Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 24
Si guerreggiò per tanto con dubbio evento per ambe le Parti, e mentre ardea la guerra in molte parti del Regno, il Duca di Borgogna, ricevuta una grossa taglia, liberò _Renato_, il quale senza perder tempo si imbarcò in Marsiglia, e con vento prospero venne a Genova, ove a' 8 di aprile di quest'anno 1438 fu con sommo onor ricevuto; ed avute da' Genovesi sette altre galee sotto il governo di Battista Fregoso si partì, e navigando felicemente, a' 9 maggio giunse in Napoli.
(Prima di partir _Renato_ da Marsiglia a' 20 gennaro dell'anno 1438 spedì Legati ad _Eugenio_, a' quali diede mandato di filial ubbidienza, e procura di poter transigere col Papa ogni controversia, ed in suo nome intervenire nel Concilio designato dal Papa, di doversi convocare in Ferrara o in altro luogo che piacerà ad _Eugenio_; il qual si legge presso _Lunig_[276]).
Fu a Napoli con gran festa ricevuto Renato, cavalcando per la città con _Giovanni_ suo primogenito con giubilo ed applauso grande, e per tutto il Regno sollevò molto gli animi della parte Angioina per la gran fama delle cose fatte da Luigi nelle guerre di Francia contro gl'Inglesi; la qual fama comprobò colla presenza e co' fatti; perchè subito che fu giunto, e dai Napoletani ricevuto come Angelo disceso dal Cielo, cominciò a voler riconoscere i soldati ch'erano in Napoli, e la gioventù napoletana e ad esercitargli; onde acquistò grandissima riputazione insieme e benevolenza. Mandò subito a chiamare il Caldora, col quale consultò di ciò che dovea farsi per l'amministrazione della guerra; e deliberarono, dopo essersegli resa Scafati, di passare in Abruzzo ed all'assedio di Sulmona.
Ma mentre che Renato era in Abruzzo colla maggior parte della gioventù napoletana, il Re Alfonso, al quale da Sicilia e da Catalogna eran venute molte galee per rinforzo, andò con quindicimila persone ad accamparsi a Napoli sopra la riva del fiume Sebeto. I Napoletani per l'assenza del Re loro, restarono per lo principio molto sbigottiti; ma non mancarono poi con l'ajuto de' Genovesi di far una valida difesa, tanto che Alfonso fu costretto a levar l'assedio e ritirarsi a Capua, nel quale vi perdè D. Pietro suo fratello, che vi rimase ucciso da una palla di cannone.
Renato, ridotte tutte le terre di Abruzzo a sua devozione, sentendo l'assedio di Napoli, per la via di Capitanata e di Benevento tosto venne a soccorrerla; e dopo aver tolto a' Catalani la torre di S. Vincenzo, entrò in speranza di ricuperare il Castello Nuovo che per tanti anni era stato in mano degli Aragonesi: ordinò per tanto al Castellano di S. Eramo che cominciasse a danneggiarlo, poich'essendogli cominciato a mancar la polvere ed il vitto, era impossibile potersi difendere, ed il soccorso che avrebbe potuto venirgli dal Castel dell'Uovo ch'era in mano d'Alfonso, era impedito dalle navi de' Genovesi. In questo arrivarono in Napoli due Ambasciadori di Carlo VI Re di Francia, il quale dubitando che Renato suo parente non ritornasse discacciato dal Regno per le poderose forze d'Alfonso, mandò a trattar la pace tra questi Re; e prima d'ogni altra cosa trattarono i patti della resa del castello. Ma il Renato che stava esausto per le spese fatte alla guerra, fece proponer ad Alfonso la tregua per un anno, offerse di contentarsi che 'l castello si ponesse in sequestro in mano degli Ambasciadori, e passato l'anno si restituisse al Re Alfonso munito per quattro mesi. Ma Alfonso che vedea le forze di Renato tanto estenuate, elesse di perdere più tosto il castello che dargli tanto spazio di respirare, e con nuove amicizie riassumere forze maggiori, talchè gli Ambasciadori franzesi se ne ritornarono senza aver fatto altro effetto che intervenire alla resa del castello, il qual si rese a' 24 agosto di quest'anno 1439, con patto che il presidio se ne uscisse con quelle robe che ciascun soldato potea portarsi, non senza dispetto d'Alfonso, il quale in faccia sua si vide perdere quel castello che s'era per lui tenuto undici anni, quando egli non possedeva una pietra nel Regno, ed ora perdersi in tempo che con sì grand'esercito possedeva le tre parti del Regno.
