Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 23
Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma molto più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto decrepita e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora incominciato ad invecchiare, avea lasciata la conversazione segreta, che avea con lei; onde s'era ancora in lei, non solo intepidito, ma raffreddato in tutto l'amore, e però alla dimanda fattale, negò di voler dare nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa il G. Siniscalco turbato, cominciò in opere ed in parole, ad averla in dispregio ed in odio. In questo tempo era salita in gran favore della Regina Covella Ruffo Duchessa di Sessa, donna terribilissima e di costumi ritrosi, la quale per esser nata da una zia carnale della Regina, per l'antichissima nobiltà del suo sangue, e per essere rimasta erede di molte terre, era superbissima e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco; e per questo ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la Regina che non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da bassissima fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la nobiltà, l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza era divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma non rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un giorno a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di nuovo il principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella ostinatamente negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione che scorgeva da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la Regina non gli avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad ingiuriarla e trattarla da vilissima femmina con villanie disoneste, tanto che la indusse a piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la porta dell'altra camera, quando intese la Regina piangere, entrò con altre donne a tempo, che il G. Siniscalco se ne usciva, e vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie fresche, cominciò fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che volesse tosto prender partito di raffrenare così insolente bestia, la quale un giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola e strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene, e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto con Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo conferì con Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di Sergianni. Questi conchiusero di valersi del mezzo della Duchessa, e la persuasero, che sollecitasse la Regina, e che l'offerisse di trovar uomini che avrebbero ucciso il G. Siniscalco: la Duchessa non fu pigra a tal maneggio, perchè trattandosi a quel tempo nuovo parentado tra Giacomo Caldera ed il G. Siniscalco, che voleva dar per moglie a Troiano Caracciolo suo unico figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì la Regina che questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si trattava con disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei, onde pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose, ch'era ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era vecchia e ne avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La Duchessa, poichè non potè ottener altro, mostrò di contentarsi, che se gli levasse il governo di mano, e la pregò, che fosse presta a parlare con Ottino Caracciolo del modo, che s'avea da tenere. Conferito poi il tutto con Ottino, conchiusero di pigliar dalla Regina quel che poteano, ed ottener ordine di carcerarlo per poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che avendosi voluto porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo, e con questa deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino e gli disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo in carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei ed indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa, che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G. Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire, Ottino e gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera della Regina chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono con loro e fecero che battesse la porta della camera del G. Siniscalco e che dicesse, che la Regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il G. Siniscalco si levò ed incominciandosi a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender meglio quello ch'era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e d'accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse tutta la città a veder quello spettacolo miserabile, non picciolo esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche ore innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto), e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo alla sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto disse: _ecco il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender meco_; poco da poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli avea edificata con gran magnificenza una cappella che ancor si vede, vennero, e così insanguinato e difformato dalle ferite, il posero in un cataletto e con due soli torchii accesi vilissimamente il portarono a seppellire. Troiano suo figliuolo, da poi nella cappella istessa gli fece ergere un superbo sepolcro colla sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di que' tempi vi compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina, ancorchè restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio indulto a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G. Siniscalco la Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che non mai ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.
CAPITOLO VI.
_Re ALFONSO tenta rientrare nella grazia della Regina, ma in vano. Nozze di Re LUIGI con MARGARITA figliuola del Duca di Savoia; sua morte, seguita poco da poi da quella della Regina GIOVANNA._
Quando il Re Luigi, che stava in Calabria, ed avea fermata la sua sede in Cosenza, intese la morte del G. Siniscalco, si credette che la Regina lo mandasse subito a chiamare; ma la Duchessa di Sessa, che con questa morte era divenuta potentissima, persuase alla Regina che non lo chiamasse, e per trattenerlo gli fè commettere nuovi negozi in quella provincia: e per questo si crede, che quel Re per poca ambizione avesse perduto per se e per gli suoi successori questo Regno; il contrario di quel che avea fatto Re Alfonso, che per troppa ambizione se ne trovava fuori. Era allora Alfonso in Sicilia, e quando intese la novella della morte del G. Siniscalco, si rallegrò molto e molto più si rallegrò quando intese, che la Duchessa di Sessa era quella che governava; e confidando molto in costei, venne in speranza di essere chiamato dalla Regina, ed essere confermato nella prima adozione. Per non mancare a questa prima opportunità, venne con alcune galee in Ischia, che si tenea per lui, e cominciò segretamente con messi a pregare e trattare con la Duchessa, che avesse indotta alle voglie sue la Regina; ed avrebbe forse questo trattato avuto il suo effetto, se il troppo desiderio di Alfonso non l'avesse guasto; poichè non contento del maneggio della Duchessa, mandò a trattar col Duca di Sessa suo marito finchè alzasse le sue bandiere, perchè di grande l'avrebbe fatto grandissimo; del che subito che fu avvisata la Duchessa, ch'era capital nemica del marito, non solo converse in odio l'affezione che avea col Re Alfonso, ma accusò il marito alla Regina del trattato che tenea di ribellarsi, e fece che Ottino Caracciolo e gli altri del Consiglio supremo mandassero genti d'arme per lo Stato del Duca, acciocchè non potesse mutarsi a favore d'Alfonso, il quale vedendosi usciti vani amendui i maneggi, fece tregua per diece anni colla Regina, e se ne tornò con poca riputazione in Sicilia.
