Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8
Part 27
Così ne' tempi meno a noi lontani, leggiamo, che per le controversie giurisdizionali insorte tra il Vescovo di Gravina, e l'Arciprete d'Altamura, fu dal Cardinal Zapata mandato in Roma il Consigliere Giovan-Battista Migliore per comporle e terminarle. E ne' tempi de' nostri Avoli, per le nuove contese insorte per la Bolla di Gregorio XIV, fu in Roma mandato il Consigliere Antonio di Gaeta; missione per altro vana ed inutile; ed a' dì nostri successivamente il Consigliere Falletti; il Fiscale di Camera Mazzaccara; ed ultimamente il Consigliere Lucini. Le missioni dei quali avrebbero potuto a bastanza far avvertito il Re che è tutta spesa perduta per questa via sperare una cotal composizione e fine di queste differenze giurisdizionali. Le maniere più proprie ed efficaci, quando voglia seguitarsi lo stile degli Spagnuoli, di saldar queste piaghe, non già all'uso di Francia, ma con empiastri ed unguenti, sarebbero quelle che ci vengono additate da' più saggi e prudenti Giureconsulti insieme e Teologi, cioè di deputare vicendevolmente personaggi d'alto affare, a' quali, come _Compromissori_, si commettesse la composizione di quelle, ed alla loro determinazione di doversi ciecamente ubbidire: questo modo, che sovente vien praticato nel Contado di Barcellona, dice _Jacopo Menochio_, celebre Giureconsulto di Pavia nel suo trattato _De Jurisdictione_, essere stato sempre da lui riputato il più acconcio in Italia, per terminare affatto queste contese; i Romani, che dovrebbero più d'ogni altro desiderarlo, han mostrato sempre di abborrirlo, perchè sanno, che con tenerle sospese ed indecise, per la loro vigilanza e desterità, il tempo porterà congiunture tali, delle quali sapranno ben valersene, e ricavarne profitto.
CAPITOLO XI.
_Morte del DUCA D'ALCALÀ: sue virtù, e sue savie leggi che ci lasciò._
Questo savio Ministro, ne' dodici anni del suo governo, ebbe a sostenere non meno queste fastidiose contese colla Corte di Roma, che a star vigilante per timore d'una guerra crudele e spietata, la qual fu quella che il Turco minacciava nelle nostre contrade. La fama degli estraordinari apparecchi, che spesso si sentivano farsi dagli Ottomani in Levante, lo tenne in continue sollecitudini e timori. La guerra intrapresa nel 1565 per la conquista di Malta, dava da pensare ugualmente al Regno di Sicilia, che a quello di Napoli: bisognò per tanto, ch'egli munisse le città marittime con validi presidj; ed essendo il Regno quasi che tutto circondato dal mare, le provvidenze in molte città doveano perciò essere maggiori e più dispendiose.
Ma non perchè finalmente si vedesse Malta libera da questi mali, cessarono in noi li timori; poichè nell'anno seguente usciti i Turchi da Costantinopoli con potentissima armata, dopo avere conquistata l'Isola di Scio, posseduta 300 anni da' Genovesi, s'inoltrarono nell'Adriatico; e non essendo loro riuscito di sorprendere Pescara, devastarono quelle riviere, saccheggiando tutte quelle Terre poste a' liti del mare, dove fecero un grosso bottino di gente e di roba, e tornarono poi in Levante. Ma nel 1570 posti di nuovo in mare, spaventarono nuovamente Italia; onde il Duca avendo muniti i luoghi sospetti, fece venire tremila Tedeschi per difesa del Regno: il turbine però venne a piombare sopra i Veneziani, che si videro inaspettatamente assaltare l'importante Isola di Cipri, al cui soccorso andò Giannandrea Doria con cinquanta Galee, fra le quali ve n'eran ventitrè della squadra di Napoli, con tremila soldati comandati dal Marchese di Torre Maggiore, e moltissimi Cavalieri napoletani.
