Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 16

Chapter 163,639 wordsPublic domain

Ma dalla banda del Tronto meditava il Duca di Guisa d'assediar Civitella, e trattenevasi in Ascoli per aspettare l'artiglieria, che dovea venire da lontano; della qual tardanza si doleva molto col Marchese di Montebello; e per non parere di starsene ozioso, fece entrare nel Regno millecinquecento pedoni, ed una compagnia di cavalli, comandati dal mentovato Marchese e da Giovan-Antonio Toraldo, che saccheggiarono Campoli, occuparono Teramo, e danneggiarono la campagna sino a Giulia Nova. Giunto poscia il cannone, assediò Civitella, dove alla fama dell'avvicinamento de' nemici, era entrato prima Carlo Loffredo figliuolo del Marchese di Trivico, poscia 'l Conte di Santa Fiore speditovi dal Vicerè; fu dal Duca di Guisa incessantemente la Piazza battuta: ma con non disugual valore dagli assediati fortemente difesa: e mancando a' Franzesi il bisognevole per replicar gli assalti, il Duca lamentandosi col Marchese di Montebello del Cardinal suo fratello, ch'avea posto al ballo il suo Re, e poi mancava alle promesse; avendogli questi superbamente risposto, vennero fra di loro a tali parole, che il Marchese partì dal campo, senza nè meno licenziarsi[136]. Accorse tosto per riparar a questi disordini il Duca di Palliano con Pietro Strozzi con soldatesca, colla quale pareva, che si fosse in qualche parte adempito all'obbligazione del Papa; ma essendo il soccorso assai picciolo, e tuttavia mancando molte cose, ch'erano necessarie per ridure l'impresa ad effetto, i Franzesi impazienti cominciarono a maledire non solamente coloro, che aveano consigliato il loro Re a collegarsi con Preti, i quali non s'intendevano punto del mestier della guerra, ma anche a parlar malamente del Cardinal Caraffa, ch'era andato ad empire di vane speranze l'animo del Re, ajutando, come suol dirsi, i cani alla salita[137].

Intanto il Duca d'Alba se ne veniva per soccorrere Civitella con ventimila fanti e duemila cavalli, con apparecchio sufficiente di munizioni e d'artiglierie, ed entrato a Giulia Nova s'attendò dodici miglia lontano dalla Piazza: alla fama della venuta di questo Capitano con sì poderoso esercito, Pietro Struzzi non perdè tempo di consigliare al Duca di Guisa, che sciogliesse l'assedio: onde dopo il travaglio di 22 giorni, verso la metà di maggio fu quello sciolto, ritirandosi il Duca ad Ascoli, seguitato dal Vicerè, il quale entrato nelle terre del Papa, occupò Angarano e Filignano.

Mentre queste cose accadevano in Apruzzo, Marcantonio Colonna con non minore felicità s'avanzava in Campagna di Roma; poichè avendogli il provido Vicerè mandati in soccorso tremila Tedeschi, de' seimila venuti coll'armata del Doria, prese la Torre vicino Palliano, Valmontone e Palestrina, e pose in fine l'assedio alla Fortezza di Palliano. Le genti Papali tentavano di soccorrerla, ed uscirono a quest'effetto da Roma il Marchese di Montebello e Giulio Orsini con quattromila fanti Italiani, duemila e due cento Svizzeri, ch'erano stati assoldati dal Vescovo di Terracina, alcune compagnie di cavalli e molti carri di vettovaglie per provvedere la Piazza; ma sopraggiunto al Colonna un nuovo soccorso di Tedeschi Spagnuoli, ed uomini d'arme, che dopo la liberazione di Civitella gli erano stati mandati dal Vicerè, si fece incontro al nemico; da picciole scaramucce si venne in fine al fatto d'arme, nel quale rimasero le genti del Papa rotte e dissipate, e Giulio Orsino ferito, fu fatto prigione[138]. Marcantonio sapendosi ben servire della vittoria, procedè innanzi; espugnò Rocca di Massimo, ed occupò Segna, senza tralasciare l'assedio di Palliano[139].

