Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6
Part 16
I Napoletani, vedendo questi prosperi successi del Re Ladislao, mandarono Baldassar Cossa, che poi fu Cardinale e Papa, a Re Luigi in Provenza, a dirgli che le cose comuni stavano in gran pericolo, ed ogni dì andavano peggiorando, per la gran superbia di Monsignor di Mongioja, che avea alienati gli animi di tutti i Baroni e più degli altri, de' Sanseverineschi, i quali tenean tutte l'armi e le forze del Regno, e ch'era necessario che venisse; poichè delle quattro parti del Regno, a quel tempo, tre n'erano sue, che col venire avrebbe mantenute in fede, e tolta la discordia tra' Ministri, poteva sperar in breve cacciar i nemici, ed ottener tutt'il Regno. Per questo ed a persuasione ancora di Papa Clemente, il Re Luigi, il quale nell'anno precedente era stato in presenza del Re di Francia solennemente coronato Re di Sicilia in Avignone[254],[255] raunati venti legni da remo, tra galee e fuste e tre navi grosse, nel mese di luglio si imbarcò in Marsiglia, ed a' 14 d'agosto giunse a vista di Napoli, dove levatasi una grandissima burrasca, a fatica con la galea capitana verso il tardi s'appressò a terra, e scese su 'l ponte ch'era apparecchiato nella foce del fiume Sebeto, ove trovò un numero grande di Nobili e di Popolo con alcuni Baroni, che a quel tempo erano in Napoli, che 'l ricevettero con applauso grandissimo, e cavalcando cominciò a camminare verso Formello, dove trovò gli Eletti di Napoli che gli presentarono le chiavi della città: arrivato avanti la porta, fu ricevuto da otto Cavalieri sotto il baldacchino di drappo ad oro, e passando per gli Seggi della città, creò Cavalieri molti giovani nobili, ed assai tardi tornò al castel di Capuana, avendo colla sua presenza soddisfatto molto a tutta la città, perch'era di bello aspetto, ed atto a conciliarsi l'aura popolare, e che a molti segni mostrava clemenza ed umanità. Il dì seguente tutti cinque i Seggi confermarono il giuramento dell'omaggio, fatto in mano di Tommaso Sanseverino allora Vicerè, e poi giurarono i mercatanti ed il Popolo. Cominciarono poi a venire i Baroni, ed i primi furono il Conte d'Ariano di casa Sabrano, Marino Zurlo Conte di S. Angelo, Giovanni di Luxemburgo Conte di Conversano, Pietro Sanframondo Conte di Cerreto, Corrado Malatacca ed altri Signori ed alcuni altri Capi di squadre stranieri che possedevano alcune castella in Regno. Questi condussero più di 1100 cavalli. Ma appresso vennero i Sanseverineschi, che vinsero tutti gli altri di splendidezza, di numero e di qualità di genti; poichè condussero con loro 1080 cavalli tutti in arnese, come se andassero a far giornata, perchè vollero mostrare al nuovo Re, quanto fosse importato alla sua Corona, e quanto potrebbe importare la potenza loro che parve cosa superbissima. Questi furono Tommaso Gran Contestabile, il Duca di Venosa, il Conte di Terra nuova, il Conte di Melito, il Conte di Lauria della medesima casa; venne poi Ugo Sanseverino d'Otranto con Gaspare Conte di Matera ed altri Sanseverineschi, che avean le Terre in quelle province; appresso a costoro vennero i Signori di Gesualdo, Luigi della Magna Conte di Boccino, Mattia di Borgenza, Carlo di Lagni, ed altri Baroni di minor fortuna. Ma d'Apruzzo venne solo Ramondaccio Caldora con alcuni altri di quella famiglia; poichè gli altri ubbidivano tutti al Re Ladislao.
