Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Part 11

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Il Re consentì alla domanda, e confermando alla città tutti i privilegi sopra ciò lor conceduti da' Re suoi predecessori, e spezialmente quello di Filippo II, precisamente ordinò al Cardinal Grimani suo Vicerè, che non permettesse _de ninguna manera, que en las causas pertenecientes a nuestra Santa Fee, procedan sì no los Arzobispos, y demas Ordinarios de esse Reyno, como Ordinarios, con la via ordinaria, que se practica en los otros delitos, y causas criminales Ecclesiasticas_, come si legge nel suo diploma[83] spedito in Barcellona a' 15 settembre del riferito anno 1709. Per le quali ultime parole, che non si leggevano nel diploma di Filippo II, si tolse ogni pretesto agli Ecclesiastici di cavillare gli antichi privilegi, e d'inventare nuove sottigliezze.

Così rimase affatto estinto e dileguato presso di noi ogni vestigio d'Inquisizione; ma con tutto ciò non rimangono i Deputati, che con tanto zelo ed oculatezza invigilano sopra quest'affare, sicuri e fuor d'ogni timore di nuove sorprese. Per ciò bisogna esser perseveranti, e con indefessa applicazione in vigilar sempre su gli andamenti degli Ecclesiastici; li quali, per esser pur troppo accorti e diligenti, non tralascieranno le occasioni, quando lor verrà in acconcio, di tentar improvvisamente altre nuove e non pensate imprese.

CAPITOLO VI.

_Nuova spedizione di SOLIMANO collegato col Re di Francia sopra il Regno di Napoli, sollecitata dal PRINCIPE DI SALERNO, che si ribella. Nuovi donativi per ciò fatti dal Regno, per lo bisogno della guerra, che finalmente si dilegua._

Dopo l'impresa dell'Affrica, e la guerra che Cesare nel 1552 ebbe a sostenere con Maurizio Duca di Sassonia, per sostegno della quale si mandarono pure da Napoli cinquantamila ducati, quando, essendo cessati i rumori per cagione dell'_Inquisizione_, si credeva doversi nel Regno godere una tranquilla e riposata pace, s'intesero nuovi apparecchi d'una guerra assai più spaventosa di quante mai ne furono; poichè i Principi, che insieme aggiunti la mossero, erano i più potenti e formidabili in Europa. Morto Francesco I Re di Francia, _Errico II_ suo successore ereditò insieme col Regno l'odio e l'inimicizia con Cesare molto maggiore, che il suo predecessore; e acciocchè se gli facilitasse l'impresa, che meditava sopra lo Stato di Milano, erasi a' danni di Cesare collegato con Solimano, con cui fatto trattato, avevano conchiuso d'assalire per mare il Reame di Napoli, ed unire insieme le loro armate, quella di Francia dovea moversi da Ponente, nell'istesso tempo che quella di Solimano si movea da Levante. Infiammò maggiormente gli animi, e fu sollecitata la spedizione dal Principe di Salerno, il quale per private inimicizie che nudriva col Vicerè, datosi a credere, che essendogli stata tirata una archibugiata, mentre da Napoli ritornava a Salerno, per la quale restò leggermente ferito, il colpo fosse venuto dal Toledo, e non trovando nella Corte di questa accusa facile credenza, per le insinuazioni in contrario mandate dal Vicerè, rimanendo per ciò mal soddisfatto, guarito che fu, partì dal Regno, con iscusa di volersi andare a curare in Padova d'una simulata lesione di nervi restatagli dalla ferita; e quando chiamato dall'Imperadore, con ubbidire alla chiamata, avrebbe potuto superare le inquisizioni ed i sospetti, che il Vicerè gli addossava, egli mandando alla Corte Tommaso Pagano, che con impertinenza grande voleva, che Cesare gli promettesse di farlo venire su la sua parola, di che alterato Cesare gli rispose come si conveniva, mal sofferendo il Principe la risposta, con non minor imprudenza che leggerezza, risolvette di non andarvi; e per ciò, ribellandosi da Cesare, deliberò di andare a servire Errico Re di Francia; onde abboccatosi col Cardinal di Tournon, con gran prestezza se n'andò in Francia, ove da quel re fu ricevuto con onore; al quale dando per facile l'espedizione di Napoli, l'infiammò sì, che apparecchiate alcune Galee, gli diede il comando di quell'armata, che dovea venire ad incontrarsi coll'armata del Turco. Per iscusare questo suo fallo diede fuori un manifesto, dove si sforzava di mostrare d'aver prestati molti servigi e fatti d'armi in onor di Cesare, ed all'incontro averne da lui e da' suoi Ministri ricevute pessime ricompense di che avutone notizia il Vicerè, che godè molto di sua pazza risoluzione, soleva dire, che il Principe di Salerno si avea dimenticato nel manifesto di mettervi un più importante servigio fatto all'Imperadore, ed era quest'ultimo, ch'ei riputava il maggiore, cioè di avergli donato un Principato così bello e grande come era quello di Salerno. Però nè all'Imperadore, nè al Vicerè questa sua ribellione sembrò cosa nuova, avendolo sempre in sospetto, e per affezionato al Re di Francia, di cui non finiva mai di lodarne il valore e la liberalità. Fu per tanto egli dichiarato ribelle, e condannato a morte, e confiscato il Principato di Salerno col rimanente del suo Stato.

