Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 26
Non riconobbe poi il nostro Reame niun altro Pontefice per tutto il tempo che corse dalla deposizione di Giovanni, insino all'elezione fatta dal Concilio di Costanza di Papa _Martino V_, seguita in novembre dell'anno 1417, tanto che quasi per due anni e mezzo si riputò appresso noi vacare la Sede Appostolica: onde nelle scritture fatte in Napoli in questo tempo, non si metteva nome d'alcun Pontefice, ma si diceva, _Apostolica Sede vacante_[316]; poichè siccome dopo deposto dal Concilio _Giovanni_, non fu riputato Pontefice, molto più deposti Gregorio e Benedetto, non furono da noi per niente riconosciuti. Ma eletto dal Concilio _Martino V_, siccome questi fu riconosciuto da quasi tutto il Mondo cattolico per vero e legittimo Pontefice, così da' nostri Principi e da tutte le Chiese e Popoli del Regno, in Napoli, e da per tutto fu adorato ed avuto per solo e vero Pontefice; e quantunque il Re Alfonso per tener in freno il Pontefice Martino sostenesse ancora il partito di _Benedetto XIII_, e costui morto nell'anno 1424, quello di _Clemente VIII_ suo successore, eletto da due soli Cardinali ch'erano rimasi appresso di esso; nulladimanco ciò presso di noi non apportò alterazione alcuna, così perchè Alfonso non impedì a suoi sudditi il riconoscer Martino, come anche perchè si sapeva il fine che lo spingeva a proteggere il partito di Clemente: essendosi ancora Alfonso sdegnato con Martino, perchè avea investito Luigi III del nostro Regno suo emolo e competitore. Ma cessate infra di loro le discordie e rappacificati, Alfonso mandò il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, perchè Clemente cedesse, il quale nell'anno 1429 fu costretto nelle mani del Legato renunziare ogni suo diritto, siccome i Cardinali ch'egli avea creati, anche volontariamente rinunziarono al Cardinalato; ed in cotal maniera terminossi interamente lo Scisma che per lo spazio di cinquantuno anni avea miseramente lacerata la Chiesa; e _Martino V_ restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto l'Occidente.
Fu data perciò pace alle nostre Chiese, le quali non furono in niente turbate per lo Scisma rinovato dal Concilio di Basilea, il quale nell'anno 1439 avendo deposto _Eugenio IV_ successor di Martino, avea confermata l'elezione fatta da' suoi Commessarj d'Amedeo Duca di Savoja, che si faceva chiamare _Felice V_ poichè sebbene Alfonso per le cagioni, che si diranno nel seguente libro, lo favorisse, non fu mai dalle nostre Chiese riconosciuto per Pontefice, rimanendo sempre nell'ubbidienza di Papa Eugenio: siccome dopo la di lui morte, accaduta nel 1447, di _Niccolò V_ successore, per l'elezione del quale finì anche lo Scisma, perchè essendo costui un uomo mite e pacifico, ascoltò volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani; e dall'altra parte _Felice_, ed i suoi aderenti trovandosi parimente disposti alla pace, s'indusse a rinunziare alla pontifical dignità, e gli fu accordato che sarebbe egli rimaso il primo fra' Cardinali e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna.
Il Concilio di Costanza rimediò ancora a' disordini preceduti delle nostre Chiese; poichè, per lo ben della pace e per togliere le dissensioni fra due partiti, sul dubbio di chi de' due Contendenti dovesse riputarsi il vero e legittimo Pontefice, e per conseguenza quali elezioni e provisioni da essi fatte dovessero rimaner ferme, previde che i Cardinali, Vescovi, Abati, Beneficiati e tutti gli Ufficiali delle due Ubbidienze fossero mantenuti nel possesso de' loro posti, e che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concedute da' Papi delle due Ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero fatti, dovessero avere la loro sussistenza[317]. In cotal guisa rimasero le nostre Chiese in pace; siccome la Chiesa di Roma dopo l'elezione di _Niccolò V_ insino alla fine di questo secolo fu in pace; ed i Pontefici furon da poi occupati più nelle guerre d'Italia, e nella cura di sostenere la lor potenza temporale, e di stabilire la propria famiglia, che negli affari ecclesiastici. Erano ancora occupati per cagion di coloro, che d'ordinario si portavano in Roma per le Canonizzazioni de' Santi: per ottener privilegi a' monasterj: per gli affari degli Ordini di tante e sì varie religioni: per ottener indulgenze e dispense: per le liti fra le Chiese e gli Ecclesiastici che si tirarono tutte a Roma, dove parimente si tirarono le collazioni di tutti i beneficj, colle riserve, grazie, aspettative, prevenzioni, annate e tutte l'elezioni de' Vescovadi e Badie, ed altre provisioni di beneficj; per i litigj fra Curati e Religiosi sopra l'amministrazione de' Sacramenti e sopra tante altre faccende; onde lor si diede occasione di stabilire tante Bolle e lettere, le quali col correr degli anni crebbero in tanto numero, che ora se ne veggono compilati ben cinque volumi, sotto il titolo di _Bullario Romano_[318].