Non voglio tralasciare ciocchè quel gravissimo Istorico Angelo di Costanzo lasciò scritto, in considerando la condizione di questi tempi, paragonandogli coll'età, nella quale compilò la sua Istoria, cioè sotto il Regno di Filippo II, che servirà per maggior nostra confusione e scorno; poichè se questo grave istorico in cotal maniera favella, paragonando que' tempi alla sua età; che dovremo dir noi de' nostri, ne' quali senza paragone i lussi sono infinitamente cresciuti? E' dice che vedendo ne' suoi tempi in ogni altra cosa felicissimi, e Napoli tanto abbondante di Cavalieri illustri, ed atti all'armi, ed all'incontro la difficoltà, che saria di porre in ordine una giostra; e l'impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d'arme di corsieri grossi simili a quelli: stava quasi per non credere a se stesso questo ch'egli scriveva, di tanto numero di cavalli, ancorchè sapesse ch'era verissimo; ed oltrechè l'avea trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l'avea anche veduto ne' registri di que' Re che gli pagavano. Ma tutto ciò, ei dice, dee attribuirsi al variar de' tempi che fanno ancora variare i costumi. Allora per le guerre ogni picciolo Barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere, per timore di non esser cacciato di casa da qualche vicino più potente; ed in Napoli i Nobili vivendo con gran parsimonia, non attendeano ad altro che a star bene a cavallo e bene in armi: s'astenevano d'ogni altra comodità: non si edificava, non si spendeva a paramenti, nelle tavole de' Principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva con molta pompa, tutte l'entrate consumavansi a pagar valent'uomini, ed a nudrir cavalli. Or per la lunga pace, s'è voltato ognuno alla magnificenza nell'edificare, ed alla splendidezza e comodità del vivere; e si vide la casa, che fu del Gran Siniscalco Caracciolo, il quale fu quasi assoluto padrone del Regno a' tempi di Giovanna II, che essendo venuta in mano di persone, senza comparazione di stato e di condizione inferiore a lui, aggrandita di nuove fabbriche, non bastando a costoro quell'ospizio, ove con tanta invidia abitava colui, che a sua volontà dava e toglieva le Signorie e gli Stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo; poichè già è noto, che molti Signori ne' paramenti d'un paio di camere, hanno speso quello che avria bastato a mantener 200 cavalli per un anno; ed avendo il Costanzo parlato della magnificenza de' Principi, con questo esempio non lascerò di dire anche de' privati, ch'erasi veduto di cinque case di Cavalieri nobilissimi essersene fatta una di un cittadino artista. Tal che si può credere per certo, che se fosse noto agli antichi nostri questo presente modo di vivere, si maraviglierebbono essi, non meno di quel che facciam noi di loro.
Se Angelo di Costanzo, che scrisse nel Regno di Filippo II si maravigliava che ad un semplice artista non bastavano cinque case di Nobili per farne una: che direbbe ora in veggendo che non bastano agli abitatori tutti quegli ampj ed immensi edificj, che, come tante altre nuove città, si sono aggiunti all'antica? e che direbbe se vedesse le tante pompe e fasti di quest'ultima nostra etade, i quali consumano in cotal guisa le rendite, che senza difficoltà si potrebbe mettere in piede una compagnia di cento cavalli? Ma lasciando al giudizio de' Lettori, se sia più laudabile attendere alle arme ed a' cavalli ed agli esercizi d'un rigido ed inclemente Marte, ovvero agli agi ed alla comodità del vivere, ritorneremo là donde siam dipartiti.
Dappoichè il Re Luigi ebbe ricevuto il giuramento dell'omaggio da tutti gli ordini della città e del Regno, fece convocare un Parlamento a Santa Chiara, nel quale Ugo Sanseverino Gran Protonotario del Regno propose, che si dovessero donare al Re mille uomini d'arme, e dieci galee pagate dal Baronaggio e da' Popoli a guerra finita, il che fu subito con gran volontà conchiuso e con grandissimo piacere del Re, perchè trovandosi la Francia a quel tempo afflitta, per le guerre degl'Inglesi, poca utilità traeva dal Contado di Provenza e dal Ducato d'Angiò. Luigi per tanto con buon consiglio cominciò a fornirsi la casa di nobili napoletani e del Regno, ordinando a tutti onorate pensioni, e con questo parve che alleggerisse il peso insolito e nuovamente imposto al Regno, ed acquistò in Napoli gran benevolenza.