Il Vicerè avvisato di questi apparecchi, non meno del Re di Francia che del Turco, considerando, che la confederazione di questi due potenti nemici avea da partorire molti travagli nel Regno, non perdè tempo a fortificarsi; e poichè il più efficace rimedio era di tener pronta una sufficiente quantità di denaro, per fare una valida difesa, perciò avendo convocati tutti i Baroni, ed esposto loro, che la confederazione di questi due potentissimi Principi non era per dissolversi così presto, nè per mancamento di forze, nè di volontà, e che il lor disegno non era altro, che di conquistare il Regno, per ciò bisognava trovar il rimedio avanti che sopravvenisse la necessità; e il rimedio sarebbe d'unire una somma di trecentomila ducati, con che si potessero mantenere trentamila uomini, i quali sarebbero destinati solamente alla difensione di questo Regno, in caso che fosse all'improvviso assaltato da esercito nemico, e che questi denari sarebbero conservati da uomini deputati dalla città in cassa comune; soggiungendo, che solamente la fama di questo preparamento sarà cagione che gli nemici pensino molto bene ad assalirci, e forse sgomentati desisteranno dall'impresa. Piacque la proposta del Vicerè a tutti; onde con grandissima prestezza si misero in cassa comune i denari, i quali ancorchè non servissero allora, furono da poi ne' seguenti anni cagione della salute del Regno, contro la lega di Francia, di Papa Paolo IV e d'altri Principi d'Italia, come diremo più innanzi.

Mentre in Napoli s'attendeva a far queste provvisioni, venne l'avviso, che l'armata del Turco sollecitata non men da Errico Re di Francia, che dal Principe di Salerno, era uscita da Costantinopoli; e pochi giorni da poi, a' 15 luglio di quest'anno 1552, fu veduta da' Napoletani numerosa di 150 Galee grosse guidate da Dragut Rais sotto il comando di Sinam Bassà, ed ancorata ne' mari di Procida, pose spavento grandissimo nella città; ed intanto alcune Galee venivano quasi ogni giorno sino al Capo di Posilipo a scaramucciare con alcune Galee di Genova, che quivi si trovavano. Dimorò l'armata del Turco ne' mari di Procida dalli 15 di luglio insino a' 10 di agosto, nel qual giorno si vide all'improvviso partire, facendo vela verso Levante. Fu fama, che ciò seguisse per opera di Cesare Mormile, il quale entrato in competenza col Principe di Salerno, e mal soddisfatto del Re di Francia, che lo avea posposto al Principe, partito di Francia erasi ricovrato in Roma, dove con l'Ambasciadore di Cesare, e col Cardinal Mendozza trattò della sua reintegrazione nella grazia dell'Imperadore; ed avendo ottenuto da Cesare ampio privilegio non solo dell'indulto, ma anche della restituzione di tutti i suoi beni, ed assicurato anche con lettere del Vicerè, venne da poi incognito in Napoli a maneggiare con quel Bassà la sua partita; il quale, avendogli il Mormile offerto in nome del Vicerè, purchè partisse, ducentomila ducati, contentandosi dell'offerta, sborsati che gli furono, partì colla sua armata verso Levante, liberando con ciò tutto il Regno da grandissimi travagli. Il Mormile fu molto accarezzato dal Vicerè; ma poichè fra di loro per le cose precedute non era affatto estinta l'antica nemicizia, nell'esecuzione del privilegio gli furon fatti molti ostacoli, tanto che non solo non potè ricuperare i suoi beni, che si trovavano già venduti, ma travagliò molto per averne un secco contraccambio.