Compensò non però Alfonso questa perdita coll'acquisto che fece della città di Salerno, la quale se gli rese senza contrasto, e della quale ne investì con titolo di Principe, Ramondo Orsino Conte di Nola, al quale l'anno avanti avea data per moglie Dianora d'Aragona sua cugina col Ducato d'Amalfi, e poi subito tornò in Terra di Lavoro.
La morte improvvisa seguita a' 15 di ottobre di quest'anno di Giacomo Caldora celebre Capitano di quei tempi indebolì in gran parte le forze di Renato; poichè quantunque Renato avesse ad Antonio Caldora suo figliuolo confermati tutti gli Stati paterni, e l'Ufficio di G. Contestabile[277], e di più l'avesse mandato il privilegio di Vicerè in tutta quella parte del Regno che gli ubbidiva; nulladimanco essendo poi venuto in sospetto, che il Caldora tenesse secreta intelligenza con Alfonso lo fece imprigionare. Ciò che cagionò il maggior suo danno; poichè i soldati Caldoreschi levatisi in tumulto, con quella facilità che fu carcerato, colla medesima fu liberato. Antonio per questa ingiuria avendo ragunato il suo esercito, impetrò dal Re Alfonso tregua per 50 giorni, e venuti insieme a parlamento, il Caldora se gli offerse con tutte le sue genti. Intanto Acerra e poi Aversa nel 1421 si resero ad Alfonso; onde Renato rimasto molto debole per la partenza del Caldora, e vedendo in tanta declinazione lo stato suo, ne mandò la Regina Isabella sua moglie ed i figliuoli in Provenza; e cominciò a trattare accordo ed offerire di cedere il Regno al Re Alfonso, purchè pigliasse per figlio adottivo _Giovanni_ suo primogenito, il qual dopo la morte d'Alfonso avesse da succedere al Regno. Ma i Napoletani che stavano ostinatissimi ed abborrivano la Signoria de' Catalani, il confortavano e pregavano che non gli abbandonasse, perchè Papa Eugenio, il Conte Francesco Sforza ed i Genovesi, a' quali non piaceva che 'l Regno restasse in mano de' Catalani, subito che avessero intesa la ribellione del Caldora, avrebbero mandati nuovi aiuti; e per questo lo sforzarono a lasciare la pratica della pace: e già fu così, perchè i Genovesi mandarono nuovi soccorsi, ed il Conte Francesco mandò a dire che avrebbe inviati gagliardi e presti aiuti.
Ma tutti questi aiuti non poterono far argine alla prospera fortuna d'Alfonso; poichè nel seguente anno 1442, quando meno 'l pensava, stando in Capua, venne un Prete dell'isola di Capri ad offerire di dargli in mano la Terra: Alfonso mandò subito con lui sei galee, e senza difficoltà il trattato riuscì, ed ebbe quell'isola, la quale se ben parea piccolo acquisto, tra poco si vide che importò molto: poichè una galea che veniva da Francia, avendo corsa fortuna e credendo che l'isola fosse a devozione del Re Renato, pose le genti in terra, le quali furono tutte prese dagli isolani e si perderono con la galea ottantamila scudi, che si mandavano a Renato per rinforzo: il che parve che avesse tagliato in tutto i nervi e le forze di Renato, poichè con quelli danari avria potuto prolungare buon tempo la guerra.
Così vedendo Re Alfonso, che la fortuna militava per lui, andò ad assediar Napoli dove accampato, vedendo quella città tanto indebolita di forze, che appena poteano guardare le porte e le mura, mandò parte delle genti ad assediar Pozzuoli, che dopo valida resistenza si rese con onorati patti; indi mandò a tentare la torre del Greco, che si rese subito: poi per tenere più stretta la città di Napoli fece due parti dell'esercito, una parte ne lasciò alle paludi che sono dalla parte di levante con _D. Ferrante_ suo figliuol bastardo e l'altra condusse ad Echia, e s'accampò a Pizzofalcone. La città fece valida difesa, ma introdotte per un acquedotto le genti di Alfonso dentro la città di Napoli, a' 2 giugno di quest'anno 1442 fu presa; e benchè l'esercito aragonese, irato per la lunga resistenza, avesse cominciato a saccheggiar la città, il Re Alfonso con grandissima clemenza cavalcò per le strade con una mano di Cavalieri e di Capitani eletti, e vietò a pena della vita che non si facesse violenza nè ingiuria a' cittadini, sicchè il sacco durò solo quattro ore, nè si sentì altra perdita che di quelle cose, che i soldati poteano nascondere, perchè tutte le altre le fece restituire.
