire alle spese, non ostante, che come si è detto, nel precedente anno in aprile se ne fosse fatto un altro, fu convocato a' 29 settembre di quest'istesso anno 1580 nuovo Parlamento in S. Lorenzo, dove essendo Sindico Camillo Agnese nobile di Portanova, fu per questa guerra di Portogallo fatto un nuovo donativo al Re d'un milione e ducentomila ducati.

Fu veramente cosa degna da notarsi, che avendo già il Re Filippo deliberato questa guerra ed apparecchiati già i suoi eserciti per l'impresa, ed il Duca d'Alba giunto col suo esercito in Portogallo a' 21 giugno di quest'anno 1580, nell'istesso tempo ch'era arrivata l'armata di mare, pensasse ancora, come se vi fosse luogo a pentirsene e ritrattare passi cotanto avanzati, di far esaminare da alcuni Teologi, se con sicura coscienza erasi egli mosso a questa impresa. Narra il Presidente Tuano[334], che ciò faceva, per potere in questa guisa togliere i sinistri rumori, che si erano sparsi in Portogallo ed in Italia della poca sua giustizia, e molto più del modo, che e' teneva d'invadere quel Regno. Il Papa lo sollecitava ancora, che senza tanto dispendio de' suoi Regni, e spargimento di sangue, doveasi quella controversia commettere all'arbitrio della sua Sede: gli Ordini di quel Regno al lamentavano, che la lor ragione veniva oppressa dalla forza, e che trovandosi obbligati con giuramento di ubbidire a quel Re, che dichiarasse l'Assemblea de' Giudici istituita in vita del Re Errico, e che avea ancora autorità di farlo dopo la sua morte, non essendo tal dichiarazione per anche fatta, non potevano riconoscere Filippo per loro legittimo Signore. Per queste cagioni, non tralasciandosi intanto il proseguimento della guerra, propose il Re Filippo sotto l'esame de' Teologi Complutensi, de' PP. Gesuiti e Francescani, (nell'istessa guisa appunto che fece, quando ebbe a trattar per lo Regno nostro di Napoli con Paolo IV) che lo consigliassero per quiete della sua coscienza sopra questi punti.

Se stando egli certo della sua giusta ragione, che teneva in succedere in quel Regno a lui devoluto per la morte del Re Errico, fosse obbligato in coscienza sottomettersi ad alcun Tribunale, il quale gli aggiudicasse il Regno, e lo mettesse nella possessione di quello.

Se ricusando il Regno di Portogallo accettarlo per Re, prima che fossero discusse da' Giudici designati le ragioni de' Competitori e sue, potesse egli di propria autorità prendere la possessione del Regno, e contra i renitenti impugnar le sue armi.

Se allegando i Governadori e tutti gli Ordini di Portogallo il giuramento dato, e per ciò esser loro proibito di riconoscere alcun per Re, se non quello che tale sarà da quell'Assemblea dichiarato, dovea questa riputarsi scusa legittima.

I Gesuiti, siccome tutti gli altri Teologi, risposero appunto secondo era il desiderio del Re. Intorno al primo punto dissero, che non era egli tenuto, per niun vincolo di coscienza, sottomettersi in questa causa alla giurisdizione o arbitrio altrui: che poteva di propria autorità aggiudicare a sè il Regno, e prenderne la possessione: non potervi avere in ciò il Papa alcuna parte, poichè si trattava di cosa puramente temporale, niente avendo con seco mistura di spirituale, che dovesse perciò richiedersi l'autorità e giudizio del Foro Ecclesiastico. Molto meno potevano in ciò impacciarsi gli Ordini di Portogallo, tal che si dovesse aspettare il loro giudizio; poichè eletti una volta i Re, in essi e ne' loro successori fu trasferita ogni ragione, in guisa che appresso quelli risiede ogni giurisdizione, nè possono essere giudicati da altri; sempre dunque che costi Filippo essere il vero e legittimo erede a niuna giurisdizione d'altro Tribunale, fuor che al proprio, dover lui soggiacere.

