Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 17
In questi tempi Re Ladislao mosso (non si sa, se da proprio spirito, o da ricordo della madre o d'altri) a pietade di Costanza di Chiaramonte già sua consorte, che con grandissima laude di pazienza, di modestia e di pudicizia, avea in bassa fortuna menata sua vita dal dì del repudio; la diede per moglie ad Andrea di Capua primogenito del Conte di Altavilla, coetaneo e creato suo assai diletto, e furon fatte le nozze molto onoratamente; ma non per questo restò quella gran donna di mostrare la grandezza dell'animo suo dignissimo della prima fortuna; imperocchè quel dì, che il marito la volle condurre a Capua, essendo posta a cavallo per partirsi, in presenza di molti Baroni e Cavalieri, ch'erano adunati per accompagnarla, e di gran moltitudine di Popolo, disse al marito: _Andrea di Capua, tu puoi tenerti il più avventurato Cavaliere del Regno, poichè avrai per concubina la moglie legittima del Re Ladislao tuo Signore._ Queste parole diedero pietà ed ammirazione a chi la intese; e quando furono riferite al Re, non l'intese senza rimordimento e scorno.
Intanto stringendo Ladislao l'assedio di Napoli per mare e per terra, fu consigliato Re Luigi ad uscire dalla città ed andare a Taranto. I Napoletani fastiditi da così lunga guerra, dopo vari trattati descritti così bene ed a minuto da Angelo di Costanzo, finalmente resero la città a Ladislao, il quale avendo loro accordati molti capitoli e patti, che volevano, entrato in Napoli per tener placati gli animi di tutti, fece molte più grazie di quelle, che avea promesse alla città; e diede agli eletti quella _giurisdizione_, che oggi hanno sopra coloro, che ministrano le cose necessarie al vivere[257].
Giunto l'avviso a Taranto al Re Luigi della resa di Napoli, ne intese estremo cordoglio, e disperando di riacquistarla, e tenendo per perdute anche l'altre parti del Regno, che restavano alla sua ubbidienza, deliberò partirsi ed andare in Provenza. Ramondello Orsino non bastò a fargli mutar proponimento, quantunque efficacemente ne 'l persuadesse, mostrandogli, che benchè Napoli si fosse resa, pur erano all'ubbidienza di sua Corona le due parti del Regno con tanti Baroni a lei divoti; che coll'armata, che avea allora per soccorso di Napoli mandata Papa Benedetto, e con unire di là a pochi mesi le forze di terra, era agevol cosa di riacquistar tutto il Regno; e ch'era gran vergogna, che la regina Margarita con Gaeta sola non si fosse disperata, senz'altro aiuto, di ricovrar il Regno al figlio, ed egli con tante Terre maggiori di Gaeta, e con tanto Stato in Francia, si partisse abbandonando tanto dominio. Ma il Re o fosse sdegnato di lui, che mai non volle moversi colle sue genti, e congiungerle con quelle del Gran Contestabile o fosse fastidito di questi andamenti, s'imbarcò nell'armata, e con lui se n'andò la maggior parte de' Cavalieri napoletani pensionari; ed avendo girata la Calabria, passò per la marina di Napoli, mirandola con gran dolore, e di là mandò a patteggiare col Re Ladislao, che facesse uscire di Castel Nuovo Carlo d'Angiò suo fratello, co' Franzesi e con tutte le suppellettili, ed a lui il castello si rendesse. Tutto ciò gli fu agevolmente accordato; onde avendo mandate le galee a levare gli usciti di castello, se ne andò in Provenza, lasciando grandissimo desiderio di se, e gran dolore a tutti coloro del suo partito. Così in quest'anno 1400 Napoli, e quasi tutto il Regno passò sotto la dominazione del Re Ladislao; e sotto le bandiere del Re Luigi rimase sol Taranto, che si mantenne lungo tempo nella sua fede.
CAPITOLO VI.