Renato, ridotto nel Castel Nuovo, permise a Giovanni Cossa, ch'era Castellano del castel di Capuana, che rendesse il castello per cavarne salva la moglie ed i figli; ed il dì seguente essendo arrivate due navi da Genova piene di vettovaglie, in una di esse montò con Ottino Caracciolo, Giorgio della Magna e Giovanni Cossa, e fatta vela si partì, mirando sempre Napoli, sospirando e maledicendo la sua rea fortuna, e con prospero vento giunse a porto Pisano, e di là andò a trovare Papa Eugenio ch'era in Fiorenza, il quale fuor di tempo gli diede l'investitura del Regno, confortandolo che si sarebbe fatta nuova lega per farglielo ricuperare: Renato, che non vide altro che parole vane, gli rispose, che voleva andarsene in Francia, acciocchè non facessero mercatanzia di lui i disleali Capitani italiani; e perch'era debitore di grandissima somma di denari ad Antonio Calvo genovese, che l'avea lasciato Castellano del Castel Nuovo di Napoli, poichè vide che da Papa Eugenio non avea avuto altro che conforto di parole, scrisse ad Antonio che cercasse di ricuperare quel che dovea avere, vendendo il castello al Re Alfonso, come fece.
Ecco il fine della dominazione degli _Angioini_ in questo Reame, li quali da Carlo I d'Angiò insino alla fuga di Renato l'aveano governato centosettantasette anni. Ecco come fu trasferito in mano degli _Aragonesi_, che da poi lo tennero settantadue anni. Ma Renato partendo portò seco in Francia tali semi di discordie e di crudeli guerre, che lungamente turbarono il Regno; poichè i Re di Francia succeduti nelle di lui ragioni ed a quelle di suo figliuolo _Giovanni_, spesso lo combatterono; e quantunque sempre con infelice successo, non è però che non fossero stati cagione di grandissimi sconvolgimenti e disordini, come si vedrà ne' seguenti libri di quest'Istoria.
CAPITOLO VIII.
_De' Riti della Gran Corte della Vicaria; e de' Giureconsulti che fiorirono nel Regno di GIOVANNA II e di RENATO: e da' quali fosse compilata la famosa prammatica nominata la Filingiera._
Quantunque durante il governo di questa Regina e di Renato fossesi veduto il Regno cotanto sconvolto e da crudeli guerre combattuto, a tal che le lettere e le discipline furon poco coltivate e molto meno esercitate, e Giovanna per suoi laidi ed instabili costumi, avesse contaminata la Sede Regale e posto in disordine tutto il Reame; non è però, che affatto presso di noi fossero mancate le lettere ed i Giureconsulti, e non rilucesse fra tante laidezze qualche raggio di virtù in quella Regina; poichè meritò molta lode e commendazione per essere stata tutta amante della giustizia e tutta intesa a riformare i Tribunali, e non permettere in quelli sordidezza alcuna ne' suoi Ministri e ne' loro Ufficiali minori. Ella col consiglio de' suoi savj tolse molti abusi, riformò molte cose, perchè la giustizia fosse ben amministrata, ed i litiganti non fossero angariati nelle spese degli atti e delle liti. A questo fine ridusse in miglior forma i _Riti_ del Tribunale della Gran Corte, e molti altri ne stabilì di nuovo.