Questi continui timori di guerra, che sono peggiori della guerra istessa, e più l'altra di Religione, che tuttavia ardeva in Fiandra, posero, per le continue ed immense spese, in necessità il Re Filippo II di premere alquanto il Regno con frequenti contribuzioni e donativi. Ma l'accortezza del Duca, che maneggiava co' Baroni quest'affare con molta soavità e destrezza, e l'amore, che avea a se tirato di tutti gli Ordini, particolarmente de' Nobili, tanto che invitato a farsi lor Cittadino, lo aggregarono nella Piazza di Montagna, fu tale che nello spazio di soli sei anni, facendo secondo il costume convocar a questo fine in S. Lorenzo Generali Parlamenti, ne trasse dalla Città e Regno profusi donativi. Nel 1564, presedendo come Sindico Cola Francesco di Costanzo di Portanova, si fece dono al Re d'un milione di ducati. Nel 1566 gli si donarono un milione e ducentomila ducati, essendo Sindico Fabio Rosso di Montagna. Nel 1568, nel qual anno fu creato Sindico Gianvincenzo Macedonio di Porto, si fece donativo d'altrettanta somma; e nel 1570, essendo Sindico Paolo Poderico, se ne fece un altro d'un milione; e per occasione di questi donativi leggiamo noi nel volume delle Grazie e Capitoli della Città e Regno di Napoli, moltissimi Privilegi e Grazie profusamente concedute alla medesima dal Re Filippo II, particolarmente quando reggeva il Regno, come Vicerè, il Duca d'Alcalà.
Ma ecco finalmente, che questo incomparabile Vicerè bisognò cedere al fato: le continue applicazioni e le tante cure moleste e fastidiose gli avean fatta perdere la salute: più volte avea supplicato il Re, che per ristabilirsi gli desse licenza di poter tornare in Ispagna, suo suolo nativo; ed il Re finalmente aveacelo accordato; ma come si è veduto, per l'impertinenti pretensioni della Corte di Roma, fu obbligato il Re a rivocar la licenza, e comandargli che non partisse, anzi nel caso si trovasse partito, ritornasse per resisterle. Così egli debole ed infermiccio proccurava sovente con dimorare nella Torre del Greco, nel qual luogo per ciò leggiamo la data d'alcune Prammatiche, col beneficio dell'aria ristabilirsi, ma sopraggiunto nella Primavera di quest'anno 1571 da un fiero catarro, a cui essendosi accoppiata una mortal febbre, gli tolse finalmente la vita a' due d'aprile, nel sessagesimoterzo anno dell'età sua, e dodicesimo del Viceregnato di Napoli. Il suo prudente Governo era da tutti i popoli commendato, e perciò la di lui morte fu da ciascuno amaramente compianta; facendosi allora giudicio, che di Spagna non ne avesse a venire nel Regno niun simile a lui; poichè veramente dalla morte di D. Pietro di Toledo, Napoli non conobbe miglior Ministro di questo. Fu il suo cadavere con onoratissime esequie sepolto nella Chiesa della Croce di Palazzo, donde poi fu trasferito in Ispagna.
Le virtù che adornarono il suo spirito, furono veramente ammirabili. Fu celebre in lui la pietà Cristiana sopra ogni altra virtù: egli adoratore dell'Augustissimo Sagramento dell'Altare, non solamente quando si portava per le piazze agl'infermi, facevalo accompagnare con torchi accesi da tutti i Paggi della sua Corte, ma sovente incontrandovisi egli, calava dal cocchio e l'accompagnava a piedi: compassionevole e pien di carità per li poveri e per gli afflitti, mandava spesso un suo Gentiluomo di confidenza a visitar la casa di quell'infermo, ove portavasi il Viatico, affinchè vi lasciasse buona limosina, se vi conoscesse bisogno. Per la penuria de' tempi ridotti i poveri in estremo bisogno, egli agevolò alla città quella pietosa opera d'aprire l'Ospedale di S. Gennaro fuor delle mura, ove provvide di cibo a più di mille mendichi, ed aggiunse ancora dalla sua borsa molte centinaja di scudi, che servirono per mantenimento de' poveri vergognosi. Per evitare il traffico indegno che facevano le pubbliche meretrici della verginità delle loro figliuole, promosse nel 1564 quell'altra opera degna della sua pietà, che fu la fondazione della Chiesa e Conservatorio dello Spirito Santo, dove le Donzelle, rubate all'ingordigia delle madri, se vogliono rimanervi, sono comodamente nudrite, e volendosi maritare è loro somministrata conveniente dote. Rilusse ancora la pietà di questo Ministro assai più nelle brighe, ch'ebbe a sostenere con gli Ecclesiastici, dove, ancorchè fosse da questi con modi imperiosi ed impertinenti posto in pericolo di perder ogni pazienza, egli però nell'istesso tempo, che sosteneva con vigore e fortezza le ragioni e preminenze del suo Re, usò con li medesimi ogni moderazione e rispetto, e colla Sede Appostolica tutta la divozione ed osservanza.
