Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6

Part 25

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Costoro furono adoperati nella cotanto celebre prammatica detta la _Filingiera_, stabilita dalla Regina a richiesta del Gran Siniscalco Sergianni, per l'occasione che diremo. Avea Sergianni per moglie Caterina Filingiera figliuola di Giacomo Conte d'Avellino: questi nel suo testamento istituì eredi ne' beni feudali Gorrello suo figlio primogenito, e ne' burgensatici Caterina e tre altri suoi fratelli, Alduino, Giovannuccio ed Urbano; ed oltracciò, a Caterina avanti parte lasciò ottocento once, le quali si diedero in dote a Sergianni. Gorrello morì poi senza figli, e gli altri tre suoi fratelli, che rimasero, parimente l'un dopo l'altro, morirono in età pupillare. Aspiravano alla successione Filippo lor zio paterno fratello di Giacomo; Ricciardo Matteo Filingiero figlio, ed erede di Ricciardo fratello di Filippo, il Fisco che pretendeva essersi il Contado devoluto, e Caterina moglie di Sergianni. Costei supplicò la Regina, che avendo riguardo a' servizj di lei, de' suoi antecessori e di suo marito, non la facesse litigare co' suoi parenti, nè col Fisco; ma si compiacesse la cognizione di questa causa commetterla alla perizia di que' Dottori, che Sua Maestà stimava più idonei, i quali senza figura di giudicio, esaminando le ragioni delle Parti, determinassero chi dovesse succedere nel Contado d'Avellino, se lei, o pure i suoi congiunti, ovvero dovesse dirsi il Contado devoluto. La Regina aderì alle sue preci, ed elesse per la decisione della causa il Gran Cancelliero Marino Boffa, e gli altri di sopra riferiti Dottori, li quali avendo ben discusso ed esaminato il punto, giudicarono, che Caterina dovesse succedere, non ostante, che fosse stata dotata dal fratello; poichè la dote non le fu costituita de' beni del medesimo. La Regina non solo s'uniformò alla loro determinazione, ma la fece passare per legge generale del Regno, e nell'anno 1418 sopracciò ne fece emanar prammatica, per la quale fu stabilito, che fra coloro, che vivono _jure Francorum_, la sorella maritata, ma non dotata de' suoi beni, non dovesse escludersi dalla successione del fratello; tutto al contrario in coloro, che vivono _jure Longobardorum_ dove la sorella vien esclusa, bastando che fosse stata dotata, o dal comun padre o dal fratello. Questa è quella prammatica cotanto fra noi rinomata, detta la _Filingiera_, che porta la data de' 19 gennaio del suddetto anno 1418, e fu istromentata nel Castel Nuovo; la quale si vede ora racchiusa nel secondo volume delle nostra prammatiche sotto il titolo _de Feudis_[292]; intorno alla quale s'è poi tanto scritto e disputato da' nostri Scrittori Forensi.

CAPITOLO IX.

_Istituzione del Collegio de' Dottori in Napoli._

L'Università degli Studj di Napoli, che fiorì tanto sotto il Re Carlo I e II, e di Roberto suo figliuolo, li quali l'adornarono di molte prerogative e privilegi, teneva prima il suo Rettore, ch'era uno de' primi Dottori, allora chiamati Maestri dell'Università, al quale Carlo e Roberto diedero ampia giurisdizione sopra gli scolari di quella. Teneva ancora questa Università il suo Giustiziere a parte, ed altri Ufficiali minori. Da poi, come altrove si disse, la Prefettura degli Studi fu conceduta al Cappellan Maggiore, il quale come Prefetto n'avea la cura e soprantendenza. L'università dava i gradi del Dottorato, di Licenziato, ovvero Baccalaureato, siccome oggi giorno si pratica nell'Università degli Studj di Francia, e nell'altre città d'Europa. Anzi la potestà di conferire i Gradi fu da alcuni riputata cotanto necessaria, e sustanziale dell'Università degli Studj, che senza quella non meritavano essere l'Accademie chiamate Università[293]. Questo Dottorato nella maniera, che si conferisce ora, non era riconosciuto da' Romani: nè molti secoli appresso sino al Pontificato d'Innocenzio III. Ed il Conringio[294], osserva, che a' tempi d'Alessandro III che fiorì 20 anni prima d'Innocenzio, non vi era Dottorato, e si permetteva a tutti, che mostravano erudizione ed idoneità, di reggere gli Studi delle lettere e le scuole; ed il primo, che tra i Cancellieri di Parigi fosse onorato col titolo di Maestro (che in quel tempo l'istesso era ciocchè noi chiamiamo Dottore) fu Pietro di Poitiers, il qual fiorì sotto Innocenzio III[295]. Ed il Mulzio e Vitriario portarono opinione, che nel duodecimo secolo questi Gradi si fossero introdotti. Regolarmente le Università degli Studi gli conferivano, ed in Napoli ed in Salerno, prima che regnasse la Regina Giovanna, quelle Università gli davano; nè fu questa Regina, che prima gl'istituisse, perchè dall'istesso suo privilegio si vede, che nell'Università v'erano i Dottori ed il Rettore, destinati per la creazione degli altri.

