Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6

Part 10

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Dall'altra parte, a questi tempi del Re Luigi di Taranto, si vide dependente e tributario de' Re di Napoli, secondo le riferite condizioni di questa pace; ma tali condizioni non furono mai adempite, nè ebbero alcuna esecuzione; poichè se bene in un diploma rapportato da Inveges[193] di Gregorio XI del 1373 spedito poco da poi conchiusa questa pace, fosse nominato il Regno di Napoli col nome di Regno di Sicilia, e quello di Sicilia, col nome di Trinacria, nulladimanco niuno de' Re di quell'isola ne' loro diplomi s'intitolarono _Re di Trinacria_, ma di Sicilia _ultra Pharum_, chiamando il Regno napoletano Sicilia _citra Pharum_, come si legge ne diplomi di Martino e degli altri Re di Sicilia suoi successori. Ed essendosi questi due Regni da poi uniti nella persona d'Alfonso I d'Aragona, egli fu il primo, che cominciò a intitolarsi _Re dell'una_ e _l'altra Sicilia_. Nè si legge essersi riconosciuto quel Regno da' Re di Napoli, e che nel dì statuito di S. Pietro si fossero mai pagate per tributo le 3000 once d'oro, nè pagati i cento uomini d'armi e le dieci galee armate, convenute nelle Capitolazioni sudette; poichè i Re di Napoli, insino ad Alfonso I d'Aragona, furono in tante guerre distratti e per tante rivoluzioni interne del Regno agitati, che non poterono pensare ad altro, che alla propria loro salute e alla conservazione del proprio Regno, come diremo.

Terminata in cotal guisa la guerra di Sicilia, e ripressi i moti intestini del nostro Regno, ritornò a godersi la quiete; ma non durò guari, poichè nell'anno 1362 ammalatosi di febbre acutissima Re Luigi venne a morte, non avendo più che 42 anni. Fu questo Principe bellissimo di corpo e d'animo, e non meno savio, che valoroso; ma fu poco felice nelle sue imprese, perocchè ritrovandosi il Regno travagliato ed impoverito per tante guerre e per tante dissensioni, non ebbe luogo, nè occasione dì adoperare il suo valore, massimamente nell'impresa di Sicilia.

Narra Matteo Palmerio nella vita del Gran Siniscalco Acciajoli, che _Innocenzio VI_ successore di Clemente s'era offeso e grandemente crucciato col Re Luigi, perchè non gli pagava il solito censo; e perciò il Re mandò Ambasciadori in Avignone per placarlo, e questi furono l'Acciajoli e l'Arcivescovo di Napoli Giovanni; ed il Bzovio aggiunge, che a Bertrando successor di Giovanni fu data facoltà da Innocenzio VI d'assolvere il Re Luigi _in articulo mortis dalla scomunica ob non solutum Romanae Ecclesiae censum_[194]. Regnò Luigi cinque anni prima che fosse coronato, e dieci dopo l'incoronazione. Fu mandato il suo cadavere nel Monastero di Monte Vergine presso Avellino 20 miglia lontano da Napoli, e fu sepolto appresso la sepoltura dell'Imperadrice Margherita sua madre, ove ancor oggi si addita il suo tumulo sostenuto da otto colonne colla sola sua effigie, senza iscrizione. Non lasciò figliuoli, perchè due femmine, che procreò con la Regina Giovanna, morirono in fascia.