La prudenza civile fu in lui mirabile, e sopra tutto la cura ed il pensiero ch'ebbe per la conservazione e maggior comodità e sicurezza dello Stato fu assai commendabile: egli con forti presidj munì tutte le città del Regno esposte all'insidie de' nostri implacabili nemici. Per maggior comodità e sicurezza del commercio aprì nel Regno più regie strade, e fece costruire nuovi e magnifici ponti. A lui dobbiamo la via, che da Napoli ci conduce insino a Reggio. L'altra, che ci mena in Puglia, nel Sannio e ne' confini del Regno; e quell'altra magnifica da Napoli a Pozzuoli. A lui dobbiamo i famosi Ponti della Cava, della Dovia, di Fusaro e del fiume Cranio, ovvero Lagno, chiamato comunemente Ponte a Selce, tra le città d'Aversa e Capua; il Ponte di Rialto a Castiglione di Gaeta; il Ponte di S. Andrea nel Territorio di Fondi; e tanti altri, di cui favellano le iscrizioni di tanti marmi, che risplendenti del suo nome, si osservano in varie parti del Regno. A lui finalmente dobbiamo l'avere, su la via di Roma in Portella, con termini ragguardevoli e marmorej, e con iscrizioni scolpite su' marmi, distinti e separati i confini del Regno collo Stato della Chiesa di Roma, perchè nella posterità non vi fosse, come fu già, occasione di contrasti e di litigj.
Alla sua magnificenza non meno, che alla sua vigilanza dobbiamo non pure tutto ciò, ma che nelle congiunture presentateglisi mentre presideva al nostro Governo, abbia fatto rilucere l'animo suo regale e veramente magnifico. La crudele, e da non raccontarsi, morte accaduta in Ispagna all'infelice Principe Carlo a' 24 luglio nel 1568 proccurossi con lugubri apparati e pompose esequie renderla men dura. In Ispagna ne furono celebrate superbissime, ed in Napoli il Duca d'Alcalà, ricevutone l'avviso, nel mese di settembre del medesimo anno, ne fece celebrare parimente altre non inferiori: con grande magnificenza fece innalzar gli apparati ed i mausolei nella Chiesa della Croce presso il regal Palazzo, dov'egli intervenne con la maggior parte della nobiltà e del popolo a compiangere la disgrazia di quel Principe. Non molto da poi infermatasi la Regina Isabella moglie del Re Filippo d'una febbre lenta, giunta all'età di 22 anni, e gravida di cinque mesi rese finalmente lo spirito a Madrid in ottobre del medesimo anno 1568, e fu sepolta nell'Escuriale. Il Duca d'Alcalà, avutone avviso, fece in novembre celebrare alla medesima, coll'istessa magnificenza e pompa, esequie uguali nella stessa Chiesa. E due anni dopo la costei morte, avendo il Re Filippo tolta la quarta moglie, che fu Anna d'Austria primogenita dell'Imperador Massimiliano e di Maria sua sorella, su l'avviso d'esser arrivata la Sposa in Ispagna, il Duca d'Alcalà fece celebrare in Napoli, a maggio di quell'anno 1570, solenni e magnifiche feste con pubbliche illuminazioni per tre sere continue, e con pomposi apparati. Alla sua magnificenza pur deve Napoli quell'ampio stradone, che dalla Porta Capuana conduce a Poggio Reale. Egli aprì ancora nella punta del Molo quella già bellissima fontana ornata di bianchi marmi, con quattro statue rappresentanti i quattro fiumi del Mondo, e che dicevansi volgarmente i quattro del Molo. Ed egli parimente fu quegli, che diede principio a quelle due amene e regie strade, che portano dal Ponte della Maddalena a Salerno, e dalla Porta Capuana alla volta di Capua.
