Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 17

Chapter 173,587 wordsPublic domain

Da poi che Ferdinando I d'Aragona spogliò il Principe di Taranto de' suoi Stati, fra' quali era il Ducato di Bari, per rimunerazione di quegli ajuti, che più volte gli avea somministrati Francesco Sforza Duca di Milano, e per contemplazione del matrimonio d'Eleonora sua figliuola, destinata per isposa a Sforza Maria Visconte terzogenito del detto Duca Francesco, investì nel 1465 il detto Duca Francesco della città di Bari e suo Ducato. Ma essendosene poi il Duca morto nel seguente anno 1466, con nuova licenza e concessione del Re Ferdinando, lasciò il Ducato di Bari, non a Galeazzo suo primogenito, che succedè nello Stato di Milano, il quale fu poi marito d'Isabella d Aragona figliuola d'Alfonso II, ma a Sforza Maria Visconte e suoi futuri figliuoli legittimi, acciò che quello, che per lo matrimonio contraendo dovea divenire genero del Re di Napoli, avesse con la sua prole da possedere nel di lui Regno il Ducato di Bari. Il nuovo Duca Sforza mandò tosto in Bari un suo Luogotenente con titolo di Viceduca per governare la città e 'l Ducato, ma essendosi disciolti gli appuntati sponsali con Eleonora d'Aragona per le molte e gravi infermità del Duca Sforza, tanto che Eleonora fu data poi per moglie al Duca Ercole di Ferrara, fu lasciato sì bene il Ducato al Duca mentre visse, ma morto poi nel 1479, essendo ricaduto al Re, fu quello insieme col Principato di Rossano in Calabria donato a' 14 agosto del medesimo anno a Lodovico Moro fratello del morto Duca e a figlj, che da legittimo matrimonio fossero da lui nati. Possedè Lodovico questi Stati; ma quando poi si seppe l'invito da lui fatto a Carlo VIII Re di Francia per la conquista del Regno di Napoli, Alfonso II oltre aver richiamato il suo Ambasciadore, che per lui risedeva in Milano, e mandato via quello di Lodovico che risedeva in Napoli, fece sequestrare tutte l'entrate degli Stati di Bari, e di Rossano, acciò non capitassero nelle mani d'un suo dichiarato nemico. Ritornato poi il Regno per la partita del Re Franzese, sotto il Re d'Aragona, e seguita la pace con Lodovico, costui dal nuovo Re Federico chiese una nuova conferma, ed una nuova investitura del Ducato di Bari e del Principato di Rossano, il quale cortesemente glie la spedì sotto la data de' 6 decembre dell'anno 1496. Nell'anno seguente fece Lodovico al Re nuova istanza, dimandando, che investisse di questi Stati di Bari e Rossano il secondogenito nomato Sforza, fanciulletto ancora di tre anni, a cui esso gli cedeva; ed avendo il Re a ciò acconsentito, creò nuovo Duca di Bari e Principe di Rossano il fanciullo a' 20 giugno del 1497 con condizione, che a nome di lui governasse questi Stati Lodovico suo padre, fin che il vero Duca giungesse ad età più matura.

Intanto essendo D. Isabella d'Aragona, figliuola di Alfonso II, rimasa vedova di Giovanni Galeazzo, al quale portò in dote centotrentamila scudi, ed avendo il nuovo Re di Francia Lodovico IX mossa nuova guerra in Italia con impegno di vendicarsi di Lodovico suo capital nemico, e spogliarlo del Ducato di Milano; questi intimorito, se ne fuggì in Germania e prima di partire assegnò alla mentovata D. Isabella per li ducati centotrentamila della sua dote, il Ducato di Bari ed il Principato di Rossano. D. Isabella prese di questi Stati il possesso, e lo ritenne fin che visse; poichè quando Federico fu costretto uscir del Regno, quello passato in potere de' Franzesi e de' Spagnuoli, e finalmente sotto Ferdinando il Cattolico, niuno le diede molestia, e la lasciarono godere di questi Stati senza un minimo turbamento. Venne ella nel 1501 a risedere in Bari, dove lasciò di se molte memorie, ampliando, e nobilitando quella città con magnifici edificj[154].

