Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6

Part 27

Chapter 273,784 wordsPublic domain

Avea prima Alfonso, come si disse, vedendo l'avversione d'Eugenio, tenuto secreto trattato con Amedeo duca di Savoja Antipapa, e non per altro che per ottenere da quello ciò che dal vero Pontefice non potea conseguire. Lo Scisma che s'era rinovato nella Chiesa dopo la morte di Martino V per lo Concilio di Basilea, avea posto in disordine ogni cosa. Ciò che il Papa Eugenio stabiliva, il Concilio dichiarava nullo; ed all'incontro il Papa tenendo per Conventicola quella radunanza, tuttociò che in quella si determinava, lo dannava ed anatematizzava. Il Concilio citò il Papa e non comparendo, lo dichiarò contumace; finalmente que' Prelati ch'eran rimasi in Basilea, de' quali componevasi il Concilio, lo deposero il dì 25 giugno dell'anno 1439 e deputarono alcuni Commessarj per eleggere un nuovo Papa. I Commessarj elessero Amedeo Duca di Savoja, che, come fu detto, s'era ritirato nella solitudine di Ripaglia, nella Diocesi di Ginevra, dove vivea come Romito. La sua elezione fu confermata dal Concilio, e fu nomato _Felice V_, il quale tosto portossi in Basilea a presiedere in quello. Papa Eugenio ne teneva aperto un altro in Fiorenza, e vicendevolmente si condennavano l'un l'altro. La Francia continuò a riconoscere Eugenio per Papa. L'Alemagna però cominciava a vacillare, e propose di tenere un nuovo Concilio per giudicare sopra il diritto de' due eletti. Il Re Alfonso durando nell'inimicizia d'Eugenio, per dargli di che temere, mandò Luigi Cescases per suo Ambasciadore appresso Felice, e permise che alcuni Prelati suoi sudditi l'ubbidissero e riconoscessero per vero Pontefice. All'incontro Felice per tirar scovertamente Alfonso nel suo partito, e tutti i sudditi de' di lui Regni alla sua ubbidienza, offeriva a Luigi suo Ambasciadore ch'egli avrebbe confermata l'adozione fattagli dalla Regina Giovanna II, conceduta l'investitura del Regno, ed oltre ciò gli offeriva ducentomila ducati d'oro[328]. Ma il prudentissimo Re scorgendo che di giorno in giorno il Concilio di Basilea andavasi debilitando, e che Felice erasi a' 20 novembre dell'anno 1442 con una parte de' suoi Cardinali ritirato in Lausana, e che a lungo andare si dissolverebbe ogni cosa: pensò destramente di rivoltarsi alla parte d'Eugenio, e per tenere intanto a bada Felice, fece rispondere dal suo Ambasciadore alla profferta fattagli che li ducentomila ducati d'oro bisognava che se gli pagassero in una paga: che si contentava di ritenersi la città di Terracina per la somma di 305 mila ducati di Camera in parte di ciò che se gli dovea per la guerra mossagli dal Patriarca Vitellesco, quando gli ruppe la tregua, e che allora vi fu condizione che dovesse aver Terracina fin che ne fosse interamente soddisfatto: che se Felice era contento di ciò ed adempiva a queste condizioni, egli non avrebbe mancato di difenderlo e di prestargli co' suoi fratelli ubbidienza; ed oltre a ciò che avrebbe inviati al Concilio suoi Ambasciadori, e proccurato che i Prelati de' suoi Regni ancor vi venissero; ed anche si studierebbe che il medesimo facessero il Re di Castiglia ed il Duca di Milano, e co' suoi fratelli si sarebbe confederato ancora con la Casa di Savoja.