Il Papa allora sbigottito da questo successo, vedendo l'inimico avvicinarsi troppo, chiamò il Duca di Guisa alla difesa di Roma; ma il Duca d'Alba, lasciate ben munite le frontiere del Regno, e qualche numero di soldatesche al Marchese di Trivico, per guardar que' confini, passò anch'egli nella Campagna di Roma. Alloggiò tutto l'esercito sotto le mura di Valmontone, donde se ne passò alla Colonna, e volendo porre Roma in timore, spinse la notte precedente al giorno de' 26 agosto, sotto il comando d'Ascanio della Cornia, trecento scelti archibugieri, con una scorta di soldati a cavallo, e con buona provvisione di scale, affinchè assaltassero le mura di Roma vicino Porta Maggiore, e proccurassero d'impadronirsi di quella Porta, nel tempo istesso, ch'egli con tutto l'esercito sarebbe sopraggiunto per favorire l'impresa. Ma svanì il disegno, per aver ritardata la spedizione una lenta pioggia, che impedì i fanti quella notte di potersi avvicinare alle mura di Roma; onde sopraggiunto il giorno, furono costretti a ritirarsi subito, per non esporsi, faticati dal notturno viaggio, a combattere con le milizie franzesi, alloggiate nelle circostanti Terre.

Quando in Roma videro i perigli esser così vicini, cominciaron tutti ad esclamare contro al Papa, ed a far sì, che si trattasse d'accordo, e si proccurò la mediazione de' Principi vicini a trattarlo; furono per ciò impegnati il Duca di Fiorenza e la Repubblica di Venezia, i quali portarono i loro ufficj al Re Filippo II per indurlo alla pace. Il Re Filippo allora, che per la vittoria ottenuta contro a' Franzesi nella giornata di San Quintino, stava ben pago e soddisfatto d'aver contra i medesimi presa vendetta, come Principe pio, e che mal volentieri sofferiva questa guerra, rispose alla Repubblica Veneta, dandole parte della vittoria di S. Quintino, ed insieme dichiarando, che non fu mai sua voglia di continuar guerra contro alla Chiesa e che molto volontieri accettava la sua mediazione, acciò che s'interponesse per la pace tra 'l Pontefice e 'l Vicerè, soggiungendole, che quante volte fosse insorta nel conchiuderla qualche controversia, avesse ella preso l'assunto di superarla; giacchè si rimetteva a quanto avesse ella determinato. Scrisse parimente al Vicerè con questi medesimi sentimenti, imponendogli di soddisfare al Pontefice in tutto quello, che avesse desiderato, purchè non ne sentissero pregiudicio i suoi interessi, nè quelli de' suoi servidori ed amici. All'incontro il Papa, vedendo l'esito della guerra poco felice, e che il Re di Francia, per quella gran rotta ricevuta presso S. Quintino, richiamava il Duca di Guisa d'Italia con le genti che aveva, dandogli libertà di pigliar quel consiglio, che gli paresse per se più utile[140]; vedendo svanita l'invasione del Regno, e ridotte di nuovo l'arme sopra le Terre dello Stato Ecclesiastico, non si mostrò punto alieno come prima, d'acconsentire alla pace; voleva però, che si fosse conchiusa con riputazione della Sede Appostolica, e che in tutti i modi il Duca d'Alba dovesse andar personalmente a Roma a dimandargli perdono, e ricever l'assoluzione, dicendo che più tosto voleva veder tutto il Mondo in rovina, che partirsi un filo da questo debito; che non si trattava dell'onor suo, ma di Cristo, al quale egli non poteva nè far pregiudicio, nè rinunziarlo.

Il Cardinal di Santa Croce, veduta l'inclinazion del Papa, spedì tosto Costanzo Tassoni al Duca di Fiorenza, ed al Vicerè Alessandro Placidi, affinchè il trattato si cominciasse, e mandò parimente al Vicerè le proposizioni fatte dal Papa, le quali si riducevano, oltre a venir il Duca a dimandargli perdono, a dimandare la restituzione dell'occupato; promettendo egli all'incontro di licenziare i Franzesi, e perdonare l'ingiurie ricevute.