Avea ella di Galeazzo suo marito procreato un figliuol maschio chiamato _Francesco_, ed una bambina di nome _Bona_, ma essendo _Francesco_ premorto in Francia giovinetto, rimase Bona unica erede, la quale veniva allevata da sua madre in Bari con grande agio e carezze: divenuta già grandetta, pensò darle marito; l'Imperador Carlo V, a richiesta d'Isabella, se ne prese cura e trattò il matrimonio con Sigismondo Re di Polonia, che allora si trovava vedovo e senza figliuoli maschi; fu quello conchiuso nel 1517, e mandò il nuovo sposo a prendersi Bona, la quale imbarcatasi a Manfredonia, a' 3 febbrajo del seguente anno 1518, fu ricevuta dal Re in Polonia con real pompa e grande celebrità. Ritiratasi da poi D. Isabella da Bari in Napoli, non passò guari, che infermatasi d'idropisia, rese lo spirito nel 1524, e fu seppellita nella Chiesa di S. Domenico, dove ancora oggi si vede il suo tumulo.

Per la costei morte nacque discordia intorno alla successione del Ducato di Bari, e del Principato di Rossano tra _Bona_ sua figliuola ed erede, e _Sforza_ figliuolo di Lodovico Moro. Costui, allegando l'investitura a se fatta dal Re Federico, pretese per se gli Stati, e diceva che Lodovico suo padre per non essere di quelli che un semplice Governadore, non poteva assegnargli a D. Isabella per le sue doti. L'Imperador Carlo V pretese ancora, che Lodovico non solamente non avea potuto dispor di quelli, come non suoi, ma anche perchè quando gli assignò a D. Isabella non richiese assenso da Federico Re di Napoli, a cui, ed a' suoi successori in caso di vacanza, doveano ricader quegli Stati. In fine dopo varie consulte e trattati fu stabilito, che il Castello di Bari s'aggiudicasse a Carlo V come a diretto padrone, e successor legittimo del Regno; e che la città di Bari col suo Ducato, e gli altri Stati in Calabria s'assignassero alla Regina _Bona_ per tutto il tempo di sua vita, salve però le ragioni di _Sforza_, alle quali per questo accordo non si recasse pregiudizio veruno. Ciò stabilito l'Imperadore mandò subito Colamaria di Somma Cavaliere Napoletano per Castellano nel Castello di Bari; e la Regina, che accettò le condizioni, vi mandò per Viceduca Scipione di Somma per reggere la città e 'l Ducato.

In cotal guisa si stette sino all'anno 1530, quando Sforza, che con l'assenso dell'Imperador Carlo era già divenuto Duca di Milano, cedè al medesimo Carlo tutte le ragioni riservate, e pretensioni, ch'egli avesse potuto mai avere sopra gli Stati suddetti; onde l'Imperadore divenutone interamente Signore, fece nuova investitura de' medesimi alla Regina Bona, ristretta però mentr'ella vivea; e nel 1536, la investì anche del Castello di Bari con la medesima limitazione di tempo; onde da lei e dal Re _Sigismondo_ suo marito furon da poi governati[155].

Rimasa poi vedova la Regina _Bona_ per la morte accaduta del Re suo marito nell'anno 1548, ancorchè col medesimo avesse procreati quattro figliuoli, un maschio che fu successore nel Regno, chiamato _Augusto_, e tre femmine: nulladimeno non passarono molti anni, che la Regina col suo figliuolo venne a manifeste discordie. Al Re non piacevano i modi troppo licenziosi di sua madre: all'incontro ella per vivere più libera, prendendo occasione d'essersi Augusto con suo disgusto sposato con una sua vassalla, benchè molto gentile e bellissima, risolvette abbandonar il Regno, ed i figli e ritirarsi in Bari nel suo Stato. Augusto la lasciò andare, onde partita nel 1555 con fioritissima Corte, viaggiò per terra da Craccovia sino a Venezia, dove da quella Signoria fu ricevuta con Real pompa e maravigliose accoglienze: e fra le orazioni del _Cieco d'Adria_ se ne legge ancora una, recitata dal medesimo In Venezia in occasione di questo passaggio[156]. Da Venezia su le Galee della Repubblica si portò a Bari, dove fu accolta con sommi onori e feste grandissime.