In quanto al secondo, non avere i Giudici delegati niuna autorità di conoscere questa causa, essendo per la morte del Re Errico estinta ogni loro giurisdizione, non potendosi prorogare la giurisdizione de' Re dopo la di loro morte, onde poteva servirsi di sua ragione con aggiudicarsi il Regno, e per propria autorità prenderne la possessione.

Finalmente, al terzo capo risposero, non essere i Portughesi tenuti osservare il giuramento dato, nè poter loro ciò esser di legittima scusa a non ricevere Filippo per loro Re: poichè non avendo egli alcuno, che costituito in maggior dignità e potestà, potesse conoscere questa causa e giudicarla, doveano ubbidire a lui come a vero e legittimo erede.

Avuta ch'ebbe Filippo questa Censura de' Teologi, la fece pubblicare ed ancorchè fidasse più nelle sue armi, la fece spargere per tutto, per cancellare quei sinistri rumori disseminati da' suoi emuli; e nell'istesso tempo essendosi unito il Duca d'Alba, che comandava l'esercito terrestre, col Marchese di S. Croce Generale dell'armata di mare, fu invaso il Regno, e dopo vari avvenimenti, cotanto bene descritti dal Tuano[335], e da altri, che non fa d'uopo qui rapportare, avendo il Prior di Crato, che più di tutti gli altri competitori gli fece resistenza, ricevuta una strana rotta dal Duca d'Alba, Lisbona capo del Regno pervenne in mano del Re, siccome gran parte di quelle province che lo compongono.

Toccò al nostro Vicerè Zunica, avutosi a' 9 novembre di quest'anno 1580 in Napoli il certo avviso di questa vittoria, e della resa di quella città, di celebrar pomposamente per tre dì le feste, e per tre sere le illuminazioni: ed ancorchè Antonio (favorito dagli Inglesi e da' Franzesi) scacciato alla perfine dal Regno, si fortificasse nell'Isole Terzere, donde lusingavasi non solo di poter interrompere il commercio dell'Indie, ma coll'aiuto di quelle nazioni, ingelosite di tanto ingrandimento, di potere un dì pervenire a quella Corona, riuscirono però vani i suoi disegni, poichè speditovi dal Re Filippo il Marchese di S. Croce con la sua armata per debellarlo, incontrandosi con quella del competitore tra l'Isola Terzera e l'altra di S. Michele, la ruppe e dissipò in maniera, che costrinse Antonio a fuggire, e per asilo a ricovrarsi in Inghilterra. In cotal guisa alla Corona di Spagna fu aggiunto il Regno di Portogallo, dalla quale poi nel Regno di Filippo IV l'abbiam veduto un'altra volta diviso, e ricaduto sotto i propri Re come prima, che ancora vi regnano.