La Regina Giovanna II volle farne un Collegio separato con trascegliergli, parte dall'Università degli Studi e parte dagli altri Ordini, al quale unicamente attribuì il potere di dar i gradi di Licenziatura e di Dottorato. I primi Dottori, che si trascelsero, e che sono nominati nel privilegio della istituzione, istromentato nel Castel di Capuana nell'anno 1428, furono il Dottor Giacomo Mele di Napoli, che fu creato priore del Collegio. Andrea d'Alderisio di Napoli Dottor di leggi: Marino Boffa, che privato del posto di Gran Cancelliere, si vide come Dottore ascritto con gli altri in questo Collegio: Gurrello Caracciolo di Napoli Dottor di leggi: Giovanni Crispano di Napoli Vescovo di Tiano Dottor di leggi: Goffredo di Gaeta di Napoli Milite e Dottore: Carlo Mollicello di Napoli Dottor di leggi e Milite: Girolamo Miroballo di Napoli Dottor di leggi: e Francesco di Gaeta di Napoli parimente Dottor di leggi. Concedè ancora nell'istesso privilegio la sovrantendenza e giurisdizione così nelle cause civili, come nelle criminali de' Dottori e Scolari, al Gran Cancelliere del Regno, che allora era Ottino Caracciolo, non intendendo però pregiudicare alla giurisdizione del Giustiziere degli Scolari[296]; e sottopose il Governo del Collegio al Gran Cancelliere o suo Vicecancelliere, ch'egli volesse eleggere, assegnandogli i Bidelli, il Segretario ed il Notaro.

La prima e principal prerogativa che gli diede, fu di conferire i gradi di Dottorato o Licenziatura nelle leggi civili e canoniche. Si prescrissero i doni, ovvero sportule che gli Scolari doveano prestare così al Vicecancelliere, come agli altri Dottori del Collegio quando si dottoravano; e fra l'altre cose comandò, che all'Arcivescovo di Napoli, se si trovasse presente all'atto del Dottorato, se gli dovesse dare una berretta ed un par di guanti[297]: ciò che in decorso di tempo andò in disusanza, perchè gli Arcivescovi di Napoli saliti in maggior fasto e grandezza, sdegnarono di più intervenire a queste funzioni, niente curandosi d'un sì picciol dono. Stabilì in fine il numero de' Collegiali, la loro Elezione ed il modo da doversi tenere nel Dottorare e si disposero le Precedenze, così nel sedere, come nel votare, e si diedero altri particolari provvedimenti, li quali si leggono nel privilegio della fondazione, che fu tutto intero impresso dal Reggente Tappia ne' suoi volumi[298], e ne fece anche menzione Matteo degli Afflitti[299]; ed il Summonte[300] rapporta in più occasioni essersi il di lui transunto presentato nel S. C., ed ultimamente Muzio Recco[301] lo stampò anch'egli insieme con le sue chiose, che vi compose, piene di molte cose puerili, e d'inutili quistioni.