Visse in Bari meno di due anni, e frattanto comprò da varj Baroni Campurso, Noja e Trigiano, Terre a Bari vicine, fortificò il Castello, fabbricandovi alcuni nuovi baloardi. Venuta a morte fece il suo testamento, nel quale avendo lasciato a Giovan-Lorenzo Pappacoda suo intimo Cortigiano, che per molti anni l'avea ben servita, ed in Polonia ed in Bari, le Terre suddette; ad insinuazione del medesimo dichiarò in quello, che il Ducato di Bari ed il Principato di Rossano, erano ricaduti per la sua morte al Re Filippo II, ne' quali ella per ciò lo istituiva erede. Morì nel mese di novembre di quest'anno 1557, e fu sepolta nel Duomo di Bari, dove dopo molti anni gli fu fatto innalzare dalla Regina Anna di Polonia sua figliuola, e moglie del Re Stefano Battori, un superbo tumulo, con iscrizione che ancor ivi si vede.

Il Re Augusto, ricevuto avviso della morte della Regina sua madre, e del testamento, fortemente se ne dolse e portò le sue querele all'Imperador Ferdinando suo suocero, pretendendo non aver potuto la madre privarlo di quegli Stati con disporne a favor del Re Filippo, e che l'investitura comprendeva lui anche. Filippo intanto se gli avea già fatti aggiudicare come a se devoluti, e per gratificare il Pappacoda di questo buon servigio, avea dato al medesimo titolo di Marchese sopra Capurso; ed avendo avuto avviso dall'Imperador suo zio delle pretensioni del Re di Polonia, si contentò che così quelle, come le sue, s'esaminassero avanti dell'Imperadore, e secondo quello che a' suoi Savj paresse, si determinasse. Fu accettato il trattato: onde da amendue le Parti si mandarono in Germania famosi Giureconsulti per sostener le loro ragioni. Piacque al Re Filippo II mandar per se da Napoli Federico _Longo_, eccellente Dottore di que' tempi, e che esercitava allora la carica d'Avvocato Fiscale della Regia Camera; ma questi partito per Vienna, ove risedeva l'Imperadore, giunto a Venezia s'ammalò gravemente, ed a' 24 ottobre del 1561 vi lasciò la vita: fu il suo cadavere riportato a Napoli, dove nella Chiesa di S. Severino gli fu data onorevole sepoltura[157]. Si pensò ad altra persona, e fu scelta quella di _Tommaso Salernitano_ Dottor non men rinomato e Presidente della Regia Camera, il quale portatosi in Germania, e ben ricevuto dall'Imperadore, difese così bene le ragioni del suo Re, mostrando l'investitura della Regina Bona essersi estinta colla sua morte, nè venire in quella compresi i figliuoli, che ne riportò sentenza favorevole, e fu con ciò posto a questa lite perpetuo silenzio. Il Re Filippo rimase cotanto ben soddisfatto del Presidente Salernitano, ch'essendo per la morte del Reggente Francese Antonio Villano nel 1570 vacata quella piazza, lo fece Reggente di Collaterale, dove presiedette sino a 10 giugno del 1548, anno della sua morte[158].

