Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 30
Prima a' M. Razionali s'apparteneva interamente la cura del regal patrimonio, ma poi Carlo I d'Angiò la commise alla Camera regia[409]. Ed Alfonso innalzò poi sopra tutti gli altri Re questo Tribunale, poichè stese la sua cognizione a molte cause, che prima si appartenevano al Tribunale della G. Corte, o al sagro Consiglio. Ordinò, secondo che narra il Costanzo[410], che avesse cura non solo del patrimonio regale, ma che conoscesse delle cause feudali. Quindi avvenne, che imitando gli altri successori Re l'esempio d'Alfonso, favorissero tanto questo Tribunale, con estendere la sua giurisdizione in tutte le cause, ove il Fisco, attore o reo, v'avesse interesse; di conoscere delle Regalie, delle cause giurisdizionali quando si tocasse il suo interesse, dell'investiture de' Feudi, delle cause di successioni feudali, de' giuramenti di fedeltà e di ligio omaggio, de' relevj, di adoe, delle devoluzioni de' Feudi; de' padronati regj, delle dignità ecclesiastiche ed altri beneficj di collazione, o presentazione regia: d'aver la soprantendenza sopra tutti gli ufficj vendibili: la cura delle regie galee, de' regj castelli, delle torri, delle loro provvisioni così da bocca come da guerra, de' cannoni, della polvere, del nitro, e di tutto ciò che riguarda il provvedimento degli arredi militari: la soprantendenza dell'amministrazione dell'Università del Regno, delle tratte, de' dazj, delle gabelle e delle risulte del Cedulario. Conoscere de' conti di tutti i Ministri regj, della dogana, delle miniere, de' tesori, delle strade, de' ponti, de' passi: in breve di tutto ciò che tocca il suo regal patrimonio e sue ragioni fiscali.
Tenendo la conoscenza e giurisdizione sopra tutto ciò, quindi avvenne che soprastasse a molti altri Tribunali inferiori, i quali alla regia Camera sono perciò subordinati, come alli Tribunali dello Scrivano di Razione, del Tesoriere generale del Regno, della dogana grande e di tutte l'altre dogane del Regno: del Montiere maggiore: del Portolano di Napoli, e di tutti gli altri Portolani delle province, de' Vicesecreti, de' Fondachi del sale e di tutti gli altri del Regno; della regia zecca: delle monete, de' pesi e misure: dei Capitani della grassa: della custodia de' passi e dei Consulati delle nobili arti della seta e della lana. Conoscesse di tutti i Percettori, ovvero Tesorieri del Regno, de' Commessari proposti all'esazioni fiscali, de' Maestri di Camera, de' Segretari, delle regie Audienze, del Percettore della Gran Corte della Vicaria e del Segretario del Sagro Consiglio: soprastasse alli Tribunali dell'Arsenale, della regia cavallerizza, della gabella del vino, del giuoco; e ad infinite altre cose a ciò attenenti soprantendesse.
Angelo di Costanzo[411] narra che avendo il Re Alfonso stesa cotanto la giurisdizione di questo Tribunale, avessegli perciò costituiti quattro Presidenti Legisti, o due Idioti ed un Capo, il qual fosse Luogotenente del Gran Camerario, e che il primo Luogotenente fosse stato Vinciguerra Lanario Gentiluomo di Majori, del quale s'era servito avanti in molte cose d'importanza. Ciò che non concorda co' cataloghi dei Luogotenenti e Presidenti che tessè il Toppi[412]; poichè prima d'Alfonso era questo Tribunale governato dal Gran Camerario, ovvero dal suo Luogotenente che n'era Capo; e Vinciguerra Lanario vi fu Luogotenente molto tempo prima d'Alfonso. Il primo Luogotenente nel Regno d'Alfonso, si porta in quest'istesso anno della riforma di questo Tribunale 1450. Niccolò Antonio de' Monti patrizio di Capua che fu Luogotenente di Francesco d'Aquino Conte di Loreto Gran Camerario, il qual in niun conto volle assistere al Tribunale, pretendendo, che come persona illustre potesse servire per mezzo del Luogotenente suo sustituto, e l'ottenne[413]; onde fu creato Luogotenente Niccolò Antonio, e da questo tempo in poi i Gran Camerarj non assisterono più nel Tribunale, ma i loro Luogotenenti, de' quali insino a' suoi tempi Niccolò Toppi tessè lungo catalogo; quindi in discorso di tempo, i Gran Camerarj non molto impacciandosi di questo Tribunale, avvenne che i Re creassero i Luogotenenti, ed a' Gran Camerarj non rimanesse se non questo nome vano senza funzione, e sol per titolo d'onore e di preminenza.