_Nozze di LADISLAO, prima con MARIA sorella del Re di Cipro, e poi con la Principessa di TARANTO: sua spedizione nel Regno d'Ungaria, ch'ebbe infelice successo._
Dopo aver Ladislao fugato dal Regno il suo Competitore, repressi i Sanseverineschi, e posto a fondo la casa del Duca di Sessa, ed insignoritosi de' loro dominj, gli parve tempo di godere in pace il Regno, e veder di propagarlo ne' suoi discendenti; onde cominciò a pensare di prender moglie. Papa Bonifacio se ne prese il pensiero, e mentre ciò trattavasi, vennero in Napoli gli Ambasciadori del Duca d'Austria Leopoldo a dimandare Giovanna sua sorella per moglie del lor Signore; fu contento il Re di dargliela, e mentr'era in ordine per andare ad accompagnarla fino a' confini del Ducato d'Austria, fu l'andata differita, perchè Bonifacio aveva già conchiuso il suo matrimonio con Maria sorella di Giano Re di Cipro; onde Ladislao volle prima fare le sue nozze, e mandò subito in Cipri per la sposa Gurrello di Tocco, con l'Arcivescovo di Brindisi e molti altri Cavalieri. Venne questa Principessa in brevissimo tempo accompagnata dal Signore di Lamech, e dal Signor di Barut suoi zii carnali; e fu ricevuta in Napoli dal Re e dalla Regina Margarita sua madre, con amore ed onor grande nel mese di febbraio di quest'anno 1403 ed incontanente furon le nozze con ogni magnificenza celebrate.
A questo tempo gli Ungheri ritrovandosi mal soddisfatti del loro Re Sigismondo avean in quel reame mossa sedizione, ed una parte di que' Baroni lo carcerarono, ed alzate le bandiere di Ladislao, lo gridarono Re, come figliuolo ed erede di Carlo III. Ladislao avidissimo d'accrescere la sua potenza in diversi Regni, accettò la Signoria; ma considerando l'istabilità di quella nazione, e che se non riuscisse quanto i suoi aderenti gli aveano promesso, avrebbe dovuto tornarsene in Napoli con poca sua riputazione: col pretesto di voler accompagnare sua sorella in Austria, deliberò di partire; ed avendo lasciata Vicaria del Regno la Regina Maria sua moglie, con che dovesse governarlo col consiglio dell'Arcivescovo di Consa, di Gentile de Merolinis di Sulmona, di Gurrello Origlia e di Lionardo d'Affitto suoi Consiglieri[258], andò con Giovanna ad imbarcarsi a Manfredonia, donde passò al Friuli; ed avendo consegnata la sorella a molti Baroni del Ducato d'Austria, che quivi l'attendevano, egli se ne passò a Zara Terra del Regno d'Ungaria, con animo di tentar l'impresa di quel Regno. Zara senza contrasto aperse le porte, e parendo, che a questo viaggio avesse fatto assai, fortificò quella città, e lasciandovi il Signor di Barut con presidio bastante, se ne tornò in Napoli. Alcuni scrissero, che Ladislao prima di tornarsene fosse stato a' 5 agosto di questo anno coronato dal Vescovo di Strigonia Re di quel Regno, con soddisfazione di tutto il popolo, e di molti Baroni ungheri e Prelati, che vennero a trovarlo a Zara. Altri, che Papa Bonifacio lo facesse incoronare dal Cardinal Fiorentino, e gli rimettesse i censi che dovea alla Chiesa romana per lo Regno di Napoli, che erano più di ottocentomila fiorini, concedendogli anche le decime per tre anni in questo Regno, per sussidio della guerra; e che Ladislao finita la coronazione mandasse in Ungaria per suo Vicerè Tommaso Sanseverino Conte di Montescaggioso con cinquecento lanze, con intenzione di volerci poi passar egli. Alcuni altri, come il Costanzo, rapportano questi avvenimenti alquanti anni da poi, cioè dopo la morte della Regina Maria, dopo la morte di Papa Bonifacio seguìta nell'anno 1404, di cui ne fu successore _Innocenzio VII_ e dopo le nuove nozze contratte da Ladislao con la Principessa di Taranto, stabilite nell'anno 1406 per riacquistare il principato di Taranto come prosperamente avvenne. Allora fu, narra il Costanzo, che vennero gli Ambasciadori d'Ungaria a fargli intendere, ch'essendo morta la Regina