Questi trattati teneva egli aperti con Felice, prolungandogli con destrezza, perchè non si venisse a veruna conchiusione; ma nell'istesso tempo avea dato incarico al Vescovo di Valenza D. Antonio Borgia, che fu Cardinale e poi Papa, detto Calisto III che s'adoprasse con Eugenio per la sua riconciliazione, il quale incominciò a sollecitare il Papa, che si degnasse trattare di pace e ricevere il Re per suo buon figliuolo e buon feudatario. Agevolò ancora il trattato, ed ammollì l'animo d'Eugenio Lodovico Scarampo Patriarca d'Aquileia Cardinal di S. Lorenzo in Damaso suo Camerlengo, con cui solea egli conferire de' più gravi ed importanti affari; onde Eugenio mosso dalle loro insinuazioni, e considerando altresì che non poteva giovare al Re Renato, e che l'inimicizia del Re Alfonso gli poteva nuocere, voltò l'animo alla pace; ed a' 9 aprile di quest'anno 1443 spedì una Bolla di legazione e commessione in persona del Cardinal suddetto, inviandolo a trattare col Re della pace e dell'investitura del Regno da concedersi al medesimo. La Bolla di questa legazione è rapportata dal Chioccarello, e si legge nel primo volume de' suoi M. S. giurisdizionali.

Trovavasi allora il Re a Terracina, dove ricevè il Legato con molto onore; e dopo molti dibattimenti fu a' 14 giugno del detto anno la pace conchiusa con questi patti.

Che il Re con dimenticanza perpetua di tutte l'ingiurie ed offese passate, e con rimessione di quelle, riconoscesse Eugenio per se e per tutti i suoi Regni per unico, vero e non dubbioso Pontefice e Pastor universale di S. Chiesa, e che come a tale gli prestasse egli ed i suoi Regni ubbidienza.

Che dovesse tenere per Scismatici tutti i Cardinali aderenti all'Antipapa Amedeo.

Che all'incontro il Papa dovesse dar l'investitura al Re Alfonso del Regno di Napoli, con la conferma dell'adozione ed arrogazione, che la Regina Giovanna II aveale fatta con clausola, che non gli ostasse avere acquistato il Regno colle proprie armi.

Che trasferisse in Alfonso tutta quella autorità che era stata conceduta da' Pontefici passati agli antichi Re di Napoli; e che abilitasse D. Ferrante Duca di Calabria alla successione dopo la morte del padre. E dall'altra parte il Re si farebbe vassallo e feudatario della chiesa, con promettere d'aiutarla a ricovrare la Marca, la quale si tenea occupata dal Conte Francesco Sforza.

Che quando il Papa volesse far guerra contra Infedeli, avesse il Re da comparire con una buona armata ad accompagnare quella del Papa.

Che il Re dovesse ritenere in nome della chiesa la città di Benevento e di Terracina in governo per tutto il tempo di sua vita, e per lo medesimo tempo lasciava il Re al Papa Città ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Abruzzo.

Che il Re dovesse servire al Papa con sei galee per sei mesi nella guerra contro il Turco. E per ricuperare le città e fortezze che teneva occupate nella Marca il Conte Francesco Sforza, si convenne, che il Re dovesse inviare quattromila soldati a cavallo e mille a piedi.

Che il Papa dovesse concedere la Bolla di legittimazione per D. Ferdinando suo figlio che fosse abilitato per l'investitura, in guisa che tanto egli, quanto i suoi eredi potessero succedere al Regno.

Che al censo, che dovea pagar il Re per l'investitura, s'avessero da scomputare le spese, che si facessero nelle sei galee e nella gente d'arme, che dovean andare alla Marca.

Che le città di Benevento e di Terracina si darebbero in governo a D. Ferdinando e suoi successori perpetuamente, e dell'istesso modo avesse la chiesa in governo la Città ducale, Acumoli e la Lionessa.

Questi capitoli di pace furono a' 14 giugno di quest'anno 1443 conchiusi in Terracina dal Re e dal Legato appostolico Cardinal d'Aquileia; nella conchiusion de' quali intervennero solamente Alfonso Covarruvias famoso Giurista e Protonotario appostolico e Giovanni Olzina Segretario del Re; e sono rapportati dal Chioccarello nel tomo I de' M. S. giurisdizionali.

Papa Eugenio con sua particolar Bolla spedita a' 6 luglio del detto anno, parimente rapportata da Chioccarello, confermò i capitoli suddetti, ed in esecuzione di quelli, in questo medesimo anno, spedì più Bolle rapportate anche dal medesimo Autore.

Primieramente a' 13 luglio diede fuori una Bolla preliminare, colla quale assolvea il Re ed i suoi Ministri da tutte le scomuniche e censure, nelle quali fossero incorsi per le guerre ed offese fatte alla chiesa romana nel tempo dello Scisma, e per l'invasione dei beni ecclesiastici. Dopo tutto ciò, residendo Eugenio in Siena, a' 15 del detto mese spedì la Bolla dell'investitura, per la quale concedè al Re Alfonso l'investitura del Regno di Napoli per se, suoi eredi mascoli e femmine legittimi discendenti dal suo corpo per _retta linea_.

