Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5
Part 6
Aveva Urbano, come si è detto, tentato in questa nuova investitura che s'offeriva al Conte di Provenza, ricavarne per la Sede Appostolica gran profitto, proccurando allora con ogni industria, che la provincia di Terra di Lavoro con Napoli e l'isole adiacenti, non altrimente che Benevento, fosse eccettuata e si aggiudicasse alla Chiesa; ma Carlo non volle sentir parola: poichè finalmente non se gli concedeva un Regno, la cui possessione fosse vacante, ma dovea egli colle sue forze discacciarne il possessore Manfredi, ed il Papa non vi metteva altro che benedizioni ed indulgenze ed un poco di carta per l'investitura; poichè le sue forze erano così deboli, che non poteva nemmeno mantenersi in Roma. Clemente per tanto, non potendo appropriar a se quella provincia, proccurò almeno gravare l'investitura di tanti patti e condizioni, che veramente rese il nuovo Re ligio, spogliandolo di molte prerogative, delle quali prima eran adorni i predecessori Re normanni e svevi.
I Capitoli stipolati e giurati da Carlo, nel modo che il Papa gli avea cercati, secondo che vengono rapportati dal Summonte, da Rainaldo[89] e da Inveges, sono i seguenti.
I. Fu da Clemente investito Carlo Conte di Provenza del Regno di Sicilia _ultra_ e _citra_, cioè di quell'isola e di tutta la terra, ch'è di quà dal Faro insino a' confini dello Stato della romana Chiesa, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenze: e ne fu investito _pro se, descendentibus masculis, et foeminis: sed masculis extantibus, foeminae non succedant; et inter masculos, primogenitus regnet. Quibus omnibus deficientibus, vel in aliquo contrafacientibus, Regnum ipsum revertatur ad Ecclesiam Romanam_[90].
II. Che non possa in conto alcuno dividere il Regno.
III. Che debba prestar il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio alla Chiesa romana.
IV. Atterriti i romani Pontefici di ciò che aveano passato co' Svevi, che furono insieme Imperadori e Re di Sicilia, in più capitoli volle convenir Clemente, che Carlo non aspirasse affatto, o proccurasse farsi eleggere o ungere in Re ed Imperador romano, ovvero Re de' Teutonici, o pure Signore di Lombardia, o di Toscana, o della maggior parte di quelle Province, e se vi fosse eletto, e fra quattro mesi non rinunziasse, s'intenda decaduto dal Regno.
V. Che non aspiri ad occupar l'Imperio romano, il Regno de' Teutonici, ovvero la Toscana e la Lombardia.
VI. Che se accaderà, stante le contese ch'allora ardevano per l'elezione dell'Imperadore d'Occidente, che fosse eletto Carlo, debba alle mani del romano Pontefice emancipar il suo figliuolo, che dovrebbe succedergli, ed al medesimo rinunciar il Regno, niente presso di se ritenendosene.
VII. Che il Re maggiore d'anni 18 possa per se amministrare il Regno, ma essendo minore di quest'età, non possa amministrarlo; ma debbasi porre sotto la custodia e Baliato della romana Chiesa, insino che il Re sarà fatto maggiore.
VIII. Che se accadesse una sua figliuola femmina casarsi coll'Imperadore, vivente il padre, e quegli defunto, rimanesse ella erede, non possa succedere al Regno; e se deferita a lei la successione del Regno, si casasse coll'Imperadore, cada dalle ragioni di succedere.
IX. Che il Regno di Sicilia non si possa mai unire all'Imperio.
X. Che sia tenuto pagare per lo censo ottomila once d'oro l'anno nella festa de' SS. Pietro e Paolo in tre termini, e mancando decada dal Regno; e di più un palafreno bianco, bello, e buono; e più, secondo un istromento che si legge nel regale Archivio[91], che fecero li Tesorieri del Re Carlo I nell'anno 1274 con alcuni Mercatanti di pagare alla Sede Appostolica ottomila once d'oro per questo censo, si vede, che seimila si pagavano per lo Regno di Puglia, e duemila per l'isola di Sicilia. Del che furono i Pontefici sì rigidi esattori, che nell'anno 1276 strinsero in maniera il Re Carlo, che trovandosi in Roma e senza danari, fu forzato scrivere in Napoli ai suoi Tesorieri, che impegnassero a' Mercatanti la sua Corona grande d'oro, e tante delle sue gioje ed oro, che abbiano in presto ottomila once d'oro, e che gliele mandino subito in Roma per doverle pagare alla Sede Appostolica per lo censo di quell'anno[92].