§. I. _Monaci e beni temporali._
Le nostre Chiese, durante il tempo dello Scisma, non fecero notabili acquisti di beni temporali, poichè l'Ordine chericale era in poco credito; anzi le ostinate guerre che insorsero, sovente obbligarono i nostri Principi, con permissione de' romani Pontefici, di dare a' loro beni guasti terribili, insino a venderli e impegnargli, ed a valersi, per gli stipendj de' soldati, de' loro vasi d'oro e d'argento. I Monaci vecchi avendo già perduto il credito di santità, non erano più riguardati. Tutta la devozion de' popoli era rivolta verso i novelli Ordini di nuove religioni, che s'andavano alla giornata ergendo; e siccome altrove fu osservato, nel Regno degli _Angioini_, i più accreditati erano i _Mendicanti_, e fra questi i più favoriti furono i _Frati Predicatori_ ed i _Frati Minori_. La Regina Giovanna II in ammenda delle sue lascivie diedesi pure a favorirgli, e a disporre il suo animo ad opere di pietà. Oltre di aver fondato un nuovo ospedale nella chiesa dell'Annunziata di Napoli, dotandolo di ricchissime rendite, e d'aver ampliato l'ospedale e la chiesa di S. Niccolò del Molo, riparò in grazia de' _Frati Minori_ il monastero della Croce di Napoli, ed ordinò che tutti coloro ch'aveano rubato in tempo suo e della Regina Margarita e di Ladislao suo fratello al Fisco regio, fossero assoluti, con pagar il due per cento delle quantità rubate ed occupate: ed a tal effetto avea posta una cassa dentro il monastero di S. Maria della Nuova, dove i ladri doveano portar il denaro, ch'ella avea destinato per reparazione di quel monastero[319]. Donò ancora al monastero di S. Antonio di Padova, ora disfatto, molti poderi, a contemplazione di Suor Chiara già Contessa di Melito; e confermò al monastero di S. Martino sopra Napoli, li privilegi e concessioni fatte al medesimo dalla Regina Giovanna I di governare lo spedale dell'Incoronata da lei fondato e dotato, facendo franca la chiesa e sue robe d'ogni ragion fiscale, affinchè gl'infermi fossero ben trattati; ora i beni donati e le franchigie concesse son rimase, ma _lo spedale_, come dice il Summonte[320], _è dismesso; e dove si governavano gl'infermi, ora vi sono magazzini di vino_.
Favorì ancora questa Regina _Giovanni da Capistrano_, Terra posta nell'Apruzzo Ultra, _Frate Minore_ e discepolo di S. Bernardino di Siena, il quale datosi nella sua giovanezza agli studii legali, vi riuscì eminente e fu creato Giudice della Gran Corte della Vicaria; ma da poi abbandonando il secolo, si fece religioso di S. Francesco, e fu più celebre per le sue spedizioni, che per li suoi trattati di legge e di morale che ci lasciò, de' quali il Toppi[321] fece catalogo. Egli si fece capo d'una Crociata contro i _Fraticelli_ e gli _Ussiti_, ed andò in persona alla testa delle truppe che guerreggiavano contro i Boemi. La Regina Giovanna gli diede anch'ella commessione di proibire ai Giudei del nostro Regno l'usure, e che potesse costringergli a portare il segno del _Thau_, perchè fossero distinti da' Cristiani. Fu ancor rinomato per lo spaventoso soccorso, che diede alla città di Belgrado assediata da Turchi, e per gli altri impieghi marziali, ch'ebbe in Ungheria, dove nell'anno 1456 finì i giorni suoi.