Di questa investitura variamente parlarono i nostri Autori: Scipion Mazzella[329] dice, che abbracciava ancora il Regno d'Ungheria, di cui il Papa ne investì Alfonso per le ragioni di Giovanna sua madre adottiva; e che nella medesima si concedeva ancora, che Ferdinando suo figliuol naturale potesse succedere nel Regno. Il Cardinal Baronio[330] credette, che per questa Bolla il Re Alfonso fosse stato da Eugenio investito non solo del Regno di Napoli, ma anche di quello di Sicilia. Ma non men l'uno che l'altro vanno di gran lunga errati. L'investitura non fu che del solo Regno di Napoli, chiamato nelle Bulle pontificie, _Regnum Siciliae et Terram citra Pharum_. Nè della Sicilia _ultra Pharum_, e molto meno dell'Ungheria si fece parola, come nè tampoco dell'abilitazione di Ferdinando. Ciò è evidente dalla Bolla, che ora leggiamo impressa nel III tomo del Summonte, e che manuscritta fu dal Chioccarelli ancor inserita fra l'altre di questo Papa nel tomo primo de' suoi M. S. giurisdizionali: dove Eugenio, numerando le cagioni, che lo moveano a dar l'investitura, cioè l'adozione della Regina Giovanna II, li travagli d'Alfonso sofferti in tanti anni per mettersene in possesso, la vittoria riportata de' suoi nemici, la pace data al Regno, la volontà dei Baroni che lo consideravano e che l'aveano ricevuto per loro Re e Signore, datogli ubbidienza e prestatogli il giuramento solito di fedeltà (cose tutte riguardanti il solo Regno di Napoli), i meriti proprj e del Re Ferdinando suo padre, per tutte queste ragioni l'investiva del Regno colle clausole solite, che furono apposte in quella conceduta al Re Carlo I con il censo di ottomila once d'oro l'anno: e che i Baroni e popoli del medesimo Regno non potessero gravarsi di nuove taglie, ma godessero quella libertà, franchigia e privilegi che goderono a tempo del Re Guglielmo II.

Non poteva in questa investitura parlarsi del Regno di Sicilia _ultra Pharum_, di cui i Re di Sicilia predecessori d'Alfonso, sin dal famoso Vespero Siciliano, non ne richiesero mai investitura; ed Alfonso era a quello succeduto per la morte del Re Ferdinando suo padre sin dall'anno 1416, e di cui era in possesso prima della sua adozione. Lo convincon ancora le parole della Bolla dell'investitura, conceduta _pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Ecclesiae_. Ciò che si conosce più chiaramente dal giuramento di ligio omaggio, che Alfonso poi nell'anno 1445 diede ad Eugenio con queste parole: _Ego Alphonsus dei gratia Rex Siciliae plenum homagium, ligium, et vassallagium faciens vobis Domino meo Eugenio Papae IV et Ecclesiae Romanae, pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum_[331].

Mette poi la cosa in maggior evidenza, e non lascia punto da dubitare la data di questo giuramento, dove per lo Regno di _Sicilia, et tota terra citra pharum_, non si denota, che questo solo Regno di Napoli. Ecco ciò che ivi leggiamo: _Datum Neapoli per manus nostri praedicti Regis Alphons, anno a Nativitate Domini 1445, die vero secundo mensis Junii octavae Indictionis. Regnum nostrorum trigesimo; hujus vero SICILIAE, ET TERRAE CITRA PHARUM anno Regni XI_. Non è dunque da dubitare, che questa investitura fu del solo Regno di Napoli, siccome per cosa fuor di dubbio scrissero il Costanzo, il Summonte, il Chioccarelli, e tutti i più rinomati e gravi nostri Autori.