Mentre in Napoli e nell'altre parti del Regno si facevan queste cose, la Regina Margarita fece chiamare tutt'i Baroni del suo partito, e mandò a soldare il Conte Alberigo di Cunio, desiderando di tentar la fortuna della guerra, avendo acquistata forza, e dalla dote della nuora, e dal favor del Papa. Convennero subito a Gaeta Giacomo di Marzano Duca di Sessa e Grande Ammirante del Regno, Goffredo suo fratello Conte d'Alifi e Gran Camerlengo, il Conte Alberigo Gran Contestabile, Cecco del Borgo Marchese di Pescara, Gentile d'Acquaviva Conte di S. Valentino, Berardo d'Aquino Conte di Loreto, Luigi di Capua Conte d'Altavilla, Giovanni d'Atrezzo Milanese Conte di Trivento, Giacomo Stendardo, Cola e Cristofano Gaetani, Gurrello e Malizia Carafa fratelli, Gurrello Origlia, Salvatore Zurlo, Florido Latro ed Onofrio Pesce, e trattarono da che parte si dovea incominciare a guerreggiare. Fu risoluto, che si andasse a debellare i Sanseverineschi, che teneano le lor genti disperse per diversi luoghi: e quindi attaccatisi varj fatti d'arme, finalmente i Sanseverineschi ne riportarono vittoria. Per la qual cosa il Castellano di S. Eramo Renzo Pagano, che si teneva ancora per Re Ladislao, avendo intesa questa vittoria, venne in pratica di render il castello al Re Luigi, e seppe ben farlo pagare a caro prezzo, perchè n'ebbe la Bagliva di S. Paolo, l'Ufficio di Giustiziere degli Scolari, la gabella della falanga e la gabella della farina. Ma Andrea Mormile Castellano del Castel Nuovo per molte offerte e grandi, che gli furono fatte, non volle mai rendersi, finchè non fu vinto da estrema necessità, e si rendette senz'altro premio, che la salute sua e dei compagni; e fu dal Re Luigi, quando entrò nel castello, sommamente lodato, non essendovisi trovato da vivere, che per un solo dì. Martuccio Bonifacio Governadore del castello dell'Uovo, ancor egli non potendo più resistere, si rendè con onorati patti. Per così prosperi successi si fecero gran segni d'allegrezza per tutta la città, perchè pareva a tutti, che la guerra fosse finita, nè avendosi nè danno, nè impedimento alcuno, come fino a quel dì aveano avuto dalle castella; e viveasi in Napoli con molta contentezza e benevolenza verso il Re Luigi.
CAPITOLO V.
_Divorzio del Re LADISLAO colla Regina COSTANZA, e suoi progressi nell'impresa del Regno, che finalmente ritorna sotto il suo dominio._
Il Regno stette alquanti mesi quieto, concedendogli pace, dall'una parte la povertà del Re Ladislao, dall'altra la natura pacifica del Re Luigi. Ma in questo tempo nell'isola di Sicilia succedettero gran movimenti, perchè mancata la linea maschile, per la morte di Federico III, quel Regno era venuto in mano di _Maria_ picciola fanciulla del morto Re d'Aragona, la quale nell'anno 1386 fu da' Baroni Siciliani collocata in matrimonio a Martino figliuolo del Duca di Monblanco, ch'era fratello di Giovanni Re d'Aragona e fu chiamato _Re Martino_. Questi venendo nell'anno 1390 insieme col padre in Sicilia con una buona armata, e giungendo a quel punto, che morì Manfredi di Chiaramonte, agevolmente ricovrò Palermo, e tutte l'altre Terre occupate da Manfredi; e nacque fama, che 'l Duca di Monblanco padre del Re avesse pratica amorosa con la vedova moglie di Manfredi. La Regina Margarita in Gaeta, o mossa da questa fama per istudio d'onore, o per avere speranza, dando altra moglie al Re suo figliuolo, di aver danari per rinovar la guerra, persuase al medesimo, ch'essendo cosa indegna del sangue e del grado suo, aver per moglie la figlia della concubina d'un Catalano, andasse al Papa, e cercasse d'ottener dispensa di separar il matrimonio; poichè prendendo altra moglie potrebbe aver dote e favore. Il Re per