Morì non molto tempo da poi in Napoli il Principe di Taranto, e fu sepolto nella chiesa di S. Giorgio maggiore, e lasciò erede del Principato e del titolo dell'imperio Filippo suo fratello terzogenito[195]. Questo Principe poco innanzi avea tolto per moglie Maria sorella della Regina, la quale poco da poi morì; onde tolse la seconda moglie, che fu Elisabetta figliuola di Stefano Re di Polonia, colla quale visse fin al 1368, anno della sua morte[196]. Morì egli in Taranto ove giace sepolto, nè lasciò di se figli, onde lasciò il Principato di Taranto, con il titolo dell'Imperio a Giacomo del Balzo figliuolo di Margarita sua sorella e di Francesco Duca d'Andria. Morì ancora Luigi di Durazzo Conte di Gravina e di Morcone, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Croce, appresso il sepolcro della Regina Sancia, il quale lasciò un figliuolo chiamato Carlo, che, come si dirà, fu poi Re di Napoli, e poco appresso morì in Francia Roberto Principe della Morea, fratello del Conte, amendue figliuoli di Giovanni Duca di Durazzo; onde con esempio notabilissimo della fragilità delle cose umane, di così numerosa progenie del Re Carlo II non rimase altro maschio, che Lodovico Re d'Ungaria e Carlo di Durazzo nel Regno di Napoli, figliuolo del già detto Luigi di Durazzo. E non guari da poi si vide perduto tutto ciò, che questa progenie possedeva in Grecia; poichè ritenendosi per anche Corfù e Durazzo, avendo la Regina Margarita moglie del Re Carlo di Durazzo (mentre suo marito era in Ungaria, ed ella governava) fatta pigliare una nave de' Veneziani, nè volendola restituire, ma ritenendosela con tutte le mercatanzie che vi erano di molta valuta, diede occasione a' Veneziani, che dopo la morte del Re, con questa scusa occupassero il Ducato di Durazzo, nel quale finì di perdersi quanto la linea di Re Carlo I avea posseduto in Grecia[197].

CAPITOLO III.

_Altre nozze della Regina GIOVANNA, e ribellione del Duca d'Andria._

Rimasa vedova la Regina del Re Luigi di Taranto, perchè nel governo del Regno non s'intrigassero i Reali di Napoli, tanto i Napoletani, quanto i Baroni desideravano, ch'ella sola governasse, e perciò per mezzo di coloro, ch'erano più intimi nella Corte della Regina, cominciarono a confortarla, che volesse subito pigliar marito, non solo per sostegno dell'autorità sua reale, ma ancora per far pruova di lasciare successori per quiete del Regno; e così fu tosto destinato per suo marito l'Infante di Majorica, chiamato Giacomo d'Aragona, giovane bello e valoroso; onde parea ch'essendo anche la Regina d'età di 36 anni, si potesse ragionevolmente sperare ch'avessero insieme a far figliuoli, e conchiuso il matrimonio, venne lo sposo sulle Galee in Napoli in quest'anno 1363 e fu da' cittadini ricevuto come Re. Sposò egli la Regina, e da lei fu creato Duca di Calabria: ma l'avversa fortuna del Regno non volle; poichè questo matrimonio fu poco felice, perchè guerreggiando il Re di Majorica con quello d'Aragona suo cugino per lo Contado di Rossiglione, e di Cerritania, volle il nuovo marito della Regina andare a servire il padre in quelle guerre, ove prima fu fatto prigione, e poi riscosso dalla Regina, e tornandovi la seconda volta vi morì. Restò molti anni la Regina in veduità, e governò con tanta prudenza, che acquistò nome della più savia Reina, che sedesse mai in Sede reale; per la qual cosa quasi risoluta di non tentare più la fortuna con altri mariti, cominciò a pensare di stabilirsi successore nel Regno. Si aveva ella allevata in Corte Margarita, figliuola ultima del Duca di Durazzo e di Maria sua sorella; e questa pensò di dare a Carlo di Durazzo con dispensazione appostolica, poichè erano tra di loro fratelli cugini; ma questo suo pensiere fu per qualche tempo impedito, perchè avendo il Re d'Ungaria guerra con i Veneziani, mandò a chiamare Carlo di Durazzo dal Regno di Napoli, che avesse a servirlo in quella guerra. Questi ancor che fosse molto giovane, andò con una fioritissima compagnia di Cavalieri, e servì là molti anni; il che fece stare sospeso l'animo della Regina, sospettando, che nel cuore del Re d'Ungaria fossero rimaste tante reliquie dell'odio antico, che bastassero a far ribellare da lei Carlo; però al fine, come si dirà poi, riuscì pure la deliberazione fatta di tal matrimonio, dal quale per altra via ne seguì la rovina sua.

Ma dall'altra parte, parendo ad ogni uomo di potere agevolmente opprimere una donna, rimasta così sola col peso del governo d'un Regno tanto grande e di sì feroci province, se mancavano ora i Reali di perturbarlo, non mancarono i vicini ed i più potenti Baroni di quello. Fu turbato prima da Ambrosio Visconte figliuolo bastardo di Bernabò Signore di Milano, il quale entrato nel Regno per la via d'Apruzzo con dodicimila cavalli, ed occupate per forza alcune Terre di quelle contrade, camminava innanzi con incredibile danno e spavento; ma la Regina con quel suo animo virile e generoso, tosto lo represse, poichè unite come poté meglio sue truppe, sconfisse l'esercito nemico, e liberò il Regno da tale invasione.