Il Duca d'Alba, che non avea ancora esperienza della gran differenza, ch'è tra 'l guerreggiar con gli altri Principi e con gli Papi, co' quali finalmente niente si guadagna, anzi si perdono le spese, sentendo queste proposizioni, s'alterò non poco, rispondendo, essere tanto stravaganti, che peggiori non si sarebbero potute fare da un vincitore al vinto. Ma la Repubblica di Venezia, che con molto vigore avea intrapresa la mediazione, per persuadere il Duca alla pace, spedì al medesimo a quest'effetto un suo Segretario; dall'altra parte si mossero da Roma Cardinali Santa Fiore, e Vitellozzo Vitelli per trattarla col Vicerè[141]. Vi si portò ancora il Cardinal Caraffa, il qual fu ricevuto dal Duca con grand'onore nella Terra di Cavi, dove dibattutosi l'affare per alquanti giorni, finalmente a' 14 settembre fu la pace conchiusa, con queste condizioni.

Che il Vicerè in nome del Re Cattolico andasse in Roma a baciare il piede a sua Santità, praticando tutte le sommessioni necessarie per ammenda dei disgusti passati; e che il Papa all'incontro dovesse riceverlo con viscere di clementissimo padre.

Che il Pontefice dovesse rinunziare alla lega fatta col Re di Francia, con rimandarne i Franzesi, e dovesse in avvenire far le parti di padre e di comun pastore.

Che si restituissero Anagni e Frosolone e tutte le Terre occupate della Chiesa, e vicendevolmente tutte l'artiglierie che dall'una parte e dall'altra fossero state prese nel corso di questa guerra.

Che si rimettessero da amendue le parti tutte le pene e contumacie incorse da qualsivoglia persona o Comunità, eccettuandone Marcantonio Colonna, Ascanio della Cornia ed il Conte di Bagno, i quali dovessero rimanere nella lor contumacia a libera disposizione del Pontefice[142].

E per ultimo, che Palliano si consegnasse a Giamberardino Carbone nobile Napoletano confidente delle due Parti, il quale dovesse guardarlo con 800 fanti da pagarsi a spese comuni, e dovesse giurare di tenerlo in deposito insino a tanto, che dal Papa e dal Re Cattolico unitamente ne fosse stato disposto[143].

Furono ricevute in Roma queste capitolazioni con universale allegrezza; onde partiti i Franzesi, si portarono in quella città il Duca d'Alba con suo figliuolo, li quali furono dal Papa ricevuti con tenerezza, ed assoluti dalle censure, nelle quali credeva per i preceduti successi essere incorsi, siccome ad intercessione del Duca liberò tutti gli amici e dependenti del Re, ed alla Duchessa d'Alba mandò sino a Napoli la Rosa d'oro, regalo solito in que' tempi di presentarsi a' Principi grandi, la quale con gran pompa e stima fu da quella religiosissima Dama ricevuta nel Duomo di Napoli.

Il Duca accompagnato dal Cardinal Caraffa, e dal Duca di Palliano partì di Roma, il quale di tutto datane contezza al Re Filippo, questi con soddisfazione accettò la pace, rimunerò largamente tutti coloro, che s'erano in questa guerra distinti. Al Conte di Popoli fu dato il titolo di Duca con provvisione di tremila ducati, e facoltà di poter disporre dello Stato, che sarebbe decaduto al Fisco per mancanza di successori[144]. Ad Ascanio della Cornia una provvisione d'annui ducati seimila, sin tanto che ricuperasse i suoi beni, statigli occupati dal Papa, oltre mille altri scudi dati alla madre, e molte entrate ecclesiastiche concedute al Cardinal di Perugia suo fratello. Gli abitanti di Civitella ottennero molte prerogative in ricompensa della costanza mostrata. E fu offerta al Duca di Palliano la Signoria di Rossano in Calabria, acciò rinunziasse lo Stato a Marcantonio Colonna, al che non avendo voluto acconsentire il Papa, il Duca restò privo dell'uno e dell'altro; perchè nella Sede vacante Marcantonio ricuperò lo Stato.