Oltre di questa investitura, nel medesimo anno furono da Eugenio spedite altre Bolle in favor d'Alfonso; nel dì 4 di settembre ne diè una per la quale gli rimette e dona il pagamento di non picciole somme di marche sterline, che era tenuto pagare alla Camera Appostolica per cagion della concessione, ed investitura del Regno di Napoli. E nel dì 29 del medesimo mese con altra Bolla gli rimise tutta la somma di denari, che gli dovea per li censi passati del Regno di Napoli; e tutta la somma, che il Re, e suoi Ufficiali e Ministri in suo nome aveano esatta insino al detto dì, da qualunque ragioni, e crediti della Camera Appostolica, ovvero da prelature e dignità, beneficj e persone ecclesiastiche di qualsivoglia modo. Parimente nel medesimo giorno ne spedì un'altra, colla quale promette al Re di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo in Damaso, o altra persona per coronarlo solennemente quando e dove il Re vorrà; ma questa coronazione poi non si fece, non essendo stato Alfonso mai coronato[332].

Poi in un medesimo giorno de' 13 decembre del suddetto anno furono spedite nove altre Bolle in favor del medesimo. Per la prima, si concede che la pena della privazione del Regno in caso di contravenzione alli patti dell'investitura, possa permutarsi in pena pecuniaria di ducati 50 mila da pagarsi dal Re alla Camera Appostolica; durante però la vita d'Alfonso. La seconda, gli proroga per due altri anni il tempo di dare il giuramento alla Sede Appostolica per l'investitura del Regno, non ostante, che in quella si dica, doversi dare fra sei mesi, se il Papa sarà in Italia ed essendo fuori d'Italia, fra un anno. La terza, gli rimette le 8 mila once d'oro l'anno, che gli doveva per lo censo, durante però la vita d'Alfonso. La quarta gli dà facoltà di non ricevere i suoi ribelli nel Regno, e di cacciargli, con confiscare i loro beni, non ostante il giuramento dato dal Re per osservanza dell'investitura fattagli, di ricevere detti ribelli nel Regno e di restituire a' medesimi i loro beni, assolvendolo dal detto giuramento. Per la quinta, se gli concede, che se bene nell'investitura vi sia patto, che non possa imponere taglie e collette alle chiese, monasterj, luoghi pii e religiosi, cherici e persone ecclesiastiche, e loro beni, eccetto che ne' casi permessi _de jure_, ovvero per antica consuetudine di detto Regno, tuttavia che possa il suddetto Re per tutto il tempo della sua vita imponere taglie e collette a detti luoghi e persone ecclesiastiche, essendovi necessità, non ostante li patti di detta investitura. Nella sesta, si dice, che essendosi dal Re Alfonso esposto, che per antica consuetudine del Regno poteva imponer taglie e collette alle chiese, monasterj, Luoghi pii, religiosi, cherici e persone ecclesiastiche e loro beni, e che non era tenuto ricevere, nè ammettere Prelati eletti, nominati e provisti in detto Regno, se probabilissimamente gli eran sospetti di Stato: il Papa gli concede, che possa imporre dette taglie e collette, e non ricevere detti Prelati, se per consuetudine del Regno gli era lecito, non ostante li patti apposti in detta Investitura. Per la settima, ad istanza del detto Re se gli concede e dispensa, che possano anche succedere nel Regno _i trasversali_, non ostante li patti di detta Investitura, che chiamava solo li mascoli nati e nascituri, legittimamente discendenti per linea retta dal detto Re. Per l'ottava, se gli conferma l'adozione, ovvero arrogazione per figlio e successore nel Regno di Napoli fattagli dalla Regina Giovanna II. L'ultima, rimette al Re li 300 soldati armati, che avea da tenere in campagna, e che avea promesso alla Sede Appostolica a sue spese per tre mesi per cagione dell'Investitura concessagli.

Da poi nel seguente anno 1444 a' 14 Luglio in esecuzione de' capitoli accordati col Cardinal Legato in Terracina, spedì Eugenio la Bolla della legittimazione a favor di Ferdinando Duca di Calabria, per la quale lo legittimò e l'abilitò a succedere nel Regno di Napoli; ed a primo Aprile dell'anno seguente con altra Bolla si commette a Don Giovanni Abate del monastero di S. Paolo di Roma, a ricercare dal Re Alfonso in nome della Sede Appostolica il giuramento ch'era tenuto dare per cagion dell'Investitura, il quale fu dato in mano del medesimo con quelle parole di sopra riferito.