Ma non dobbiamo qui tralasciare, seguitando questo soggetto, la impostura e la favola, ch'ebbe per teatro Napoli del finto _Re Sebastiano_. Altra consimile erasene pochi anni prima tessuta in Inghilterra sotto la persona di _Perino_ finto Re di quell'isola, di cui a lungo ragiona Bacon di Verulamio[336]. Il Re Sebastiano giovane, e pien d'alto valore ed ardire, avendo nella battaglia d'Argilla, dato l'ultime pruove della sua intrepidezza, abbandonato da' suoi, fu infelicemente fatto prigioniere da alcuni Mori, i quali contendendo insieme per una sì cara preda e cotanto preziosa, vennero infra di loro all'armi, non senza loro strage ed uccisione[337]. Vi accorse il Capitano, ma inutilmente per quietarli; onde con barbarie inaudita, per togliere l'occasione della rissa, diede al Re cattivo un colpo di spada in testa, e replicando i colpi lo lasciò morto in terra: il suo cadavere fra' Mori tumultuanti, e per quella rissa disordinati, non fu più riconosciuto; onde cercandolo i suoi, ancorchè non lo trovasser più, erano lusingati, che non fosse in quella battaglia morto: surse perciò incerta e dubbia voce di suo scampo, e tanto bastò per dar fondamento all'impostura; poichè scorsi venti e più anni, quando non così esattamente potevansi ravvisare le sembianze, surse un Calabrese chiamato M. Tullio Cotizone, il quale spacciavasi per _Sebastiano_ Re di Portogallo: ridevasi della comune credenza di riputarlo morto in quella battaglia, e del loro errore; essere egli scappato dalle mani de' Mori, quando essi rissando contendevano insieme della preda. Gli emuli degli Spagnuoli davano fomento alla favola, onde fu sparsa voce, il Re Sebastiano esser vivo, ed incognito scorrere le province d'Italia. Furono posti aguati, e fatte gran diligenze per arrestarlo, siccome fortunatamente avvenne, che preso il Calabrese fu condotto in Venezia: da poi in grazia degli Spagnuoli cacciato dallo Stato di quella Repubblica, capitò travestito in Fiorenza, dove da quel Duca fu fatto arrestare e condurre prigione in Napoli, in tempo, che governava il Regno il primo Conte di Lemos[338]. Si fece diligente inquisizione per appurare il fatto e fabbricatosene processo, fu destinato Giudice Delegato di questa causa il famoso _Reggente Gianfrancesco de Ponte_. Narra questo Scrittore[339], che compilato il processo fu scoverta l'impostura; poichè restò convinto per la deposizione della propria moglie e de' suoi congiunti, ch'egli teneva in Calabria, che lo riconobbero; ond'egli poi colla sua propria bocca spontaneamente confessò tutta la favola. Erasi deliberato di farlo morire sulle forche; ma datosene, prima di ciò eseguire, la notizia in Ispagna al Re Filippo III, con prudente consiglio fu riputato di non farlo morire, ma affinchè la falsità fosse da tutti conosciuta, e si abolisse dalle menti degli uomini questo sospetto e varietà d'opinioni, comandò il Re, che si condannasse a remare nelle Galee di Spagna, affinchè ivi e per ogni luogo fosse da tutti veduto, siccome fu eseguito; ed in cotal guisa sparve la larva e finì la favola.

(_Giuseppe Ebreo_[340] narra un simil fatto accaduto ad un tal _Alessandro_, il quale voleva esser creduto per figliuol di _Erode M_. ma scoverta l'impostura da Ottaviano Cesare fu pure condannato a remare).

§. II. _Emendazione del Calendario Romano._

Merita, che fra le cose memorande accadute nel governo del Principe di Pietrapersia non si tralasci questa emendazione, che rese l'anno 1582 per tutti i secoli memorabile; tanto più che non meno negli altri Regni della Cristianità, che nel nostro, prima di riceversi, fu quella appo noi ben esaminata e discussa.

L'anno antico de' Romani, non già di diece mesi, come vollero Giunio Gracco, Fulvio Varrone, Ovidio e Suetonio, ma di dodici si componeva, siccome per sentenza di Licinio Macro, e di L. Fenestella scrisse Censorino, de' quali il primo era il mese di marzo, e l'ultimo quello di febbrajo.

I mesi di marzo, maggio, luglio ed ottobre erano ciascuno di 31 giorni: gli altri erano di 29 eccetto febbrajo, il qual solamente si componeva di 28 giorni, di maniera che l'antico anno de' Romani era di giorni 355, e mancava dall'anno degli Egizj di diece giorni, onde fu bisogno dell'intercalare, la qual intercalazione si faceva in ciascun biennio nella maniera, che viene rapportata dal Presidente Tuano[341]. Ma riuscendo questa intercalazione viziosa, si diede ansa ai Sacerdoti, li quali si presero questa briga d'emendar i tempi, di regolare a lor modo il corso dell'anno, mettendovi, per supplire, il mese intercalare, ch'essi chiamavano Mercedonio, di cui ne facevano autore Numa Pompilio. Ma siccome fece veder Plutarco nella di lui vita, questo aiuto era assai debole per emendar quegli errori e confusioni, che ne nascevano ne' mesi dell'anno: onde i sacrificj e le ferie trascorrendo a poco a poco cadevano, come dice Plutarco nella vita di Cesare, nelle parti contrarie dell'anno: li Sacerdoti per ciò (essendosi quest'affare ridotto al lor arbitrio) come a lor piaceva, e sovente per odio de' Magistrati, ora tardi, ora presto intercalavano. Pertanto _Giulio Cesare_ s'accinse a far egli una più esatta _Emendazione_ dell'anno; ed avendo, mentr'era in Alessandria[342] preso il parere da que' valenti Matematici, e consultato l'affare con altri Filosofi, con più emendata diligenza notando i Segni celesti, promulgò per mezzo d'un suo editto una nuova _Emendazione_, e mostrò la propria via, la quale attesta Plutarco, che insino a' dì suoi usavano i Romani.

