Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 15

Chapter 153,854 wordsPublic domain

Che il Re debbia mandare questo suo figliuolo, per investirlo del Regno quanto prima si potrà, ad abitare, ed allevarsi in alcun de' predetti Regni, i quali abbiano da esser governati ed amministrati a suo nome. Il Consiglio, quanto all'amministrazione e governo dello Stato, debba comporsi di Consiglieri fedeli e devoti del Papa e della S. Sede; e siano eletti o deputati di comune consenso, fin che il predetto Re pervenga nell'età che da se stesso possa reggere e governare detti Regni: gli altri Governadori, quanto alla cura della sua persona, debbano deputarsi ed eleggersi dal Re Cristianissimo, e li Capitani Generali dell'esercito debbano esser benevoli e devoti del Papa e della S. Sede, ed eletti di comun consenso.

Che 'l Serenissimo Principe da investirsi, suoi eredi e successori, non possa essere eletto, o nominato Re o Imperadore de' Romani o Re di Germania o di Francia o Signor di Lombardia o di Toscana.

Che sin a tanto, che colui, il quale dee essere investito, non giunga a questi Regni, siano quelli governati ed amministrati di comun consenso, e secondo la volontà del Papa e del Re, da uno o da più: dei quali l'uno e l'altro di loro si confidino, a nome però del detto Principe, e quegli, nel quale saranno convenuti o prete, o secolare, sia Vicereggente, come Legato o come Governadore di Sua Santità e del Re Cristianissimo, e debba prestare il giuramento all'uno ed all'altro di bene e fedelmente amministrare secondo la volontà d'amendue.

Che non essendo esso Serenissimo figliuolo, che dovrà investirsi, di tal età, che possa prestare il giuramento ed omaggio al Papa, ed alla S. Sede, debba il Re come padre e tutore, per lui prestarlo, quando gli sarà data l'investitura di detti Regni; il qual giuramento sia giusta la forma degli altri giuramenti, che per altri Re si sono prestati a Pontefici passati, ed alla Sede Appostolica, spezialmente a Papa Giulio III, alla qual forma s'aggiunga, e si muti tutto quello, che per li presenti articoli si trova aggiunto e mutato.

Che in ricognizione di questa prima investitura, che dovrà ricevere, debba edificare nella Chiesa di S. Pietro in Roma una delle maggiori Cappelle; e quando esso Re sarà pervenuto all'età legittima, sia tenuto esso medesimo prestare il ligio omaggio al Papa e suo successore.

In fine, che sia obbligato l'investiendo lasciar cavare dal Regno di Sicilia _ultra Pharum_ diecimila tomoli di grani, ogni qual volta che la città di Roma n'avrà bisogno, senza pagamento alcuno di tratta o d'altra gravezza.

Queste Capitolazioni, così ben ideate dal Papa, lo facevano parlar con tanta fidanza e disprezzo; ed intanto non perdeva tempo di premunirsi in ogni cosa, ciò che maggiormente insospettì il Duca d'Alba, poichè alla scoperta il Cardinal Caraffa col Duca suo fratello erano tutti intesi a fortificar Palliano, e v'aveano condotto Pietro Strozzi Capitano del Re di Francia, che trovavasi in Roma, per prendere il suo parere sopra le fortificazioni da farvi; e tuttavia pervenivan a Napoli novelle delle commessioni date fuori dal Papa per assoldar gente. Avea anche chiamato al suo soldo Camillo Orsini, Capitano sperimentato di que' tempi, e mandato Paolo suo figliuolo con mille fanti in Perugia, oltre a mille e duecento fanti Guasconi del presidio di Corsica, che gli si mandavano dal Re di Francia in ajuto: si travagliava anche in far bastioni, e faceva fare a molte altre Piazze dello Stato della Chiesa nuove fortificazioni.

Il Duca d'Alba, seriamente a tutto ciò pensando, si risolvè alla fine, da ben esperto Capitano, di prevenirlo, e per più sicuramente difendere il Regno attaccar lo Stato Ecclesiastico, con trasferir ivi la sede della guerra. Non tralasciava intanto con messi e con lettere scritte al Duca di Palliano, lamentarsi del Papa suo zio di queste novità, offerendogli pace; ma in vece di risposta, si videro assai più continuare i preparamenti di guerra, e s'intese ancora la partenza del Cardinal Caraffa per Francia, per sollecitare quel Re all'impresa.