(La formola del giuramento di fedeltà prestato da Alfonso, siccome i Brevi, ed altre Bolle d'investitura e sua estensione a' collaterali, di remission di debiti alla Camera Appostolica, di riunione nel Regno dei Beni distratti e di conferma dell'adozione fatta dalla Regina _Giovanna II_ in favor d'Alfonso, sono rapportate anche da _Lunig_[333], il quale trascrive eziandio una bolla d'_Eugenio_, spedita in Roma nel mese d'Ottobre del 1443 per la quale gli concede facoltà di potere per tutto il futuro anno 1444 impor taglie e collette, ed esigere sopra tutti i frutti de' Beni degli Ecclesiastici de' suoi Regni la somma di ducentomila fiorini d'oro di Camera; cioè da' Regni d'Aragona, Valenza, Catalogna, Majorica e Minorica fiorini cento quarantamila; dal Regno di Napoli trentamila e da quello di Sardegna diecimila. Comanda, che niun Ordine regolare o secolare sia da ciò esente; ma tutti gli Ecclesiastici, ospedali ed altri luoghi pii debbano contribuire, eccettuandone i soli Cardinali, per quella ragione che _Eugenio_ esprime nella suddetta sua Bolla, dicendo: _Venerabilibus Fratribus nostris S. R. E. Cardinalibus, qui in partem nostrae sollicitudinis, divina miseratione vocali, grandia ad eorum statum decenter tenendum expensarum onera quotidie subire noscuntur dumtaxat exceptis_).

CAPITOLO III.

_Nozze tra FERDINANDO Duca di Calabria con ISABELLA di Chiaramonte nipote del Principe di Taranto. Morte di Papa EUGENIO, ed elezione in suo luogo del Cardinal di Bologna chiamato NICCOLÒ V, che conferma ad ALFONSO quanto gli aveva conceduto il suo predecessore EUGENIO._

Re Alfonso dopo aver stabilita la pace col Pontefice Eugenio, fu tutto inteso non meno ad assicurare la successione del Regno nella persona del Duca di Calabria, che a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto. In adempimento del primo capitolo fece prestargli ubbidienza da tutti i Sudditi e Prelati; e poichè il famoso Canonista _Panormitano_ avea assistito al Concilio di Basilea, ed avea avuta gran parte a quanto ivi fu fatto contro il Pontefice Eugenio, in ricompensa di che era stato nominato Cardinale da _Felice V_ Antipapa, lo fece richiamare e l'obbligò a cedere il Cardinalato, e a ritornare nel suo Arcivescovado di Palermo, dove morì di peste l'anno 1445. Ma vedendo che D. Ferdinando non era molto amato da' suoi vassalli, per essere di natura dissimile a lui, siccome colui che s'era scoverto superbo, avaro, doppio e poco osservatore della fede, cominciò a dubitare non il Regno dopo la sua morte venisse in mano aliena; onde trovandosi averlo destinato per successore, cercò di fortificarlo di parentadi, ed inteso che il Principe di Taranto teneva in Lecce una figlia della Contessa di Copertina sua sorella carnale, giovane di molta virtù e da lui amata come figlia, mandò a dimandarla per moglie del Duca di Calabria; ed il Principe ne fu contentissimo, e la condusse molto splendidamente in Napoli. Parve al Re di avergli con ciò acquistato l'ajuto del Principe di Taranto; e per maggiormente fortificarlo, cercò di stringerlo anche di parentado col Duca di Sessa che era pari di potenza al Principe: e diede a Martino di Marzano, unico figliuolo del Duca, D. Lionora sua figlia naturale, assegnandogli per dote il Principato di Rossano con una parte di Calabria.

Ma mentre Alfonso è tutto inteso a stabilire la successione del Regno per suo figliuolo, a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto: ecco che Eugenio, infermatosi gravemente, venne a morte il dì 23 di febbraio di quest'anno 1447. Per questa morte si levarono in Roma grandi tumulti, perchè gli Orsini dall'una banda ed i Colonnesi dall'altra, sforzavano i Cardinali che avessero creato Papa a volontà loro; ma ritrovandosi il Re a Tivoli, spedì tosto suoi Ambasciadori al Collegio de' Cardinali ad esortargli che nell'elezione non s'usasse alcun maneggio, perch'egli non avrebbe fatta usare alcuna violenza, ma che procedessero a farla con tutta la libertà senza passione o timore. Assicurati i Cardinali da Alfonso, tosto con gran conformità elessero il dì 6 marzo il Cardinal di Bologna uomo mite e pacifico, il quale si può porre per uno de' rari esempj della fortuna, perch'essendo figliuolo d'un povero medico di Sarzana, castello piccolo posto ne' confini di Toscana e di Lunigiana, in un anno fu fatto Vescovo, Cardinale e Papa che nomossi _Niccolò V_. Il Re di questa elezione restò molto contento, e mandò quattro Ambasciadori che si trovassero alla coronazione, e gli dassero da parte di lui ubbidienza.