(La morte di _Giovanni da Capistrano_, secondo che rapporta _Gobellino_[322], bisogna riportarla ne' seguenti anni; poichè questi lo fa intervenire nel Concilio di Francfort, celebrato nell'anno 1454, scrivendo ancora, che le sue prediche poco profittarono nella guerra contro a' Turchi. _Aderat et Johannes Capistranus ordinis minorum Professor vitae sanctimonia, et assidua verbi Dei praedicatione clarus, quem populi velut prophetum habebant, quamvis in bello contra Turcas suadendo paucum proficeret)._
Un nuovo Ordine, che surse a questi tempi fra noi, diede occasione a nostri Principi _Aragonesi_, perchè non fossero riputati meno degli _Angioini_, di accrescere anch'essi gli acquisti de' Monaci. Fu questo l'Ordine _di Monte Oliveto_ istituito in Italia da tre Sanesi, i quali ritiratisi nel contado di Monte Alcino a menar vita solitaria in un Monte chiamato _Oliveto_, essendo stati accusati al Pontefice Giovanni XXII come inventori di nuove superstizioni, fur costretti giustificare il loro instituto a quel Pontefice, il quale diede commessione al Vescovo d'Arezzo, nella cui Diocesi era _Monte Oliveto_, che prescrivesse loro la regola, colla quale dovessero vivere: il Vescovo gli fece vestire di un abito bianco, dando loro la regola di S. Benedetto; ed avendo essi edificato in quel Monte un monastero ch'ora è rimaso capo di questa Congregazione, fra poco tempo se ne edificarono in Italia degli altri: onde nel 1372 Papa Gregorio XI approvò il nuovo Ordine, e Martino V parimente lo confermò. In Napoli furono questi novelli Religiosi introdotti da Gurrello Origlia Cavalier di Porto, Gran Protonotario del Regno, e molto familiare del Re Ladislao, il quale nel 1411 dai fondamenti gli edificò chiesa e monastero, dotandolo di 133 once d'oro l'anno per vitto di 24 Monaci e 14 Oblati. Assegnò loro anche molti poderi e censi, e fra gli altri li feudi di Savignano, di Cotugno e di casa Alba nel territorio d'Aversa: li territorii d'Echia colle grossissime rendite che da quelli si traggono, non riserbandosi altro per se e suoi successori, se non che i Monaci gli dovessero ogni anno nel dì della Cerajuola, presentare un torchio di cera d'una libbra, in segno del padronato che e' si riserbava, come fondatore di quella chiesa[323].
Ma da poi ne' tempi de' nostri Re Aragonesi crebber assai più gli acquisti e le lor ricchezze; ed Alfonso II sopra gli altri affezionatissimo di quest'Ordine, gli arrichì estraordinariamente; poichè oltre d'aver loro donate molte preziose suppellettili e vasi d'argento, ed ingrandite le loro abitazioni, ed adornate con dipinture eccellenti, donò loro anche tre castelli cioè Teverola, Aprano e Pepona, con la giurisdizione civile e criminale. Ciò che fu imitato anche dagli altri Re _Aragonesi_, il Regno de' quali saremo ora a narrare:
FINE DEL LIBRO VENTESIMOQUINTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMOSESTO
Il Regno di Napoli trasferito dagli Angioini in mano d'Alfonso Re d'Aragona, ancorchè passasse sotto la dominazione d'un Re potentissimo per tanti Regni ereditari, che possedeva, per Aragona, Valenza, Catalogna, Majorica, Corsica, Sardegna, Sicilia, il Rossiglione e tant'altri floridissimi Stati: e nuove famiglie, nuovi costumi, e molti istituti portati da Spagna si fossero in quello introdotti; nulladimanco fortunatamente gli avvenne, che da questo magnanimo Re non fosse trattato come Regno straniero, nè reputato forse, come una provincia del Regno di Aragona; ma l'ebbe, come se fosse suo avito Regno, e nazionale; anzi vi erse in Napoli un Tribunal così eminente, che ordinò che a quello dovessero per via d'appellazione portarsi non solo le cause di queste nostre province, ma di tutti gli altri suoi vastissimi Regni.
