Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 20

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Scrissegli ancora sotto l'istesso dì altra consulta, colla quale ragguagliava il Re, che gli aggravj fatti e che tuttavia si facevano da' Vescovi del Regno per cagione della suddetta Bolla (se egli colla sua potente mano non vi riparava) si sarebbero resi irremediabili; e quel, che più importava al suo regal servigio, era il remedio al capo dell'_Exequatur Regium_ da darsi alle provvisioni, Brevi e lettere Appostoliche, poichè per detta Bolla si toglieva affatto questo costume, ed antichissima consuetudine; ed in effetto alcuni Prelati aveano già pubblicati ed eseguiti alcuni Brevi e lettere Appostoliche senza _Exequatur_, e ch'egli era stato costretto di simularlo, finchè avesse risposta e risoluzione da Sua Maestà, per non incorrere nella censura contenuta in detta Bolla. Gli avvisò ancora, che il Papa avea mandata la Bolla all'Arcivescovo di Napoli con un Breve particolare, che la facesse pubblicare sotto pena di santa ubbidienza; sopra di che, da parte di Sua Santità, gli avea ancora scritto il Cardinal di S. Pietro Alessandrino suo nipote, comandandogli, che la facesse subitamente pubblicare, siccome già era stata subito pubblicata dal detto Arcivescovo e dal Nunzio per le Chiese di Napoli, senza licenza del Vicerè, e senza _Exequatur_. Di vantaggio, che nella nuova ed ultima Bolla in _Coena Domini_ pubblicata, in quest'anno 1568, vi si leggevano aggiunti molti altri capi pregiudizialissimi alla Regal Giurisdizione; onde pregava istantemente il Re, che ad un affare cotanto grave e ruinoso, vi desse presto rimedio; tanto più, che egli con i Reggenti erano in iscrupolo d'essere scomunicati, perchè aveano denegato l'_Exequatur_ ad alcuni Brevi di Sua Santità.

Il Re Filippo reputando, per queste insinuazioni del Duca, l'affare di somma importanza, ed avendo fatto esaminare in Ispagna da' suoi Consiglj e da' più famosi Teologi di quelle Università la Bolla, finalmente a' 22 luglio del medesimo anno 1568 scrisse al Vicerè una ben lunga lettera molto grave e forte, per la quale l'incoraggiava a star fermo in rifiutar la Bolla, e tutto ciò che s'attentava contra le sue regali preminenze. Mostra in prima per quella, aver inteso non senza suo rammarico, essere giunte le cose in quello stato, ch'egli rappresentava, non potendo lasciar di dirgli aver sentito molto, che abbia tanto dissimulato, e quelle leggiermente passate, ed essendo così perniziose, come sono e come egli medesimo lo dicea: che poteva ben egli aver col Papa molto giusta ed onesta scusa di non ammettere, nè dar luogo ad alcuna novità, che si pretendeva a tempo suo introdurre, con dirgli, ch'era suo Luogotenente in questo Regno, e che stando ad esso raccomandato per governarlo con que' privilegi e preminenze, nelle quali da tanti anni si trovava in possessione, in uso e costume, non poteva lasciare di non conservarli, così, come gli avea trovati: che per questa causa non dovea Sua Santità tenere a male, nè a disubbidienza, che cercasse prima consultare con sua Maestà e complire il suo carico ed ufficio: che dovea dire al Nunzio, che trattanto, che in questo Regno fosse stato esso Duca, non avesse da permetter cosa, che fosse in pregiudizio e diminuzione delle sue prerogative e preminenze, colle quali l'avea ritrovato, e che se Sua Santità pretendeva introdurre alcuna cosa in quello, poteva accudire a Sua Maestà, come a Padrone, e conveniva, che l'avesse fatto, poichè toccava a Sua Maestà ordinare quel che avesse voluto, e ad esso Duca solamente eseguirlo.

Per la qual cosa espressamente gli comandava, che per lo cammino e termini che meglio gli parrebbono, esso Duca restituisca interamente nella possessione, nella quale stava il Regno quando egli ci venne, senza permettere, che la giurisdizione e preminenza reale sia pregiudicata in un solo punto, come in lui interamente confidava, perchè altrimenti non sarebbe ammessa niuna replica e scusa.