Il numero de' Presidenti, non meno che quello dei Consiglieri, fu sempre vario, ed erano parimenti amovibili ad arbitrio del Re, passando vicendevolmente gli uni nel Tribunale degli altri. Secondo che narra il Costanzo, in tempo d'Alfonso non eran più che quattro Togati e due Idioti; poi crebbe a meraviglia il di lor numero, tanto che nel 1495 si videro reggere questo Tribunale ventisei Presidenti tutti uomini insigni non men per nobiltà di sangue, che per lettere[414].
Questo eccesso fece pensare alla riforma; onde nel medesimo anno 1495, sotto Ferdinando II, fu riformato il Tribunale, e si lasciarono solamente cinque Presidenti, i quali in una Ruota, come costumavano i Consiglieri di S. Chiara s'univano. Ma in discorso di tempo, crescendo tuttavia nel Regno l'entrate regali, fu bisogno ampliar il numero, e per conseguenza non capendo in una Ruota, il Re Filippo II con sua carta de' 24 dicembre del 1596 drizzata al Conte d'Olivares Vicerè[415], ordinò che il Tribunale si dividesse in due sale, in ciascheduna delle quali assistessero tre Presidenti Togati ed uno Idiota, e il Luogotenente ora in una, ora in altra, secondo la maggior gravità ed occorrenza del negozio, vi soprastasse. Nè ciò bastò all'immensità degli affari del Tribunale; ma fu d'uopo che nel 1637, per la più pronta spedizione di quelli, il Conte di Monterey Vicerè aggiungesse la terza Ruota. Ora il di lor prefisso numero è di dodici, otto Togati, e quattro Idioti, i quali, toltane la dignità della toga, e d'astenersi al votare nel caso che s'abbia a decidere qualche punto di ragione, hanno le medesime prerogative che i Togati, e siedono dopo di questi. Filippo II, nel 1558, ne' privilegi conceduti alla città e Regno, dispose che de' Presidenti di Camera due parti fossero Nazionali; e la terza ad arbitrio del Re[416]: ma nel Regno degli altri Austriaci s'è veduto sempre questo Tribunale essere stato governato da quattro Italiani, e quattro Spagnuoli; ed ancorchè i Presidenti Idioti fossero stati per lo più Nazionali, pure sovente se ne videro Spagnuoli. Ora per le novelle grazie[417], tre Togati ed uno Idiota sono rimasi ad arbitrio del Re.