Sia la sua amenità o grandezza, il tanto numero de' grandi Baroni, la sua eminente nobiltà, siano gli amori della sua cara Lucrezia Alagna egli è evidente, che lo preferì a tutti gli altri suoi dominj, e non si vide mai in tanta floridezza e splendore, quanto negli anni del suo Regnare. Egli fermò in Napoli la sua sede regia, e quivi volle menar il rimanente di sua vita, e finire quivi i suoi giorni: e quasi dimenticatosi degli altri suoi paterni Regni, tutte le sue cure, e tutti i suoi pensieri furono verso questo Reame drizzati. La Sicilia vicina, che divisa dal Regno fin dal famoso Vespro siciliano, ora s'unisce, a lui accrebbe parimente utilità e grandezza. Quindi avvenne che per essersi nella sua persona riuniti questi Regni, cominciò a chiamarsi Re dell'una e l'altra Sicilia, ut et hinc, come dice il Fazzello[324], _Pontificum Romanorum authoritatem non improbare, et vetustam observationem non negligere videretur, non ignarus, cum eruditissimus esset, illius usurpatam esse, et novitiam vocem._ Ciocchè poi usarono gli altri Re suoi successori che dominarono l'uno e l'altro Reame. Ma la principal cagione, onde anche dopo la di lui morte questo Regno mantenesse la sua propria dignità, e che conservasse i suoi proprj Re, e non dipendesse da Principi stranieri, li quali tenendo altrove collocata la Regia loro sede, per mezzo de' loro Ministri soglion governare, come avvenne dal tempo di Ferdinando il Cattolico in poi; fu l'avere Alfonso proccurato per via di legittimazione, d'investiture e acclamazione de' Popoli che il Regno di Napoli, mancando egli senza figliuoli legittimi, non passasse con tutti gli altri Regni ereditarj sotto la dominazione di Giovanni suo fratello e degli altri Re d'Aragona, ma ne fosse investito ed acclamato per suo successore _Ferdinando_ d'Aragona suo figliuolo bastardo, il quale sino a Federico d'Aragona ultimo Re di questa linea, perpetuò per molti anni nella sua discendenza questa successione in guisa che il Regno ebbe insino al Re Cattolico proprj Principi, anzi più che Nazionali; poichè non avendo essi in altre parti altri Stati e dominj, il Regno di Napoli era la loro unica sede e la propria Patria.
Molto dunque deve Napoli ed il Regno ad Alfonso, il quale posponendo gli altri suoi Regni, in questa città fermò il suo soglio, ed all'antica nobiltà normanna, sveva e franzese aggiungendovi altra nuova ch'e' portò di Spagna, di nuove illustri famiglie l'accrebbe e adornò. Egli vi portò i Cavanigli, i Guedara, i Cardenes, gli Avalos e tante altre, che ancora ci restano, e che rischiarano colla nobiltà del loro sangue questo Regno: oltre a' Villamarini, Cardona, Centeglia, Periglios, Cordova e tante altre famiglie nobilissime che son ora tra noi estinte. Egli riordinò il Regno con frequenti Parlamenti, con nuove numerazioni e con migliori istituti e nuovi Tribunali.
Non è mio proponimento, nè sarebbe dell'istituto della mia opera, voler in questa Istoria narrare i magnifici ed egregj suoi fatti: ebbe quest'Eroe particolari Autori, che di lui altamente e diffusamente scrissero, due Antonj, Zurita e Panormita, Bartolommeo Facio, Enea Silvio, poi Papa Pio II, il celebre Costanzo, Spiegello, Gaspare Pellegrino e tanti e sì illustri che empierono le loro carte de' suoi famosi gesti. A noi, perciò che richiede il nostro istituto, basterà rapportare ciò che appartiene alla politia, colla quale questo Principe governò il Regno: che cosa di nuovo fuvvi introdotto, e quali fossero le sue vicende e mutazioni nello stato, così civile e temporale, come ecclesiastico e spirituale.