Allora questo valoroso e savio Capitano, non volendo aspettare, che il turbine cadesse in casa propria, dando minuto ragguaglio al Re Filippo in Ispagna dell'imminente guerra, che il Papa per occupargli il Regno preparava, unì, come potè meglio, dodicimila fanti, trecento uomini d'armi e millecinquecento cavalli leggieri, con dodici pezzi d'artiglieria, e si mosse nel primo del mese di settembre di quest'anno 1556 verso lo Stato della Chiesa, e giunto a S. Germano, occupò Pontecorvo[128]. Prima di passar avanti volle tentar di nuovo l'animo del Pontefice, e mandò in Roma Pirro Loffredo con lettere[129] drizzate a lui, ed al Collegio de' Cardinali, dove offerendogli pace, altamente si protestava, che tutto il danno, che ne riceverebbe la Cristianità, s'imputerebbe alla sua coscienza.

Ma il Papa tutto alieno dalla concordia, fidato ai trattati con Francia, più altiero che mai disprezzò le lettere; onde il Duca proseguendo le sue conquiste occupò Frosolone, Veruli, Bauco, ed altre Terre di que' contorni. Il Papa maggiormente sdegnato fece imprigionare nel Castello S. Angelo Pirro Loffredo, e se il Collegio de' Cardinali non l'avesse impedito, l'avrebbe fatto crudelmente morire; ed il Duca intanto seguitando il suo cammino, s'impadronì dell'importante città d'Anagni, di Tivoli, di Vicovaro, di Ponte Lucano, e di quasi tutte le Terre de' Colonnesi sino a Marino, e minacciava d'assediare Velletri, facendo far scorrerie dalle sue truppe insino alle Porte di Roma.

Questo Capitano ci lasciò un gran documento ed illustre esempio, come debba guerreggiarsi col Pontefice romano, qualora le congiunture portassero, per difendere il Regno di dovere assalirlo in casa propria. Egli, oltre i tanti rispettevoli ufficj passati prima col Pontefice, occupando le città e Terre dello Stato della Chiesa, acciocchè non gli si potesse imputare, che si facessero quelli acquisti per spogliare la Chiesa, faceva dipignere nelle Porte de' luoghi, che andava di mano in mano occupando, le armi del Sacro Collegio, con protestazione di tenergli in suo nome, e del Papa futuro, come s'era fatto a Pontecorvo, a Terracina, a Piperno ed a gli altri luoghi, che s'erano resi: se bene, come dice Alessandro d'Andrea[130], non mancò chi dubitasse non questa fosse una arte, con la quale proccurasse il Duca d'indurre a sospetto ed a discordia il Collegio col Papa.

Dall'altro canto il Re Filippo, al suo modo, e secondo la sagacità degli Spagnuoli, fece porre questo affare in consulta; e siccome nell'impresa di Portogallo ricercò il parere de' più insigni Giureconsulti di quelli tempi, e delle più insigni Università di Spagna e d'Europa per render la conquista più plausibile, così in questo fatto con Paolo IV, ricercò consulta da Teologi come dovea postarsi, e che conveniva fare contra un Pontefice che in molte occasioni, ed essendo Cardinale, ed ora essendo Papa, erasi mostrato suo nemico e dell'Imperador Carlo suo padre, e che si era scoverto aver fatta lega col Re di Francia per assaltare il Regno di Napoli. Mostrava dispiacergli sommamente questa nuova briga, e con grande rincrescimento veniva tirato a questa guerra; considerava che la tregua fatta col Re di Francia, veniva ora per opera d'un Papa, a cui dovrebbe essere più a cuore la pace tra' Principi Cristiani, a rompersi: parevagli cosa molto scandalosa, che per mezzo del Cardinal Caraffa avendo promesso al Re franzese, che nella nuova promozione sarebbe tal numero di Cardinali parziali della Francia e nemici degli Spagnuoli, che avrebbe sempre un Pontefice dalla sua parte, avea data l'assoluzione del giuramento per romper la tregua, onde si fosse quel Re risoluto a movergli guerra, con tutto che i Principi del suo sangue, e tutti i Grandi della Corte abborrissero l'infamia di rompere la tregua, e ricevere l'assoluzione del giuramento. Considerava, che appena avendo cominciato a regnare nel primo anno del suo Regno, la sua disavventura portava di avere da mover le armi contra il Vicario di Cristo. Fece adunque porre in consulta i seguenti Capi.