(La _Scuola d'Alessandria_ fiorì sempre di valenti Astronomi, tal che i Vescovi di Roma per non fallire il dì della celebrazione della Pasqua, secondo il prescritto del Concilio Niceno, solevano ogni anno consultarsi col Vescovo d'Alessandria per sapere il giusto equinozio di Primavera prossimo al plenilunio di che fra gli altri è da vedersi Francesco Balduino[343]).

Bacon di Verulamio[344] non tralasciò di commendare la suddetta sua _Emendazione_, chiamandola un perpetuo documento, non meno del suo sapere, che della sua potenza, e che debbia attribuirsi alla sua gloria d'aver conosciuto non meno in Cielo le leggi delle Stelle, che d'averle date in terra agli uomini per governarli. Ma non mancaron degl'invidiosi, che, come dice Plutarco, non biasimassero tal emendazione; e Cicerone, essendogli da taluno stato detto, che la Libbra nasceva l'altro giorno, gli rispose, _sì secondo il Bando_; quasi che questo ancora si dovesse ricevere da Cesare ed accettare dalle persone.

Ma in decorso di tempo l'editto di Cesare mal interpretato da' Sacerdoti, non fu riputato sufficiente, e la sua emendazione ebbe bisogno poi d'altra ammenda; onde _Claudio Tolomeo_, che fiorì intorno a 180 anni dopo Cesare, considerando la gran varietà de' pareri in determinare l'anno naturale, ne descrisse un'altra, tanto che variando dalle prime, ne nacque un grande turbamento ed una grande confusione.

Nell'Imperio di _Costantino Magno_ i Padri del Concilio di Nicea, volendo stabilire il giorno di Pasqua, ne statuirono un'altra, dal qual tempo seguì di nuovo una gran confusione negli Equinozj. Da poi _Dionigi il Piccolo_ intorno l'anno 526, avanzandosi sempre più il disordine, cercò con nuova computazione darci rimedio, ma quello fu per pochi anni, onde si tornò a' disordini di prima.

(Il _Panzirolo_[345] scrive, che l'Imperador _Andronico Paleologo_ pensò pure ad una nuova emendazione, ma si sgomentò a porci mano, così per le guerre che gliel'impedirono, come perchè dubitava non fosse stata dagli altri Principi ricevuta: _Id antea_, e' dice, _Andronicus Paleologus Imperator facere cogitavit, sed pluribus bellis impeditus, et quia alios Principes novo anno non assensuros dubitavit, a negotio destitit. Niceph. Gregor. Lib. 8 de Paschatis correctione_).

Riputando pertanto i Pontefici romani, dover essere della loro incombenza di rimediarvi, furono per ciò solleciti, per prevenire anche gli altri Principi e l'Imperadore, di fare una nuova _Emendazione_: e cento anni prima, il Pontefice _Innocenzio VIII_ fece venire in Roma _Giovanni Regimontano_ celebre Matematico di que' tempi, perchè correggesse gli errori del Calendario; ma fu fama, che i figliuoli di Giorgio Trapezunzio, i quali non potevano sofferire che un Germano fosse a' Greci anteposto, l'avessero fatto avvelenare: per la qual cosa non potè soddisfare al desiderio del Papa. Con tal occasione scrissero a quei tempi del giusto computo dell'anno _Pietro Alliacense_ Vescovo di Cambray e poi Cardinale, il _Cardinal Cusano_, e poco da poi _Roberto Lincolniense_ e _Paolo Midelburgense_ Vescovo di Fossombrone, il quale sopra ciò compose un gran volume, che lo dedicò a Massimiliano I Imperadore.