Che faccia intendere al Nunzio Odescalchi, che frattanto, che esso Duca tenerà il Regno a suo carico, non s'avran da permettere in quello simili novità, cotanto pregiudiziali a Sua Maestà.

Che castighi severamente ed esemplarmente quelli che avranno ardimento servirsi d'alcun Breve, Bolla, o Concessione Appostolica, senza che preceda l'_Exequatur Regium_, che da tanto tempo, e per tante necessarie e giuste cagioni s'usa, e sta introdotto nel Regno. E che (approvando il suo parere d'inviare a Roma persona di qualità) si risenta col Papa e gli rappresenti gli aggravj ed i pregiudizi che gli fa con queste novità: gli ordina, che in tanto gli dia subito avviso d'aver eseguito puntualmente quanto gli comandava; soggiungendo ancora (per mostrar maggiormente la sua grande premura), che avendo egli data licenza ad esso Duca per le sue gravi indisposizioni di venire in Ispagna, se si trovasse forse partito dal Regno, gli ordinava di ritornar subito che avesse ricevuta quella lettera, da dove si trovava, a riordinare il Regno, e restituirlo nelle antiche preminenze, in maniera che lo lasci dello stesso modo, e con quelle medesime giurisdizioni e prerogative, che lo trovò.

Risponde ancora a ciò, che il Duca gli avea scritto intorno allo scrupolo, che coloro della città aveano di non imporre fra di loro gabella: che proccuri di levargli da questa immaginazione ed errore; poich'avendo egli fatto consultare il caso da' migliori suoi Teologi, vien giudicato errore ed inganno: onde con effetto, che facci subito imporre la suddetta gabella, affinchè Roma si disinganni, ed intendano di non giovargli in simili cose queste strade indirette.

Scrisse parimente il Re, a' 31 luglio del medesimo anno, premurosamente al Commendator maggiore, a cui appoggiò in Roma questo affare per doverlo maneggiare col Papa, al quale inviò le sue istruzioni e tutte le scritture e consulte fatte sopra il medesimo, incaricandogli dover maneggiarlo con quel calore ed efficacia, che ricerca la qualità d'un negozio tanto grave e cotanto a lui importante. Oltre a ciò in piedi di questa lettera soggiunse il Re, di suo proprio carattere, al Commendatore, che sentiva tanto questo negozio, che non s'avea voluto confidare con altri, se non con lui, assicurato della sua forza ed amore con che l'ha da trattare. E narra il Presidente Tuano[211], che il Re Filippo sì gravemente sdegnossi, che i Vescovi e Parrochi aveano avuto quest'ardimento di pubblicare in Ispagna ed in Italia ne' suoi Stati questa Bolla, che con severità di pene pari all'ardimento loro il proibì, dicendo, secondo che scrive il Tuano: _Nolte se committere, ut ignava sua patientia majestatem Imperii a majoribus acceptam, atque adeo aerarium imminuisse videatur; videre se, nec invidere: quod Regi Francorum, qui regnum sectaria peste infectum habeat, nova quotidie subsidia a sacro ordine emungere concedatur, id vero ferre non posse, sibi qui regna ab eadem peste incontaminata servet, interdici, quominus jura ab omni aevo ad hunc diem ab eodem sacro ordine in suis ditionibus pendi solita, exigere liceat_. E consimili erano le doglianze de' Veneziani, i quali per ciò non vollero nella loro Repubblica a verun patto sopportare queste novità.

Il Duca d'Alcalà, ancorchè avesse ottenuta licenza dal Re di ritornar in Ispagna, nulladimeno non era per anche partito da Napoli, quando gli giunse la sua regal carta, dalla quale fu obbligato a trattenervisi, e quando s'accertò de' risoluti sentimenti del Re, cominciò con più sicurezza e vigore ad opporsi a' Prelati; onde divenuto più animoso, per sua discolpa, era tutto vigilante ed attento in riparar i pregiudizi passati, e proccurare, che non se ne attentassero de' nuovi: fece far relazione da' Signori Reggenti di non essersi portato alcun pregiudizio alla regal giurisdizione e preminenze di Sua Maestà per la pubblicazione fatta dall'Arcivescovo di Napoli, siccome dagli altri Vescovi nelle loro Diocesi della Bolla: che le cose erano nel lor primiero stato, e da potersi riparare quando il caso avvenisse. Ed in fatti, non ostante che in Roma si trattava dal Commendator maggiore quest'affare, perchè tuttavia non cessavano i Vescovi del Regno, quando lor poteva venir fatto, di tentare delle novità; così non trascurava il Vicerè immantenente di opporsi ed impedirgli.