Maria, gli Ungheri non potendo soffrire la tirannide del Re Sigismondo, lo aveano posto in carcere ed innalzate le sue bandiere, che perciò l'invitarono, che si ponesse tosto in ordine, ed andasse a pigliar la possessione pacifica di sì ricco Regno, e che bisognava più tosto celerità che forza. Ladislao e per cupidità di regnare, e per desiderio di prender vendetta della morte del padre, con una compagnia di gente eletta andò con gli Ambasciadori ad imbarcarsi a Manfredonia, e con vento prospero navigando arrivò in pochi dì a Zara; ed avendo inviati gli Ambasciadori innanzi per far intendere a' Principi del Regno la sua venuta, di là a pochi dì intese, che il Re Sigismondo era liberato e raccoglieva un grande esercito di Boemi, per la qual cosa ricordevole della morte di suo padre, stette alcuni dì fermo in Zara, consultando quello che avesse a fare. Ma avvenne, che un dì essendo usciti alcuni soldati dalle galee e marinari a coglier uva per le vigne, i cittadini di Zara pigliarono l'arme, e ne uccisero venti, nè bastando ciò, così armati andarono nel palazzo ov'era il Re, e con arroganza barbarica gli dissero, che se egli non volea tener in freno le sue genti, non mancavano a loro nè arme, nè animo di fargli star a segno. Il Re sdegnato di tanta insolenza, cominciò a pensare, quanto doveano essere più efferati gli altri popoli di quel Regno più vicini alla Scizia, ed a' Monti Rifei, poichè quelli di Zara prossimi all'Italia erano tali; e sopra questo sdegno, essendo venuto nuovo avviso, che il Re Sigismondo era entrato in Ungaria col suo esercito, e che quelli della sua parte aveano messo in fuga e dispersi gli altri della parte contraria, deliberò far vendetta de' Zaresi, e lasciar quella impresa pericolosa.
Trattò per tanto con Francesco Cornaro, Lionardo Mocenigo, Antonio Contarino, e Fantino Michele Ambasciadori de' Veneziani, di vendere Zara a quella Signoria, della quale i Zaresi erano acerbissimi nemici, ed essendo la novella di questo trattato giunta a Venezia, quel Senato mandò centomila ducati di oro, e tante genti, quanto bastassero per presidio di quella città, ed il Re Ladislao ne fece loro la consegna. Da poi sdegnato con gli Ungheri, come narra Bonfinio nell'Istorie d'Ungaria, scrisse al Re Sigismondo, scusandosi che non avea egli di sua elezione pigliata quell'impresa, ma da altri chiamato, e per vedere se era volontà di Dio il quale dona e toglie i Regni, ch'egli sedesse nel Trono d'Ungaria: ma avendo conosciuto il contrario, ed esperimentata la natura instabilissima di quella gente, che ogni dì cangiar vorrebbe un nuovo Re, avea deliberato di cedergli, e di offerirsegli ancora buon amico, e amorevole parente, aggiungendo, che non avrebbe potuto fargli maggior piacere, che trattar i traditori com'essi avean cercato di trattar lui; e fatto questo se ne ritornò al Regno. Non è però, che Ladislao, siccome anche dopo la sua morte la Regina Giovanna II e tutti i Re di Napoli loro successori, avessero ne' loro titoli tralasciato quello di _Re d'Ungaria_, ma ne' loro diplomi ed atti s'intitolavano non meno Re di _Sicilia_ e di _Gerusalemme_ che _d'Ungaria_.
§. I. _Spedizione del Re LADISLAO sopra Roma._
La morte di Papa Bonifacio liberò Ladislao da tutte quelle promesse che gli avea fatte, e dal rispetto che gli portava, come suo gran fautore ed amico. Avrebbe questo Pontefice lasciato di se pel suo valore gran nome; ma il soverchio amore, che portava a' suoi, oscurò la di lui fama essendo arrivato, come scrive il Platina, insino a donar a' parenti le indulgenze plenarie, acciocchè le vendessero: questa impietà però ebbe poi molto vicina la punizione, perchè avendo Andrea suo fratello Duca di Spoleto e Giovanni Conte di Sora e di Alvito, fatto avere molte altre Terre a diversi altri suoi parenti, ne furono in brevissimo spazio privati, rimanendo in grandissima povertà.