Questo Collegio non era che di Dottori dell'una e l'altra legge; era ancor di dovere che se ne formasse un altro di Filosofi e di Medici, e la Regina a richiesta del Gran Cancelliere Caraccioli non fu pigra a stabilirlo. Ella dopo un anno e nove mesi, nel 1430 a' 18 agosto spedì altro privilegio per la sua fondazione. Lo sottopose parimente al Gran Cancelliere, volendo che ne fosse egli il Capo ed il Moderatore o in sua vece il suo Luogotenente. Gli diede il suo Priore, e trascelse a questa carica il Priore del Collegio di Salerno, Salvatore Calenda, il qual era anche Medico della Regina. L'assegnò un Notaro, ed un Bidello; e volle che i Collegiali fossero, oltre Salvator Calenda Priore, Pericco d'Attaldo d'Aversa Medico e Lettore di Medicina nell'Università degli Studj di Napoli: Raffaele di Messer Pietro Maffei della Matrice, Medico e Lettore nell'Università suddetta: Antonio Mastrillo di Nola, Medico: Battista de Falconibus di Napoli, Medico e parimente Lettore in Napoli: Angiolo Galeota di Napoli, Medico e Lettore in detta Università: Nardo di Gaeta di Napoli, Milite e Medico della Regina: Luigi Trentacapilli di Salerno, Milite e Dottore in Medicina: Maestro Paolo di Mola di Tramonti, Medico: Roberto Grimaldo d'Aversa Medico: e Paolino Caposcrofa di Salerno, suo familiare e Medico.

Avendo parimente posto questo Collegio sotto la giurisdizione del Gran Cancelliere, ordinò che questi fosse il Giudice competente nelle cause, così civili come criminali de' Medici Collegiali; prescrisse parimente i doni che i Dottorandi dovean dare: ordinò che l'esperienza, che doveva farsi dell'abilità del Dottorando, si facesse sopra gli _Aforismi_ d'Ippocrate e ne' libri della Fisica e de' _Posteriori_ d'Aristotele. Pure all'Arcivescovo di Napoli, intervenendo alla funzione, stabilì che se gli dasse la berretta ed un par di guanti: a' Teologi pure un par di guanti e così anche agli altri nella forma che si legge nel privilegio. Stabilì il modo di dottorare, e prescrisse anche il numero, l'elezione e le precedenze de' Collegiali.

Egli è da notare che ad amendue questi Collegi dalla Regina furono ammessi non pure gl'oriundi ed i cittadini napoletani, ma anche gli oriundi del Regno, i quali per quattro anni continui avessero nella città di Napoli pubblicamente insegnato nelle scuole. Di questo privilegio fece parimente menzione Afflitto[302]; ed il Summonte[303] anche attesta, essersi il suo transunto presentato in occasion di liti nelle Banche del S. C. ed il Reggente Tappia lo fece anche imprimere nel suo _Jus Regni_.

A questi due fu poi unito il Collegio di Teologia, composto di Teologi, e per lo più di Reggenti e di Lettori Claustrali. Dottorano anch'essi in teologia e danno lettere di Licenziatura. È parimente sotto la giurisdizione del Gran Cancelliere che lo riconosce per suo Capo e Moderatore. Così oggi il Collegio di Napoli vien composto di tre ordini di Dottori, di coloro di legge civile e canonica, di Dottori di filosofia e di medicina e dell'altro di teologia: essi danno i gradi e le licenziature nelle leggi, nella filosofia e medicina e nella teologia. Collegio che ancorchè ceda a quello di Salerno per antichità, si è però innalzato tanto sopra di quello, che secondo portano le vicissitudini delle mondane cose, non pur contese, per la maggioranza, ma ora, e per lo numero e per dottrina de' Professori, tanto egli s'è reso superiore, quanto l'una città è sopra l'altra più eccelsa e più eminente.

Da' successori Re _Aragonesi_, e più dagli _Austriaci_ intorno all'amministrazione e governo di questo Collegio, circa i requisiti richiesti ne' Dottorandi, e per la sua forma e durata, furono stabiliti più ordinamenti, che si leggono nel volume delle nostre prammatiche; ed il Reggente Tappia[304] ne unì insieme molti sotto il titolo _De Officio M. Cancellarii_. Giovan Domenico Tassone[305] ne trattò anche nel suo Magazzino _De Antefato_ e finalmente _Muzio Recco_[306] nel 1647 ne stampò un volume, ove anche vi tessè un ben lungo Catalogo di tutti i Dottori di questo Collegio dall'anno 1428 sino al 1647, il qual Catalogo fu poi dagli altri continuato sino a' nostri tempi.

CAPITOLO X.