Intanto il Principe di Salerno, ch'era stato mandato dal Re di Francia colle sue Galee ad incontrare l'armata Turchesca, giunto ne' mari di Genova, intese che quella era già partita verso Levante; con tutto ciò volle seguirla, ed otto giorni da poi, che l'armata del Turco partì dal Golfo di Napoli, fu sopra Ischia con 26 Galee, ed informato meglio da Roma dell'accordo fatto col Mormile, tanto più pien di cruccio le corse dietro, e passato il Faro, nè trovandola, proseguì il cammino fin che la raggiunse; ma nulla potè impetrare dal Bassà, perchè facesse ritorno, rispondendo, ch'essendo già uscito d'Italia, non poteva ritornar indietro, senza nuovo ordine del suo Signore: lo persuase per tanto a venire in Costantinopoli, perchè l'anno seguente Solimano gli avrebbe dati più validi ajuti. Andò il Principe in Costantinopoli, ove stette tutto l'inverno aspettando la promessa di Solimano; ma la sua dimora in quella Città fece scovrire la sua vanità e leggerezza; poichè datosi agli amori ed alle dissolutezze, perdè presso quel Principe tutto il credito e la riputazione; e fatto già favola del volgo, entrò in sommo disprezzo di tutti; tal che al tempo promesso non ottenne l'armata, che desiderava per l'impresa del Regno; perchè fu conceduta a Pietro Corsio per l'acquisto di Corsica: egli se ne ritornò in Francia, ove mentre visse Errico ebbe assai buoni trattamenti, ma quello morto, insorte in quel Reame le civili contese, e seguitando egli in quella divisione la parte degli Ugonotti, riduttosi in estrema miseria, morì in Avignone nel 1568 in età di 71 anno non men ribelle al suo Re, che alla Religione Cattolica da lui prima professata.

Così dileguossi questa crudel tempesta, che minacciava Napoli; ma non finirono ne' seguenti anni le scorrerie del famoso Corsaro Dragut, il quale mandato dal Gran Signore in grazia del Re di Francia a danni del Regno, per travagliar l'Imperadore, tenne infestati sempre i nostri mari, e le Terre delle nostre marine: de' quali mali non furon giammai esenti; poichè professandosi fra i Re di Spagna, e l'Imperador de' Turchi guerra eterna, ed irreconciliabile, non mai tregua fu, ma sempre odio implacabile, ancorchè il danno fosse maggiore il nostro; poichè per gli riscatti dei nostri non bastavan più milioni l'anno, ed all'incontro niente era da sperarsi da' Turchi, i quali niente si curano di riscattar i loro; con tutto ciò per zelo di religione non si curava il danno gravissimo che il Regno ne soffriva. Ora essendo questo Reame divelto dalla Monarchia di Spagna, e governandosi dagl'Imperadori d Alemagna, ha avuta la sorte, che nelle tregue, che si fanno coll'Imperio, vengavi anche compreso il Regno; onde si veggono cessate le tante ostilità, e permesso con Turchi commerzio, con utile grandissimo del Regno.

CAPITOLO VII.

_Spedizione di D. PIETRO DI TOLEDO per l'impresa di Siena, dove se ne morì. Seconde nozze di FILIPPO Principe di Spagna con MARIA Regina d'Inghilterra; e rinuncia del Regno di Napoli fatta al medesimo da CESARE, il quale abbandonando il Mondo si ritira in Estremadura, dove nel Convento di S. Giusto finì i suoi giorni._

Don Pietro di Toledo, posto fine alle turbolenze di Napoli, governava il Regno con piena autorità: ma siccome era da tutti ubbidito, così da molti era intrinsecamente odiato: poichè scovertasi la ribellione del Principe di Salerno, e sospettandosi che in quella vi fossero altri intesi, procedè contra i sospetti con molto rigore; e la morte per ciò data ad Antonio Grisone, e l'inquisizioni fatte per la medesima cagione con altri, avea reso il suo governo molto terribile ed odioso. Avvenne, che in quest'anno 1552 tra le molte rivoluzioni accadute in Italia, Siena parimente si sconvolgesse.