Mutossi in un tratto lo stato delle cose d'Italia; poichè ad un Papa di spiriti bellicosi essendone succeduto un altro tutto amante di quiete e di pace, in breve tempo si vide il riposo d'Italia e della Chiesa di Roma; poichè subito cominciò a trattare la pace tra' Veneziani, Fiorentini ed il Duca di Milano. Estinse tosto ogni reliquia di Scisma, che eravi rimasa, poichè ascoltò volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani. L'Antipapa Felice ed i suoi aderenti, trovandosi parimenti disposti alla pace, facilitarono l'accordo, il qual fu fatto con condizioni vantaggiose per amendue i partiti, cioè che Felice avrebbe rinunziato alla pontifical dignità; ma che sarebbe il primo fra i Cardinali, e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna: che sarebbero rivocate dall'una e dall'altra parte tutte le scomuniche e l'altre pene fulminate da' Concilj o dai Papi contendenti contro quelli del partito opposto: che i Cardinali, i Vescovi, gli Abati, i Beneficiati e gli Ufficiali delle due ubbidienze, sarebbero mantenuti ne' loro posti: che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concesse da' Concilj, ovvero da' Papi delle due ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero fatti, avrebbero sussistenza: in fine che _Niccolò V_ adunerebbe un Concilio generale in Francia sette mesi dopo l'accordo: e tutte queste condizioni, alla riserva dell'ultima, furono eseguite. Felice rinunziò il Pontificato, e Niccolò fu da tutti riconosciuto per Papa, il quale impiegò il rimanente del suo Pontificato ad acquietare le turbulenze d'Italia, e da questo tempo, fino alla fine del secolo, si vide in pace la Chiesa di Roma.

Col Re Alfonso fu tutto mite e pacifico; non pur confermò quanto erasi pattuito col suo predecessore, ma per le molte spese che il Re avea sofferte nella guerra della Marca, e per altri soccorsi somministratigli pochi giorni dopo il suo ingresso al Pontificato, a' 22 marzo di quest'istesso anno gli spedì Bolla, colla quale gli restituì le Terre d'Acumulo, Cività Ducale e Lionessa nella Montagna dell'Amatrice[334], date da Alfonso ad Eugenio in iscambio della città di Benevento e di Terracina, con rimanere le suddette città ad Alfonso e suoi successori nel Regno (toltone il tributo di due sparvieri l'anno) senza pagamento di censo alcuno; assolvendolo anche nell'anno 1452 con altra particolar Bolla dal suddetto tributo di due sparvieri, che detto Re dovea alla Sede Appostolica in quell'anno, e per tutto il tempo passato, per le città suddette di Benevento e Terracina.

Confermò poi a' 14 gennajo dell'anno 1448 con altra Bolla tutte le grazie e concessioni che tanto ad Alfonso, quanto a Ferdinando suo figliuolo erano state da Eugenio concedute; ed a' 27 aprile del seguente anno con altra Bolla confermò, e di nuovo concedè la legittimazione e successione del Regno di Napoli fatta dal detto Papa Eugenio a Ferdinando Duca di Calabria, con ampliarla di più che detto D. Ferdinando potesse succedere negli altri Regni d'Alfonso suo padre.

(Oltre i suddetti privilegj e concessioni, _Niccolò V_ spedì da Assisi nell'anno 1454 Bolla ad _Alfonso_, per la quale gli concede il dominio d'un'isola nell'Arcipelago, vicina all'isola di Rodi, con un castello diruto che s'apparteneva alla religione de' Cavalieri di S. Giovanni, affinchè potesse fortificarlo, empir d'abitatori l'isola e valersi del suo porto, per far argine alle incursioni de' Greci e de' Saraceni. Leggesi la Bolla presso _Lunig_[335]).