la poca età più inclinato all'ubbidienza della madre, che all'amor della moglie, cavalcò a Roma, dove fu onorevolmente, e con molte dimostrazioni d'amore ricevuto da Papa _Bonifacio_, ed ottenne non solo la dispensa del divorzio, ma ajuto di buona quantità di danari, per poter rinovar la guerra. Il Papa con nuovo esempio mandò con lui il Vescovo di Gaeta, che celebrasse l'atto del divorzio; e la prima domenica, che seguì dopo il ritorno del Re nel Vescovado di Gaeta, quando il Re fu venuto con la moglie, la quale credea di venir solamente al sacrificio della messa; il Vescovo avanti a tutt'il popolo lesse la Bolla della dispensa, e mosso dall'altare andò a pigliar l'anello della fede dalla Regina Costanza, e lo restituì al Re: e l'infelice Regina fu condotta con una donna vecchia e due donzelle ad una casa privata, posta in ordine a quest'effetto, ove per modo di limosina le veniva dalla Corte il mangiare per lei e per quelle che la servivano; nè fu in Gaeta, nè per lo Regno persona tanto affezionata alla Regina Margarita, che non biasimasse un atto tanto crudele ed inumano, e misto di viltà e d'ingratitudine, che avendola con sommissione cercata al padre pochi anni prima, in tempo della necessità loro, ed avutane tanta dote, l'avesse poi il Re ingiustamente ripudiata, a tempo che la casa e' parenti di lei eran caduti in tanta calamità, che si dovea credere, ch'ella più tosto come Regina potesse ricevergli e sollevargli, che ritornarsene a loro priva della corona e della dote; ma molto maggior odio si concitò contro Papa _Bonifacio_, per aver dispensato a tal divorzio per ambizione e particolari suoi disegni.
Fatto questo, il Re Ladislao comandò, che la seguente primavera tutti i Baroni si trovassero al piano di Trajetto, perchè essendo già in età di armarsi volea proceder contro a' nemici; ma per la rotta avuta l'anno avanti, stavano tutti i Baroni così mal provveduti, che passò tutt'il mese di giugno innanzi che fossero in ordine, ed appena al fin di luglio si trovarono tutti sotto Trajetto, accampati alla riva del Garigliano: e lasciate ivi le genti, i Baroni vennero in Gaeta a trovare il Re, con cui avendo tenuto parlamento di quello, che fosse da farsi, dopo molti discorsi fu conchiuso che a questa cavalcata non si facesse altra impresa che andare sopra l'Aquila, la quale sola tra le Terre d'Apruzzo mantenea pertinacemente la bandiera angioina; perchè da quella città, ch'era assai ricca, s'avrebbe potuto cavar tanto che nell'anno seguente accrescendo l'esercito, si sarebbero potuto mettere ad impresa maggiore, giacchè non trovavasi allora il Re avere più che 300 cavalli e 1600 fanti. Con questa deliberazione all'ultimo di luglio di quest'anno 1393 il giovine Re armato tutto fuor che la testa, scese insieme colla Regina Margarita al Vescovado alla Messa; e come l'ebbe udita, baciate le mani alla madre che lo benedisse, e con molte lagrime lo raccomandò a' Baroni, cavalcò arditamente sopra un cavallo di guerra bardato, e Cecco del Borgo Marchese di Pescara andò a porgergli il bastone, e gli disse: _Serenissimo Re, pigli V. M. il bastone che indegnamente ho tenuto in suo nome molti anni, e priego Iddio che come oggi glielo rendo, così possa ponergli in mano tutti i ribelli ed avversarj suoi._ Il Re prese il bastone, e licenziatosi un'altra volta dalla madre, salutando tutti i circostanti, si partì assai desideroso di gloria, tutto disposto a magnanime imprese, tra mille benedizioni del Popolo, che ad alta voce pregava Iddio che gli desse vita e vittoria. Giunto al Campo, la mattina seguente cavalcò con tutto l'esercito, contra il Conte di Sora, e 'l Conte d'Avito amendue di casa Cantelmo, togliendo lo Stato all'uno