Era questa Repubblica sotto la protezione di Cesare, il quale v'avea mandato a governarla D. Diego Urtado Mendozza: costui diede a' Sanesi sospetto di voler loro togliere la libertà, perchè designava fabbricare in Siena una Cittadella così forte, che con essa potevano gli Spagnuoli in poco numero difendersi dalla città. I Sanesi per ciò determinarono ricorrere al Re di Francia, il quale accettando la lor difesa, diede ordine a' suoi Ministri, che teneva in Italia, di provvedere al bisogno. Fu tra essi conchiuso, che il Conte di Pitigliano, ed i due Conti di Santa Fiore facessero con secretezza seimila fanti e molti cavalli, il che fu tosto eseguito: il Conte di Pitigliano entrò nella città e gridando _libertà_, _libertà_, e conducendo seco tremila fanti, unitosi col Popolo, costrinse Otto di Monteaguto, il quale mandato da Cosmo de' Medici Duca di Fiorenza era entrato per soccorso degli Imperiali, a ritirarsi sotto la Cittadella, non senza morte dell'una, e l'altra parte. Il Duca Cosmo s'apparecchiava mandar ad Otto grosso soccorso: ma la Repubblica gli mandò Ambasciadori a fargli intendere, ch'essa non voleva levarsi dalla fedeltà dell'Imperadore, ma sì bene rimettersi nella libertà, della quale n'era a poco a poco stata spogliata dal Mendozza: il Duca ciò credendo, conchiuse colla medesima trattato, che gli Spagnuoli dall'una parte se ne uscissero da Siena, e dall'altra Otto se ne ritornasse salvo colle sue genti in Fiorenza; ma quando i Sanesi gli videro usciti, tosto buttarono a terra la Cittadella, e vi posero dentro presidio franzese, attendendo a fortificarsi contra gli Spagnuoli. L'Imperadore, ciò inteso, trovandosi allora all'assedio di Metz di Lorena, scrisse al Toledo, che assoldasse un esercito, e che andasse egli a far guerra a Siena; e venne ancora in quel tempo in Napoli a sollecitarlo D. Francesco di Toledo, uomo dell'Imperadore appresso il Duca Cosimo. Il Vicerè, ancorchè il tempo che correva d'un orrido inverno fosse contrario, incominciò con prestezza secretamente ad apparecchiar l'esercito; e mentre questo si faceva, fu assalito da un catarro con febbre, dal quale ogni anno era spesse volte l'inverno gravato, onde per ciò per consiglio de' Medici in quella stagione soleva dimorare in Pozzuoli; ma non per questo si rallentava l'apparecchio, e già la fama cominciava a spargersi, che quello era per la guerra di Siena, ove dovea in persona comandare il Vicerè, il quale per ciò dovea partire ed abboccarsi col Duca Cosimo suo genero. Pubblicata questa partenza, s'offerivano molti Baroni di seguirlo, ma il Vicerè a pochi il concesse, e ringraziò gli altri; e creato D. Garzia suo figliuolo Luogotenente dell'esercito, lo mandò per terra con dodicimila valorosi soldati spagnuoli, italiani e tedeschi. Partì D. Garzia nel principio di gennajo del nuovo anno 1553, e passò per le Terre dello Stato Ecclesiastico pacificamente, nel qual passaggio entrò in Roma con molti Cavalli a baciare il piede al Papa, e giunto finalmente nel territorio Sanese, senza perder tempo, prese molte Castella. In questo mezzo il Vicerè fece imbarcare nelle Galee del Principe Doria il resto delli soldati spagnuoli con la sua Corte; e lasciando per suo _Luogotenente nel Regno D. Luigi di Toledo_ suo secondo figliuolo, entrò egli in mare, e partissi per la volta di Gaeta, ove fermatosi tre giorni passò a Civita Vecchia, nel qual viaggio per fortuna di mare se gli accrebbe il male, e smontato poi a Livorno, mandò subito a D. Garzia gli Spagnuoli ad unirsi col suo esercito, ed egli forzato dal catarro e dalla febbre si fermò ivi con la sua Corte. Ma vie più aggravandosi il male, e veduto da' Medici, che quel luogo posto in mezzo all'acqua, era contrario al clima di Pozzuoli ed al suo male, partì alla volta di Pisa, e declinando alquanto il male, se ne andò a Fiorenza; ove dal Duca Cosimo suo genero fu accolto con molta affezione e splendidezza. Vennero in quel mezzo a ritrovarlo Ascanio della Cornia ed altri Colonnelli dell'esercito a pigliar da lui l'ordine, che s'avea da tenere per quell'impresa; ed essendo già tutte le cose ben disposte, mostrando allora la di lui infermità esser alquanto in declinazione, mandata avanti per ciò tutta la sua Corte, si preparava egli per cavalcare la mattina; ma ecco, che gli sopravvenne di nuovo il catarro tanto furioso, che l'inquietò tutta quella notte, e sopraggiuntagli la febbre, ogni virtù gli andò mancando.