XI. Che debba pagare alla Chiesa romana 5000 marche sterline ogni sei mesi.
XII. Che in sussidio delle terre della Chiesa, a richiesta del Pontefice, sia tenuto mandare 300 Cavalieri ben armati; in guisa che ciascuno abbia da mantenere a sue spese almeno tre cavalli per tre mesi in ciaschedun anno; ovvero si possano commutare in soccorso di Navi.
XIII. Che debba stare a quello diffinirà il Pontefice sopra la determinazione de' confini da farsi di Benevento.
XIV. Che dia sicurtà a' Beneventani per tutto il Regno; ed osservi i loro privilegi; e che permetta di poter disponere liberamente de' loro proprj beni.
XV. Che non possa nelle terre della Chiesa romana acquistar cos'alcuna per qualunque titolo, nè ottenere in quelle Rettorìa o altra Podestarìa.
XVI. Che s'abbiano a restituire alle Chiese del Regno tutti i beni, che alle medesime furono tolti.
XVII. Che tutte le Chiese e' loro Prelati e Rettori godano della libertà ecclesiastica, e particolarmente nelle elezioni, ristabilendo Clemente ciocchè Alessandro IV avea aggiunto nell'investitura data ad Edmondo figliuolo del Re d'Inghilterra; cioè che il Re e suoi successori non s'intromettano nelle elezioni, postulazioni e provisioni de' Prelati, in guisa che, _nec ante electionem, sive in electione, vel post Regius assensus, vel consilium aliquatenus requiratur_[93]; soggiungendosi però che ciò non abbia a pregiudicare al Re e suoi eredi, in quanto s'appartiene _in jure patronatus, si quod Reges Siciliae, seu ejusdem Regni, et Terrae Domini, hactenus in aliqua, vel aliquibus Ecclesiarum ipsarum consueverunt habere: in tantum tamen, in quantum Ecclesiarum patronis canonica instituta concedunt_; siccome perciò non furono esclusi i Re, sempre che la persona eletta fosse loro sospetta d'infedeltà, d'impedire il possesso e concedere il _placito Regio_ alle Bolle di provisione, come altrove diremo.
XVIII. Che le cause ecclesiastiche saranno trattate innanzi agli Ordinarj; e per appellazione alla Sede Appostolica.
XIX. Che abbia a rivocare tutti gli Statuti emanati contra la libertà ecclesiastica.
XX. Che i Cherici nè per le cause civili nè per le criminali si possano convenire avanti il Giudice secolare, se non si trattasse civilmente di cause attinenti a' Feudi.
XXI. Che niuno imponga taglie alle Chiese.
XXII. Che nelle Chiese vacanti non possa pretendere, ed avere nè _regalie_, nè _frutti_.
XXIII. Che gli esiliati della Sicilia si riducano nel Regno, secondo che comanderà la Chiesa romana.
XXIV. Che non faccia lega o confederazione con alcuno contro la Chiesa.
XXV. Che debba tener pronti mille Cavalieri oltramontani, apparecchiati per Terra Santa o altro affare della fede.
Queste sono quelle convenzioni, delle quali spesso _Marino di Caramanico_, _Andrea d'Isernia_ e gli altri nostri Scrittori fanno memoria, quando trattano de' pesi, che nell'investitura data a Carlo furono da Papa Clemente aggiunti.
Accordate in cotal maniera queste Capitolazioni, e vie più sollecitando Clemente la venuta del Conte, intraprende questi il passaggio, ed avendo fatta accompagnare la Contessa Beatrice sua moglie da molti Capitani e Cavalieri franzesi e provenzali, costoro fecero il viaggio per terra; ed egli da Provenza, essendosi posto intrepidamente con pochi legni a solcar il mare, dopo aver miracolosamente scampate l'insidie, che Manfredi gli avea tese con 80 galee, finalmente giunge con somma felicità nel mese di maggio di quest'anno 1265 a Roma, ove fu da' Romani con molti applausi, e segni d'allegrezza ricevuto e careggiato; e narra l'_Anonimo_[94], che fu tanta la leggerezza e vanità dei Romani, che ritenendo essi, per la dignità Senatoria, un picciol vestigio dell'antica loro libertà, vollero anche di quella spogliarsi, ed esclusi i loro Nobili, crearono Carlo lor Signore e Senatore perpetuo di Roma.