Rifatto in suo luogo da' Cardinali Cosmato Migliorato da Sulmona Cardinal di Santa Croce che si fece chiamare _Innocenzio VII_ si mostrò poco amico di Ladislao; questi all'incontro poco stimandolo, e vedendosi pacifico possessore del Regno, e non distratto in altra guerra, com'era di natura inquieto e cupido d'imperio e di gloria, deliberò d'insignorirsi di Roma. Il tempo non poteva essere più opportuno; poichè i Romani attediati per lo lungo scisma, e per l'odio che aveano portato al Pontefice Bonifacio, e portavano ad Innocenzio, per molti che ne avea fatto morire, eccitarono nel principio del suo Ponteficato gran turbolenze in Roma: poichè avendogli dimandato, che fosse loro restituita la libertà del Campidoglio e che avesse proccurato togliere lo scisma, Innocenzio sdegnato di tanta insolenza, chiamò Lodovico Marchese della Marca suo nipote, con molta gente per far de' Romani vendetta. Il Popolo si levò a rumore, e chiamò Ladislao in suo soccorso: tosto il Re venne a Roma, onde Innocenzio fu costretto uscire insieme col nipote dalla città e ricovrarsi a Viterbo. Ladislao ottenuta Roma, passò in Perugia, e l'occupò; ma i Romani in un subito rivoltatisi, richiamarono il Pontefice, e le genti del Re furono discacciate da Paolo Orsino. Intesa da Ladislao la leggerezza de' Romani, pien di stizza, lasciando ogni cosa in abbandono, ritornò nel Regno, per ordinare un poderoso esercito e prenderne vendetta; ma mentre il Re era tutto inteso a questa espedizione. Papa Innocenzio a' 6 novembre di quest'anno 1406 se ne passò a miglior vita.
(Prima di morire _Innocenzio_ in quest'istesso anno 1406 nel mese di agosto si stabilì pace tra _Ladislao_ ed _Innocenzio_; l'istromento della quale si legge presso _Lunig_[259]: anzi nell'istesso tempo Papa _Innocenzio_ creò _Ladislao_ difensore della Sede Appostolica e Confaloniere della Chiesa romana, il cui Breve si legge pure presso _Lunig_.[260]).
Il Re di Francia, che tuttavia proseguiva nell'impegno di far cessare lo Scisma, proccurava di non far seguire nuova elezione; ma i Cardinali, che ubbidivano ad Innocenzio, trovatisi in Roma, in vece di sospendere l'elezione, immantenente a' 30 dello stesso mese elessero Angelo Cornaro Veneziano, che prese il nome di _Gregorio XII_. Tutti questi Cardinali prima dell'elezione aveano firmata una scrittura, colla quale s'impegnavano, che colui fra loro che fosse eletto rinunziarebbe il Pontificato, purchè dal canto suo facesse l'istesso Benedetto, e' suoi Cardinali, per proceder poi d'accordo all'elezione d'un legittimo Pontefice. Gregorio XII protestò di esser pronto a rinunziare, se lo stesso avesse fatto il suo Competitore. Il Re di Francia s'impegnò per far riuscire la rinunzia de' Contendenti, ma nè l'uno, nè l'altro aveano intenzione di farla, e la sfuggivano con finte proposizioni d'affettamento. Si convenne alla perfine dall'una, e dall'altra parte di portarsi in Savona per trattare l'unione. Vi andarono Benedetto e' suoi Cardinali, ma Gregorio ancorchè uscito di Roma per andarvi, sfuggiva con varie scuse la conferenza. Di questi imbarazzi approfittossi assai bene Ladislao, poichè quando vide in questo nuovo anno 1407 uscito di Roma il Papa, avendo intanto unito un esercito di quindicimila fanti, s'avviò verso Roma e mandò molte navi cariche di vittovaglie per l'esercito suo, con alcune Galee, che guardassero la foce del Tevere, per non farvi entrar vittovaglia in sussidio di Roma. Era allora in guardia di questa città Paolo Orsino uomo di molta autorità e molto amato e stimato da' Romani per la grande opinione, che si avea del valore suo. Costui con duemila cavalli e co' cittadini abili a maneggiar l'arme si pose a difesa della Patria, e poste ne' luoghi opportuni le guardie necessarie, tolse la speranza al Re di potervi entrare per forza; ma essendo le galee nel Tevere, ed avendo il Re pigliate tutte le castella della Teverina, e facendo con gran diligenza guardare, che per lo fiume non potesse a Roma scendere cos'alcuna da vivere, fu stretto di render se e la città al Re con onorate condizioni, e nel dì di S. Marco 25 aprile di quest'anno 1408 Ladislao entrò come Signore a Roma sotto il Baldacchino di panno d'oro portato da otto Baroni Romani, ed andò per quella sera al Campidoglio.