Tiene questo tribunale un Avvocato fiscale, ed un Proccuratore che alla gran mole degli affari appena basta, tanto che il Tassone desiderava fin da' suoi tempi, che almeno fossero due Fiscali. Fu a' dì nostri ciò posto in effetto, ma da poi si ritornò ad uno, come ora si vede. Egli è vero, che in parte fu provveduto a questo difetto, per essersi con nuova provvisione aggiunto un Fiscale detto de' Conti, che chiamiamo di Cappa corta, il quale siede dopo l'Avvocato fiscale togato, e tien soldo di mille ducati[418]. Teneva ancora questo Tribunale venti Razionali; ma ora il di lor numero è ristretto a quindici: dodici destinati per gli affari delle dodici province: due per lo regal patrimonio, ed uno per la dogana di Foggia; l'autorità de' quali, ancorchè sia molto diminuita, e per la maggior parte sia stata trasferita a' Presidenti, pure nella relazione e discussione de' Conti è grande. Sono non meno che i Presidenti e l'Avvocato e Proccuratore fiscale, creati dal Re, ed è lor facile l'ascendere da Razionali a Presidenti Idioti, ciocchè, siccome ci testimonia Toppi[419], si praticava ancora in tempo degli Aragonesi e di Carlo V, e godono tutte le prerogative, preminenze ed esenzioni, che tutti gli altri Ufficiali del Tribunale.
Tiene il suo Notajo, ovvero Segretario, che quantunque sia ufficio vendibile, nulladimanco la confirma pure dipende dal Re. Tiene tre Archivarj secondo i tre archivi che vi sono: quello della regia zecca, l'altro de' Quinternioni, ed il terzo del Gran Archivio, de' quali e delle loro preminenze il Toppi[420] tessè lunghi discorsi e copiosi cataloghi.
Tiene parimente il Suggellatore, gl'Ingegnieri, che fanno le veci de' Tavolarj e quattro principali Mastrodatti, i quali han facoltà di creare otto Attuarj, due per ciascheduno, oltre dodici altri, che ne crea il Luogotenente, tutti nazionali: molti Scrivani ordinarj approvati con decreto del medesimo, precedenti debiti requisiti: moltissimi estraordinari e più portieri; sopra de' quali tutti il tribunale tiene la cognizione delle loro cause, così civili come criminali.
Ecco in qual'eminenza oggi sia questo Tribunale, arricchito di tanti privilegi e prerogative non meno da' Re aragonesi, che da' successori Principi austriaci, tanto che si è reso per se stesso Tribunal supremo, ed indipendente da qualunque altro per ciò che riguarda l'amministrazione del regal patrimonio. È assomigliato al _Procurator di Cesare_ de' Romani. Ha la retrattazione, come il S. C. in guisa che non può dalle sue determinazioni appellarsi ad altro Tribunale, ma per via di reclamazione, egli stesso le rivede, non impedita l'esecuzione. Non meno che il Tribunal del S. C. da esso escono le decisioni, e gli arresti, ed i decreti generali che nel Regno han forza non inferiore alle leggi ed a' riti e costumanze degli altri Tribunali supremi. Quindi oltre i riti, gli arresti ed i decreti generali, de' quali abbastanza fu da noi discorso nel libro XII di quest'Istoria, tiene particolari Scrittori che compilarono le sue decisioni, come il Reggente Revertera, Ganaverro, Moles, Ageta ed altri. E nel Regno degli Aragonesi, prima che nel 1505 si fosse da' Spagnuoli eretto il Consiglio _Collaterale_, teneva questo Tribunale il secondo luogo dopo quello del S. C. di S. Chiara, da cui in ogni tempo ed in ogni luogo, fuor che in casa propria, dove i Presidenti siedono al lato destro ed i Consiglieri al sinistro, è stato sempre preceduto.
CAPITOLO VI.