Se poteva il Re ordinare, che nessuno naturale dei suoi Regni andasse o stasse in Roma, ancorchè fossero Cardinali; che tutti i Prelati venissero a far residenza nelle loro Chiese; e li Cherici, che tenevano beneficj, venissero a servire nelle proprie Chiese, e non volendo venire, si procedesse a privarli delle temporalità.

Se si poteva impedire, che durante la guerra che si faceva col Papa, nè per cambio, nè per altro modo, o direttamente, o indirettamente andasse denaro in Roma per ispedizioni o altro.

Se era bene e conveniva fare in Ispagna, o in altro Stato di S. M. un Concilio Nazionale per la riforma e rimedio delle cose Ecclesiastiche, e qual forma e modo si dovesse tenere per convocarlo.

Se presupposto lo stato, nel qual restò il Concilio di Trento, e quel che nell'ultima sessione di quello si dispone, si potria dimandare la continuazione del detto Concilio, e l'emendazione nel capo e nelle membra, e proseguire il di più, a che fu convocato; e se essendo impedito dal Papa, si potria resistere a quello, ed inviare, non ostante il suo dissenso, li Prelati de' suoi Stati a tenerlo; e quali diligenze s'avrebbero da fare per detta continuazione, ancorchè li Prelati d'altri Regni mancassero.

Non essendo stato Paolo IV canonicamente eletto Papa, ma intruso di fatto in quella Sede, se della sua elezione poteva dirsi di nullità, e qual modo e diligenza potria usare S. M. in tal caso.

Se stante tanti travagli, spese ed inconvenienti, che a' sudditi e naturali de' suoi Regni di Spagna, ed al pubblico di quella sieguono in andare alla Corte di Roma per liti e negozj, si potesse dimandare, che il Papa nominasse un Legato in detti Regni, che spedisse in quelli i negozj _gratis_, e che si ponesse una Ruota in Ispagna per determinar le liti, senza che fosse necessario mandar in Roma, e non essendo questo concesso, che potria fare.

Essendosi veduti i tanti abusi, che si praticano in Roma nella provvisione de' beneficj, prebende e dignità, ed essendo a tutti notorio, che poteva il Re dimandare di lasciarsi la provvisione di quelli agli Ordinarj, e reprimere gli altri abusi; qual rimedio potrebbe ora praticarsi per togliere tanti disordini ed eccessi, che a questa materia della provvisione de' beneficj sono annessi e dependenti.

Se gli Spogli, e frutti che il Papa si piglia ne' suoi Regni, particolarmente delle Chiese vacanti, sia giusto, che se gli pigli: e se il Re debba permetterlo, e che debba far in questo; poichè negli altri Regni s'intende, che se n'astenga, ed in quelli di S. M. s'è ciò introdotto fra pochi anni.

Se si potria giustamente domandare e pretendere, che il Nunzio Appostolico, che è ne' suoi Regni, spedisse gratis i negozj e non in altro modo; e che si potria e dovria fare in questo.

Furono al Re Filippo sopra ciascheduno de' capi suddetti da un eccellente Teologo di Spagna date le congrue ed affirmative risposte[131]; onde reso per ciò più animoso, scrisse al Duca d'Alba, che proseguisse egli con vigore l'impresa, ed usasse tutti gli espedienti economici per ridurre il Papa a dovere, perch'egli dall'altra parte non avrebbe mancato (se non s'emendava) ne' suoi Regni di Spagna di far valere le sue pretensioni in que' capi dedotte.

Il Duca pertanto avendo ne' restanti mesi dell'anno 1556 fatti gran progressi nello Stato Ecclesiastico, e posta tanta confusione e terrore in Roma istessa, che infinite famiglie fuggivano dalla città, credeva di aver ridotto per questa via il Pontefice a quietarsi, e non maggiormente inasprir la guerra; ma egli niente mutando il suo proponimento, anzi per la felicità dell'armi del Duca vie più infiammandosi alla vendetta, diede ordine al Marchese di Montebello d'assaltare le frontiere del Regno dalla banda del Tronto, sperando di fomentar negli Apruzzi qualche rivoluzione, per portare la guerra nel Reame, e toglierla dal suo Stato. Ma fattoglisi incontro D. Ferrante Loffredo Marchese di Trivico, che governava quella Provincia, a cui il Vicerè avea mandata nuova gente per soccorso, non solamente il costrinse a rinchiudersi in Ascoli, ma gli prese e saccheggiò Maltignano.