Il dì seguente un Fiorentino, che tenea il castello di S. Angelo per Papa Gregorio, patteggiò di renderlo, e n'ebbe Quarata, buona Terra in Puglia, e 'l Re passò ad abitar nel palazzo di S. Pietro in Vaticano. Fece Castellano Riccardo di Sangro e Senatore Giannotto Torto Barone di molte Terre in Abruzzo e stette in Roma fin a' 25 di luglio. Ecco come Ladislao si rendesse Signore di Roma. Egli fu il primo, che ai suoi titoli volle anche aggiunger questo di _Re di Roma_: onde è, che leggiamo ne' suoi atti, e diplomi _Rex Romae_, titolo che per l'addietro nè i Goti, nè i Longobardi, nè i Franzesi, ancorchè Re d'Italia, osarono di prenderlo, chi per riverenza, chi per timore degli Imperadori d'Oriente, i quali n'erano i loro Signori.
Ma Ladislao tirato forse, come dice il Costanzo, dall'amor delle donne, non volle più trattenersi in Roma e se ne ritornò in Napoli, ove si trattenne tutta l'està in piaceri e feste; e mentr'egli così lussureggiando trascurava mantenere questo nuovo acquisto, gli venne nuova che Roma era ribellata, perchè Paolo Orsino, parte sdegnato, che avesse anteposto Giannotto a lui nell'Ufficio di Senatore, parte non potendo soffrire, che Giannotto usasse molto rigore contra i Romani senza far conto di lui, indusse il Popolo romano a pigliar l'armi, ed andar al Campidoglio a far prigione il Senatore, ed egli co' suoi ruppe i Capitani del Re, che givano per soccorrer il Senatore, con morte di Francesco di Catania Nobile di Capuana, e di molt'altri buoni soldati, sicchè per tutto fu gridato: _Viva la Chiesa Romana e muojano i Tiranni_; essendosi le genti del Regno ritirate senza far altro contrasto. Di questa nuova sentì il Re grandissimo dispiacere; ma essendo prossimo il verno, non pensò fare per questo anno altro movimento.
§. II. _Concilio convocato a Pisa per torre lo Scisma che ebbe infelice successo._
Mentre queste cose succedevano in Italia, il Re di Francia non tralasciava l'impresa di far rinunziare i due Contendenti, perchè si fosse eletto un legittimo Papa; ma _Gregorio_ non voleva sentir parola di cessione, onde i suoi Cardinali sdegnati per la sua condotta, l'abbandonarono, si portarono in Pisa, e si appellarono delle sentenze ch'e' pronunziò contro di essi al futuro Concilio; ma non per tutto ciò astenevasi Gregorio di continuare i suoi procedimenti contro i medesimi. Dall'altra parte il Re di Francia fece dire a _Benedetto_ che assolutamente voleva ch'e' rinunziasse ed acconsentisse all'unione, altrimenti si sarebbe sottratto dalla sua ubbidienza: ma Benedetto ostinato non men che Gregorio, stese subito una Bolla fulminante contro la sottrazione e la inviò in Francia. Vi fu mal ricevuta, e coloro che l'avevano portata furono arrestati ed ignominiosamente trattati; la Bolla fu lacerata ed in Francia fu pubblicata la neutralità. _Benedetto_ ch'era in Avignone si ritirò in Aragona. _Gregorio_ per dimostrare che non era per lui mancata l'unione, cominciò a discolparsi, e scrisse una lettera circolare, imputando a _Benedetto_ la cagione perchè l'unione non fosse stata conchiusa, e convocò un Concilio in _Aquileja_. Benedetto che s'era ritirato in Aragona, fece la stessa protestazione, ed adunò un altro Concilio in _Elba_ vicino a Perpignano. I Cardinali dell'uno e dell'altro partito, vedendo che per questa divisione parea che la Chiesa di Dio stesse senza Papa, perchè si faceva poco conto dell'uno e meno dell'altro, e lo Stato della Chiesa era occupato da diversi Tiranni, avuta fra loro secreta intelligenza, convocarono ancor essi un altro Concilio in _Pisa_. Così in quest'anno 1408 tre Concilj furon convocati il primo in _Perpignano_ dalla Bolla di _Benedetto_ che fu il più sollecito di tutti: il secondo in _Aquileja_ dalla Bolla di _Gregorio_ spedita a' 2 di luglio, per la quale s'intimava l'apertura del Concilio per la Pentecoste dell'anno seguente; ed il terzo in _Pisa_ dalle lettere de' Cardinali d'amendue i partiti spedite in Livorno il dì 26 giugno, per le quali s'intimava l'apertura del Concilio a Pisa per lo dì 26 marzo dell'anno seguente. _Benedetto_ fu il più sollecito, e fece cominciare il suo Concilio il primo di novembre. Vi si trovarono i Vescovi di Castiglia, di Aragona, di Navarra, e molti altri Prelati di Francia, di Guascogna e di Savoja in numero di 120 senza comprendere i quattro Arcivescovi onorati con titolo di Patriarchi. Quando si venne al punto dello scisma, i Vescovi per la maggior parte si ritirarono da Perpignano, e 'l Concilio si restrinse al numero di 18, i quali riconobbero _Benedetto_ per legittimo Papa; lo consigliarono però di proccurare l'union della Chiesa per via di rinunzia, in caso che il Competitore rinunziasse o venisse a morte, ovvero fosse deposto; e d'inviar Legati a' Cardinali ch'erano in Pisa con piena potestà di stabilire il trattato.
Mentre ciò facevasi in Perpignano, i Cardinali dei due Collegi pensavano con serietà ad impegnar tutti i Principi a riconoscere il lor Concilio e ad approvare quanto avessero fatto. Aprirono dunque il Concilio il dì 25 marzo dell'anno 1409 giorno prefisso per l'apertura. Primieramente il Concilio citò Pietro di Luna ed Angelo Cornaro, che si dicevano Papi, e non essendo comparito alcuno, il Concilio gli dichiarò contumaci. Pronunziò, che il Collegio de' Cardinali unito avea potuto convocare il Concilio, e che il Concilio generale poteva procedere ad una sentenza diffinitiva. Comandò poi la sottrazione d'ubbidienza a' due pretesi Papi: ed infine dopo aver prese le informazioni sopra la loro condotta, gli dichiarò decaduti dal diritto che pretendevano al Pontificato, e gli depose con deffinitiva sentenza. I due Collegi de' Cardinali procedettero poi all'elezione d'un legittimo Pontefice, secondo il decreto del Concilio, ed elessero Pietro Filargio di Candia, nomato il Cardinal di Milano, dell'Ordine de' Frati Minori che prese il nome di _Alessandro V_. Egli presedette alle sessioni seguenti del Concilio che terminò il dì 7 agosto di quest'anno 1409. Era composto di 22 Cardinali, di 4 Patriarchi, e di 12 Arcivescovi, di 67 Vescovi in persona, di 75 Deputati, d'un grandissimo numero d'Abati, di Generali, di Procuratori d'Ordini, di Deputati de' Capitoli, e di 67 Ambasciadori di Re e d'altri Principi sovrani.
Alessandro V riputato dalla maggior parte de' Principi d'Europa per vero e legittimo Pontefice, ancorchè fosse Frate de' zoccoli, era stato molti anni Arcivescovo di Milano, e poi fatto Cardinale da Papa Innocenzio VII avea non poca esperienza delle cose del Mondo, onde presa ch'ebbe la corona voltò subito il pensiero a riporre la Sede Appostolica nel suo primiero stato e riputazione; e vedendo gli apparati del Re Ladislao, i quali eran tutti indrizzati per impadronirsi di Roma e del suo Stato, fece lega con i Fiorentini; a' quali era già resa sospetta la grandezza e l'animo di Ladislao; ed essendo favorito anche dalla Francia che lo riconobbe per vero Papa, mandò ivi a chiamar Re Luigi per opporlo a Ladislao, ed intrigarlo in una nuova guerra, acciocchè dovendo badar poi a' propri mali, non potesse pensare ad inquietare lo Stato della Chiesa romana.