_Disposizione e numero delle province del Regno sotto ALFONSO, ed in che modo fossero dalla Regia Camera amministrate; e come fossero numerati i fuochi di ciascuna città e terra che lo compongono._
Io non veggio donde Marino Freccia[421] abbiasi appreso che il Re Alfonso avesse diviso questo Regno in sei province. Sin da' tempi dell'Imperador Federico II, siccome si vide nel XVII libro di quest'Istoria, era diviso in otto province. Il _Principato_, che per la sua estensione si divise poi in due, _citra_ ed _ultra_. La _Calabria_, che per la sua ampiezza bisognò poi dividerla parimente in due, in _Terra Giordana_, che diciamo ora Calabria _ultra_, e _Val di Crati_ che Calabria _citra_ oggi s'appella. La _Puglia_ divisa poi parimente in due, _Terra d'Otranto_ e _Terra di Bari_, e _l'Apruzzo_, che pur fu diviso in due province; onde a queste otto aggiunte l'altre quattro, cioè _Terra di Lavoro_, _Basilicata_, _Capitanata_ e _Contado di Molise_, venne il di lor numero ad arrivare a dodici, come è al presente. Ed è tanto lontano che Alfonso avesse ristretto il di lor numero, che fu costante opinione de' nostri Scrittori, ch'egli avesse diviso l'Apruzzo in due province per toglier le brighe che solevan insorgere fra' Questori per l'esazion delle tasse e dei dazj[422]. Ma niun'altra scrittura più manifestamente convince nel Regno d'Alfonso il numero di queste province essere di dodici, quanto la general Tassa delle Collette che furono nuovamente imposte per l'entrata trionfale di Alfonso, che fece in Napoli nel 1443, e per la quale fu anche tassato il popolo napoletano. Fu questa scrittura impressa de Camillo Tutini[423] nel suo libro de' sette Ufficj del Regno, ch'egli estrasse dall'Archivio maggiore della Regia Camera. Mancavi solamente la provincia di Terra d'Otranto, non sappiamo se per la voracità del tempo, ovvero perchè possedendosi questa provincia per la maggior sua parte dal Principe di Taranto, parente del Re, ne fosse stata perciò eccettuata; e nel novero delle città e terre di tutte le altre province mancano ancora le città demaniali, per le quali bisogna credere che si fosse fatta tassa separata. I registratori però commisero errore in notarne la rubrica, perchè in vece di dire: _Triumphi Regis Alphonsi_, dissero: _Tassa Collectarum felicis Coronationis Regis Alphonsi noviter imposita ad recolligendum a Baronibus Provinciarum Regni, ultra Terras demaniales_; poichè ancor che Alfonso nel 1445 avesse ottenuta Bolla da Papa Eugenio, per la quale se gli prometteva di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo o altra persona per solennemente coronarlo; nulladimanco non fu mai questa solennità celebrata in tutto il tempo che visse. Si registrano in questa cedola, toltane Terra d'Otranto, tutte l'altre undici province, colle città e terre baronali ed i loro baroni con quest'ordine e nomi: _Principato citra, et ultra: Basilicata: Terra di Lavoro e Contado di Molise: Apruzzo citra: Apruzzo ultra: Provincia Calabriae Vallis Cratis: Provincia Calabriae ultra: Capitanata: Provincia Terrae Bari._
Ecco dunque che nel Regno d'Alfonso le province del Regno non erano minori di quel che vediamo ora. Nel che si convince parimente l'errore del _Guicciardino_[424], il quale scrisse che Alfonso avesse variata la denominazione antica delle province, ed avendo rispetto a facilitare l'esazioni dell'entrate, avesse diviso tutto il Regno in sei province principali; cioè, in Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calabria, Puglia ed Apruzzi; delle quali la Puglia era divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata. Errore quanto degno di scusa a questo Scrittore, che come forestiere non potè averne esatta notizia, altrettanto da non condonarsi a Marino Freccia Scrittor nazionale e regio Ministro di Napoli.
Ma ciò che dovrà notarsi nel tempo di questo Re, sarà il vedere che non pure tutte le isole a queste province adjacenti, delle quali si parlerà più innanzi, ma anche l'isola di Lipari, non già alla Sicilia, ma alla _Calabria_ era attribuita.
Accrebbe ancora questo Principe la provincia del _Principato ulteriore_, col nuovo acquisto della città di Benevento, e distese sopra lo Stato della Chiesa romana li confini di _Terra di Lavoro_ più di quello che ora sono; ed aggiunse parimente al Regno la Sovranità sopra lo Stato di Piombino.