Nel seguente anno 1433 Margarita figliuola del Duca di Savoia fu sposata col Re Luigi, la quale partita da Nizza, dopo una crudelissima tempesta, arrivò a Sorrento molto maltrattata dal viaggio; la Regina voleva farla condurre in Napoli, con quell'onore che si conveniva, e mandare a chiamare il Re da Calabria, per far celebrare con pomposità lo sponsalizio in Napoli; ma la Duchessa di Sessa la distolse, dandole a sentire, che si guardasse di farlo, perchè avrebbe conturbato lo Stato, e che per quel poco tempo che le restava di vita, volesse vivere e morire Regina senza contrasto. E per questo la Regina, che mutava d'ora in punto sempre pensiero, mandò solamente a visitare la sposa ed a presentare, e di là quella Signora andò in Calabria, dove si fece la festa in Cosenza con le maggiori solennità che si poterono. Ma ben tosto fu tal nodo disciolto; poichè nel mese di novembre del seguente anno 1434, dopo avere Re Luigi in quella state guerreggiato col Principe di Taranto, ritirato in Calabria, tra le fatiche durate in quella guerra, e tra l'esercizio del letto con la moglie, gli venne un accidente di febbre, del quale morì senza lasciar di se prole alcuna. Fece testamento, e lasciò che il corpo suo fosse portato all'Arcivescovado di Napoli, ed il cuore si mandasse in Francia alla Regina Violante sua madre, e questo fu eseguito subito; ma il corpo restò nella maggior chiesa di Cosenza, dove ancora si vede il suo tumulo; perchè non vi fu chi si pigliasse pensiero di condurlo in Napoli. Questo Re fu di tanta bontà, e lasciò di se tanto gran desiderio a' popoli di Calabria che si crede, che per questo sia stata sempre poi quella provincia affezionatissima del nome d'Angiò.
La Regina, quando ebbe la nuova della sua morte, ne fece grandissimo pianto, lodando la grandissima pazienza che quel Principe avea avuta con lei, e l'ubbidienza che l'avea sempre portata, e mostrò grandissimo pentimento di non averlo onorato e trattato com'egli avea meritato. E nell'entrar del nuovo anno 1435, travagliata da' dispiaceri dell'animo ed oppressa dagli anni e da' suoi mali, rese lo spirito nel dì 2 di febbrajo, giorno della purificazione di Maria Vergine, in età di sessanta cinque anni, dopo averne regnato venti e sei mesi: ordinò che fosse seppellita alla Chiesa della Nunziata di Napoli senza alcuna pompa, in povera ed umile sepoltura, ove ora giace.