Questa sì felice, e presta venuta di Carlo, gli diede tanta riputazione e fama di Principe valoroso e magnanimo, che pareva, per tutta Italia, la persona sua valesse per un grandissimo esercito; onde vennero tosto da lui tutti que' della fazione Guelfa a visitarlo e ad offerirsi di servirlo. Ed intanto l'esercito di Carlo, che per terra erasi avviato, dopo varj avvenimenti, era finalmente giunto in Italia, e la Contessa Beatrice a Roma; onde Carlo desideroso d'entrar presto nel Regno, per timore, che troppo in Roma trattenendosi, non venisser a mancargli i denari per supplire alle paghe de' soldati, sollecitò fortemente l'espedizione, unendo tutta la sua milizia per combattere l'esercito di Manfredi.
§. I. _Coronazione di CARLO in Roma._
Ma prima d'uscire di Roma, volle che Clemente colle celebrità solite l'incoronasse Re, ed insieme gl'inviasse l'investitura, secondo ciò ch'erasi stabilito. Il Pontefice, ch'era a Perugia, gli spedì sua Bolla, per la quale commise a cinque Cardinali, che in S. Giovanni Laterano avanti all'altare pubblicassero la Bolla dell'investitura, e ricevessero dal Conte il giuramento di fedeltà, del ligio omaggio e dell'osservanza di que' Capitoli di sopra notati, e colle debite forme l'incoronassero Re dell'una e l'altra Sicilia. Li Cardinali destinati a questa celebrità furono Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete del titolo di S. Prassede, Riccardo di S. Angelo, Goffredo di S. Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di S. Maria in portico, Diaconi Cardinali, li quali nel giorno dell'Epifania a' 6 Gennajo di quest'anno 1266 colle solite cerimonie incoronarono Carlo Re d'ambedue le Sicilie insieme con Beatrice sua moglie, essendo presenti molti Prelati e Signori con infinito popolo.
(Di questa Beatrice si legge il Testamento, che fece a Lagopensile nell'anno 1266 rapportato da Lunig[95]).
Si lesse la Bolla dell'investitura fatta da Clemente per la quale con que' patti di sopra riferiti l'investiva del Regno di Sicilia, _et de tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Romanae Ecclesiae, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis_.
All'incontro i Cardinali riceverono il ligio omaggio dal Re ed il giuramento di fedeltà, la di cui formola insieme coll'istromento dell'incoronazione vien rapportata dal Tutini[96] ed è del seguente tenore: _Nos Carolus Dei gratia Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae, ec. Vobis Dominis Rodulpho Albanensi Episcopo, Archerio, ec. Diaconis Cardinalibus quibus per literas suas Dominus Papa commisit receptionem ligii homagii, quod pro Regno Siciliae, ac aliis Terris Nobis a predicta Ecclesia Romana concessis tenemur, eidem Dom. Clementi Papae IV et ejus successoribus canonice intrantibus, et predictae Ecclesiae Romanae facere, ac in manibus vestris, vice, et nomine ipsius Domini Clementis Papae, et hujusmodi ejus successorum, ac predictae Romanae Ecclesiae, et per nos eidem Dom. Papae, ejus successoribus ac Romanae Ecclesiae ligium homagium facimus pro Regno Siciliae, ac tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia Terrarum, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis suis, nobis, et haeredibus nostris a predicta Ecclesia Romana concessis, ec._
Donò ancora questo Principe in ricompensa, e memoria di quest'atto al Capitolo di S. Pietro e suoi Canonici in perpetuo le rendite e proventi della Bagliva della città d'Aitona, e l'altre rendite, che la Camera regia esigeva sopra di quella sita negli Abruzzi, come per una carta dell'Archivio regio rapporta il Tutino[97], e di più ogni anno in perpetuo 50 once d'oro sopra la Dogana di Napoli[98].