Questa vittoria diede grand'allegrezza alla Regina, la quale trovandosi ora nel più quieto stato volle andare a visitare gli Stati di Provenza e gli altri che possedeva in Francia, ed andò principalmente in Avignone a visitare il Papa _Urbano V_, che ad Innocenzio VI, successor di Clemente, era succeduto; dal quale fu benignissimamente accolta e con grandissimo onore[198]. Poi essendo stata alcuni mesi a visitare tutti que' Popoli, e da loro amorevolmente presentata, se ne ritornò in Napoli molto contenta, per aversi lasciato il Papa benevolo ed amico.

Giunta in Napoli mandò in effetto il matrimonio di Carlo di Durazzo con Margarita sua nipote, mostrando a tutti intenzione di voler lasciare a loro, il Regno dopo la sua morte; ma non per questo Carlo di Durazzo lasciò il servizio del Re d'Ungaria, anzi con buona licenza e volontà della Regina tornò nella Primavera di quest'anno 1370 a servire quel Re contro i Veneziani, lasciando Margarita con una fanciulla di circa sei mesi chiamata Maria, come l'avola materna, e lei gravida, la quale nel principio del seguente anno partorì un'altra figliuola chiamata Giovanna, come la Regina sua zia, che poi, come diremo, fu Regina di Napoli.

Ma mentre il Regno stava per rifarsi, avendo tregua dall'invasioni esterne, fu tutto sconvolto per una guerra intestina, che fu cagione di molti mali; perocchè essendo spenti tutti gli altri Reali, rimase grandissimo Signore Francesco del Balzo Duca d'Andria, perchè, come si disse, colla morte di Filippo Principe di Taranto suo cognato, ch'avea lasciato erede Giacomo del Balzo suo figliuolo, come tutore di lui, possedeva una grandissima Signoria, e per questo era divenuto formidabile a tutti i Baroni del Regno: onde pretendendo, che la città di Matera appartenesse al Principato di Taranto, la quale era posseduta allora da un Conte di Casa Sanseverino, andò con genti armate, e la tolse di fatto a quel Cavaliero, minacciando ancora di torgli alcune altre Terre convicine. Per questo insulto i Sanseverineschi, che per numero di Personaggi e di Stato erano i più potenti Baroni del Regno, ebbero ricorso alla Regina, la quale subito mandò al Duca a dirgli, che si contentasse di porre la cosa in mano d'arbitri, ch'ella eleggerebbe non sospetti, e non volesse mostrare far tanto poco conto di lei. Ma il Duca rifiutando ogni partito, volle persistere nella sua pertinacia di voler la Terra per forza, onde la Regina dopo aver chiamati tutti i parenti del Duca ed adoperati più mezzi, desiderosa di tentare ogni cosa, prima che venire ad usare i termini della giustizia, poichè vide l'ostinazione del Duca, comandò, che fosse citato; e continuando il Duca nella solita contumacia, volle ella un dì a ciò deputato, sedere in sedia reale con tutto il Consiglio attorno, e profferire la sentenza contro del Duca come ribelle: fatto questo, ordinò a' Sanseverineschi, che dovessero andare ad occupare, non solo la Terra a lor tolta, ma quante Terre avea in Puglia il Duca in nome del Fisco reale, come giustamente ricadute alla Corona per la notoria ribellione di lui. Bisognò contrastar lungamente per debellare il Duca, il quale s'era posto in difesa; finalmente gli fu forza, debellato che fu, fuggirsene dal Regno, onde la Regina avendo occupati tutti i suoi Stati, ed essendosi a lei rese Tiano e Sessa, per rifarsi della spesa, che avea fatta in questa guerra, vendè Sessa a Tommaso di Marzano Conte di Squillaci per venticinquemila ducati, e Tiano per tredicimila a Goffredo di Marzano Conte d'Alifi; ma a Tommaso concesse il titolo di Duca sopra Sessa, e fu il secondo Duca nel Regno dopo quello d'Andria. Mandò ancora a pigliar la possessione del Principato di Taranto perchè il picciolo Principe, dopo la fuga del padre, s'era ricovrato in Grecia, dove possedeva alcune terre.