Questo Tribunale era riputato ancora supremo, non solo della città ma di tutto il Regno, al quale essendosi unito l'altro del Vicario, queste due Corti unite insieme componevano il più eminente pretorio del Reame. La città di Napoli, ancorchè avesse la corte del suo Capitano, nulladimanco non avendo questa, se non la cognizione delle sole cause criminali sopra le persone del suo distretto, nè potendo conoscere delle civili e molto meno delle feudali, di quelle di Maestà lesa e di molte altre più gravi[278]; e potendosi da quella appellare alla Gran Corte, siccome di tutte le altre Corti delle città del Regno, non era perciò in molta considerazione; e fu poi tanta la sua declinazione, che nel Regno degli Aragonesi s'estinse affatto, e la cognizione delle sue cause passò pure, e s'incorporò nel Tribunale della Vicaria.
Siccome fu rapportato nel 20 libro di quest'istoria, era composto questo Tribunale di due Corti, di quella del G. Giustiziere, detta _Cura Magistri Justitiarii_, e dell'altra chiamata _Cura Vicarii_ ovvero _Vicaria_. Per le molte ordinazioni de' predecessori Re angioini, essendosi vicendevolmente comunicate le giurisdizioni di queste due Corti, venne col correr degli anni a farsene una, chiamata perciò come ivi si disse _Gran Corte della Vicaria_: riputandosi inutile considerarle come due Tribunali distinti, e dove dovessero impiegarsi più Ministri separati, i quali avessero la stessa cognizione ed autorità. Essendo capo della Gran Corte il Gran Giustiziere, per questa unione venne il medesimo a presiedere ancora a quella del Vicario; ond'è, che tutte le provisioni ed ordini, che dalla Gran Corte della Vicaria si spediscono tanto per Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il titolo del Gran Giustiziere siano pubblicate. Prima avea questi autorità di mettere suoi Luogotenenti ovvero Reggenti per amministrarla; ma da poi gli fu tolta, e fu riserbato al Re e suo Vicerè di creargli.
Componendosi adunque questo Tribunale di due Corti; quindi è, che in questi Riti sovente la Regina di lor parlando: _In nostris Magnae et Vicariae Curiis_[279]; ed altrove[280]: _Judices ipsarum Curiarum._ Parimente ne' privilegi che spedì nell'anno 1420 a' Napoletani registrati in questi Riti[281], volendo che di quelli potessero valersi in tutte le Corti, disse: _Quod nulla Curia civitatis Neapolitanae, tam scilicet M. Curia Domini Magistri Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis, ac Regentis Curiam Vicariae, quam Capitaneorum, vel alienorum Officialium etc._
Questo modo di parlare fu ritenuto durante il Regno degli Angioini insino all'ultimo Re Renato; poichè Isabella sua Vicaria nel 1436 drizzando una sua legge a Raimondo Orsino G. Giustiziere del Regno, la quale pur leggiamo fra questi Riti[282], così favella: _Magnifico Raymundo de Ursinis, etc. Magistro Justitiario R. Siciliae, et ejus Locumtenenti, necnon Regenti Magnam Curiam nostrae Vicariae etc._
Furono per tanto dalla Regina Giovanna dati molti provvedimenti per questo Tribunale intorno allo stile e modo di procedere nelle cause, così civili come criminali: ciò che bisognava osservare per la fabbrica de' processi, perchè gli atti fossero validi: la norma per la liquidazione degl'istromenti: per le citazioni: per l'incusa delle contumacie: per l'esame: per le pruove; e tutto ciò che riguarda la tela ed ordine giudiziario. Si prescrive il numero dei Giudici, de' Mastrodatti e loro Attuarj; si tassano i loro diritti ed emolumenti; e sopra tutto si raccomanda la retta amministrazione della giustizia, riformando molti abusi, in che questo Tribunale era caduto per li tanti disordini e rivoluzioni accadute nel Regno.
Merita riflessione il Rito 1235, che infra gli altri questa Regina fece divolgare; poichè quantunque nel Regno degli Angioini, e molto più nel suo, si proccurasse andar a seconda de' romani Pontefici; con tutto ciò non permise questa Regina, che si togliesse quell'antico costume praticato nella Gran Corte di conoscere ella del chericato e d'obbligare il preteso Cherico a comparire personalmente avanti i suoi Ufficiali, per pruovare i requisiti di quello, e sottoporsi intorno a ciò alla sua giudicatura: che che altramente ne disposero le _decretali_[283], come si dice nel Rito istesso[284]. E pure tutto ciò ne' seguenti tempi non bastò agli Ecclesiastici, perchè nel Pontificato di Pio V non intraprendessero di dover essi assumerne la conoscenza e d'abbattere il Rito, che per tanti anni erasi osservato; come si vedrà ne' seguenti libri di questa istoria, quando ci toccherà favellare del Governo del Duca d'Alcalà Vicerè di questo Regno.