Corse alla fama del suo pericolo D. Garzia suo figliuolo a visitarlo, e per dargli conto di quel che e' faceva nell'esercito; ma il Vicerè volle, che senz'aspettar l'esito della sua infermità, tornasse come suo Luogotenente a comandare a quell'impresa, e lo benedisse; e non guari da poi aggravando tuttavia il male, tra gli abbracciamenti di sua figliuola e genero, spirò l'anima a' 12 febbraio di quest'anno 1553. Fu fama che fosse stata la sua morte sollecitata con veleno dal genero, per sospetto, ch'e' avesse d'avergli il Toledo insidiata la vita: parimente, che l'Imperadore per levarlo del governo di Napoli (ciò che avea determinato di farlo fin dal tempo de' rumori di quella città) avesse trovata quest'occasione della guerra di Siena. Altri non consentono nè all'uno, nè all'altro, allegando certa lettera dell'Imperadore, capitata in Fiorenza prima ch'egli morisse, nella quale non sapendo ancora, che fosse partito da Napoli, scrivea, che in niun modo fosse andato a quella impresa, per aver inteso, che stava infermo, ma che vi mandasse D. Garzia suo figliuolo. Che che ne sia, governò egli il Regno anni venti, mesi cinque, e giorni otto, con tanta prudenza, che superò tutti i passati Governadori, e meritevolmente dal comune consenso gli è attribuito il titolo di Gran Vicerè.

Della sua prima moglie D. Maria Ossorio Pimentel, lasciò più figliuoli, poichè della seconda da lui sposata, essendo già vecchio, non ne ebbe alcuno. D. Federigo primogenito, D. Garzia, che morendo il lasciò suo Luogotenente nella guerra di Siena e D. Luigi, rimaso Luogotenente nel Regno, quando egli partì da Napoli. Ebbene ancora di quella quattro femmine, la primogenita D. Isabella la casò con D. Giovan Battista Spinelli Duca di Castrovillari e Conte di Carriati. La seconda D. Eleonora fu maritata nel 1539 a Cosimo de' Medici Duca di Toscana. La terza D. Giovanna fu moglie di D. Ferrante Ximes d'Urrea primogenito del Conte d'Aranda, e l'ultima D. Anna di D. Lope Moscoso Conte d'Altamira.

_D. Luigi_, rimaso in Napoli _Luogotenente_, non potè mostrare nel governo del Regno gli alti suoi talenti, perchè non lo tenne che pochi mesi; essendo stato dall'Imperadore, intesa la morte di D. Pietro, mandato per suo successore il _Cardinal Pacecco_, il quale trovandosi a Roma nel giugno di quest'anno, si portò subito a Napoli.

Il _Cardinal Pacecco_, rinomato non men per la sua famiglia cotanto illustre in Ispagna per lo Marchesato di Vigliena e Ducato d'Escalona, che ivi possiede, che per eccellenza di dottrina, e per li buoni servigi prestati in Trento in quel Concilio, fu dal Pontefice Paolo III, essendo Vescovo di Giaen, promosso al Cardinalato a richiesta dell'Imperadore, e dichiarato parimente Vescovo Saguntino; e trasportatosi il Concilio a Bologna, rimase egli in Roma per affari di Cesare, il quale intesa la morte del Toledo, lo mandò, come si disse, suo Vicerè nel Regno.

Il concetto che s'avea del suo rigore, spaventò prima Napoli, ma rimase poi ingannata dall'evento; poichè reso placido e soave, non solo trattò con mansuetudine i Napoletani, ma gli favorì molto presso Cesare, da cui impetrò l'esatta osservanza de' suoi privilegi, che Carlo V gli avea di nuovo spediti in Brusselles, a richiesta del famoso Girolamo Seripando, nell'ultimo giorno dell'anno 1554. Non s'intesero più carcerazioni di fatto, nè tormentare, o procedere all'esazione di pene criminali contra i delinquenti, col solo processo informativo. Furon dati provvidi ordini e norme da osservarsi nelle collazioni della Cappellania Maggiore, Prelature Regie, Protomedicato, Ufficiali di Giustizia e Castellanie del Regno; e nel suo Governo furono dalla benignità di Cesare concedute alla città e Regno molte altre grazie e privilegi[84].