Della sua giustizia abbiamo perenni monumenti nelle tante Prammatiche, che ci lasciò. Fra tutti i Vicerè che governarono il Regno, egli fu, che sopra gli altri empisse il Regno di più leggi, contandosene sino a cento. I tanti avvenimenti e strani successi accaduti al suo tempo, la corruzione del secolo, e la perduta disciplina, l'obbligarono per questa via, nel miglior modo che si potè, a riparare la dissolutezza e pravità degli uomini.
Dal 1559 primo anno del suo governo, insino a marzo del 1571, l'anno della sua morte, ne stabilì moltissime tutte sagge e prudenti, ed infra l'altre cose ripresse per quelle la rapacità de' Curiali, tassando i loro diritti: invigilò perchè la buona fede fosse tra gli artigiani, ne' traffichi, e ne' lavori di mano: fu vigilantissimo sopra l'onestà delle donne, proibendo severamente le scale notturne, imponendo pena di morte naturale a coloro, che per forza baciassero le donne, anche sotto pretesto di matrimonio: sterminò i fuorusciti: vendicò con severe pene di morte naturale i falsificatori di moneta: riordinò il Tribunal della Vicaria, ed egli fu, che impose agli Arcivescovi e Vescovi del Regno, che ordinassero a tutti i Parrocchiani e Beneficiati, che hanno cura d'anime, che dovessero formare un libro, dove giorno per giorno notassero tutti i battezzati, per sapersi la loro età e per buon governo anche dello Stato. Egli ancora riordinò le Province del Regno, e comandò, che in quelle si formassero pubblici Archivj, e diede altri provvedimenti per la politia del Regno, degni della sua saviezza e prudenza civile, contenuti nelle nostre Prammatiche, li quali per non tesserne qui lungo catalogo, possono secondo l'ordine de' tempi, ne' quali furono stabiliti, osservarsi nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo di quelle, secondo l'ultima edizione del 1715.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOTERZO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO TRENTESIMOQUARTO
Le nozze del Re Filippo II, con la Regina Anna sua nipote, ancorchè fossero state celebrate in Ispagna con magnifica pompa e grande allegrezza, non è però che a' più savj non recassero maraviglia insieme ed indignazione: stupivano, come dice il Presidente Tuano[311], come un Re reputato cotanto saggio, senza necessità che lo stringesse, senza che da quelle avesse potuto promettersi qualche buon frutto per lo bene della pace, senza speranza di stendere il suo Imperio, e dalle quali niuno emolumento e molto d'invidia poteva ritrarne, le avesse con tutto ciò cotanto ambite e desiderate. Si scandalizzavano ancora del pessimo esempio, ch'e' diede d'aver voluto, essendo il primo fra' Principi Cristiani, prendersi con dispensazione dal Papa per moglie la figliuola d'una sua sorella. E ben l'evento 'l dimostrò, poichè quest'esempio, che cominciò da lui, si vide poi nella sua famiglia ripetuto nel 1580 da Ferdinando d'Austria, figliuolo dell'Imperador Ferdinando, il quale prese per moglie Anna Caterina, figliuola di Guglielmo Duca di Mantua e d'Elionora sua sorella[312]; ma ciò che portò in appresso maggiore scandalo, si fu, che da poi quest'istesso si vide esteso nella Nobiltà, e dalla Nobiltà infine arrivato, non senza indignazione de' buoni, insino alla plebe[313]. Ma che che ne sia, da questo matrimonio, il quale fu dopo diece anni disciolto per la morte della Regina, nacque il Re _Filippo III_, che gli fu successore al Regno; poichè se bene quattro figliuoli avesse da lei generati; due, cioè, Ermando e Giovanna, ancor infanti, premorirono alla madre, e l'altro D. Diego ancorchè sopravvivesse a lei, morì non molto da poi nell'età d'otto anni, rimanendo in vita sol Filippo, che gli fu erede.
Intanto per la morte del Duca d'Alcalà, avea preso, secondo il costume, il governo del Regno il Consiglio Collaterale, al quale presedeva allora il Marchese di Trivico; ma lo tenne pochi giorni, poichè giunta la novella della morte al Cardinal di Granvela, che si trovava in Roma, questi per la facoltà, che ne teneva dal Re, portossi subito in Napoli. Per gli avvisi continui, che teneva il Re Filippo dell'infermità del Duca, e che poca speranza poteva, a lungo andare, aversi di sua salute, faceva trattenere il Granvela in Roma con ordine, che seguendo la di lui morte, tosto si portasse in Napoli al governo di quel Regno, siccome sollecitamente eseguì; onde giunto a' 19 aprile di quest'anno 1571, fu ricevuto nel Molo con la solita pompa del Ponte, e con molta espettazione, come d'uomo assai rinomato per saviezza e prudenza; il cui governo saremo ora a raccontare.