Il Duca d'Alba ritirato in Napoli fu ricevuto dai Napoletani con tanto applauso e gioja, che era meritamente riputato il loro liberatore. Ma mentre s'apparecchiava a discacciare i Franzesi dal Piemonte, per più gravi e premurosi bisogni della Monarchia gli fu dal Re Filippo comandato, che si portasse nella sua Corte, per dove partì nella Primavera del nuovo anno 1558, lasciando di se un grandissimo desiderio; poichè era stata poco tempo goduta la sua presenza, chiamata altrove dalle cure di Marte: pure in que' pochi anni ci lasciò quattro Prammatiche, ed al governo del Regno lasciò suo _Luogotenente_ l'istesso _D. Federico_ suo figliuolo; ma la sua reggenza fu molto breve, poichè il Re Filippo, quando chiamò in Ispagna il Duca, avea comandato a _D. Giovanni Manriquez di Lara_, che si trovava suo Ambasciadore in Roma, che passasse al governo di Napoli, per insino che si fosse previsto di nuovo Vicerè, il quale non vi durò che cinque mesi; poichè vi fu mandato da poi il _Cardinal della Cueva_ per _Luogotenente_, che parimente poco più che _D. Giovanni_ vi stette, poichè richiamato in Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, stante la morte seguita di Paolo IV, fu finalmente dal Re Filippo, savio discernitore dell'abilità e merito de' soggetti, mandato per Vicerè _D. Parafan di Ribera Duca d'Alcalà_, quel gran savio Ministro fra quanti ve ne furono, del di cui lungo e prudente governo più innanzi ragioneremo.

Ecco il fine della guerra cotanto ingiustamente[145] mossa da Papa Paolo IV e come mal finisse con tanto danno del Regno, ed immenso sborso di denari per sostenerla; ecco il vantaggio, che hanno i Papi, quando guerreggiano, che oltre la restituzion dell'occupato loro, non si parla dell'ammenda di tanti danni e mali irreparabili, che si cagionano a' Popoli, alla quale dovrebbero almeno esser obbligati. Allora il Regno di Napoli non solo per mantener questa guerra sborsò due milioni, ma per supplire a' bisogni di quella, e pagare i debiti contratti, in tempo che governò D. Federico di Toledo, lasciato dal padre per suo Luogotenente, furon fatti dalla città due altri donativi, l'uno di ducati quattrocentomila, l'altro di ducati centomila. In oltre dovendosi restituire il prezzo del metallo della campana presa di Benevento, bisognò che la Regia Camera facesse far la liquidazione di quello, e pagasse il prezzo, siccome furono restituiti i pezzi dell'artiglierie, e falconetti presi[146].

Ma tutto ciò è nulla a' danni gravissimi, che si sentirono da poi per l'occasion di questa guerra, la quale sebbene fosse terminata per questa pace, rimase l'impressione perciò fatta col Turco, il quale invitato, come si disse, dal Re di Francia collegato col Papa, ad assalire per mare il Regno, sebbene tardasse la sua armata a venire al tempo opportuno, ch'essi desideravano, tanto che bisognò conchiuder la pace, non per ciò il Turco avendo preparato il tutto, ancorchè alquanto s'astenesse d'inquietarlo; poichè appena partito il Duca d'Alba per la Corte, pervenuto a governar il Regno D. Giovan Manriquez questo infelice Ministro, non erano passati ancora otto giorni dopo la sua venuta, seguita a' 5 giugno di quest'istesso anno 1558, che vide ne' nostri mari comparir l'armata Ottomana numerosa di centoventi Galee sotto il comando del Bassà Mustafà, la quale dopo aver saccheggiata la città di Reggio in Calabria, entrata fin dentro il Golfo di Napoli, posta di notte la gente a terra diede un sacco lagrimevole alle città di Massa e di Sorrento; facendo di quest'ultima un miserabilissimo scempio per esser stati posti in ischiavitù quasi tutti i lor Cittadini, che portati in Levante, bisognò poi riscattarli a grave prezzo; onde quel misero avanzo de' loro congiunti, che rimasero venduti i loro campi e le loro tenute a vilissimo prezzo, fu costretto andare insino a Casa il Turco per riaverli[147]: disavventura, della quale insino al dì d'oggi mostra Sorrento le cicatrici, mirandosi per ciò tuttavia povera e di facoltà e d'abitatori.