Il Sommario della Bolla di quest'investitura co' Capitoli di sopra esposti vien rapportata dal Summonte, e parte della medesima vien anche rapportata da Baldo[99] ne' suoi Comentarj al nostro Codice. E questa è la prima scrittura, nella quale questi due Regni vengon la prima volta chiamati di Sicilia _citra et ultra Pharum_, leggendosi quivi: _Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum_. E da qui in progresso di tempo ebbe origine l'altro moderno titolo: _Rex utriusque Siciliae_. Non già che Carlo l'usasse mai ne' suoi diplomi e privilegj; poichè ritenne sempre gli antichi titoli, de' quali s'erano valsi i Re Normanni e Svevi, siccome si è osservato nella riferita scrittura del ligio omaggio, ed in molte altre fatte nei seguenti tempi osservarsi il medesimo fa vedere Agostino Inveges ne' suoi Annali di Palermo.
Il Biondo, Platina, ed alcuni altri affermano, che ora Carlo ricevesse anche il titolo e la corona di Re di Gerusalemme; ma sono di gran lunga errati, poichè questo titolo ancora non era stato tolto a Corradino, che per Jole madre di Corrado suo padre il riteneva, e 'l Papa non glie lo contrastò mai. Pervenne poscia a Carlo dopo la morte di Corradino nell'anno 1276 per cessione di Maria d'Antiochia; onde avvenne, che ne' suoi privilegj si leggono per questa cagione in maggior numero gli anni di Sicilia, che quelli di Gerusalemme[100].
Terminate le feste della coronazione, il Re Carlo senza perder tempo si pose in cammino con le sue genti contro Manfredi, e per la Campagna di Roma s'avviò verso S. Germano. Il Papa non cessava di sollecitarlo, e per agevolar l'impresa mandò in Sicilia il Cardinal Rodolfo Vescovo d'Albano, acciò _crocesignasse_ i Siciliani, e sollevasse que' popoli contro Manfredi. Altra _Crociata_ avea già pubblicata in Italia, dove per la fortuna e felicità di Carlo la parte Guelfa era notabilmente cresciuta di seguito, ed all'incontro i Ghibellini tutti depressi.
CAPITOLO III.
_Re MANFREDI riceve con intrepidezza e valore il nemico: ferocemente si viene a battaglia, nella quale, tradito da' suoi, rimane infelicemente ucciso._
Dall'altra parte il Re Manfredi non tralasciava con intrepidezza e valore accorrere in tutte le parti per prepararsi ad una valida difesa. Dolevasi dell'avversa sua fortuna, e fremeva insieme e stupiva in veggendo il suo nemico non solo aver con tanta felicità su poche navi valicato il mare e sfuggito l'incontro delle sue galee, ma con giubilo e feste essere stato ricevuto in Roma e, istrutto il suo esercito, essere già ne' confini del Regno. Stupiva ne' medesimi suoi sudditi vedere tanta incostanza e volubilità[101], sembrandogli, che tutti chiamassero Carlo, e già per ogni angolo non s'udiva altro, che il suo nome e quello de' Franzesi. Non tralasciava intanto il mal avventuroso Principe inanimirgli ed incoraggiargli alla difesa; ed a tal fine convocò in Napoli una general Assemblea di tutti i Conti e Baroni, richiedendogli del loro ajuto[102]: scorreva egli ora a Capua, ora a Cepperano, ora a Benevento, e commise la custodia dei passi a due, de' quali dovea promettersi ogni accortezza e fedeltà: al Conte di Caserta suo cognato, ed al Conte Giordano Lancia suo parente. Presidiò San Germano, ed ivi pose gran parte de' suoi Cavalieri tedeschi e pugliesi, e tutti i Saraceni di Lucera; ed intanto va in Benevento per tenere in fede quella città e per accorrere da quivi a' bisogni del suo esercito; ed indi passa a Capua.
Ma tutte queste cauzioni niente giovarono a quest'infelice Principe; poichè essendo Carlo giunto all'altra riva del Garigliano, presso a Cepperano, il Conte Caserta ch'era alla guardia di quel passo, con alcune scuse si ritirò indietro, e lasciò che passasse il fiume senz'alcuno ostacolo: il Conte Giordano stupisce del tradimento, e torna indietro per la via di Capua a trovar Manfredi. Così, come deplora l'Anonimo, _ad malum destinatus Manfredus, qui apud Ceperanum gentis suae resistentiam ordinare debebat, passus Regni vacuos, et sine custodiae munitione reliquit, ut liber ad Regnum aditus pateat inimicis_. Ecco come Carlo col suo vittorioso esercito entra nel Reame, e come tutti i luoghi aperti se gli rendono, tosto prendendo Aquino e la Rocca d'Arci.