Il Vescovo di Venafro avea ardito di proibire l'esazion delle gabelle nella sua Diocesi; ma il Vicerè tosto in settembre di quest'anno 1566, scrisse al Commessario Barbuto ordinandogli, che le facesse esigere non ostante detta proibizione, ed avendo inteso, che i Sindici e gli Eletti di S. Germano aveano mandato in Roma per ottener Bolla ed assenso della Sede Appostolica per poter seguitare l'esigenza delle gabelle imposte in detta città gli anni passati con licenza e decreto Regio: e che avendo voluto seguitare ad esigere dette gabelle, erano state dal Vicario pubblicamente nella Chiesa proibite, notificando essere quelle riprovate sotto pena di scomunica da Sua Santità in virtù della Bolla _in Coena Domini_: commise al suddetto Commessario Barbuto, che contra i Sindici e tutti gli altri del governo, siccome contra coloro, che gli aveano consultati di mandar in Roma, pigliasse diligente informazione, e trovatigli di ciò colpevoli, insieme coll'informazione gli menasse in Napoli, facendo intanto continuar l'esazione.

L'Arcivescovo di Chieti e li Vescovi di Bitonto, di Lavello e di Venosa parimente ebbero ardimento in virtù della suddetta Bolla di proibir le gabelle; ma il Vicerè, oltre d'aver acremente ripresi i Prelati suddetti, acciò non s'intrommettessero in quest'affare e d'aver fatta continuare l'esazione de' laici, di questi attentati ne fece a' 31 ottobre del 1568 una particolar consulta al Re.

Il Vescovo di Melfi ancora erasi avanzato a procedere contra a' laici, avendo anche proibita l'esazione delle gabelle di detta città: onde il Vicerè se gli oppose con vigore, ed a' 11 dicembre del suddetto anno scrisse un'altra Consulta al Re, pregandolo de' rimedj opportuni contra questi Prelati, che usurpavano la sua regal giurisdizione.

Il Vescovo della Cava avea parimente impedita l'esazione delle gabelle di detta città, e pubblicata scomunica contra quelli che volessero esigerle. Ma il Vicerè, a' 6 febbrajo del nuovo anno 1569, mandò una grave ortatoria al Vescovo, che rivocasse la scomunica e non impedisse l'esazione: scrisse ancora una lettera Regia al Capitano ed alla città della Cava, che dovessero continuar e far continuare l'esazion delle gabelle imposte con assenso e decreto Regio, alla riserva delle Chiese e persone Ecclesiastiche, non ostante qualsivoglia proibizione fatta o da farsi dal Vescovo, e ne fece anche di ciò relazione al Re.

Avendo per tanto il Vicerè, di quanto i Vescovi attentavano e di quanto egli operava in contrario per riparare i pregiudizj fatti, mandate, come si è detto, più relazioni al Re Filippo per intendere la sua regal mente, affinchè non mancasse d'assisterlo in cose così gravi; il Re in quest'istesso anno 1569 gli rispose con altra sua regal carta, colla quale non solo approvava la sua vigilanza, ma vie più gl'incaricava la continuazione con ogni vigore in non permettere a' Vescovi questi attentati, nè che per un pelo venga pregiudicata la sua giurisdizione e preminenza regale; per la qual cosa il Duca, assicurato di nuovo della mente del Re, scrisse una grave ortatoria a tutti i Vescovi, ed Arcivescovi del Regno, insinuando loro, che non pubblicassero, nè facessero pubblicare la Bolla _in Coena Domini_, nè altre Bolle senza il _Regio Exequatur_, altrimenti avrebbe proceduto contra di loro, come conveniva procedere contra quelli, che pregiudicano la regal giurisdizione. Scrisse ancora nel medesimo tempo a tutti i Governadori delle province, ordinando loro, che inviassero persone a posta a presentare detta ortatoria a tutti, detti Prelati, ed in loro assenza a loro Vicari; e ch'essi stassero vigilanti in non far pubblicare la Bolla _in Coena Domini_, e che per tal effetto ordinassero a tutti i Capitani delle Terre così demaniali, come Baronali, che subito che sentiranno doversi quella pubblicare debbano tosto levarla di mano di quel Prelato, o altro, che la pubblicasse, o se per caso la ponessero nelle porte delle Chiese maggiori, o in altro luogo, la levassero dove fosse affissa, e subito per persona a posta la debbano inviare ad esso Vicerè: di più, che debbano anche subito sequestrare li beni patrimoniali e temporali del Prelato, che presumerà far tal cosa.