_Politia delle nostre Chiese durante il tempo dello Scisma, insino al Regno degli Aragonesi._

Le revoluzioni accadute dopo la morte del savio Re Roberto insino al Regno placido e pacato del Re Alfonso, conturbarono non meno lo Stato politico e temporale di questo Reame, che l'Ecclesiastico e spirituale delle nostre Chiese. Lo Scisma, che surse per l'elezione d'_Urbano IV_ e di _Clemente VII_, ci fece conoscere in un medesimo tempo non pure due Re, ma due Papi; e diviso il Regno in fazioni, siccome miseramente afflissero l'Imperio, così anche il Sacerdozio rimase in confusione ed in continui sconvolgimenti e disordini. Colui era fra noi riputato il vero Pontefice, il quale avea il favore e l'amicizia de' nostri Re; e siccome la fortuna sovente mutava il Principe, così variavasi fra noi il Pontefice. L'indisposizione del capo faceva languire tutte le altre membra; onde i Prelati delle nostre Chiese si videro ora intronizzati, ora cacciati dalle loro Sedi, secondo la varia fortuna de' Principi contendenti. _Urbano VI_ nel principio della sua intronizzazione, che avvenne nel 1378, fu da noi riconosciuto per Papa; ma scovertisi poi i difetti della sua elezione e l'animo de' Cardinali di dichiararla nulla, e di crearne un, altro, la nostra Regina Giovanna I per le cagioni rapportate nel XXIII libro di questa Istoria, gli diè favore, ed agevolò l'impresa, e diede mano, che l'elezione si facesse ne' suoi Stati e propriamente a Fondi, dove nello stesso anno s'elesse il nuovo Papa _Clemente VII_, il quale fu da lei accolto ed adorato in Napoli come vero Pontefice. Nacquero perciò nelle nostre Chiese disordini grandissimi, e sopra ogni altra in quella di Napoli, poichè sedendo quivi l'Arcivescovo _Bernardo_, avendo costui aderito alle parti della Regina e di Clemente, fu da Urbano deposto e creato in suo luogo Arcivescovo l'Abate Lodovico _Bozzuto_, il quale concitando il Popolo avea occupata la sede, e cacciata la famiglia di Bernardo. Ma la Regina avendo sedato il tumulto, fugò il Bozzuto, fece abbattere le sue case, ruinare le possessioni[307], e richiamò Bernardo, il quale resse questa Chiesa insino che Napoli non fu occupata da Carlo III di Durazzo. Questi invitato da Urbano, il quale avea scomunicata la Regina, e data a lui l'investitura del Regno, fece strozzare la Regina, s'impossessò del Reame, ed afflisse inumanamente tutti i suoi partigiani, spogliandogli de' loro Feudi, delle dignità e di tutti i loro beni. Dall'altra parte Urbano, per vendicarsi di coloro, che aveano aderito a Clemente, mandò tosto per Legato nel Regno il Cardinal Gentile di Sangro, il quale superando di gran lunga le crudeltà di Carlo, perseguitò barbaramente tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti, in fine tutti i Cherici del Regno partigiani di Clemente, imprigionandogli, tormentandogli e spogliandogli di tutte le dignità, beneficj e beni, non perdonando nè ad età, nè ad onore, nè allo stato di qualunque persona; ed Urbano lodando il rigore del suo Legato, per accrescere maggior miseria agli spogliati, e tor loro ogni speranza, diede ad essi tosto i successori e per cosa assai portentosa si narra, che in un sol giorno creasse trentadue tra Vescovi ed Arcivescovi per lo più Napoletani, e singolarmente favorisse coloro, i quali aveano dato ajuto a Carlo per l'acquisto del Regno, non richiedendo altro merito che questo[308]. Nè di ciò soddisfatto il Legato, fece un dì nella chiesa di S. Chiara al cospetto del Re Carlo, de' suoi principali Signori e di tutto il Popolo napoletano, ignominiosamente condurre Lionardo di Gifoni Generale dell'Ordine de' Minori di S. Francesco, già stato eletto Cardinale da Papa Clemente: Giacomo de Viss franzese, Arcivescovo di Otranto e Patriarca di Costantinopoli Cardinale eletto da Clemente, e mandato nel Regno per suo Legato: Casello Vescovo di Chieti, ed un certo Abate nominato Massello, ch'erano stati affezionati alla Regina, e gli costrinse ad abjurare Clemente, e professare Urbano: da poi gli fece spogliare degli abiti e del Cappello Cardinalizio, del manto e della cocolla episcopale, ed accesa una pira, fece quelle spoglie tutte ardere al cospetto del popolo: dopo questo gli fece di nuovo condurre in oscuro carcere, dove per lungo tempo dimorarono[309]. E narra Teodorico di Niem[310], che le crudeltà, che usò il Cardinal di Sangro nel Regno contro tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti e Cherici partigiani della Regina e che avean aderito a Clemente, furono tali, che non si possono senz'orrore ascoltare.