Il Re Manfredi avendo inteso, che Re Carlo avea passato il fiume senz'alcun contrasto, inorridisce al tradimento, ed avendo subito unite le sue genti coll'esercito, che teneva il Conte Giordano, cominciò a temere non gli altri Baroni facessero il medesimo; ed avendo già per sospetta la fede de' Regnicoli, tentò di volersi render Carlo amico e di trattar con lui di pace; mandò per tanto i suoi Ambasciadori al medesimo a cercargli pace o almeno tregua. Ma il Re Carlo, che vedeva la fortuna volar dal suo canto, non volle perdere sì buone occasioni, onde agli Ambasciadori, nel suo linguaggio franzese, diede questa altiera, e rigida risposta: _Dite al Soldan di Lucerna, che io con lui non voglio, nè pace, nè tregua, e che presto, o io manderò lui all'Inferno, od egli manderà me in Paradiso_[103]. Avea Carlo, per inanimire i suoi soldati, lor persuaso, che egli militava per la fede cattolica contro Manfredi scomunicato, eretico, e Saraceno: ch'essi erano soldati di Cristo, e che in qualunque evento, si sarebbero esposti ad una certa vittoria, o d'esser coronati colla corona del martirio morendo; o debellando l'inimico con corona trionfale d'alloro, e renduti gloriosi ed immortali per tutti i secoli[104].
Ricevuta Manfredi questa risposta, fu tutto rivolto all'armi, ed avendo riposta tutta la sua speranza nel gagliardo presidio, che avea lasciato in S. Germano, credea, che Re Carlo non avesse da procedere più oltre, per non lasciarsi dietro le spalle una banda così grossa di soldati nemici, e che per lo sito forte di S. Germano, si sarebbe trattenuto tanto, che o l'esercito franzese fosse dissoluto, per trovarsi nel mese di gennajo in que' luoghi palustri e guazzosi; o che a lui arrivassero gagliardi soccorsi di Barberia, dove avea mandato ad assoldare gran numero di Saraceni; o di Ghibellini di Toscana e di Lombardia. Ma ecco i giudicii umani come tosto vengono dissipati dagli alti giudicii divini: poichè contra la natura delle stagioni i giorni erano tepidi e sereni, come sogliono essere i più belli giorni di primavera; e quelli, ch'erano rimasi al presidio di S. Germano, non mostrarono quel valore nel difenderlo, ch'egli s'avea promesso; perchè in brevi dì, per la virtù de' Cavalieri franzesi, dato l'assalto alla terra, con tutto che i Saraceni valorosamente si difendessero, fu nondimeno quella presa e gran parte del presidio uccisa.
Come Manfredi intese la perdita di S. Germano, ritornando di là la gente sconfitta, sbigottì: e mandata molta gente a presidiar Capua, egli consigliato dal Conte Gualvano Lancia, e dagli altri suoi fidati Baroni, si ritirò nella città di Benevento, per aver l'elezione, o di dar battaglia all'inimico quando volea, ovvero di ritirarsi in Puglia se bisognasse. Il Re Carlo intendendo la ritirata di Manfredi in Benevento, si pose a seguitarlo, e giunse a punto il sesto dì di febbraio alla campagna di Benevento, e s'accampò due miglia lontano dalla città, e manco d'un miglio dal campo de' nemici. Allora Manfredi col consiglio dei principali del suo campo deliberò dar la battaglia, giudicando, che la stanchezza de' soldati di Carlo potesse promettergli certa vittoria. Dall'altra parte Re Carlo spinto dall'ardire suo proprio, e da quello, che gli dava la fortuna, la qual pareva, che a tutte l'imprese sue lo favorisse, posto in ordine i suoi, ancorchè stanchi, uscì ad attaccare il fatto d'arme, onde si cominciò quella memoranda, e fiera battaglia, la quale non è del nostro istituto descriverla a minuto, potendosi con tutte le sue circostanze leggere nell'Anonimo, nel Summonte, Inveges, Tutini; e presso molti altri Istorici, che la rapportano.