Questa Regina fu l'ultima di Casa Durazzo: e non avendo nè col primo, nè col secondo marito concepiti figliuoli, durando ancor in lei l'odio contro il Re Alfonso, fece testamento nel quale istituì erede _Renato_ Duca d'Angiò e Conte di Provenza, fratello carnale del Re Luigi, esprimendo in quello le cagioni, per le quali fu mossa a talmente stabilire. Ecco ciò che si legge in una particola di questo testamento, fatta imprimere dal Tutini nel suo trattato de' Contestabili del Regno: _Praefata Serenissima, et Illustrissima Domina nostra Regina Joanna fide digna, et veridice informata, quod bonae memoriae Dominus Papa Martinus V per quasdam Bullas Apostolicas olim concessit clarae memoriae Domino Ludovico III Calabriae, et Andegaviae Duci, ipsius Reginalis Majestatis consanguineo, et ejus filio arrogato, et ejus fratribus haeredibus, et successoribus hoc Regnum Siciliae post ipsius Reginalis Majestatis obitum: nec non noscens omnes Regnicolas ejusdem Regni affectos, intentos, et inclinatos velle unum ex germanis fratribus dicti q. Domini Ludovici in Regem, et quod si secus fieret, vel evenerit, fieri non posset absque maxima aspersione sanguinis, miserabilique clade, et strage, et finaliter calamitate, et destructione hujus Regni. Nec minus et considerans, quod Serenissimus, et Illustrissimus Princeps Dominus Renatus Dux Bari, etc. ipsius Majestatis Reginalis consanguineus, praefatique quondam Domini Ludovici germanus frater ab inclita, et Christianissima Regia Stirpe domus Franciae, sicut ipsa Reginalis Majestas, suam claram trahit originem; volens praefatis futuris scandalis tacite providere, et salubriter obviare, et per consequens votis, et desideriis dictorum suorum Regnicolarum satisfacere, cupiensque praeterea, quod hoc Regnum potius perveniat ad suum clarissimum Francorum sanguinem, et inclitam progeniem, quam ad quamvis aliam nationem: Jam dictum Serenissimum, et Illustrissimum Principem Dominum Renatum ejus consanguineum, ac dicti q. Domini Ludovici ejus arrogati filii germanum fratrem, ejusdem Regnicolis ita gratum, desideratum et acceptum, in quantum ad ipsam Serenissimam Reginalem Majestatem spectat, et in ea est, et quod potest omni meliori via, modo et forma quibus de jure melius, et aptius potest et debet suum universalem haeredem, et successorem in hoc Regno Siciliae, et in omnibus aliis ejus Regnis, Titulis et Juribus, Actionibus, et cum omnibus Provinciis, Juribus, Jurisdictionibus, et omnibus pertinentiis suis quacumque vocabuli appellatione distinctis, et ad illam spectantibus, et pertinentibus, quovis modo, coram nobis, instituit, ordinavit et fecit, infrascriptis legatis, et fideicommissis, dumtaxat exceptis._
Lasciò cinquecentomila ducati alla Tesoreria che avessero da servire in beneficio della città di Napoli, ed in mantenimento del Regno nella fede di Renato, ed ordinò che sedici Baroni Consiglieri e Cortigiani suoi, governassero il Regno fin alla venuta di Renato.
CAPITOLO VII.
_Politia del Regno sotto i Governadori deputati da GIOVANNA. Governo che da poi vi tenne la Regina ISABELLA moglie e Vicaria di RENATO d'Angiò. Guerre sostenute da costui col Re ALFONSO: da cui in fine fu costretto ad uscirne ed abbandonare il Regno._
Non meno la morte che il testamento della Regina Giovanna pose in maggiori sconvolgimenti questo Reame; quando prima era combattuto da due Pretendenti, ecco che ora ne surge un terzo, cioè il Pontefice romano. Papa Eugenio intesa la morte della Regina, fece intendere a' Napoletani ch'essendo il Regno Feudo della Chiesa, non intendeva che fosse data ad altri che a colui ch'egli dichiarasse ed investisse; ed intanto che dovesse egli amministrarlo, e destinar il Balio par reggerlo. Alfonso lo pretendeva per se in vigor dell'adozione, e Renato in vigor di questo testamento.
(La Bolla d'_Eugenio IV_ spedita del mese di giugno in Fiorenza nel 1445, colla quale si comanda ai Napolitani di non riconoscere per Re nè _Alfonso_, nè _Renato_, è rapportata da _Lunig_[275]).