Ma non si ristette il Duca d'Andria di tentar nuove imprese; poichè essendo ad Urbano succeduto Gregorio XI suo parente, ebbe ricorso a costui, dal quale fu bene accolto, e parte con danari ch'ebbe da lui sotto spezie di sussidio, parte con alcuni, che n'ebbe dalle Terre, ch'egli possedeva in Provenza, se ne ritornò in Italia, dove se gli offerse gran comodità di molestare il Regno e la Regina, perchè trovandosi allora Italia universalmente in pace, molti Capitani di ventura oltramontani stavano senza soldo, tal ch'ebbe poca fatica con quella moneta che avea raccolta, ma con assai più promesse a condurgli nel Regno. Entrovvi egli con tredicimila persone da piedi e da cavallo, e con grandissima celerità giunse prima a Capua, che la Regina avesse tempo di fare provisione alcuna; onde non solo tutto il Regno fu posto in iscompiglio, ma la città di Napoli istessa in grandissimo timore e sospetto; contuttociò la Regina ch'era da tutti amata e riverita, si provide ben tosto per la difesa, e già s'apparecchiava di far la massa dell'esercito a Nola, quando il Duca avvicinandosi ad Aversa, andò a visitare Raimondo del Balzo suo zio carnale Gran Camerario del Regno, persona, e per l'età, e per la bontà venerabile e di grandissima autorità, il quale stava in un suo casale detto Casaluce. Questo grand'uomo, tosto che vide il Nipote, cominciò ad alta voce a riprenderlo e ad esortarlo, che non volesse essere insieme la ruina, e 'l vituperio di Casa del Balzo, con seguire un'impresa tanto folle ed ingiusta: perchè bene avea inteso, che le genti ch'egli conducea seco, erano ben molte di numero, ma pochissime di valore, nè potrebbe mancare che non fossero sconfitte dalle forze della Regina, e di tutto il Baronaggio del Regno, al quale egli era venuto in odio per la superbia sua insopportabile. Il Duca sbigottito, e pien di scorno alle parole del buon vecchio, non seppe altro che replicare, se non che quel che facea era tutto per riavere lo Stato suo, il quale non si potea altrimenti per lui recuperare, per molto che esso avesse pentimento della ribellione. Replicogli il zio, che questa via che avea pigliata, non era buona, anzi gli averia più tolta la speranza di ricovrare lo Stato per sempre, e che 'l meglio era cedere, e cercare, con intercessione del Papa, di placare l'animo della Regina. Valse tanto l'autorità di quello uomo, che 'l Duca vinto da quelle ragioni, prese subito la via di Puglia con le genti che avea condotte, sotto scusa di volere ricovrare le Terre di quella provincia; e come fu giunto alla campagna d'Andria proccurò, che gli fosse posto in ordine un naviglio, in cui, disceso alla marina, s'imbarcò, e ritornò in Provenza a ritrovare il Papa. Le genti, che avea condotte, trovandosi deluse, si volsero a saccheggiare alcune terre picciole, per indurre la Regina ad onesti patti; e perch'ella desiderava molto la quiete, patteggiò con loro, ch'uscissero fuor del Regno, pigliandosi sessantamila fiorini. Queste cose fur fatte fin all'anno 1375, nel qual morì Raimondo del Balzo Gran Camerario, lasciando di se ornatissima fama; la Regina ebbe gran dispiacere della perdita di un Baron tale, e creò in suo luogo Gran Camerario Giacomo Arcucci Signore della Cirignola.

La Regina in questi tempi, o che le fosse venuto in sospetto il troppo amore di Carlo di Durazzo verso il Re d'Ungaria, e che temesse di quel che poi successe, o che fosse istigata dal suo Consiglio per vedersi così sola a dover sempre combattere a' continui moti del Regno: determinò di togliere marito, perchè, ancora ch'ella fosse in età d'anni quarantasei, era sì fresca, che dimostrava molta attitudine di far figli: tolse dunque per marito _Ottone Duca di Brunsuic_, Principe dell'Imperio e di linea imperiale, Signor prudente e valoroso[199], e d'età conveniente alla sua e volle per patto che non s'avesse da chiamare Re, per riservar forse a Carlo di Durazzo la speranza della successione del Regno. Venne Ottone nel dì dell'Annunziata del seguente anno 1376 ed entrò in Napoli guidato sotto il Pallio per tutta la città con grandissimo onore sino al Castel Nuovo dov'era la Regina, ed ivi per molti giorni si ferono feste reali.