CAPITOLO I.
_Del Governo di D. ANTONIO PERENOTTO CARDINAL DI GRANVELA, e de' più segnalati successi de' suoi tempi: sua partita, e leggi che ci lasciò._
Questo Ministro, di cui altrove abbiam ragionato sotto il nome del Vescovo d'Arras, fu figliuolo di Niccolò Perenotto Signor di Granvela, Borgognone di nascimento, e primo Consigliero dell'Imperador Carlo V. Nella sua giovinezza essendosi dato allo studio delle scienze, riuscì in quelle assai rinomato: onde col favore dell'Imperador Carlo V, per la sua letteratura, e per li meriti del padre, fu fatto Vescovo d'Arras nel Paese d'Artois. Per la sua grande attività e saviezza fu poi impiegato nell'Ambasciarie d'Inghilterra e di Francia; ed entrò in tanta grazia e stima di Cesare, che quando rinunziò al Re Filippo suo figliuolo la Corona, gli diede per guida questo Prelato, per la buona condotta del suo Regno. Fatto poi Cardinale, ed Arcivescovo di Malines, ebbe il peso degli affari più gravi de' Paesi Bassi sotto il governo della Duchessa di Parma sorella naturale del Re; ma entrato in odio di que' Popoli, i quali mal soffrivano il suo rigore, che non ben conveniva usare in que' tempi cotanto difficili, riputò bene il Re Filippo richiamarlo in Ispagna alla sua Corte. Quivi per la grande capacità che avea delle cose di Stato, fu impiegato nei negozj più gravi e rilevanti della Monarchia. Passò poi in Roma, dove, come s'è detto, era dal Re trattenuto, affinchè, poco sperandosi della salute del Duca d'Alcalà, potesse passar subito, come fece, al governo del Regno.
Niuna altra più tormentosa cura agitava in questi tempi l'animo di questo Vicerè e de' Napoletani, quanto i continui timori per le scorrerie del Turco: onde per prevenirle, bisognava rivolgervi ogni studio ed ogni pensiero. Non vi erano più sospetti di spedizioni d'altri Principi: molto meno dalla Francia, cotanto allora occupata nei suoi proprj mali e rivoluzioni. Non si temevano moti interni, e le Province libere da' fuorusciti, erano tutte tranquille e pacate: solo tenevano in agitazione le minacce e le frequenti sorprese, che nelle nostre marine facevano i Turchi implacabili e fieri nostri nemici.
Si aggiungeva ancora un altro fastidioso pensiero: il Re Filippo, oltre la guerra, che per difesa de' suoi Stati d'Italia era obbligato mantenere col Turco, si vide in questi tempi per una condotta molto rigida e boriosa de' suoi Ministri intrigato in un'altra guerra non meno fiera e crudele, che dispendiosa ne' Paesi Bassi, ove per sostenerla, non v'era denaro, che bastasse. La Spagna cominciava a perdere le sue forze, e tuttavia s'andava desolando per li tanti Presidj, che nelle proprie Città ed altrove manteneva, come nella Sicilia, nel nostro Regno, nel Ducato di Milano e sopra tutto in Fiandra, dove, oltre i Presidj, dovea mantenere numerosi eserciti armati. Vedevasi desolata ancora ed esausta per le tante Colonie, che si mandavano nell'Indie: per la poca attitudine degli Spagnuoli di proccurare ne' loro Porti traffico e commercio, e molto meno nelle sue città mediterranee: per la minor cura, che i suoi naturali prendevansi dell'agricoltura, tanto che i loro terreni, ancorchè ampi e feraci, e per la rarità de' coloni, e per la poca inclinazione che vi aveano, non erano coltivati abbastanza. Da ciò nasceva un'estrema penuria di denaro, e la mancanza delle forze per supplire a tante spese. Per queste cagioni il Re Filippo, dovendo sostenere il peso di tanta guerra, cominciò a dar di mano a' fondi del suo regal patrimonio, a vendere le gabelle, ad impegnare le dogane e tutti gli altri emolumenti delle supreme sue regalie agli Italiani, ed in particolare a' Genovesi, ai quali, per l'impronti fattigli di rilevantissime somme, pagava grossissime usure[314]. Quindi per soddisfare anche a' creditori cominciarono le distrazioni delle città e terre de' Regni di Sicilia e di Napoli, e ad esporsi venali gli onori ed i titoli di Contado, di Marchesato, di Ducato, insino a quello di Principato, proccurando con questi nomi senza soggetto, e con queste vane apparenze, niente dando di fermo e di stabile, nel miglior modo che poteva quietare i creditori, dando ombre ed onori, in vece di denari.