Ma i Napoletani ch'erano allora quasi tutti affezionati alla parte Angioina, sentendo la pretensione del Papa, se gli opposero fortemente, e si dichiararono che non volevano altro Re che Renato, ed insino a tanto che egli non venisse a reggerlo, dovesse eseguirsi il testamento della Regina; in effetto furono eletti per lo governo que' sedici Baroni destinati dalla Regina, li quali furono Raimondo Orsino, Conte di Nola: Baldassarre della Rat, Conte di Caserta: Giorgio della Magna, Conte di Pulcino: Perdicasso Barrile, Conte di Montedorisi: Ottino Caracciolo, Conte di Nicastro e Gran Cancelliere, Gualtieri e Ciarletta Caracciolo tutti tre Rossi: Innico d'Anna Gran Siniscalco: Giovanni Cicinello ed Urbano Cimmino, l'uno Nobile di Montagna e l'altro di Portanova: Taddeo Gattola di Gaeta ed altri che si leggono nel testamento della Regina. Questi dubitando che tal reggimento in fine non si convertisse in Tirannia, crearono essi venti uomini Nobili e del Popolo, i quali furono chiamati Balj del Regno. Da costoro fu sollecitato che si dovesse mandar tosto in Francia a notificar a Renato il testamento e volontà della Regina ed il desiderio della città, ed a sollecitarlo che venisse quanto prima; ed in effetto furono tosto mandati tre Nobili a chiamarlo, e fra tanto in lor difesa chiamarono Giacomo Caldora, al quale diedero denari, perchè assoldasse genti; soldarono ancora Antonio Pontudera con mille cavalli e Micheletto da Cotignola con altrettanti, per reprimere gl'insulti d'Alfonso: ed in cotal guisa quelli mesi che corsero tra la morte della Regina, fin alla venuta della Regina Isabella moglie di Renato fu governato il Regno; ond'è, che negl'Istrumenti che si stipularono in quel tempo, non si metteva altro Regnante, ma si diceva: _Sub regimine Illustrium Gubernatorum relictorum per Serenissimam Reginam Joannam clarae memoriae._
Dall'altra parte il Re Alfonso avendo intesa la morte della Regina, persuaso che, secondo si dicea, quel testamento non fosse stato di libera volontà della medesima, si apparecchiò subito a far la guerra, e tirò molti al suo partito, come il Duca di Sessa, quello di Fondi, il Principe di Taranto ed alcuni altri; e sollecitato da costoro partì da Messina ove era, e venne a Sessa, indi si portò all'assedio di Gaeta. L'assedio di questa Piazza che durò lungo tempo, poco mancò che non recasse ad Alfonso l'ultima sua ruina, e se non fosse stata la magnanimità del Duca di Milano, la guerra sarebbe finita; poichè il Duca di Milano avendo sollecitati i Genovesi che soccorressero quella città, nè sopportassero che il miglior Porto del Mar Tirreno venisse in potere de' Catalani nemici loro: i Genovesi avendo posto in mare una potente armata, ed Alfonso all'incontro un'altra potentissima, nella quale vi erano personaggi cotanto illustri, quanto oltre Alfonso, erano il Re di Navarra, D. Errico Maestro di S. Giacomo, e D. Pietro suoi fratelli, il Principe di Taranto, il Duca di Sessa, il Conte di Campobasso, il Conte di Montorio, e grandissimo numero d'altri Baroni del Regno di Sicilia e d'Aragona: venutosi a' 5 agosto di quest'anno 1435 ad una battaglia nell'acque di Ponza che durò diece ore, finalmente i Genovesi ruppero l'armata d'Alfonso, e fecero prigionieri il Re istesso, il Re di Navarra, D. Errico, il Principe di Taranto ed il Duca di Sessa, con molti Cavalieri e Baroni, forse al numero di mille; solo si salvò fuggendo ad Ischia D. Pietro con la nave sua. Furono i prigionieri condotti a Savona, e poi portati a Milano, dove il Duca ricevè il Re Alfonso da ospite, non già da prigioniere, e fu tanta la magnanimità del Duca che non solo gli accordò la libertà; ma persuaso da Alfonso che la sicurezza del suo Stato, era l'aver in Italia Aragonesi e non Franzesi, perciocchè se Renato occupava il Reame di Napoli, non resterebbe di movere il Re di Francia a toglierli lo Stato, conchiusero insieme lega; e con cortesia che non ebbe altra simile al Mondo, donò la libertà a lui, a suo fratello ed a tutti gli altri prigionieri, e prima che si fossero firmati i Capitoli della lega, il Duca permise che il Navarra ed il Maestro di S. Giacomo andassero in Ispagna a far nuovo apparato per la guerra di Napoli, e che il Principe di Taranto, il Duca di Sessa e gli altri Baroni del Regno venissero in Napoli a dar animo ai partigiani del Re che credeano che mai più Alfonso potesse sperare d'avere una pietra nel Regno. Poco da poi fu firmata la lega, ed il Duca mandò in Genova ad ordinare che si preparasse l'armata, per andare col Re all'impresa di Napoli.