Ma furono non guari da poi disturbati i partigiani d'Urbano; perchè Luigi I d'Angiò chiamato al Regno da Giovanna, ed investito da Clemente, calò nel 1382 per riacquistarlo. Si oppose Urbano, ed usò ogni arte ed ingegno per render vano il suo disegno; e venuto in Napoli lo dichiarò scismatico, lo scomunicò, gli bandì contro _la Cruciata_, concedendo indulgenza plenaria e remission di ogni peccato a tutti coloro, che contro lui pigliavano l'arme; e creò Confaloniere di S. Chiesa il Re Carlo, benedicendogli lo stendardo, che gli diede nel Duomo di Napoli nella solennità della Messa. Perchè mancava il denaro per sostenere una sì aspra e crudel guerra, egli diede facoltà a Filippo Gezza e Poncello Orsino suoi Cardinali di poter vendere e pignorare li fondi e le robe di tutte le chiese, ancorchè i Prelati ed i Capitoli dissentissero; ed allora le nostre Chiese patirono un guasto terribile de' loro beni, perchè Carlo, premendo il bisogno della guerra, gli faceva vendere a vilissimo prezzo[311]. Mentre Carlo visse, la parte Angioina quasi in niente prevalse; ma costui morto, Re Luigi invase il Regno, ne discacciò Margarita, vedova del morto Re, col suo figliuolo Ladislao; e nell'anno 1387 gli confinò a Gaeta.

Risorta perciò nel Regno la fazione di Clemente, gli partigiani d'Urbano furono tutti a terra. Clemente intanto, morto _Bernardo_ nell'anno 1380 avea rifatto in suo luogo per Arcivescovo di Napoli _Tommaso de Amanatis_, il quale, mentre durò l'intrusione del _Bozzuto_ e la fazione d'Urbano, dimorò sempre in Avignone, dove Clemente lo creò pure Cardinale e dove morì; variando gli Scrittori non meno intorno l'anno della sua promozione, che della sua morte[312]; e Clemente tosto gli diede l'Arcivescovo _Guglielmo_ per successore. Dall'altra parte Urbano, morto _Bozzuto_ nell'anno 1384 non mancò di dargli _Niccolò Zanasio_ per successore; ma costui, non meno che Tommaso, seguendo le parti della Regina Margarita, morì esule della sua Chiesa, da lui già resignata, in Cremona nell'anno 1389 avendogli intanto Urbano prima di morire nell'anno 1386 dato per successore l'Arcivescovo _Guindazzo_, il quale seguitando con molta costanza le parti d'Urbano; e prevalendo a' suoi tempi la parte Angioina, non potè godere la possession pacifica della sua Chiesa: poichè confinata la Regina Margarita e Ladislao in Gaeta, ed ubbidendo Napoli ed il Regno al Re Luigi ed al Pontefice Clemente, l'Arcivescovo _Guglielmo_ era riconosciuto da' Napoletani[313].

Papa Clemente non volle essere riputato meno di Urbano in opporsi a' disegni di Ladislao che fatto adulto s'accingeva all'Impresa del Regno, per discacciarne Luigi suo competitore; onde pure egli residendo in Avignone, diede licenza al Re Luigi ed a coloro che governavano il Regno suoi partigiani, che per la guerra contro Ladislao potessero valersi di tutti i vasi d'argento e d'oro delle chiese per coniar moneta per stipendio de' soldati: e così fu fatto, perchè tutti i vasi delle chiese furono parte coniati e parte venduti, con inestimabile danno di quelle[314]. Non si legge però essersi praticate da Clemente contro i Vescovi ed Abati, partigiani del suo Competitore, quelle crudeltà che usò Urbano per mezzo del Cardinal di Sangro.