CAPITOLO I.
_De' capitoli e privilegi della città e Regno di Napoli e suoi Baroni._
Da poi ch'ebbe Alfonso interamente sconfitti coloro della parte Angioina, ed in tutte le parti del Regno fatto correre le sue bandiere, pensò convocare un general Parlamento per dar sesto a molte cose che le precedute guerre avean poste in disordine e confusione. Lo intimò a Benevento, e per questo mandò per tutte le province lettere a' Baroni ed alle Terre demaniali che ad un dì prefisso ivi si trovassero; ma i Napoletani mandarono a supplicarlo che trasferisse il Parlamento nella città di Napoli ch'era capo del Regno, e così fu fatto: v'intervennero due Principi, poichè in questi tempi non ve n'eran più nel Regno, il Principe di Taranto Balzo e quello di Salerno Orsino, il primo Gran Contestabile e l'altro Gran Giustiziere: v'intervennero tutti gli altri cinque Ufficiali della Corona: quattro Duchi, quel di Sessa Marzano, il Duca di Gravina Orsino, il Duca di S. Marco Sanseverino, ed il Duca di Melfi Caracciolo (poichè il Duca d'Atri Acquaviva ed altri Baroni che aveano seguita la parte di Renato, ancorchè chiamati, non s'assicurarono venire innanzi al Re): due Marchesi, quel di Cotrone Centeglia e l'altro di Pescara Aquino: molti Conti, e moltissimi Baroni e Cavalieri dei quali il Costanzo ed il Summonte fecero lungo catalogo.
In questo Parlamento propose il Re che avendo liberato il Regno dall'altrui invasioni, per poterlo nell'avvenire mantener in pace e difenderlo da chi cercasse turbarlo, era di dovere che si stabilisse per tutto il Regno un annuo pagamento per mantenere uomini d'arme per la difensione di quello: consultarono sulla richiesta, e si conchiuse di costituirli un pagamento d'un ducato a fuoco, da pagarsi ogni anno per tutto il Regno, con che il Re dovesse all'incontro dar ad ogni fuoco un tomolo di sale, e levar ogni colletta, colla quale prima si vivea[325]. Si fece al Re l'offerta con chiedergli ancora alcune grazie. Alfonso l'accettò, promise tener mille uomini d'arme pagati a pace ed a guerra, e diece galee per guardia del Regno, e concedè magnanimamente quelle grazie che gli furon dimandate.
Molti furon i privilegi che si veggono ora impressi in un particolar volume: fra gli altri fu stabilito di dar udienza pubblica in tutti i venerdì a' poveri e persone miserabili: fu lor costituito un Avvocato con annuo soldo da pagarsi dalla Camera del Re: che nella Gran C. della Vicaria in luogo del Gran Giustiziere dovesse continuamente assistere il suo Luogotenente, ovvero Reggente con quattro Giudici per l'amministrazion della giustizia: che alli Baroni si conservassero li privilegj delle giurisdizioni a loro conceduti: che fossero sciolti da ogni pagamento d'adoa: che pagandosi per ciaschedun fuoco carlini diece, se gli somministrasse un tomolo di sale: che s'assegnasse a spese del regio Erario un avvocato a' poveri: ed altri privilegj e grazie concedette non meno alla città di Napoli che a tutte l'Università e Terre del Regno.
L'orme d'Alfonso furon da poi calcate dagli Re suoi successori, i quali in occasioni simili, avendo dal Regno richieste, ed essendo loro state accordate o nuove imposizioni o donativi di somme considerabilissime, concederon essi altre grazie alla città e Regno. Molte se ne leggono di Ferdinando I, d'Alfonso II, di Ferdinando II, di Federico, di Ferdinando il Cattolico, o del suo Plenipotenziario Gran Capitano, di Carlo V e di Filippo II. Tanto ch'essendo nell'anno 1588 cresciuto il lor numero, ebbe il pensiero _Niccolò de Bottis_ di raccoglierle in un volume che fece imprimere in Venezia, e lo dedicò al Presidente de Franchis, allora Consigliere.