Mentre queste cose succedettero ne' nostri mari, gli Ambasciadori napoletani, ch'erano stati mandati in Francia a chiamar Renato, trovarono che il Duca di Borgogna, il quale in una battaglia l'avea fatto prigione, e che poi l'avea liberato sotto la fede di tornare, richiese a Renato che osservandoli la fede data fosse tornato a lui, e quando tornò lo pose in carcere: o fosse per invidia, vedendo ch'era chiamato a così gran Regno o fosse per far piacere a Re Alfonso: ciocchè diede materia di discorrere, qual fosse stata maggiore, la sciocchezza di Renato ad andarvi o la discortesia del Duca a porlo in carcere, la quale parve tanto più vituperosa e barbara, quanto che fu quasi nel medesimo tempo della cortesia che fece il Duca di Milano ad Alfonso. Gli Ambasciadori non ritrovandolo, operarono che con loro, come Vicaria del Regno, venisse a prenderne il possesso in vece del marito _Isabella_, la quale con due piccioli figliuoli _Giovanni_ e _Lodovico_, sopra quattro galee Provenzali partì, e nel principio d'ottobre giunse a Gaeta, dove dai Gaetani fu ricevuta con molto onore ed ella lodò quei cittadini ch'erano stati fedeli, e loro fece molti privilegj. Passò poi a Napoli dove giunta a' 18 d'ottobre di quest'anno 1435 fu ricevuta con somma allegrezza di tutta la città, alla quale era venuto in fastidio il governo della Balìa e de' Governadori, e dal Conte di Nola le fu giurato omaggio, al cui esempio, quasi tutti i Baroni fecero il simile; ed ella come _Vicaria_ del Re suo marito, cominciò a governare il Regno.
Questa Regina per la sua gran prudenza e bontà fra poco tempo s'avea acquistata presso tutti grandissima benevolenza, tanto che se la fortuna non avesse prosperate tanto le cose d'_Alfonso_, e attraversate quelle di _Renato_ suo marito, avrebbe stabilito il Regno nella di lui posterità. Ma la lega pattuita col Duca di Milano quando men si credea, e la libertà data ad Alfonso ed a suoi fratelli con inaudita, e non creduta magnanimità, pose in grande spavento la Regina Isabella e tutta la parte Angioina. A questo s'aggiunse, che Gaeta la quale con tanti assalti, e con tante forze non avea potuto pigliarsi, per una tempesta occorsa a D. Pietro fratello d'Alfonso, venne in mano degli Aragonesi; perchè D. Pietro che stava in Sicilia, essendosi mosso con cinque galee per andare alla Spezie a pigliar il Re ch'era stato già liberato, essendo arrivato ad Ischia, fu ritenuto da una grave tempesta di mare nella marina di Gaeta; e perchè in quella città v'era la peste, ed i Gaetani più nobili e più facoltosi erano usciti fuori della Città, e per caso il Governadore era morto, alcuni Gaetani che teneano la parte del Re Alfonso andarono ad offerirsegli, e a dargli la città in mano. D. Pietro restò in Gaeta, e mandò Raimondo Periglio con le galee a Porto Venere, dove trovò il Re che avuta la novella della presa di quella Piazza, tosto si incamminò a quella volta, ed il dì 2 febbrajo del nuovo anno 1436 vi si portò, e passarono molti mesi che senza fare impresa alcuna andava e veniva da Gaeta a Capua che se gli era parimente resa. S'aggiunse ancora la ribellione del Conte di Nola, di quello di Caserta e di molti altri Baroni che vennero al suo partito.
Questa prosperità d'Alfonso fece pensare alla Regina, ed a coloro della sua parte di dimandar al Papa soccorso; e furono inviati Ottino Caracciolo e Giovanni Coffa al Pontefice Eugenio a chiederlo, il quale con molta prontezza il diede; perchè il Papa, sapendo l'ambizione del Duca di Milano che da se solo tentava di farsi Signore di tutta l'Italia, pensava ora che molto maggiore sarebbe stata l'audacia sua, essendogli giunta l'amicizia del Re d'Aragona e di tanti altri Regni; onde mandò Giovanni Vitellisco da Corneto Patriarca Alessandrino, uomo più militare che ecclesiastico, con tremila cavalli e tremila fanti in soccorso della Regina, e con questo si sollevò molto la parte Angioina; e tanto più quanto che acquistò l'amicizia de' Genovesi ch'erano diventati mortali nemici del Duca e del Re d'Aragona, li quali con grandissima fede favorirono quella parte fino a guerra finita.