Nè questi ordinamenti rimasero senza il loro effetto poichè alcuni Prelati, che ciò non ostante vollero avere questo ardimento di pubblicarla, ne furono col sequestro de' loro beni puniti. Avendo l'Arcivescovo di S. Severina fattala pubblicare in quella città, scrisse, il Vicerè al Conte di Sarno Governatore di Calabria, che gli sequestrasse i suoi beni patrimoniali e temporali. Parimente essendosi inteso che il Vicario della città di Cedogna aveala pubblicata, fu scritto dal Vicerè al Governadore di Principato ultra, che mandasse un Auditore a pigliarne informazione, e costando averla fatta pubblicare, gli sequestrasse i beni, e trovandosi la Bolla affissa nelle porte della Chiesa, o altrove, la levasse. Consimili ordini furon mandati al Governadore suddetto contra l'Arciprete d'Erboli: al Capitano della Terra delli Cameli contra il Vescovo di Bojano ed il suo Vicario: al Governadore di Principato citra contra l'Arciprete del Casale dell'acqua: al Governadore di Capitanata contra il Vescovo suddetto di Bojano ed a molti altri; ad alcuni de' quali, per essere comparsi in Napoli avanti il Vicerè, e fatto costare, che essi non aveano pubblicata la Bolla dopo la sua ortatoria, ma l'anno precedente, fu loro poi tolto il sequestro. Di tutto ciò, così dell'ortatoria generale spedita a' Vescovi ed Arcivescovi, e degli ordini dati alli Governadori delle Province, come de' sequestri fatti, e poi ad alcuni levati, ne fece il Vicerè distinte relazioni al Re in Ispagna.

Restava ancora di levare un'altra cagione, perchè questa Bolla non si disseminasse, ed era, impedire ai Librai e Stampatori, che non la stampassero e vendessero; onde il Vicerè avendo notizia, che in Napoli i Librai tenevano e vendevano gli esemplari di quella; ed alcuni Stampatori, ancorchè a voce loro si fosse fatto intendere, che non stampassero cosa alcuna senza sua licenza, con tutto ciò l'aveano stampata; ordinò che si facesse diligenza nelle loro case e botteghe, e che quante ve ne trovassero si pigliassero, ed essi fossero posti in prigione, siccome fu eseguito. Ed avendogli il Conte di Sarno Governadore della Provincia di Calabria scritto, che in Cosenza in potere de' Librai di quella città si trovavano molte di queste Bolle, e parte anche vendute, gli ordinò che facesse far la ricerca nelle loro case e botteghe, e proccurasse averle tutte in mano, e gli carcerasse appresso di se: del passo pure ne diede parte al Re nella Consulta, che gli scrisse a' 7 maggio di questo medesimo anno 1569.

Ma con tutto che il Duca d'Alcalà fosse tutto occhi per impedire la pubblicazione di questa Bolla, affinchè gli Ecclesiastici non se ne valessero nel Regno, non per questo da Roma si tralasciava tanto più insistere ai Prelati, che si fossero opposti, e che per tutte le vie la facessero valere. Il Pontefice fulminava per questi espedienti presi dal Vicerè, qualificandoli per violenze; e se deve prestarsi fede al Cardinal Albizio[212], minacciava di volere scomunicarlo insieme col Collaterale, e sottoporre ad interdetto la città di Napoli. Ma riputandosi allora questo rimedio più ruinoso del male, si pensò in Roma una sottil malizia, e pur troppo scandalosa (niente curandosi di allacciare le coscienze degli uomini, particolarmente de' più deboli, che sono i più) la quale fu di comandare a' Confessori, anche regolari, che negassero l'assoluzione a' loro penitenti: onde vedendo, che poco frutto si faceva con mandar la Bolla a' Prelati, ed inculcar loro l'osservanza, si pensò di mandare la Bolla a' Generali delle Religioni, affinchè la disseminassero a tutti i Confessori dell'Ordine, con impor loro, che non assolvessero persona, che avea a quella controvenuto.