Ma non passò guari, che la mano vendicatrice del Signore non si facesse sentire sopra la persona del Pontefice, e de' suoi nipoti e congiunti, autori di tanti mali: poichè il Pontefice, prima di morire, ebbe a soffrire molte angoscie per le tante scelleraggini scoverte de' suoi nipoti, e fu quasi per morir di doglia, quando costretto a sbandirli di Roma, intese le tante laidezze in casa del Duca suo nipote, che furono cagione di morti crudeli e violente, e di lagrimevoli tragedie. Ed appena morto a' 18 agosto del 1559, anzi spirante ancora, per l'odio concepito dal popolo e plebe Romana contra lui e tutta la Casa sua, nacquero così gran tumulti in Roma, che i Cardinali ebbero molto più a pensare a quelli, come prossimi ed urgenti, che a' comuni a tutta la Cristianità. Andò la città in sedizione: fu troncata la testa alla Statua del Papa e strascinata per la città: furono rotte le prigioni pubbliche: fu posto fuoco nel luogo dell'Inquisizione, e abbruciati tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e poco mancò, che il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal popolo abbruciato. Assunto poi al Pontificato _Pio IV_, furono imprigionati i Caraffeschi, e fabbricatosi contro ad essi più processi, per le loro scelleratezze furon sentenziati a morte. Il Cardinal Carlo fu fatto strangolare, il Duca di Palliano fu decapitato, e degli altri loro congiunti ed aderenti, furon praticati castighi sì severi, che gli ridussero in istato cotanto lagrimevole, quanto la lor Istoria racconta.

CAPITOLO II.

_Trattato con COSMO Duca di Firenze, col quale furono ritenuti dal Re i Presidj di Toscana, ed investito il Duca dello Stato di Siena cedutogli dal Re FILIPPO. Ducato di Bari, e Principato di Rossano acquistati pienamente al Re, per la morte della Regina BONA di Polonia. Morte della Regina MARIA d'Inghilterra, e terze nozze del Re FILIPPO, che ferma la sua Sede stabilmente in Ispagna._

In questi medesimi tempi il nostro Re Filippo in quell'Isole adjacenti allo Stato di Siena, per cui era in continue guerre co' Franzesi, stabilì maggiormente il suo dominio, munendole di forti e fissi presidj, onde _Presidj di Toscana_ furon detti, siccome ora ancora ne ritengono il nome; onde fu poi da' Politici[148] ponderato, che gli Spagnuoli collo Stato di Milano, con questi Presidj e col Regno di Napoli, come di tanti anelli, aveano fatta una catena per cingere Italia, e tenerla a lor divozione. Carlo V, come si è veduto, aveasi a se attribuito, come devoluto all'imperio[149] lo Stato di Siena, e vi mandava in quella città suoi Governadori spagnuoli a reggerlo; e mentre il Vicerè Toledo presiedeva al Regno, i Sanesi, mal soddisfatti dell'aspro governo del Mendozza, tumultuarono; tanto che accesasi guerra, bisognò, che il Toledo andasse di persona ad estinguer quell'incendio: spedizione per lui pur troppo infelice, poichè, come si è narrato nel precedente libro, vi perdè la vita. L'Imperador Carlo cedè poi Siena al suo figliuolo Filippo, che per suoi Governadori la reggeva. Quindi avvenne, che molti istituti e costumi, i nostri Napoletani gli apprendessero da Siena, città allora assai culta. A similitudine delle Accademie di Siena s'introdusser in Napoli l'Accademie per esercitar gl'ingegni nelle belle lettere. Da Siena ci vennero i Teatri e le Comedie, allora nuove e strane in queste nostre parti, e fin da Siena si proccuravano non pur le rappresentazioni, e le favole, ma i recitanti istessi, per far cosa plausibile e degna di ammirazione.