In cotal maniera tratto tratto s'andavano estinguendo nel nostro Regno que' vasti Dominj e Signorie, che sovente rendevano i Possessori sospetti a' Re, e quasi uguali, particolarmente nel Regno degli Aragonesi piccioli Re, i quali oltre di quello di Napoli, non aveano fuori altra Signoria. Erano per ciò sovente soggetti alle congiure ed all'insidie de' Baroni potenti, ed a' continui sospetti, che i malcontenti non invitassero i Franzesi, perpetui competitori, all'acquisto, e che, o con sedizione interna, o guerra esterna, non loro turbassero il Regno. Gli Spagnuoli, secondo che la congiuntura portava, devoluti gli Stati o per morte o fellonia, estinguevano Signorie sì ampie: non rifacevano in lor vece altri, ma, ritenuta la città principale nel Regio Demanio, partivano in più pezzi il rimanente, e delle altre Terre che prima componevano lo Stato ne facevano più investiture: d'uno che n'era o Principe, o Duca, o Marchese, ne facevano molti, concedendo separate investiture; onde si videro nel Regno loro, cominciando dall'Imperador Carlo V e da Filippo II sino al presente, multiplicati tanti Titoli e Baroni, che il lor numero è pur troppo sazievole. Così venne ad estinguersi il Principato di Taranto, il Principato di Salerno, il Ducato di Bari, il Contado di Lecce, il Contado di Nola e tanti altri Ducati e Contee, e per provvido consiglio degli Spagnuoli, ritenute le città principali nel Regio Demanio tutte le Terre e Castelli, onde quelle si componevano, essendo state investite a diversi, siccome assai più nel Regno si multiplicarono i piccioli Baroni, così si proccurò d'estinguere i grandi.

§. II. _Morte della Regina MARIA d'Inghilterra, e terze nozze del Re FILIPPO, il quale si ritira in Ispagna, donde non uscì mai più._

Intanto al Re Filippo, mentre queste cose accaddero nel nostro Reame, avea la morte dell'Imperador Carlo suo padre (accaduta, come si è detto, in quest'anno 1558) rapportato non poco dolore, onde non solo in Brusselles (dove allora trovavasi il Re Filippo) in Germania ed Ispagna, ma in tutti i Regni di sì vasta Monarchia, si celebravano pomposi funerali; ed in Napoli nel medesimo anno, mentre governava il Cardinal della Cueva, se ne celebrarono assai lugubri e con grandi apparati. Ma assai maggior dolore sofferì questo Principe, quando, poco da poi della morte dell'Imperadore, a' 17 novembre del medesimo anno, vide l'irreparabil perdita della Regina Maria d'Inghilterra sua moglie, dalla quale non avea procreati figliuoli[159]. Morte che ruppe tutti i disegni, che avea concepiti sopra quel Regno: poichè se ben egli in vita di quella, disperando di prole, per tener un piede in quel Regno, avea trattato di dar _Elisabetta_ sorella di Maria, che dovea succederle del Regno, a _Carlo_ suo figliuolo, natogli dalla prima moglie Maria di Portogallo[160]; o come narra il Tuano[161], avea proccurato con Ferdinando suo zio, che la prendesse per moglie Ferdinando uno de' figliuoli del medesimo, e dapoi, che poca speranza vi fu della vita di Maria, avesse ancora gettate diverse parole di pigliarla esso in matrimonio: nulladimeno la nuova Regina, come donna prudente, avendo scorti questi disegni, e 'l desiderio degl'Inglesi, i quali mal soddisfatti del governo passato, volevano totalmente separarsi dagli Austriaci, appena assunta al Trono assicurò il Regno con giuramento di non maritarsi con forestiere[162]. Ed essendo dall'assunzione sua al Trono incominciati i disgusti, che poi finirono in una total divisione tra lei ed il Papa, il Re di Francia vie più gli andava nutrendo e fomentando, perchè temendo non seguisse questo matrimonio tra lei ed il Re Filippo con dispensazione Pontificia, stimò bene assicurarsene con fomentar le discordie, esagerando al Pontefice non doversi fidare di Elisabetta, anzi abborrirla, come colei, ch'era nutrita colla dottrina de' Protestanti, e quella apertamente professava: onde gli riuscì troncare sul bel principio le pratiche tra la nuova Regina e la Corte di Roma. Così Filippo, deposta ogni speranza, si quietò; e tutti i suoi pensieri furon poi rivolti a stabilire la pace, che meditava ridurre ad effetto con Errico II Re di Francia, la quale sin da' 14 di febbrajo del nuovo anno 1559 s'era cominciata a trattare nella città di Cambrai; ed essendovi per Filippo intervenuti il Duca d'Alba, il Principe d'Oranges, il Vescovo di Aras (poi Cardinal di Granvela) ed il Conte di Melito; e per parte del Re di Francia, il Cardinal di Lorena, il Contestabile, il Maresciallo ed il Vescovo d'Orleans, finalmente a' 13 aprile del detto anno fu conchiusa e stabilita con due matrimonj: poichè al Re Filippo si diede per moglie _Isabella_ primogenita del Re Errico; e la sorella al Duca di Savoja[163]. Pace, che rallegrò tutta Europa, ed in Napoli dal Cardinal della Cueva furono celebrate feste e giostre superbissime. Ma in Parigi queste feste finiron in una lagrimevol tragedia; poichè il Re Errico correndo in giostra, ferito d'un colpo mortale vi lasciò la vita; onde a quel Trono fu innalzato _Francesco II_. Ed intanto il Re Filippo, partito da' Paesi Bassi per mare, passò in Ispagna, dove fermatosi colla novella sposa, si risolvè di non più vagare[164], ed ivi chiudendosi, non ne uscì mai più, governando dal suo gabinetto la Monarchia.