Queste ordinazioni non furono in un tratto stabilite, ma di tempo in tempo, col consiglio de' suoi savii, Giovanna le dispose; e si crede che la maggior parte fossero state emanate dall'anno 1424 insino al 1431 che furono gli anni, che ebbe qualche tregua e riposo; poichè in tutto il resto del suo Regno fu per la sua instabilità travagliata tanto, e tanto distratta in altre pericolose cure ed affanni, sicchè non la fecero pensare, che alla propria difesa ed alla sua propria libertà.
Furono poi questi Riti uniti insieme, a' quali ella prepose una costituzione proemiale, per la quale loro diede forza e vigor di legge, comandando che quelli fossero inviolabilmente osservati non pure in Napoli nella Gran Corte della Vicaria e nelle altre Corti di questa città, ma in tutte le altre del Regno: ordinò ancora, che tutti gli altri Riti fuor di questi, che per l'addietro s'erano osservati, s'abolissero, si cassassero e non avessero nelle Corti niun vigore ed efficacia. Quindi presso i nostri Autori nacque quella comune sentenza, che ciò che s'osservava nel Tribunale della Vicaria fosse come una norma di tutti gli altri Tribunali inferiori del Regno, e che lo stile di quello dovesse praticarsi negli altri Tribunali inferiori.
Gli Scrittori, che o con picciole note o con ben lunghi commentarj impiegarono le loro fatiche sopra i medesimi, per maggior distinzione, e perchè allegati tosto si rinvenissero, gli divisero per numeri; onde ora il lor numero arriva a quello di trecento ed undici.
Fra essi vi collocarono un ordinamento, che la Regina Isabella moglie del Re Renato e sua Vicaria del Regno, stabilì nell'anno 1436 indrizzato, come fu detto, a Raimondo Orsino Gran Giustiziere[285]. Ella lo stabilì come Vicaria Generale di suo marito, come si legge nella iscrizione: _Isabella Dei gratia Hierusalem, et Siciliae Regina etc. et pro Serenissimo et illustrissimo Principe, et Domino conjuge nostro Reverendissimo Domino Renato, eadem gratia, dictorum Regnorum Rege, Vicaria Generalis_; con questa data: _Datum in Regio, nostroque Castro Capuanae Neap. per manus nostrae praedictae Isabellae Reginae, A. D. 1436 die 14 mensis aprilis, 14 Indict. Regnorum vero dicti Domini Regis II._ E questo è l'ultimo ordinamento, che a noi è rimaso de' Re dell'illustre casa d'Angiò.
È da notare ancora, che in questi ultimi tempi dei Re angioini, le leggi de' Longobardi non ostante di essere risorte le Romane, e restituite nella loro antica autorità, non erano nel nostro Regno affatto abolite ed andate in disusanza: vi erano per anche chi viveano secondo quelle leggi[286]: si davano perciò alle donne i Mundualdi, senza de' quali, così i giudicii, come i lor contratti eran invalidi[287]. Non si concedeva repulsa tra coloro, che viveano secondo la legge Longobarda, contro i loro sacramentali[288]; ed ancorchè Annibale Troisio e Prospero Caravita testificano, che que' Riti erano andati in disusanza, ciò era forse vero, riguardandosi a tempi, ne' quali scrissero i loro commentarj, non già nel Regno di Giovanna, la quale inutilmente si sarebbe posta a dar suoi regolamenti su di ciò, se non vi fossero stati nel Regno coloro che fosser vivuti sotto il _Jus Longobardo_. Anzi non sappiamo con quanta verità possa ciò dirsi, anche nell'età di questi Commentatori, quando fino a' nostri tempi in alcune parti del Regno i Notari ne' loro istromenti, quando intervengono donne, vi fanno intervenire anche per esse i Mundualdi; e quando ciò non sia, soglion perciò dire, che i contraenti vivono _Jure Romano_: ciò che altrove fu da noi avvertito.
Questi Riti per la loro utilità, e perchè contengono infiniti regolamenti, massimamente intorno alla fabbrica de' processi, e dell'ordine giudiciario, furono prima con picciole note, poi con pieni commentarj dai nostri Autori esposti.