ed all'altro, perchè non aveano ubbidito all'ordine del Re, ed erano sospetti di tener pratica di passar, dalla parte di Re Luigi. Poi per lo Contado di Celano entrò in Apruzzo, ove fu gran concorso di genti che correan per vederlo e presentarlo, e fuvvi un gran numero di giovani paesani che invaghiti della presenza del Re, si posero a seguir l'esercito a piede ed a cavallo come avventurieri. Gli Aquilani avendo inteso che il Re verrebbe contro di loro, aveano ancora mandato al Re Luigi per soccorso, il quale, benchè avesse promesso di mandarlo, non potea però essere a tempo, perchè bisognava raunar le genti de' Sanseverineschi, ch'erano disperse per più province; onde accomodarono i fatti loro, come poterono il meglio, e pagando quattromila ducati per vietare il sacco ed altre ostilità militari, si rendettero a Ladislao. Avendo questo Principe pigliato spirito per questi primi successi, andò contra Rinaldo Ursino Conte di Manupello, il quale in pochi dì con tutto lo Stato venne in mano del Re. I Caldori si salvarono tutti nel castello di Palena, ed il Re non volendo perder tempo ad espugnargli, se ne scese per la strada dal Contado di Molise, e se ne ritornò a Gaeta, ricco di molte prede e di gran quantità di danari, avuti parte in dono, parte di taglie dalle Terre e da' Baroni contumaci, e diede licenza a tutti i Baroni che ritornassero al loro paese, dicendo loro che stessero in punto per la seguente Primavera. Ma la grave infermità che sopravvenne a Ladislao, mentre già posto in ordine in questo seguente anno 1394 erasi avviato verso Napoli, frastornò i suoi disegni: poichè come fu giunto a Capoa, s'ammalò sì gravemente che per tutto il Regno si sparse fama che fosse morto, e fosse stato avvelenato: pure con grandissimi rimedi guarì, ma restò per tutto il tempo della sua vita balbuziente, onde si differì l'impresa di Napoli e tornossene a Gaeta. Vi fu intanto qualche trattato di pace fra lui e 'l Re Luigi, ma niente fu conchiuso; poichè fu fama che alla poca volontà di Ladislao si aggiungesse anche il consiglio di Papa Bonifacio, perchè non la facesse. Fu perciò con maggiore ardore rinovata la guerra; dal Re Luigi fu investita Aversa, che si teneva per Ladislao, ma la fede degli Aversani, ed il pronto soccorso di Ladislao renderon vani gli sforzi di Luigi: Ladislao liberato dall'obbligo di soccorrere Aversa, andò in Roma a trovar il Papa, da cui sperava d'esser sovvenuto per l'anno avvenire. Fu da Bonifacio onorato e caramente accolto, e molto più ben veduto questa seconda volta: si trattò del modo che si avea da tener in proseguir la guerra; e fu conchiuso che il Papa dasse al Re venticinquemila fiorini, ed il Re all'incontro donò a' fratelli il Contado di Sora e di Alvito, del quale avea spogliato i Cantelmi e la Baronia di Montefuscolo, e molte altre buone Terre, con molta soddisfazione e contentezza di Bonifacio: perchè benchè due anni innanzi Ladislao gli avesse donato il Ducato d'Amalfi e la Baronia d'Angri e di Gragnano, non aveano però potuto averne il possesso, perchè il Ducato era stato occupato da' Sanseverineschi e la Baronia, dopo la morte di Pietro della Corona, Re Luigi l'avea conceduta a Giacomo Zurlo. Con questo esempio alcuni Cardinali più ricchi sovvennero il Re di danari, volendo promesse di terre e di castella per loro parenti, che allora erano possedute da' nemici ed il Re ne fece loro l'investiture. Con questi denari, e con larghe promesse del Papa, Ladislao partì di Roma, ed a' 19 novembre di quest'anno 1394 tornò a Gaeta con gran riputazione, perchè coloro ch'erano stati con lui avean divulgato che i danari che il Re avea avuti dal Papa, fossero assai più di quelli che erano in effetto.