CAPITOLO III.

_Del governo di D. PARAFAN DI RIVERA DUCA D'ALCALÀ, e de' segnalati avvenimenti, e delle contese ch'ebbe con gli Ecclesiastici ne' dodici anni del suo Viceregnato; ed in prima intorno all'accettazione del Concilio di Trento._

Il Re Filippo fermato in Ispagna con risoluzione di non più vagare, avendo quivi con maravigliose feste fatte celebrare le nozze della nuova Regina _Isabella_, poco da poi fece anche solennemente giurare da' Popoli di Castiglia per Principe di Spagna, e suo successore nella Corona _D. Carlo_ suo figliuolo; e così poi di mano in mano fece dargli giuramento da' popoli del Reame di Napoli, e degli altri Regni della sua Monarchia. Intanto il Cardinal della Cueva Luogotenente in Napoli, partito per Roma, a' 12 giugno di quest'anno 1559, per invigilare più a presso agli andamenti del Pontefice Paolo IV, essendo accaduta ai 18 agosto la morte del medesimo, bisognò trattenervisi per l'elezione del successore, e fu non molto lontano, che la sorte cadesse in sua persona; ma ostandogli l'essere spagnuolo, e parzialissimo di quella Corona, fu rifatto in luogo di Paolo il Cardinal Giovan-Angelo de' Medici, che _Pio IV_ nomossi. Il Cardinal della Cueva pochi anni dapoi morì in Roma nel 1562, dove nella Chiesa di S. Giacomo della Nazion spagnuola si vede il suo tumulo.

Ma il Re Filippo, che nella scelta de' Ministri mostrò sempre un finissimo accorgimento, avea già molto prima destinato per lo governo di Napoli _D. Parofan di Rivera Duca d'Alcalà_, il quale allora si trovava Vicerè in Catalogna, uomo d'incorrotti costumi, savio, accorto, coraggioso e molto pio[165]. Giunge egli in Napoli in quel dì appunto, che partì per Roma il Cardinale, dove fu ricevuto con molto apparecchio, e con desiderio uguale all'espettazione, che s'avea della sua rinomata prudenza e giustizia. Ebbe egli ne' primi anni del suo governo a schermirsi da molti colpi di fortuna, nè vi bisognava meno che il suo coraggio per superarli. Si vide il Regno in una estrema penuria di grani, ed i Cittadini camminar pallidi e famelici per le strade dimandando del pane: gli spessi tremuoti, che si facevan sentire, non meno in Napoli, che nelle Province, particolarmente in Principato e Basilicata, riempivano gli animi non meno d'orrore, che le città e Terre di danni e ruine: le contagioni, le gravi malattie, ed in fine tutti i Divini flagelli pioverono sopra il Regno in tempo del suo governo, a' quali però egli colla sua prudenza e pietà diede opportuno e saggio riparo.