Il primo fu _Annibale Troisio_, detto comunemente il _Cavense_, per essere stata la Cava sua patria, di cui non si dimenticò Gesneio nella sua Biblioteca. Fiorì egli nel principio del decimosesto secolo, e finì questi suoi commentarj al primo di novembre dell'anno 1542 com'egli testimonia nel fine dell'opera. Aggiunsero alcune picciole addizioni a' suoi commentarj, Cesare Perrino di Napoli, Giovan Michele Troisio e Girolamo de' Lamberti, e presso gli Autori del nostro Foro acquistarono non picciola autorità, e furon sempre riguardati con rispetto, ed onore. _Giovan Francesco Scaglione_ Dottor napoletano, ma originario d'Aversa, parimente compose sopra i medesimi alcuni piccioli commentarj, ma non sopra tutti; e fece alcune osservazioni di ciò ch'egli avea veduto praticare nella Gran Corte mentre era Avvocato; ed i suoi commentarj furono la prima volta impressi in Napoli nel 1553.
Oscurò la fama di amendue _Prospero Caravita_ di Eboli, il quale nello spazio d'un anno e mezzo, cominciando i suoi commentari in Eboli sua patria, nel mese di marzo del 1559, gli terminò felicemente in Agosto del 1560. Non vi era giorno, che non vi impiegasse i suoi studj, ora in Eboli, ora in Salerno, dove in quella Udienza esercitò la carica d'Avvocato fiscale. Riuscirono assai dotti e copiosi, tanto che presso i posteri fu riputato il Dottor più classico di quanti mai sopra questi Riti scrivessero.
Ultimamente a' dì nostri surse il Reggente _Petra_, il quale vi compose sopra ben quattro volumi: meritano piuttosto nome di magazzini che di commentarj:, poichè oltre di quel che bisognava per illustrargli, gli riempiè di tante e sì varie materie, che vi racchiuse quanto egli seppe, e quanto da altri apprese: divagossi in varie dispute ed articoli occorsi sopra cause recenti ed agitate a' suoi tempi; onde gli caricò di molte allegazioni e d'infinite e varie altre cose affatto estranee dal soggetto, che avea per le mani. Può aversene buon uso per li molti esempi di cause a' suoi dì decise, e per la moderna pratica e stile, non men della Gran Corte che degli altri nostri Tribunali.
§. I. _De' Giureconsulti di questi tempi, e da' quali fu compilata la prammatica detta la Filingiera._
I Giureconsulti, che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di Renato sino ad Alfonso, non sono da paragonarsi, così nel numero, come nel sapere con coloro, che vissero sotto il Re Roberto e sotto la Regina Giovanna I sua nipote. Essi non ci lasciarono niente delle loro opere e de' loro scritti. Solamente si rese in questi tempi celebre _Marino Boffa_ da Pozzuoli, il quale adoperato dalla Regina negli affari più gravi del Regno, fu innalzato da lei al supremo Ufficio di Gran Cancelliere; ma poi entrato in gara col Gran Siniscalco Sergianni, questi operò tanto con la Regina, che a sua istanza nel principio dell'anno 1419 lo privò dell'Ufficio, surrogando in suo luogo Ottino Caracciolo[289]. Ciò che deve far cessar la maraviglia, che Toppi[290] avea, come Marino in tempo della prammatica _Filingiera_, che si stabilì nell'anno 1418 era Gran Cancelliere e poi quando fu instituito il Collegio de' Dottori nel 1428 non lo era.
Fiorirono ancora Giovanni di Montemagno e Pietro di Pistoja Giudici della Gran Corte e Giovanni Arcamone Giudice d'appellazione di detta Corte. Ebbero ancor fama di gravi Dottori Biagio, Cisto, Carlo di Gaeta, Gorrello Caracciolo, Carlo Mollicello, il Giudice Giacomo Griffo e l'Abate Rinaldo Vassallo di Napoli. Fiorirono ancora in questi medesimi tempi Bartolommeo Bernalia di Campagna, di cui presso Toppi[291] hassi onorata memoria, ed altri di men chiaro nome. Questi furono i Giureconsulti de' quali la Regina nelle deliberazioni più gravi solea valersi.