Si aggiungeva, che gli Spagnuoli per sostenere le guerre che il Re Filippo teneva accese fuori della Spagna, in Fiandra ed in Italia, non permettavano, che uscisse fuori di Spagna un soldo, nè contribuivano a cosa veruna, ma solo contribuivano alle spese, che bisognavano per difesa de' loro proprj confini. Le miniere, e le fodine dell'Indie erano quasi che esauste e mancate per loro avarizia, e molto più per non sapersene ben servire. Dalla Fiandra non vi era che sperare, ardendo ella d'una crudele e fiera guerra, e posta in iscompiglio, impedito ogni commercio, appena le forze di quelle province bastavano agli stipendj dei soldati, che ivi militavano. A tutto ciò s'aggiunse alcuni anni da poi la guerra di Portogallo, per la quale pure il nostro Reame fu costretto far donativi, ed il Re a proseguire vie più che mai le alienazioni del suo regal demanio, e gli emolumenti delle supreme sue regalie.
Il Regno di Napoli per ciò era sopra tutti gli altri riserbato per supplire a tante spese: quindi le premure e continue dimande di donativi e tasse: quindi in decorso di tempo si venne a tale estremità, che vendute le gabelle, impegnati i dazj, le dogane, e tutto, al Re poco rimanesse: onde avvenne, che dovendosi all'incontro supplire a' pesi, che porta seco la conservazione del Regno, s'imponessero nuovi pesi e gabelle, e che i nostri Cittadini si comprassero le proprie catene da non potersene mai prosciogliere: che si fossero le Signorie e' Feudi e' Titoli posti in ludibrio e conceduti non per merito di virtù, ma per denaro; e che ne nascessero in fine que' tanti mali e disordini, che si noteranno ne' seguenti libri di quest'Istoria.
Fra le principali cure adunque che angustiavano i nostri Vicerè, non era meno di quella del Turco, considerabile questa, vedendosi spesso premuti dalle pressanti richieste del Re di proccurar da questo Reame denari per sostenere le tante guerre. Nè erano agitati meno dalle fastidiose cure, che gli Ecclesiastici lor davano per le sorprese, che si tentavano sopra la Giurisdizione del Re e sue regali Preminenze.
Il Cardinal di Granvela intanto venuto al governo di questo Regno, per quanto la sua condizione e quella di questi tempi comportavano, non trascurò in tutte e tre queste occorrenze d'impiegarvi tutti i suoi talenti e tutto il suo vigore e prudenza.
La potenza Ottomana in questi tempi erasi resa formidabile e tremenda, non meno a' Principi vicini, che a' remoti, e l'Italia era in pericolo di cadere nella sua virtù; quindi i più gran sensati politici, e coloro, che più a dentro penetravano le forze di sì potente nemico, e l'estensione smisurata del suo Imperio, non tralasciavano esclamare co' Principi Cristiani per scuoterli dal lungo sonno, e facendo lor vedere così da presso i loro pericoli, gl'incoraggiavano ad una gloriosa unione per reprimere tanta potenza. Infra gli altri leggiamo tra le opere di Scipione Ammirato[315] un lungo discorso drizzato a' Principi della Cristianità, dove gli fa tutto ciò vedere, animando loro alla lega. Ma niuno fu di ciò più zelante e caldo del Pontefice Pio V, il quale dopo varie Legazioni, conchiuse quella famosa Lega, della quale fu eletto Generalissimo _D. Giovanni d'Austria_ figliuol naturale dell'Imperador Carlo V, il quale, ancorchè giovane di ventun'anno, avea però dato gran saggio del suo valore contra i Mori nel Regno di Granata.