Il Papa sollecitava il Re di Francia, che mandasse la gente promessa, e gridava contra il Duca d'Alba, maledicendo ed anatematizzando; il Duca all'incontro, mentre il Papa gridava, vie più mordeva; poichè portatosi verso Grottaferrata e Frascati, ebbe in una imboscata a man salva il Conte Baldassarre Rangone con centocinquanta de' suoi; poscia si fermò sotto Albano, donde mandò Ascanio della Cornia ad occupare Porcigliano ed Ardea[132]. Quindi passò verso il mare, e con poca fatica s'impadronì di Nettuno: di là andò ad Ostia, ed essendosi resa, si pose ad abbatter la Rocca, la quale dopo qualche contrasto ricevè presidio dal Vicerè; e già la sua cavalleria scorreva senza contrasto sino alle vicinanze di Roma.

Il Cardinal Caraffa, ch'era ritornato di Francia, vedendo le cose in questo stato, per mezzo del Cardinal di S. Giacomo, zio del Duca Vicerè, fece proporre un abboccamento, affine di conchiudere qualche trattato di pace: s'abboccarono in effetto il Duca ed il Cardinal Caraffa nell'Isola di Fiumicino; ma niente si conchiuse, se non che una triegua di quaranta giorni, più per potere l'uno ingannar l'altro, che dovesse conchiudersi pace alcuna[133]. Ciascuno in questa triegua gli parve trovare il suo conto: il Cardinale voleva guadagnar tempo, perchè avea avuta notizia, che il Re di Francia avea già spedito il Duca di Guisa con dodicimila fanti, quattrocento uomini d'arme e settecento cavalli leggieri, con un gran numero di Cavalieri in ajuto di suo zio, ed aspettava ii suo arrivo, trattenuto dalla rigidezza della stagione in Piemonte. Il Vicerè dall'altra parte accertatosi della venuta de' Franzesi, desiderava, che cessassero l'ostilità, non solo per far provvisione di viveri da mantenerne l'esercito, giacchè per i venti contrarj non potevano le Galee condurli; ma anche per potere ritornare a Napoli, e quivi fare que' preparamenti, che bisognavano per opporsi al Duca di Guisa.

Lasciate pertanto le sue genti a Tivoli sotto il comando del Conte di Popoli, che creò suo Luogotenente, tornò il Duca in Napoli per far i dovuti preparamenti ad una spedizione cotanto importante: fece in prima ragunare il general Parlamento de' Baroni e delle Terre demaniali, ove avendo esposto i bisogni che occorrevano, ottenne un donativo d'un milione di scudi a beneficio del Re, e d'altri venticinquemila per se medesimo. Con questo mezzo formò egli la pianta d'un esercito proporzionato al bisogno, dando gli ordini necessarj per l'unione delle milizie, che doveano arrivare a trentamila fanti Italiani, dodicimila Tedeschi e duemila Spagnuoli, oltre alla cavalleria del Regno, che accrebbe sino al numero di 1500[134]. Fece in oltre tutte le provvisioni che bisognavano, così per lo sostentamento d'un esercito così grande, come per la difesa delle piazze più importanti, e particolarmente degli Apruzzi, che stavano raccomandate alla fedeltà e vigilanza del Marchese di Trivico.

Ma quello in che mostrò maggiormente la sua prevedenza, fu di provvedere, che il Papa dall'istesso Regno non ricavasse profitto, ed all'incontro, che il Re, de' beni degli Ecclesiastici, potesse, se la necessità lo portasse, valersi per difesa del Regno, contra un ingiusto invasore. Per ciò egli avendo a' 15 del mese di gennaio del nuovo anno 1557 ragunato appresso di se il Consiglio Collaterale, spedì in suo nome e del Collaterale una lettera Regia diretta al Tribunale della Regia Camera, dicendogli, che conveniva al servigio di Sua Maestà, che si sequestrassero li frutti ed entrate d'alcuni Arcivescovadi, Vescovadi, Badie ed altri beneficj del Regno, e d'alcuni Prelati, e che si dovessero esigere in nome della Regia Camera; per ciò gli comandava, che spedisse ordini al Tesoriero generale, ed a tutti i Percettori delle Province del Regno, che esigessero dette entrate e le tenessero sequestrate in nome d'essa Regia Camera, e gli mandasse nota di detti Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficj, che s'aveano da sequestrare, e delli Prelati e persone Ecclesiastiche, da cui si possedevano. E poichè il Papa con nuova disciplina Ecclesiastica, vacando l'Arcivescovado di Napoli per la sua assunzione al Pontificato, non volle dargli successore, ma diceva; che quella Chiesa voleva esso governarla ancora da Arcivescovo, ancorchè fosse Papa, ed avendovi mandato un suo Vicario, si pigliava tutte l'entrate della Chiesa suddetta, per ciò furono anche sequestrate l'entrate dell'Arcivescovado di Napoli.