Ma lo Stato di Siena posseduto dagli Spagnuoli fu sempre occasione a' Franzesi, ingelositi di tanta lor potenza in Italia, di fiere ed ostinate guerre. Cosmo Duca di Fiorenza, il quale ora aderiva alle parti di Cesare, ora, per far contrappeso alla sua potenza, teneva intelligenza co' Franzesi, non tralasciava intanto le occasioni per ingrandir il suo Stato: seppe in questi tempi colla sua industria, e grande astuzia ingelosire il Re Filippo, in maniera, mostrando darsi alla parte di Francia e del Pontefice, che l'indusse finalmente con quelli patti, che diremo, a cedergli Siena. Era egli creditore del Re in grossissime somme, parte improntate a Carlo V, suo padre, parte spese per la guerra in tempo, che fu ausiliario de' Spagnuoli: per le quali, ancorchè ne avesse avuto in pegno Piombino, n'era però, secondo le congiunture portavano, spesso dagli Spagnuoli spogliato: gridava egli perciò che almeno gli fosse restituito il denaro e rifatte le spese; ma dandosegli sempre parole dal Re Filippo, finalmente Cosimo vedendosi deluso, finse volersi unire col Pontefice e col Re di Francia, per indurre il Re appunto alla cessione di Siena[150]. Il Presidente Tuano descrive gli stratagemmi usati da Cosmo per ingannar non men Filippo, che il Papa e 'l Re di Francia in quest'affare, e come il tutto felicemente gli riuscisse; poichè Filippo, premendogli, che il Duca Cosmo non si collegasse coi suoi nemici in questi tempi, ne' quali avea di lui maggior bisogno, e poteva recargli maggior danno: ancorchè quasi tutti i suoi fossero di contrario parere, quasi forzato, s'indusse a cedergli Siena.

Mostrava intanto Filippo di venire a questa cessione unicamente per gratificare il Duca; ma nell'istesso tempo pensava (ritenendosi le Isole adjacenti) rendersi con nuovi presidj vie più forte in Italia, affinchè potesse resistere a qualunque forza d'esterior nemico, e cingere in questa maniera Italia: per ciò col permesso dell'Imperador suo padre, risolvè di concedere, ed investire il Duca dello Stato di Siena con alcuni patti e condizioni; laonde per mezzo di D. Giovanni Figueroa allora Castellano del Castel di Milano, che per questo effetto lo costituì suo Proccuratore, fu stipolato istromento col detto Duca, sotto li 3 luglio del 1557, col quale si concedeva a costui lo Stato con molte condizioni, fra le quali fu convenuto, che in detta concessione non s'intendessero compresi _Port'Ercole_, _Orbitello_, _Talamone_, _Mont'Argentario_, ed il _Porto di S. Stefano_. Da questo tempo a spese del Regno si mandarono in quest'Isole milizie spagnuole per ben presidiarle, e da Napoli vi si manda ancora un Auditore per amministrar giustizia a quegli abitanti, i quali però vivono secondo gli Statuti e costumi de' Sanesi loro vicini, e per ciò quel Ministro ritiene ancora il nome d'Auditore de' Presidj di Toscana.

Fu in questo trattato compreso anche Piombino, e fu fedelmente eseguito, siccome non meno il Chioccarelli[151], che il Tuano[152] ne rendono a noi testimonianza.

Fra quell'Isolette, ve ne è una chiamata l'Isola di _Fanuti_, per la quale in questi tempi fu lungamente disputato, se apparteneva al Re Filippo, ovvero fosse compresa nella concessione dello Stato di Siena fatta al Duca di Fiorenza. Furono per ciò per sostenere le ragioni del Re, fatte dalla Regia Camera due consulte, una sotto il primo di giugno del 1573, l'altra sotto li 26 agosto del medesimo anno, che si leggono nel _tomo_ 18, de' _M. S. Giurisd._ di Bartolommeo Chioccarello.

Poichè la sovranità dello Stato di Siena dagl'Imperadori d'Alemagna si pretende appartenere ad essi, l'Imperador Rodolfo II per maggiormente stabilire ciò che il Re Filippo II, avea fatto, al primo di gennajo del 1604, spedì privilegio al Re Filippo III col quale confermandogli il Vicariato di Siena, Portercole, Orbitello, Talamone, Monte Argentario e Porto di S. Stefano con titolo di Duca e Principe dell'Imperio, confermò anche la concessione, ed infeudazione fatta di detto Stato di Siena dal Re Filippo II a Cosmo di Medici Duca di Fiorenza; ed ecco come i Presidj di Toscana s'unirono alla Corona de' Re di Spagna[153].

§. I. _Ducato di Bari, Principato di Rossano acquistati pienamente al Re FILIPPO per la morte della Regina BONA di Polonia._

In questi medesimi tempi al Re Filippo ricadde il Ducato di Bari, e 'l Principato di Rossano, li quali, toltone la sovranità, lungamente erano stati sotto la dominazione, o de' Duchi di Milano, de' Re di Polonia.