Essendosi da poi aperto il Concilio in Trento, credendosi, che que' Padri, ad esempio di ciò, che si fece nel Concilio Niceno, volessero stabilire questa _Emendazione_, s'affaticarono i primi ingegni d'Europa intorno a questo soggetto, e fra gli altri _Giovanni Gennesio Sepulveda_ Cordovese, _Gioan-Francesco Spinola_ Milanese, Benedetto Majorino, il famoso _Luca Gaurico_ familiare di Paolo III, e _Pietro Pitato Veronese_, il quale con un particolar suo libro refutò la sentenza del Gaurico. Ma il Concilio, essendosi terminato con molta fretta, non potè occuparsi ad una cotanto intricata materia, che per diffinirla richiedeva molto tempo.

Pertanto _Gregorio XIII_ dubitando di non esser prevenuto dagl'Imperadori di Germania, come affare appartenente alla ragion dell'Imperio, si pose con molta sollecitudine ad affrettar questa _Emendazione_, e per ciò mandò per tutte l'Accademie d'Italia, e scrisse al Senato Veneto acciò che da' Matematici e Filosofi di Padova ricercasse il lor parere intorno a questa correzione. Fu dato prima il pensiero a _Giuseppe Molettio_ Messinese, il quale due anni prima di quest'_Emendazione_ diede fuori le _Tavole Gregoriane._ Ma ricercato ancora il celebre _Niccolò Copernico_, famoso Astronomo di que' tempi, del suo giudizio, insorsero vari pareri, ed essendo ancora venuto in campo _Sperone Speroni_, s'accesero fra costoro le contese. _Matteo Magino_ vi ebbe ancora la sua parte, e _Giuntino_ ricercato dal Pontefice, s'uniformò all'opinione di coloro, che volevano che diece giorni si scemassero dell'anno: ma _Alberto Leonio_ d'Utrecht, avendo perciò composto un libro, provò, che se ne dovevano scemare undici: il Duca Francesco Maria d'Urbino in grazia del Pontefice ricercò ancora del suo parere _Vido Ubaldo_ peritissimo di questa scienza, il quale lo diede, uniformandosi però alla correzione fatta da' Padri nel Concilio Niceno. Scrissene eziandio Gregorio al Re di Francia, il quale ne diede il pensiero a _Francesco Foix Candale_, famoso Astronomo, che parimente diede fuori sopra ciò il suo giudizio.

Papa Gregorio intanto, perchè non si lasciasse perdere sì opportuna occasione d'ingrandire l'autorità della sua Sede, richiedeva sì bene di ciò gli altri Principi, ma voleva, che dapoi si dovesse stare a quel che egli sopra ciò stabiliva; onde esaminati tutti i pareri, finalmente per suggestione d'_Antonio Lilio_ celebre Medico di que' tempi, s'appigliò all'emendazione di _Luigi Lilio_ suo fratello, la qual in breve conteneva, che dovessero dell'anno scemarsi diece giorni, che per difetto d'intercalazione si trovavano soverchi, e si prescriveva il modo, sicchè tal difetto non accadesse per l'avvenire. Questa correzione in un picciol volume compresa, dopo avutane l'approvazione di _Vincenzo Laureo_ Vescovo di Monreale, il giudicio del quale sopra queste cose egli stimava tanto, la mandò a tutti i Principi Cristiani ed alle più famose e celebri Accademie d'Europa.

Ma ebbe quest'emendazione del _Lilio_ forti oppositori, fra gli altri _Giuseppe Scaligero_ gran Letterato di que' tempi, il quale in quella sua maravigliosa opera De emendatione temporum, scovrì gli abbagli da colui presi. Impugnò parimente il computo _Liliano Michele Mestino_ Professore nell'Accademia di Tubingen con grandi Commentarj. Ma contra costoro in difesa del Lilio sursero _Cristoforo Clavio_ Gesuita, celebre Professore in Roma, ed _Ugolino Martello_ Vescovo di Glandeves.