Parimente in nome suo e del Collaterale, a' 21 gennaio del medesimo anno, mandò un'altra lettera Regia a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro aver inteso, che il Papa avea imposto in questo Regno due decime, e che quelle si proccuravano esigere senza il suo beneplacito e Regio Exequatur; per ciò lor comandava, che dovessero ordinare alli Capitani ed Ufficiali delle loro province, che dovessero dar ordine a tutte le Chiese, Monasterj, Arcivescovi, Vescovi ed altre persone Ecclesiastiche beneficiate, sotto pena delle temporalità, che non dovessero pagare dette Decime agli Esattori di quelle: nè per altra via girare e far pagare in Roma quantità alcuna di denari, sotto qualsivoglia colore, nè per qualsisia causa, senza espressa licenza del Vicerè.

Scrisse ancora in detto nome, a' 22 febbraio del medesimo anno, a Cristoforo Grimaldo Commessario di Terra di Lavoro, che compliva al servizio di Sua Maestà per beneficio e conservazione di questo Regno di sapere tutto l'oro ed argento, ch'era nel Regno delle Chiese di qualsisia Dignità, Badie e Monasterj: per ciò gli ordinava, che dovesse far nota ed inventario per mano di pubblico Notaro di tutto l'oro ed argento, ch'era nelle Chiese, Monasteri e Badie, notando pezzo per pezzo, la qualità ed il prezzo; ed inventariati che saranno, gli debba lasciare in potere delli medesimi Prelati e Detentori, con cautela di non farne esito alcuno, ma di tenerli e conservarli all'ordine d'esso Vicerè, ed esibirli sempre, che comanderà per servizio del Re, e per la difensione e conservazione del Regno, usando in questo la debita diligenza a trovar tutto l'oro ed argento, affinchè non siano occupati, e che glie ne dia subito avviso dell'eseguito.

E stringendo tuttavia il bisogno della guerra, e gli apparati de' nemici vie più sentendosi maggiori, stante l'invito fatto anche al Turco, perchè colla sua armata travagliasse il Regno, fu d'uopo al Vicerè in suo nome, e del Collaterale scrivere, al primo marzo di quest'istesso anno, a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro, che per gli andamenti e grandi apparati di guerra, che ha fatti e faceva il Papa con leghe d'altri Principi, con aver anco invocata l'armata Turchesca contra Sua Maestà per assaltare questo Regno, bisognava per difesa e conservazione di quello provvedere di genti a cavallo ed a piedi, per rinforzare e mantenere l'esercito, ed andare a ritrovare i nemici fuori del Regno, ed anco provvedere le Terre di marina per difensione contra detta armata del Turco; il che tutto risultando a maggior servigio del Re, alla conservazione e beneficio universale del Regno, per le spese grandi, che sono necessarie per detto effetto, bisognava aver danari assai; e poichè li Baroni e Popoli di questo Regno si trovavano oppressi per li gran pagamenti che faceano e dell'ultimo donativo, che il Regno avea fatto a sua Maestà di due Milioni di ducati, del quale anticiparono il terzo di Pasqua, avea pensato, che gli Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati, Monasterj ed Abati del Regno dovessero prestare alla Regia Corte delli frutti ed entrate loro del terzo di Pasqua, delle tre parti due, conforme alle note che lor si mandavano, del quale impronto potevano soddisfarsi sopra il terzo di Natale primo venturo del detto donativo, ed in caso, che detti Prelati, Monasterj ed Abati, ricercati da essi in nome del Vicerè graziosamente, non volessero fare detto prestito, detti Governadori di province subito l'abbiano da esigere da dette loro entrate e frutti, per la rata, conforme alle dette note.