La città di Benevento, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, per le cagioni ivi rapportate, fu lungamente posseduta da' Pontefici romani; ed ancorchè sovente fosse stata interrotta la loro possessione da Roberto Guiscardo, da Ruggiero I Re di Sicilia, da Guglielmo II, dall'Imperador Federico II e da altri Re, secondo che le congiunture della guerra o d'inimistà portarono; nulladimanco sempre poi ne' trattati di pace fu alla Chiesa restituita, riputandosi questa città come fuori del Regno; poichè quando di queste province se ne formò un Regno, si trovava già da quella divisa e separata, e sotto l'ubbidienza de' romani Pontefici; ond'è, che in tutte le investiture fu sempre quella eccettuata. Nel Regno di Carlo III di Durazzo, Urbano VI la diede in governo a Ramondello Orsino, che fu poi Principe di Taranto, per averlo liberato dalle mani di Carlo, quando lo teneva assediato in Nocera. Chiamato Alfonso alla conquista del Regno per l'adozione della Regina Giovanna II essendo insorti que' contrasti che finalmente proruppero in sanguinose guerre; Alfonso che tenne contrarj due Papi, occupò Benevento, senza che pensasse di doverla mai restituire, come avean fatto gli altri Re suoi predecessori. Ne' trattati di pace che si s'ebbero in Terracina col Legato di Papa Eugenio, fa molto dibattuto sopra la sua restituzione, la quale non fu accordata dal Re; e sol si convenne che insieme con Terracina dovesse ritenerla in nome della Chiesa per tutto il tempo di sua vita: ma che all'incontro si lasciassero sotto il governo del Papa Città Ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Apruzzo ulteriore. Ma da poi essendo ad Eugenio succeduto Niccolò V, furono ad Alfonso restituite le suddette Terre della Montagna dell'Amatrice; ond'è che il Contado di Acumoli, confinando con quello di Norcia, perchè si togliesse ogni occasione di controversia di confini fu dal Conte di Miranda, nell'anno 1389, pubblicata prammatica[425], colla quale fu proibita ogni sorte d'alienazione de' territorj d'Acumoli, che sono ne' suddetti confini, a' forestieri, e specialmente a' Norcesi; e rimasero parimente Benevento e Terracina in potere del Re, assolvendolo ancora dal tributo de' due Sparvieri, che per dette due città dovea alla Sede Appostolica: onde la provincia di _Principato ultra_ in tutto il tempo che regnò Alfonso, riconobbe, anche perciò che riguarda la politia temporale, Benevento per suo capo e metropoli. Nè dopo la morte d'Alfonso fu restituita alla Chiesa, ma Ferdinando I suo successore parimente la ritenne per lungo corso di tempo: in appresso dopo varj trattati avuti col Pontefice Pio II la restituì al medesimo; dal qual tempo in poi, con non interrotta possessione, insino ad ora si vide sotto il dominio della Sede Appostolica, e riputata città fuori del Regno. Della medesima avea a' tempi de' nostri avoli tessuta una esatta e piena istoria _Alfonso di Blasio_ gentiluomo Beneventano; ed il quarto volume conteneva quest'ultimo stato, nel quale giacque suddita a' Papi. Secondo una sua epistola del 1650 rapportata dal Toppi[426], nella quale ci dà l'idea di quest'opera, egli v'avea travagliato trent'anni, e secondo i varj suoi stati (prima d'essere stata soggiogata da' Romani, nel tempo che fu dominata da' medesimi in forma di Colonia, sotto i suoi Duchi e Principi, e finalmente sotto i Papi) l'avea divisa in quattro volumi. Sosteneva che l'antichissima città di Sannio fosse stata Benevento, rifiutando l'opinione di Cluverio e di Salmasio che negarono la sussistenza della città di Sannio. Ma morto al piacere dell'immortal suo nome che senza dubbio per cotal opera avrebbesi acquistato, non potè vederne il fine; ed i suoi manuscritti con tanta trascuraggine non curati, giacciono ora sepolti in profonda caligine, senza che vi fosse stato chi se ne avesse presa cura o pensiere di fargli imprimere.