Questo matrimonio dispiacque assai a Margarita di Durazzo, la quale nel medesimo tempo avea partorito un figliuol maschio, che fu poi Re Ladislao, ed ella se ben credea per certo, che dalla Regina non fossero nati figliuoli, tuttavia dubitava, che introducendosi Ottone nel Regno con gente tedesca, si sarebbe talmente impadronito delle fortezze e di tutto il Regno, che sarebbe stato malagevole cacciarlo, ed ella ed il marito ne sarebbero rimasti esclusi. Ma la Regina con molta prudenza stette ferma in non volere dare il titolo di Re al marito, riserbandolo, se la volontà di Dio fosse stata di dargli alcun figliuolo; e sempre nel parlare dava segno di tenere cura, che 'l Regno rimanesse nella linea mascolina del Re Carlo II. E per mostrar amorevolezza e rispetto al marito gli fece donazione di tutto lo Stato del Principe di Taranto, ricaduto a lei per la ribellione di Giacomo del Balzo figliuolo del Duca d'Andria, il quale Stato era mezzo Regno. Dopo queste nozze si visse due anni nel Regno quietamente, e la Regina diede secondo marito a Giovanna dì Durazzo, sua nipote primogenita del Duca di Durazzo e della Duchessa Maria sua sorella, il quale fu Roberto Conte d'Artois figliuolo del Conte d'Arras.

CAPITOLO IV.

_Dello Scisma de' Papi di Roma e quelli d'Avignone._

Negli anni seguenti, si vide il Regno in maggiori confusioni e disordini per quel famoso scisma che nacque, e che durò poi fin al Concilio di Costanza. Avea Papa Gregorio XI trasferita la Sede Appostolica da Avignone, ov'era stata da Clemente V sin dall'anno 1305 traslatata, e dimorata settantadue anni, in Roma, ov'egli giunse il dì 17 di gennajo di questo nuovo anno 1377. Quivi egli morì a' 27 marzo del seguente anno 1378. I Romani, i quali in tanto tempo che la Sede Appostolica era stata in Francia, aveano patito infinito danno, vollero servirsi della occasione di ristabilire nella lor città la Corte del Papa, proccurando che dovesse eleggersi un Romano, o per lo meno un nativo d'Italia; all'incontro vedendo che in Roma non v'erano allora più che sedici Cardinali, de quali v'erano dodici oltramontani e quattro soli Italiani, dubitarono, e con ragione, ch'essendo maggiore il numero de' primi, non era verisimile che la pluralità de suffragi per l'elezione del Papa fosse in favore d'un Italiano; e per questo levato un tumulto, presero l'armi, e quando i Cardinali furono entrati in Conclave il dì 5 aprile di quest'anno 1378 concorsa ivi una moltitudine di Popolo, circondò il palazzo, e cominciò a gridare, _Romano lo vogliamo_. Questo grido durò tutta la notte: il giorno seguente il Popolo essendosi di nuovo adunato in maggior numero, andò con furia maggiore al Conclave, minacciando di rompere le porte, e di tagliare a pezzi i Cardinali franzesi, se non eleggevano un Papa, che fosse romano o almeno d'Italia. I Cardinali intimoriti lo promisero al Popolo, ma con protesta fra loro, che ciò sarebbe seguito per la violenza, che loro si faceva, non già che l'elezione in futuro dovesse valere. In fatti elessero tumultuariamente persona fuori del Collegio de' Cardinali, che per la sua poca abilità, potesse esser con facilità cacciata dal Papato. Questi fu Bartolommeo Prignano Arcivescovo di Bari, nato in Napoli, secondo Panvinio, da vili parenti; ma il nostro Giovanni Villani[200], e Teodorico di Niem[201], dicono esser nato nel castello d'Itri del Contado di Fondi[202]. Visse quasi sempre in Francia appresso la Corte del Papa nella Cancelleria Appostolica, indi fatto Arcivescovo d'Acerenza, passò poi a quello di Bari. Essendosi sparsa in Roma la voce, che l'Arcivescovo di Bari era stato eletto, il Popolo confondendolo con Giovanni di Bar francese, cameriere maggiore del Papa defunto, cominciò di nuovo le sue violenze. Il Cardinal di S. Pietro comparì alla finestra del Conclave per placare il tumulto, e molti vedendolo dissero: questi è il Cardinal di S. Pietro: subito il popolaccio credette, che quegli fosse il Cardinale ch'era stato eletto, e si pose a gridare, _viva, viva S. Pietro_. Alquanto da poi il Popolo ruppe le porte del Conclave, arrestò i Cardinali, e rubò i loro mobili, domandando sempre un Cardinal romano: alcuni domestici de' Cardinali avendo loro detto, non avete voi il Cardinale di S. Pietro? eglino lo presero, lo vestirono degli abiti Pontificali, lo posero su l'Altare, ed andarono all'adorazione, benchè gridasse, che egli non era Papa, ed esserlo non voleva. I Cardinali durarono molta fatica a salvarsi, chi nelle lor case, chi nel castello di S. Angelo. L'Arcivescovo di Bari divenuto in un tratto superbo ed austero e molto astuto, conoscendo l'intenzione de' Cardinali, si fece subito il giorno seguente acclamare da alcuni Cardinali, violentati a farlo da' Magistrati. Egli prese il nome d'_Urbano VI_ e scrisse a tutti i Cristiani, notificando loro l'elezione fatta, e tenne per lo principio molto a freno i Cardinali, dubitando di quel che poi successe, cioè, che avrebbero pensato a cacciarlo dal Papato[203]. Dall'altra parte i Cardinali, ancorchè pubblicamente fossero stati costretti a riconoscerlo, scrissero però segretamente al Re di Francia, ed agli altri Principi cristiani, che l'elezione era nulla, e che non era stata lor intenzione, che e' fosse riconosciuto per Papa; e poco da poi sotto pretesto di fuggire i calori della state, i dodici Cardinali oltramontani uscirono l'un dopo l'altro da Roma nel mese di maggio, e si portarono in Anagni. Ma il Cardinale Ursino fratello del Conte di Nola, sotto scusa di venire a visitare i parenti nel Regno, impetrò da Urbano licenza, e venne a trovar la Regina; e su la certa credenza che i Cardinali avrebbero rivocata l'elezione, cominciò a pregarla, che in tal caso avesse voluto intercedere coi Cardinali provenzali, che avendosi da fare nuova elezione per soddisfazione del Popolo Romano, avessero creato lui.