Dall'altra parte il Re Luigi, subito ch'ebbe avviso di questi apparati, mandò Bernabò Sanseverino in Avignone a Papa Clemente a dirgli i grandi aiuti che dava Bonifacio al Re Ladislao, ed a cercargli soccorso, già che per la primavera seguente aspettava guerra gagliardissima per terra e per mare. Ottenne per allora Bernabò da Clemente, che soldasse sei galee e di più una quantità di danari. E questi furono gli ultimi soccorsi che potè dargli; imperocchè questo Papa essendosi impegnato di parola col Re di Francia, il quale studiavasi di toglier lo scisma, di voler entrare in qualche trattato, per proccurare anch'egli la pace della Chiesa; ed avendo l'Università di Parigi dato il suo parere sopra i mezzi più acconci per farlo cessare e proposta la via di un compromesso, quella della cessione de' due contendenti e la convocazione di un general Concilio: Clemente restò molto sorpreso da cotali proposizioni, e tanto più quando seppe, che i suoi Cardinali le riputavano giuste; ciocchè gli cagionò tanta afflizione che ne morì il dì 16 settembre di questo istesso anno 1394[256]. Ma non perciò finì lo scisma: i Cardinali, ch'erano in Avignone, tosto vennero mal grado del Re di Francia all'elezione del nuovo Papa, ed elessero il dì 28 dello stesso mese Pietro di Luna Aragonese Cardinal Diacono del titolo di S. Maria, che fu nomato _Benedetto XIII_. Questi non meno che 'l suo predecessore, mostrò subito grandissima inclinazione d'aiutare il Re Luigi; e perchè il Governadore di Provenza avea spedite a questo Principe tre galee di nuovo armate con alcuni denari, mandò esso ancora quindicimila altri ducati. Fu per tanto con maggior contenzione da amendue i Re, invigoriti da questi soccorsi d'amendue i Papi, rinovata la guerra, che Ladislao avea portata insino alle porte di Napoli. Ma il valore di questo Principe, ed il favore di Papa Bonifacio, che come in quella interessato insieme co' suoi fratelli non cessava di dargli continui e validi aiuti; ed all'incontro l'animo del Re Luigi più atto agli studi della pace, che all'esercizio della guerra; i rari e piccioli soccorsi, che gli venivano dalla Francia e la poca speranza d'averne maggiori, fecero, che il G. Contestabile del Regno Tommaso Sanseverino riflettesse al pericolo del Re Luigi, e per conseguenza alla irreparabile sua ruina e di tutta la famiglia, se non vi dava provvedimento, persuase perciò al Re, che poichè non potevano secondo si conveniva fortificar la parte loro, volessero fare ogni opera d'indebolire quella degli avversari, aggiungendo, che avea pensato di alienare il Duca di Sessa dal Re Ladislao; il che credea che venisse fatto, quando ci si disponesse di mandar a chiedere per moglie la figlia del Duca, perchè credea, che il Duca avrebbe anteposto un tanto splendor di casa sua, facendo la figlia Regina, all'amor che portava al Re Ladislao. Il Re perch'era di natura pieghevole, lodò il pensiero, e col parere di tutto il Consiglio mandò Ugo Sanseverino a trattar il matrimonio, il quale in pochi dì, parte coll'autorità sua ch'era grande, parte coll'aiuto della Duchessa, ch'era di casa Sanseverina, ambiziosissima, e desiderava farsi madre di Regina, e parte perchè il Duca si era ancor egli lasciato trasportare dal vento di tanta ambizione, conchiuse il matrimonio, e se ne ritornò in Napoli; e Luigi mandò subito Monsignor di Mongioia con doni reali a visitar la sposa, chiamandola nelle lettere _Regina Maria_. Papa Bonifacio, che con molto dispiacere avea intesa questa parentela ed alienazione del Duca, mandò Giovanni Tomacello suo fratello a tentare di farlo ritornare alla divozione del Re Ladislao: ma frapostovi molti impedimenti, non si potè allora far niente, dando il Duca sole parole, senza vedersene alcuno effetto: finalmente il Re Ladislao, vedendo la freddezza del Re Luigi, cavalcò contro il Duca di Sessa; ma Papa Bonifacio, che desiderava questa riunione, la quale avrebbe potuto più prestamente ridurre il Regno tutto alla divozione di Ladislao, mandò di nuovo Giovanni a trattar la pace, ed a persuadere al Re, che la facesse, siccome dopo cinque mesi fu fatta, con patto, che il Re ricevesse in grazia il Duca ed il fratello, e che gli rendesse le Terre tolte, e che quelli assicurati dal Papa andassero a giurar di nuovo al Re omaggio. Con questo trattato e riconciliamento furon anche disturbate le nozze di sua figliuola Maria, le quali rimasero senza effetto; e benchè poi si maritasse con altri, sempre però volle ritenere il titolo di _Regina_ datole da Luigi, quando la mandò a presentare.