Saputosi in Roma, che il Vicerè avea per Confessore un Frate del Monastero della Croce, si cominciò da costui. Il Papa ordinò al P. Generale de' Francescani, che mandasse a tutti li Confessori del suo Ordine la Bolla: di più fece scrivere dal detto P. Generale una particolar lettera ai P. Fr. Michele Guardiano del Monastero della Croce, ch'era il confessor del Vicerè, che stesse ben avvertito d'assolvere il Vicerè, sempre che conoscesse aver impugnato la Bolla. Il Vicerè ebbe copia di questa lettera, e la mandò in Ispagna al Re insieme con un'altra sua Consulta de' 15 maggio del detto anno, pregandolo a prender forte risoluzione in cosa cotanto necessaria.

Si venne da poi a' Reggenti del Collaterale, ed in particolare a' Reggenti Villano e Revertera Consultori del Vicerè. Il Reggente Villano essendosi andato pochi dì prima di Pasqua Rosata a confessare al suo Confessore ordinario, che per sua disavventura si trovò essere dell'osservanza di S. Francesco e del Monastero istesso della Croce, non fu possibile, che colui avesse voluto assolverlo, per cagion d'aver contravvenuto alla Bolla: dicendogli di più che il Nunzio avea secretamente ripreso il Guardiano del Convento, perchè mandava ogni dì un Frate a dir Messa nella Cappella, che sta in casa d'esso Reggente, quando sapeva ch'era, per aver contrastato alla Bolla, scomunicato. Per la qual cosa fu duopo al Reggente andare ad un altro Religioso, dal quale fu per quella volta assoluto e comunicato nel dì di Pasqua; però il Frate gli disse, che avesse rimediato col Re a' fatti suoi, perchè un'altra volta non si sarebbe arrischiato di assolverlo.

Più lagrimevole fu il caso del Reggente Revertera, per aver egli voluto ricorrere a Gesuiti; andò il Reggente nella Vigilia dell'Ascensione per confessarsi al suo Confessore oridinario, ch'era della Compagnia di Gesù: non volle il Gesuita nè meno ascoltarlo, sgridandolo non poterlo assolvere, perch'era scomunicato, avendo impedito, che si pubblicassero provvisioni di Roma senza il _Regio Exequatur_: che avea consentito, che si carcerassero e punissero coloro, che aveano pubblicata la Bolla _in Coena Domini_, e che facesse continuare l'esazione delle gabelle, onde non pensasse di essere assoluto nè da lui, nè da altri, perchè il Reggente Villano intanto era stato assoluto da quel Religioso, perchè ancora non era venuto ordine al Generale della sua Religione, che non assolvessero i Reggenti; onde il meschino Revertera tutto confuso e pien di rossore bisognò andar via. Con tal occasione si seppe che in Roma s'era dato tal ordine alli Confessori di tutte le Religioni, e che per ordine del Cardinal Savelli Vicario del Papa, in nome di sua Santità, s'era imposto al General de' Gesuiti, che dovesse dar ordine a tutti i Confessori della Compagnia, che non assolvessero il Vicerè, nè i Reggenti, e che un consimile era stato già dato a tutte le altre Religioni.

L'esempio di Roma, per di lei insinuazione, era imitato da' Vescovi del Regno; poichè il Vescovo di Boiano pure s'era avanzato a dar ordini a' suoi Confessori della Diocesi, e particolarmente a quelli della Terra di Ferrazzano, che non dovessero confessare, nè assolvere li Cittadini e persone del governo di detta Terra, che facevano continuare ad esigere le gabelle: ed ancorchè il Vicerè mandasse ortatoria al Vescovo, che rivocasse gli ordini, altrimenti avrebbe proceduto come conveniva, il Vescovo non volle ubbidire: onde il Duca nella nuova consulta, che fece al Re sotto li 29 gennajo del seguente anno 1670 lo richiedeva, se fosse stato di suo gusto cacciarlo dal Regno e sequestrargli l'entrate. Scrisse perciò al Governadore di Capitanata, che facesse subito presentare al Vescovo l'ortatoria; e la rimandasse, e scrisse parimente al Capitano, ed all'Università di Ferrazzano, che attendessero ad esigere le gabelle, non ostanti gli ordini del Vescovo.