Ebbe ancora a combattere non meno col fato, che colla perversità degli uomini; oltre de' Turchi, che nel suo governo più spesso che mai, invasero per ciascun lato il Regno, arrischiandosi sino a depredare nel Borgo di Chiaja e rendere schiavi i Napoletani istessi; oltre alquanti miscredenti, che imbevuti della nuova dottrina di Calvino, turbarono lo Stato, del che, come si disse nel precedente libro, ne prese egli aspra vendetta: gli fecero ancora guerra nel 1563 molti fuorusciti, li quali unitisi a truppe, avendo fatto lor Capo un Cosentino, chiamato Marco Berardi, infestavano la Calabria. Questo successo fece tanto rumore in Europa, che il Presidente Tuano lo stimò degno di riportarlo nelle sue dette Istorie[166]. Ei narra, che l'audacia di costui crebbe tanto, che fattosi chiamare _Re Marcone_, si usurpò tra' suoi le Regie insegne, e la regal potestà, ed avea già raccolto un competente esercito, con cui depredando i Paesi contorni, di ladrocinj, di prede alimentava le sue genti. Tentò anche di sorprendere Cotrone; ma ebbe infelice successo. Il Duca d'Alcalà vedendo, che i soliti rimedj contra tanta moltitudine niente valevano, diede il pensiero a Fabrizio Pignatelli Marchese di Cerchiara Preside di quella Provincia, che con seicento cavalli loro andasse sopra per estirparli; e bisognò valersi di milizie regolate per combatterli; nè ciò bastando ad intieramente disfarli, fu duopo con stratagemmi e pian piano andarli estinguendo, siccome felicemente gli avvenne: nel che vi conferì anche l'opera del Pontefice Pio IV, il quale ordinò, che inseguiti, se mai ponessero piede nello Stato Ecclesiastico fossero presi e dati in potere de' Ministri regj.

Ma nemici, quanto più perniziosi alla potestà del suo Re, altrettanto cauti ed accorti, ebbe egli a debellare in tempi molto difficili e scabrosi. Ebbe egli a combattere con gli Ecclesiastici e con li Ministri della Corte Romana, i quali con istravagantissime pretensioni tentavano far delle perniziose intraprese sopra la potestà temporale del Re, ed offendere in mille modi le sue più alte e supreme regalie, per l'opportunità, che in più capitoli saremo ora a narrare.

§. I. _Contese insorte intorno all'accettazione del Concilio di Trento nel Regno di Napoli._

Dappoichè sotto il Pontificato di _Pio IV_ ebbe compimento il cotanto famoso Concilio di Trento, che per tanti anni, ora differito, ora sollecitato, secondo i varj fini della Corte di Roma e de' Principi, finalmente con gran sollecitudine e prestezza di quella Corte fu terminato a decembre dell'anno 1563, i Principi, contra ogni loro aspettazione, s'avvidero, che avea quello sortito forma e compimento tutto contrario a que' disegni, onde furono mossi a proccurarlo; poichè quando credevano, che intorno alla _Disciplina_ si dovesse dar riforma all'Ordine Ecclesiastico, e moderare la tanta potenza della Corte di Roma, e restringere l'autorità degli Ecclesiastici, allargata fuori de' confini della potestà spirituale, in diminuzione della temporale, videro, che la deformazione (secondo i disegni di Roma, ed il modo concertato intorno all'esecuzione de' decreti della riforma) dovea essere molto maggiore, siccome l'evento il dimostrò; e si cominciò a vedere sotto il Pontificato istesso di Pio IV, il quale, siccome narra il Presidente Tuano[167], appena terminato il Concilio, nel seguente anno 1564, contra i decreti di quello, per gratificare ad Annibale Altemps ed a Marco Sittico Cardinale dispensando a quelli, avea rivolti tutti i suoi pensieri a raccorre denari; e più chiaramente si conobbe poi sotto gli altri Pontefici suoi successori; videro che la loro potenza si era in pregiudizio de' Principi troppo più ben radicata e stabilita. Per la qual cosa tutti invigilando acciocchè non ne ricevessero danno; quando si trattò di ricevere ne' loro dominj i decreti del Concilio attinenti, non già alla _Dottrina_, ma alla _Disciplina_, insorsero tra' Regni Cattolici nuove difficoltà e contese.

In Germania i decreti della _Riforma_ appresso i Cattolici non vennero in considerazione alcuna; anzi l'Imperadore, il Duca di Baviera e gli altri Principi Cattolici dimandarono l'uso del calice per li Laici, e che fosse permesso l'ammogliarsi a Sacerdoti[168].