La provincia di _Terra di Lavoro_ nel Regno d'Alfonso distese molto più i suoi confini sopra lo Stato della Chiesa romana che ora non tiene. Li Pontefici romani pretesero che la città di Gaeta s'appartenesse allo Stato della lor Chiesa; e fondavano questa lor pretensione, come si disse ne' precedenti libri di quest'Istoria, nella liberalità di Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci per farne un dono alla Chiesa di Roma, siccome avea fatto di Terracina e dell'altre spoglie de' Greci. Ma essendosi in que' tempi opposto Arechi Principe di Benevento, frastornò ogni lor disegno, e proccurò che tosto questa città ritornasse sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, i quali vi mandavano i Patrizj loro Ufficiali per governarla. Ma non per ciò si astennero i Pontefici romani, quando le congiunture lo portavano, di far dell'intraprese, e quando vedevano non poterle mantenere, ne investivano un Principe più potente. Così leggiamo che Giovanni VIII la concedè a Pandolfo Conte di Capua, che morì nell'anno 882[427]; e Lione Ostiense[428] scrive, che Gaeta in que' tempi serviva al Papa; ma ritornò ben tosto sotto gl'Imperadori d'Oriente, e ne' tempi seguenti, avendo i Normanni spogliati i Greci di ciò che loro era rimaso in queste nostre province, essi se n'impadronirono; ond'è che s'intitolavano ancora Duchi di Gaeta. A' Normanni essendo succeduti i Svevi, e poi gli Angioini, ed a questi ora Alfonso, e poi gli altri Aragonesi e finalmente gli Austriaci, questa città fu con continuata e non interrotta possessione da' nostri Re ritenuta, e come una delle città di questa provincia fu sempre riputata.
Ma la medesima sorte non ebbe Terracina se non a' tempi d'Alfonso. Questa città pure come spoglia de' Greci fu da Carlo M., avendola tolta a' medesimi, donata alla Chiesa romana[429]; ma i Normanni, discacciati i Greci, in lor vece la pretesero[430]. Non l'abbandonaron con tutto ciò i Pontefici e la riebbero: tanto che con interrotta possessione ora da Papi, ora da' nostri Re fu occupata e sempre combattuta, finchè solamente Alfonso per via d'accordo e di capitolazioni avute con due Pontefici, stabilmente non la unisse a questa provincia; e per lungo tempo i confini del Regno verso quella parte si distesero sino a questa Città. Eugenio IV come si è veduto, in iscambio d'Acumoli, città Ducale e Lionessa, diede in governo ad Alfonso, Benevento e Terracina per tutto il tempo di sua vita; da poi s'ampliò la concessione a Ferdinando ed a' suoi successori perpetualmente. Niccolò V suo successore confermò quanto Eugenio avea fatto; anzi restituì ad Alfonso quelle Terre, e volle che Benevento e Terracina rimanessero a lui senz'alcuna obbligazione di censo. Fu Terracina nel Regno d'Alfonso, e ne' primi anni di Ferdinando suo figliuolo ritenuta. Ma poi Ferdinando per tenersi amico Pio II, che gli diede l'investitura, negatagli da Calisto, bisognò che la restituisse[431] insieme con Benevento; onde i romani Pontefici di nuovo l'incorporarono al loro Stato, donde mai da poi potè divellersi: sursero quindi le tante controversie ne' confini tra la Sede Appostolica ed i nostri Re, i quali conservarono sempre queste ragioni per riaverla secondo che le congiunture portassero; ed il Chioccarello nel ventesimoprimo tomo de' suoi M. S. Giurisdizionali di tutte queste ragioni ne fece particolare ed accurata raccolta[432].