Il Duca, accertato di questi passi dati da Roma, e di quanto accadeva nel Regno, ne fece piena consulta al Re sotto li 10 giugno di quest'anno 1569, pregandolo instantemente a dar pronto riparo, ponendogli ancora sotto gli occhi, ch'egli era già di 62 anni, il Reggente Villano ne avea anni 70 ed il Reggente Revertera poco meno, e potrebbe facilmente ad alcuni di essi sopravvenir la morte con tali timori e scrupoli, che gli Ecclasiastici esageravano, i quali finalmente turbano la pace dell'anima, e maggiormente a' vecchi, che sono nell'estremo di lor vita[213].

Non passò guari, che il Reggente Villano cadde infermo, ed i Confessori non lo volevano assolvere: venne all'estremo di sua vita, ma non per ciò trovava da' Confessori pietà; finalmente il Nunzio, essendosi prima con usar molte diligenze accertato, che veramente era quasi in agonia, siccome in effetto poco da poi se ne morì, diede il permesso che si potesse confessare ed assolvere, ma con condizione, che se fosse vivuto non andasse più dal Vicerè, quando si trattasser cose di giurisdizione, nè s'intromettesse in quelle: così fu assoluto, e così morì il cotanto fra noi celebre Reggente Villano, Ministro non men dotto, che zelante della giurisdizione e preminenze del suo Re, il cui tumulo oggi s'addita nella Chiesa di S. Lorenzo Maggiore di questa città. Tutti li Confessori si protestavano, che a patto veruno non volevano assolvere i Reggenti, se non promettessero prima, di non intromettersi nella Bolla _in Coena Domini_, ma quella osservare ed eseguire. Parimente il Vescovo di Nola avea ordinato, che gli Eletti e Deputati del Reggimento di quella Città non fossero assoluti da' Confessori per cagion, ch'esigevano la gabella del pane imposta con decreto, e Regio assenso colla riserva de' Cherici, Chiese e persone Ecclesiastiche; ed essendogli stata mandata ortatoria dal Vicerè, che rivocasse gli ordini, e facesse assolverli, non curava ubbidire.

Di vantaggio, avendo il Pontefice pubblicato, in questo nuovo anno 1570, un giubileo, per escludere da questo li Reggenti e gli altri Ministri ed Ufficiali del Re, vi avea fatto ponere clausola, che non potessero di quello godere coloro, i quali aveano violato la libertà Ecclesiastica; ed i Confessori dicevano, che per queste parole si denotavano i Reggenti e gli altri Ministri; ed il Nunzio ancora così l'avea dichiarato.

Il Vicerè di tutti questi disordini ne informò pienamente il Re con due altre relazioni, una de' 29 gennaio, l'altra de' 10 maggio del medesimo anno 1570 pregandolo, che a mali sì gravi volesse darvi remedio, atteso ch'egli non poteva resistere alle continue istanze de' Reggenti' e d'altri Ministri, che erano per ciò in grandissima agitazione[214].

Il Re Filippo intanto, per le Legazioni in questo tempo spedite dal Pontefice Pio di Vincenzo Giustiniano e del Cardinale Alessandrino in Madrid, delle quali parleremo più innanzi, e per gli uffici fatti in Roma dal suo Ambasciadore e dal Commendator maggiore, avea mitigato in parte l'animo del Pontefice, ed il Presidente Tuano[215] narra, che Pio V, si raffreddò e depose il pristino fervore per le guerre di Religione, che allora più che mai crescevano in Fiandra e nella Francia; tanto che il Re assicurò il Duca con sua lettera sin de' 17 luglio 1569, che per gli ufficj passati in Roma prevedea che Sua Santità si sarebbe quietata, e non passerà più avanti, e che in questo non avrà più che dire di quel, che in Ispagna il suo Nunzio con molto secreto avea detto circa l'ordine dato da Sua Santità, che non si pubblicasse la Bolla in Coena Domini insino ad altro suo ordine: lo richiedeva per ciò, che l'avvisasse se questo si continuava, o pure fossesi dato altro ordine in contrario[216].