Intanto a Filippo Principe di Spagna, essendo rimaso vedovo di Maria di Portogallo sua prima moglie, s'aprì, secondo la felicità di questa augustissima Casa, una ben ampia via d'unire alla Monarchia di Spagna il Regno d'Inghilterra; e se la morte di Maria senza lasciar prole di questo matrimonio, e le tante rivoluzioni accadute in Inghilterra, non avesser frastornato sì bel disegno, la impresa erasi condotta a fine; poichè proclamata a' 20 di luglio dell'anno 1553 per Regina d'Inghilterra Maria, prima figliuola d'Errico VIII, ed incoronata Reina con solennissima pompa nel primo d'ottobre in età di trentasette anni non avendo marito, da' Baroni del Regno fu fatta istanza, che per assicurare la successione del Regno, dovesse tosto maritarsi. Ella per ciò s'elesse per isposo Filippo Principe di Spagna; onde in gennajo del nuovo anno 1554 mandò Ambasciadori a Cesare notificandogli il suo pensiero. Con incredibile contento accettò l'Imperadore l'offerta, e senza perdervi tempo fu tosto il matrimonio conchiuso, e chiamato Filippo dalle Spagne, acciò si conducesse a tal effetto in Inghilterra: i Baroni Inglesi di quest'elezione fatta dalla Regina, ne rimasero mal contenti, e perchè odiavan gli Spagnuoli, e perchè aveano a male, che quel Regno venisse ne' discendenti dell'Imperadore.

Parti ciò non ostante, a' 16 luglio di quest'anno 1554, Filippo di Spagna dal Porto di Corugna con grossa armata e splendidissima Corte, e giunto al Porto d'Antonasi, diece miglia distante da Vincestre, ove la Regina l'aspettava, quivi si celebrarono le nozze con gran festa e trionfo.

Ma l'Imperadore, reputando mal convenire ad una sì gran Regina sposarsi Filippo, che non era ancora Re, mandò Figurino Reggente di Napoli in Inghilterra a portargli la cessione del Regno di Napoli e di Sicilia e dello Stato di Milano. Così Filippo, reso più augusto con questi titoli Regj, accrebbe l'allegrezza ed il giubilo delle nozze. I nuovi Sposi trattenutisi molti giorni in Vincestre in giuochi e tornei, ai 19 d'agosto si partirono, e con doppia Corte, e quasi con tutta la nobiltà di Spagna e d'Inghilterra, con pompe e ricchi apparati fecero la loro trionfale entrata nella Real città di Londra, dove i mal contenti Baroni, sperimentata la dolcezza e mansuetudine di Filippo, rimasero soddisfatti.

Filippo, avuta la cessione dal padre del Regno di Napoli, mandò subito il Marchese di Pescara a prenderne in suo nome il possesso, che con pubblica celebrità, e grandi applausi dal Cardinal Pacecco Vicerè, a' 25 di novembre del medesimo anno, gli fu data: nel medesimo tempo che l'Imperadore Carlo V, o fastidito dalle cose mondane, o per iscansare i colpi della fortuna, ch'egli credeva cominciare a mostrarsegli avversa, meditava abbandonare i tedj del secolo.

Era allora egli in Fiandra afflitto da continue e fastidiose podagre, e stanco ormai di sostener più il peso dell'Imperio, onde deliberò ritirarsi dalle cure mondane. Chiamò per tanto a se da Inghilterra il Re Filippo suo figliuolo, e giunto in Brusselles ove dimorava, prima d'ogni altro lo fece Capo dell'Ordine de' Cavalieri del Toson d'oro: poi in una gran sala, al cospetto di tutti i Consiglieri di Stato, di tutti i Cavalieri degli Ordini e Nobiltà, a' 25 ottobre del nuovo anno 1555, fece il gran rifiuto, rinunziando al Re suo figliuolo tutti i Paesi Bassi, con gli Stati, Titoli e Ragioni di Fiandra e di Borgogna. Gli rinunziò li Regni di Spagna, di Sardegna, di Majorica e Minorica, e tutti i nuovi Paesi scoverti nell'Indie, con tutte l'altre Isole e Stati appartenenti e dependenti dalla Corona di Spagna.