Rimase il partito di Clemente in fiore per tutto l'anno 1389 quando Ladislao rinvigoritosi, e prendendo forza il suo partito riacquistò buona parte del Regno; ed allora li disordini si viddero maggiori nelle nostre Chiese, poichè ardendo la guerra, al variar della fortuna de' Principi contendenti, variavano le condizioni ed i Prelati delle Chiese. Nè bastò, per far cessare lo Scisma, la morte d'Urbano seguìta dopo di quella di Clemente; poichè siccome i Cardinali della fazione d'Urbano elessero per suo successore _Bonifacio IX_, così morto Clemente in Avignone nell'anno 1394 i suoi Cardinali tosto vi rifecero _Benedetto XIII_, e siccome Bonifacio favoriva il Re Ladislao, così Benedetto prese le parti di Luigi, al quale confermò la Corona del Regno, concedendogli nuova investitura. E stando il Regno diviso, Bonifacio era da' suoi riconosciuto, e Benedetto che resisteva in Avignone avea sotto la sua ubbidienza tutti coloro che seguitavano la parte Angioina; ed i prelati erano sempre in forse ed in timore di non esserne cacciati; onde è che Ladislao per accrescere il suo partito assecurava i timidi, che i loro parenti non sarebbero stati scacciati dalle Sedi: come fece a Galeotto Pagano, assicurandolo che _Niccolò Pagano_ suo fratello ch'era nell'ubbidienza di Benedetto XIII non sarebbe stato cacciato dalla Chiesa di Napoli, ma ch'egli l'avrebbe ad ogni suo costo fatto mantenere; siccome parimente promise a Giacomo di Diano di far rimanere in Arcivescovo di Napoli _Niccolò di Diano_ suo fratello, e di là non farlo rimovere o transferire per qualunque occasione o tempo; siccome si legge ne' diplomi di questo Re rapportati dal Chioccarello[315]. E per tutto quel tempo che la parte Angioina potè contrastare a Ladislao, furono non meno che le città, combattute le nostre Chiese, insino che abbassata la parte Angioina, e tornato il Re Luigi in Francia, _Bonifacio IX_, _Innocenzio VII_ e _Gregorio XII_ suoi successori, affezionati del Re Ladislao non ripigliasser nel Regno maggior forza e vigore.

Mentre in Avignone sedeva Benedetto XIII, ed in Roma Gregorio XII, i Cardinali d'amendue i Collegi, per togliere lo Scisma, presero espediente d'unirsi in un Concilio a Pisa, e crear essi un nuovo Papa, e deporre Benedetto e Gregorio e così fecero, creando _Alessandro V_; ma questo Concilio ebbe per noi inutile successo, perchè ciò non ostante, il Re Ladislao continuò nell'ubbidienza di Gregorio e l'accolse nel Regno; ordinò a' suoi sudditi che lo riconoscessero per vero Pontefice, e gli assegnò la Fortezza di Gaeta per sicuro suo asilo, dove dimorò per lungo tempo, malgrado d'Alessandro, il quale perciò gli mosse contro Baldassar Cossa Cardinal Diacono, che trovò ben presto il modo d'impadronirsi di Roma, di cacciare gli Ufficiali di Ladislao, e stabilirvi Paolo Orsino. Ma Alessandro, che quando fu eletto Papa era settuagenario, non sopravvisse gran tempo alla sua elezione: morì egli in Bologna l'anno 1410, ed in suo luogo fu rifatto Baldassar Cossa, fiero nemico di Ladislao, che prese il nome di _Giovanni XXIII_. Costui che nella sua elezione ebbe il favore e la raccomandazione del Re Luigi II d'Angiò emolo di Ladislao, il primo disegno, che concepì giunto al Pontificato, fu di spogliar Ladislao del Regno di Puglia: ed in effetto pose in piedi un esercito contro lui, andò verso Capua, lo sconfisse, e ritornò trionfante in Roma. Ma Ladislao, ch'era un Principe d'animo invitto, tosto si ristabilì, sicchè ridusse il Papa a voler pace con lui, la qual si fece con condizione che cacciasse da' suoi Stati Gregorio, e facesse in quelli riconoscer lui come vero Pontefice. Ladislao eseguì il trattato: onde Gregorio cercò il suo rifugio nella Marca d'Ancona sotto la protezione di Carlo Malatesta, dove dimorò sino al Concilio di Costanza. Così discacciato _Gregorio_, il quale insino all'anno 1412 era stato adorato in Napoli, fu da poi riconosciuto per Pontefice _Giovanni_ insino all'anno 1415 quando dal Concilio di Costanza fu egli deposto; il quale finalmente acquetandosi alla sentenza di quel Concilio si spogliò l'abito pontificale.