L'infelice Manfredi mentre la pugna tutta arde, ed egli la mira da un rilevato colle, vede due schiere del suo esercito, ch'erano malmenate da' nemici, e volendo movere la terza, ch'era sotto la sua guida, tutta di Pugliesi, grida a' Capitani suoi, che tosto ivi accorressero alla difesa, s'avvede che molti de' nostri Regnicoli corrotti da Carlo, seguivano il suo partito, e con infame tradimento non ubbidivano, ma s'astenevano di combattere, quando il bisogno più lo richiedeva[105]. Allora Manfredi con animo grande ed invitto, deliberando di voler più tosto morire, che sopravvivere a tanti valorosi suoi Campioni, che vedea in quella strage morire; cala egli al campo, ed ove la pugna più arde si mischia nella più folta schiera de' suoi nemici, e tra loro combattendo, da colpi di sconosciuto braccio, perchè niuno potesse darsi il vanto di sua morte, restò infelicemente in terra estinto; e sconosciuto tra innumerabile folla di cadaveri estinti, tre dì, prima che fosse ravvisato, miseramente giacque. Così infamemente da' suoi tradito morì Manfredi[106]. Il cui tradimento non potè Dante (siccome l'Anonimo) non imputarlo a' nostri Regnicoli, chiamati allora comunemente _Pugliesi_, quando nel suo Poema[107] commemorando questa rotta, coll'altra data a Corradino, disse:
_E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie_ _A Ceperan là dove fu bugiardo_ _Ciascun Pugliese; e là da Tagliacozze,_ _Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo._
Ecco l'infelice fine di questo invitto e valoroso Eroe, Principe (se ne togli la soverchia ambizion di regnare e non avesse avuto l'odio di più romani Pontefici, che lo dipinsero al Mondo per crudele, barbaro e senza religione) da paragonarsi a' più famosi Capitani dei secoli vetusti. Ei magnanimo, forte, liberale ed amante della giustizia, tenne i suoi Reami in istato florido ed abbondante. Violò solamente le leggi per cagion di regnare, in tutte le altre cose serbò pietà e giustizia. Egli dotto in filosofia, e nelle matematiche fu espertissimo, non pur amante de' Letterati, ma egli ancora litteratissimo, e narrasi aver composto un _trattato della caccia_, a questi tempi da' Principi esercitata, ed in sommo pregio, e diletto avuta. Biondo era, e bello di persona e di gentile aspetto, affabilissimo con tutti, sempre allegro e ridente, e di mirabile ed ameno ingegno; tanto che non son mancati[108] chi con ragione l'abbia per la sua liberalità, avvenenza e cortesia, paragonato a Tito figliuolo di Vespasiano, reputato la delizia del genere umano. Della sua magnificenza sono a noi rimasti ben chiari vestigi, il Porto di Salerno, e la famosa città di Manfredonia in Puglia, che dal suo ritiene ancor ora il nome. E se i continui travagli sofferti per difendere il Regno dalle invasioni di quattro romani Pontefici, gli avessero dato campo di poter più attendere alle cose della pace, di più magnifiche sue opere, e di altri più nobili istituti avrebbe egli fornito questo Reame.
Intanto l'esercito di Carlo avendo interamente disfatto quello dell'infelice Manfredi, inoltrossi nel Regno, ed in passando, non vi fu crudeltà e strage, che i Franzesi non usassero; Benevento andò a sacco ed a ruba, nè fu perdonato a sesso, nè ad età. Que' Baroni, che nella pugna non restarono estinti, parte fuggendo scamparono la morte, e parte inseguiti da quei di Carlo furono fatti prigionieri: alcuni ne furono mandati prigioni in Provenza, ove gli fece morire d'aspra e crudel morte; alcuni altri Baroni tedeschi e pugliesi ritenne prigioni in diversi luoghi del Regno; ed a preghiere di Bartolommeo Pignatelli Arcivescovo di Cosenza, e poi di Messina, diede libertà a' Conti Gualvano, e Federico fratelli, ed a Corrado, ed a Marino Capece di Napoli cari fratelli[109].