Pochi giorni da poi, premendo assai più la necessità della guerra, spedì Commessione in suo nome e del Collaterale a' 4 del detto mese di marzo, a diversi Commessarj, che andassero con ogni prestezza e diligenza ad eseguire quanto era stato per prima commesso alli Governadori delle province, a costringere li detentori dell'oro, ed argento delle Chiese e Monasterj del Regno, e pigliarseli per inventario a peso, acciò si potessero mandare in Napoli, per conservarli nell'Arcivescovado di quella città, in nome delli Padroni d'essi, ad ordine del detto Vicerè; ed anco a costringere li debitori degli Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficiati a pagare li due terzi della terza parte delle loro entrate, per prestito alla Regia Camera.

E poichè questa commessione, essendo generale, veniva eseguita anche per li Calici e Patene; per ciò a' 9 del detto mese spedì lettera a' Governadori delle province, che debbiano eseguire il suo ordine degli ori, ed argenti, riserbandone li Calici e Patene, e quelli che avranno pigliati e fatti consignare alli Percettori, li facciano restituire. Siccome riuscendo questo trasporto d'oro ed argento in Napoli molto strepitoso, a' 18 marzo ordinò a tutte le Regie Audienze, che dall'ora innanzi non pigliassero più oro ed argento dalle Chiese, ma che solo lo tenessero sequestrato, e restituissero il preso in potere delle persone Ecclesiastiche delle medesime, con ordinar loro che quello tengano in sequestro, insino ad altro suo ordine.

Parimente ordinò, che per le occorrenze della guerra presente, si pigliasse tutto il metallo delle Campane delle Chiese e Monasterj di Benevento per fonderlo e tutti i pezzi d'artiglieria di bronzo, e falconetti, ch'erano in detta città, come dal Convento de' Frati di S. Lorenzo di Benevento, si pigliasse tutto il metallo delle Campane e si liquidasse il prezzo di tutto per poi pagarlo finita la guerra.

Dopo aver dati questi provvedimenti per una tanta espedizione, a' 11 aprile di quest'anno 1557 partì il Duca da Napoli per la volta d'Apruzzo per opporsi a' Franzesi[135], lasciando per _Luogotenente Generale D. Federigo di Toledo_ suo figliuolo, il quale fino al ritorno, che fece nel mese di settembre del detto anno, dopo la pace conchiusa col Papa, governò Napoli ed il Regno.

Dall'altra parte il Cardinal Caraffa partì da Roma per Lombardia, per abboccarsi in Reggio co' Duchi di Ferrara e e di Guisa e consultare del modo e del luogo, dove dovea portarsi la guerra. Furono i pareri varj, chi consultava l'espugnazion di Milano, chi la liberazione di Siena, e chi l'impresa del Regno; ma protestandosi il Cardinale, che qualunque risoluzione si pigliasse differente dall'invasione del Regno di Napoli, non sarebbe approvata dal Papa suo zio; il Duca di Guisa, che avea commessione dal suo Re di far la volontà del Pontefice, provveduto dal Duca di Ferrara suo suocero d'alcuni pezzi d'artiglieria, spinse il suo esercito nella Romagna, e passando per lo Stato d'Urbino, si portò per la Marca nelle vicinanze del Tronto.

Intanto, essendo spirata la tregua tra 'l Pontefice ed il Vicerè, si cominciarono le ostilità, e si vide in breve ardere la guerra, non meno nell'Apruzzo, che nella Campagna di Roma. Il Duca di Palliano con Pietro Strozzi uscito con seimila fanti tra Italiani e Guasconi, seicento cavalli leggieri e sei pezzi d'artiglieria, e portatosi sotto Ostia, ricuperò la Rocca col bastione innalzatovi dal Vicerè. Ricuperò Marino, Frascati e l'altre circostanti Terre. Nettuno fu abbandonato da' Spagnuoli, e se gli Ecclesiastici nel calor della vittoria si fossero più avanzati, avrebbero anche ripreso Frosolone ed Anagni. Giulio Orsini era parimente tutto inteso a discacciar gli Spagnuoli dallo Stato di Palliano; ma occorsivi Marcantonio Colonna, secondato da' Terrazzani ben affezionati de' Colonnesi il costrinse a lasciar in abbandono l'impresa.