La Regina, come donna savia e prudente, non si volle muovere per le richieste del Cardinale, anzi mandò a Roma Niccolò Spinelli di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, quel nostro famoso Dottor di leggi Conte di Gioja, e Gran Cancelliero del Regno, a rallegrarsi con Urbano della sua elezione ed a dargli ubbidienza. Ma questo risalito Papa mostrò fare tanto poco conto di quest'ufficio della Regina, e della persona del Gran Cancelliere, trattandolo incivilmente[204], che questi che 'l conosceva nella vita privata per uomo di basso affare, e giudicandolo indegno del Papato per la natura ritrosa, se ne venne tanto mal soddisfatto di lui che si crede, che da quella ora pensò d'essere ministro della nuova elezione d'un altro Papa. A questo s'aggiunse che pochi dì da poi, essendo andato il Principe Ottone in Roma a visitarlo, alcuni dicono per avere l'investitura del Regno[205], altri per supplicarlo, ch'essendo restato il Regno di Sicilia per successione in man di donna, avesse fatta opera che quella fosse data per moglie al Duca Baldassarre di Brunsuich suo fratello; ma sia che si voglia, è cosa certissima, che non solo dal Papa non potè ottenere cosa che volle, ma fu anche mal veduto, e trattato poco onorevolmente: narrando Teodorico di Niem[206], che fu Segretario d'Urbano, che Ottone trovandosi col Papa quando era a pranzo, ed essendogli dato il bicchiere per dargli a bere, come è costume, il Papa, fingendo di ragionare d'altri negozj, il fece stare inginocchiato un gran pezzo senza bere, finchè uno dei Cardinali, che aveva maggior confidenza con lui, gli disse, _Padre Santo è tempo che beviate_; per la qual cosa il Principe se ne ritornò con molto maggiore scorno di quello ch'ebbe l'Ambasciadore.