Ma in decorso di tempo, essendone state altre concedute dal Re Filippo II, da Filippo III e IV, da Carlo II e ne' nostri tempi dall'Imperador Carlo VI con grande utilità del pubblico si è proccurato nei passati anni, farne altra raccolta in un altro volume che si è fatto imprimere in Napoli (ancorchè portasse il nome di Milano) nell'anno 1719, dove sono stati impressi li rimarchevoli privilegi e segnalatissime grazie concedute ultimamente alla città e Regno dal nostro augustissimo e clementissimo Principe; delle quali secondo l'opportunità se ne farà in quest'Istoria ricordanza.
CAPITOLO II.
_Successione del Regno dichiarata per la persona di FERDINANDO d'Aragona figliuolo d'ALFONSO. Pace conchiusa col Pontefice EUGENIO IV da cui vengono investiti del Regno._
Fu ancora in questo Parlamento dichiarata la succession del Regno per la persona di Ferdinando figliuolo d'Alfonso; poich'essendo notissimo a' più intimi Baroni del Re l'amore che e' portava a questo suo figliuolo, ancorchè naturale, al quale avea spedito privilegio di legittimazione[326] dove lo dichiarava abile a potergli succedere in tutti i suoi Stati e particolarmente nel Regno di Napoli; e sapendo di far gran piacere al Re, proposero agli altri di cercargli grazia che volesse designare D. Ferdinando suo futuro successore, col titolo di Duca di Calabria, solito darsi a' figliuoli primogeniti de' Re di questo Regno: onde col consenso di tutti, Onorato Gaetano che fu eletto per Sindico di tutto il Baronaggio, inginocchiato avanti al Re lo supplicò, che poichè S. M. avea stabilito in pace il Regno, e fatti tanti beneficj, per fargli perpetuare, volesse designare per Duca di Calabria e suo futuro successore, dopo i suoi felici giorni, l'illustrissimo Signor D. Ferdinando suo unico figlio[327]; e 'l Re con volto lieto fece rispondere dal suo Segretario in di lui nome queste parole: _La serenissima Maestà del Re rende infinite grazie a voi illustri, spettabili e magnifici Baroni della supplica fatta in favore dell'illustrissimo Signore D. Ferrante suo carissimo figlio, e per soddisfare alla domanda vostra, l'intitola da quest'ora, e dichiara Duca di Calabria immediato erede e successore di questo Regno, e si contenta se gli giuri omaggio dal presente dì._ Fu subito con gran giubilo gridato Ferdinando Duca di Calabria e successore del Regno, e da tutti gli Ufficiali e Baroni suddetti gli fu giurato omaggio e ligio di fedeltà _ore et manibus_; e ne fu fatto pubblico istromento in presenza di molti Baroni in quest'anno 1443 che si legge impresso nel volume de' privilegj suddetti. Nel seguente giorno, il Re con Ferdinando accompagnato dal Baronaggio andò nel monastero delle Monache di S. Ligoro, e poichè fu celebrata con pubblica solennità la messa, diede la spada nella man destra di Ferdinando, e la bandiera nella sinistra, e gl'impose il cerchio Ducale su la testa, e comandando che tutti lo chiamassero _Duca di Calabria_, e lo tenessero per suo legittimo successore: di che anche ne fu fatto pubblico istromento che parimente ivi si legge.
Ma tutto ciò non bastava per assicurar la successione del Regno nella persona d'un figliuolo bastardo, ancorchè legittimato, se questo giuramento e dichiarazione non fosse stata approvata dal Papa, il quale per l'inimicizia che teneva con Alfonso non gli avrebbe data mai l'investitura; ed il mal animo del Papa era evidente, poichè avendo tutti i Potentati di Italia mandato a congratularsi con lui della vittoria, e della quiete e pace del Regno, solamente il Pontefice Eugenio non vi mandò; anzi mostrò dispiacer grandissimo della ruina di Renato e della sua uscita dal Regno. Perciò Alfonso, che avea bisogno di lui, non solo per istabilire più perfettamente la pace, ma per ottenere l'investitura del Regno per lo Duca di Calabria, rivoltò tutti i suoi pensieri per riconciliarsi con lui, e adoperò ogni mezzo por conseguirlo.